ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 14 ottobre 2019

Teatro, donato alla Fondazione Cini l'archivio di Paolo Poli

È stato il rappresentante di un teatro al contempo graffiante e lieve, raffinato e dissacrante, che ha preso le mosse dall’operetta, dalla rivista, dal vaudeville, dall’avanspettacolo e dal varietà, dando vita a qualcosa di nuovo, difficilmente inquadrabile in definizioni di genere e contenuto. Stiamo parlando di Paolo Poli (Firenze, 23 maggio 1929 – Roma, 25 marzo 2016), attore, cantante, regista e autore, ovvero uomo di spettacolo a tutto tondo, il cui archivio è stato di recente donato dalla sorella Lucia Poli e dal nipote Andrea Farri all’Istituto per il teatro e il melodramma della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, diretto da Maria Ida Biggi.
La donazione si compone di documenti eterogenei afferenti all’attività dell’artista fiorentino, che spaziano dagli spettacoli realizzati con la Compagnia dell’Alberello negli anni Cinquanta fino alle celebri produzioni dei primi anni Duemila.
L’acquisizione del fondo si inserisce a pieno titolo nella recente tradizione di ricerca della Fondazione Cini, volta a ricostruire la scena teatrale italiana del secondo Novecento. Diversi sono, infatti, ormai gli uomini e le donne di teatro dei quali si conservano, sull’isola di San Giorgio Maggiore, gli archivi e le biblioteche personali, da Luigi Squarzina a Pierluigi Samaritani, da Mischa Scandella ad Arnaldo Momo.
L’archivio stabilisce, inoltre, un dialogo virtuoso con altri fondi presenti alla Cini, in particolare con quelli di Santuzza Calì e di Maurizio Scaparro, con i quali l’artista fiorentino ha collaborato nel corso della sua carriera.
Nei faldoni del fondo Poli sono reperibili copioni autografi e annotati, fotografie, corrispondenza, locandine e programmi di sala, recensioni e appunti preparatori per la messa in scena degli spettacoli.
Una sottolineatura particolare, per la sua straordinaria ricchezza, merita la collezione fotografica, che permette di ricostruire con grande accuratezza tutti i principali titoli del ricco repertorio poliano.
Le immagini raccolte in tanti anni di lavoro sono perlopiù foto di scena, ma non mancano «dietro le quinte» e ritratti di Paolo Poli, dei suoi attori e dei suoi principali collaboratori.
Il fondo è completato da una raccolta di circa diecimila spartiti musicali di canzonette popolari collezionati dallo stesso Paolo Poli nell’arco della sua carriera.
Gli spartiti, alcuni dei quali molto rari, sono afferenti alla tradizione novecentesca italiana e internazionale di musica popolare e leggera, e sono stati materiali di studio fondamentali per la creazione e la messa in scena di alcuni dei suoi più celebri titoli.
Di grande valore documentale è, poi, anche la corposa rassegna stampa. Recensioni, interviste e approfondimenti culturali apparsi sulle più importanti testate giornalistiche nazionali, a firma di alcune tra le migliori penne del giornalismo italiano, sono, infatti, in grado di documentare la straordinaria popolarità dell’artista e l’impatto sociale e culturale della sua opera.
Tra gli articoli se ne trova anche uno di Camilla Cederna che, sulle pagine del settimanale «L’Espresso», dà a Paolo Poli uno dei suoi soprannomi più conosciuti: «il professorino che canta».
Per un breve periodo l’artista fiorentino, laureatosi a pieni voti nel 1959 con una tesi su Henry Becque, insegna, infatti, letteratura francese in un liceo e nel contempo recita con la compagnia genovese «La borsa di Arlecchino» di Aldo Trionfo.
La notorietà arriva nel 1961 quando Paoli Poli presenta, in televisione, «Canzonissima» con Sandra Mondaini.
Negli stessi anni l’attore fa il suo esordio nel ruolo di capocomico a Milano con lo spettacolo «Il novellino» (1960): un excursus tra canzonette della tradizione orale, laudi medievali e inni di propaganda fascista. Il successo è immediato e da lì è un susseguirsi di applausi a scena aperta, ma anche di interventi della censura.
Emblematico è il caso di «Rita da Cascia», che debutta con grande successo nel 1967 a Milano e Roma e che, dopo molto repliche, viene bloccato per accusa di vilipendio alla religione e offesa delle dignità civile del popolo italiano.
Tra gli spettacoli di maggior successo c’è, invece, «La vispa Teresa», un’antologia di pezzi ottocenteschi per l’infanzia, di cui così si parla sulle colonne dell’«Avanti»: «la deliziosa fanciullina della poesia è lui, in abitino di organdis bianco con un gran fiocco di velluto verde e una biondissima parrucchetta di boccoli; vedere Poli in questa tenuta non provoca alcuna sensazione di travestimento o di equivoco».
«La vispa Teresa» è una delle prime prove dell’attore fiorentino nel teatro en travesti, un genere che gli deve molto e a cui lui dona, nel 1969, una versione indimenticabile de «La nemica» di Dario Nicodemi, dando vita a una scatenata mamma duchessa, tutta vezzi e gesti ad effetto, che mordicchia il boa di struzzo e che si sventola le ascelle con il ventaglio.
L’elenco delle opere che Paolo Poli ha interpretato come primo attore o che ha diretto è lungo. Si spazia da «Aldino mi cali un filino» a «Caterina De Medici», da «L'asino d'oro» a «I viaggi di Gulliver», da «La leggenda di San Gregorio» a «Il coturno e la ciabatta», senza dimenticare «Sei brillanti giornaliste Novecento» (2006), un omaggio a Natalia Aspesi, Elena Giannini Belotti, Irene Brin, Camilla Cederna, Paola Masino e Mura.
Forieri di successo sono anche gli ultimi anni di attività dell'artista. Il 2009 vede in scena i «Sillabari», da Goffredo Parise; nel 2010 e nel 2012, al teatro dell’Elfo di Milano, debuttano «Il mare», da Anna Maria Ortese, e «Aquiloni», da Giovanni Pascoli: ultime fatiche di un uomo di teatro a tutto tondo, che, per dirla con le parole di Natalia Ginzburg, è «un soave, beneducato e diabolico genio del male: è un lupo in pelli d’agnello, e nelle sue farse sono parodiati insieme gli agnelli e i lupi, la crudeltà efferata e la casta e savia innocenza».

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Paolo Poli in «Aldino mi cali un filino?», 2000; [fig. 2] Paolo Poli in «Magnificat», 1983; [fig. 3] Andrea Farri e Lucia Poli, ph Matteo De Fina; [fig. 4] Vista dell’installazione per la presentazione del fondo Poli alla Cini. Biblioteca del Longhena, ph Matteo De Fina 

Informazioni utili
Istituto per il Teatro e il Melodramma, tel. 041.2710236, e-mail: teatromelodramma@cini.it. Sito web: www.cini.it.

venerdì 11 ottobre 2019

Peggy Guggenheim, le passioni artistiche dell’«ultima Dogaressa» di Venezia

Uno dei primi nomi che viene in mente quando si parla di donne e mecenatismo culturale è quello di Peggy Guggenheim (New York, 26 agosto 1898-Camposampiero, 23 dicembre 1979), la collezionista americana che aveva scelto Venezia come «luogo del cuore e dell’anima», stregata dal fascino di una città che, a suo dire, poteva rivaleggiare in bellezza solo «con il suo stesso riflesso al tramonto sul Canal Grande».
Era appena finita la Seconda guerra mondiale quando la fondatrice della galleria-museo newyorkese «Art of This Century» (1942-47), la culla dell’Espressionismo astratto americano, volava in Italia stabilendo la sua dimora a pochi passi dalla Chiesa di Santa Maria della Salute, a Palazzo Venier dei Leoni, oggi uno dei luoghi più iconici di quello straordinario percorso culturale soprannominato «il chilometro dell’arte», del quale fanno parte anche il Museo Vedova, la collezione Pinault a Punta Dogana, le Gallerie dell'Accademia e la Fondazione Cini con la sua sede cinquecentesca a San Vio.
Iniziava così, nel 1948, una storia d’amore intensa, di quelle che ti fanno dire che «nel cuore non resta più posto per altro».
Venezia aveva stregato Peggy Guggenheim che quello stesso anno era arrivata in Laguna con la sua collezione d’arte, grazie a una felice intuizione del pittore Giuseppe Santomaso e su invito di Rodolfo Pallucchini, per partecipare alla ventiquattresima edizione della Biennale, esponendo nel Padiglione della Grecia, Paese allora devastato dalla guerra civile, i nomi più rappresentativi dell’arte astratta e surrealista -Jean Arp, Costantin Brancusi, Alexander Calder, Max Ernst, Alberto Giacometti e Kazimir Malevich- e alcuni artisti americani -William Baziotes, Jackson Pollock, Mark Rothko, Arshile Gorky, Robert Motherwell e Clyfford Still-, mai presentati al di fuori degli Stati Uniti.
Stregata da quella città di cui amava le luci -le stesse che soggiogarono il pittore romantico William Turner- e la vena malinconica e decadente, quella che scopriva giorno dopo giorno perdendosi piacevolmente tra calli e campielli, Peggy Guggenheim decise di comprare nella città veneta una grande casa, dove vivere con i suoi «beloved babies», i suoi quattordici amati e inseparabili cani Lhasa Apsopuppy (terrier di razza tibetana), ora sepolti accanto a lei nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni.
In quella dimora l’eccentrica e coraggiosa collezionista americana -per tutti «l’ultima Dogaressa» per quella sua aura di magnificenza che la vedeva girare per i canali su una gondola privata con un gondoliere de casada a sua disposizione- trascorse più di trent’anni della sua esistenza, rimanendovi fino alla morte, avvenuta il 23 dicembre del 1979, all'età di ottantuno anni.
Pochi mesi dopo, nella Pasqua del 1980, quella bella casa sul Canal Grande, passata nel frattempo alla gestione della Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York, apriva ufficialmente le porte al grande pubblico diventando il museo più importante in Italia per l'arte europea e americana della prima metà del ventesimo secolo.
In occasione dei quarant’anni dalla morte e dei settant’anni dal trasferimento in Laguna, una mostra, per la curatela di Karole P. B. Vail -attuale direttrice della Collezione Guggenheim, nonché nipote di Peggy- e di Gražina Subelytė, ripercorre la storia della collezionista americana a Venezia attraverso una sessantina di opere, tra dipinti, sculture e lavori su carta, da «L’impero della luci» («L’Empire des lumières») di René Magritte allo «Studio per scimpanzè» («Study for Chimpanzee») di Francis Bacon, da «Autunno a Courgeron» («L'Automne à Courgeron») di René Brô a «Serendipity 2» di Gwyther Irwin.
Sala dopo sala, Palazzo Venier dei Leoni permette così ai visitatori di rivivere il mito di Peggy Guggeheim, icona di stile per i suoi occhiali dalle forme bizzarre, i suoi grandi cappelli e i suoi gioielli-capolavoro che farebbero invidia a una qualsiasi maison di moda, ma soprattutto donna capace di incidere con una straordinaria stagione di mostre e di eventi sulla vita culturale di Venezia.
È il settembre del 1949 quando la collezionista apre per la prima volta le porte di casa sua o meglio del suo giardino -quel luogo, a suo stesso dire, «dove la vita non è normale perché tutto e tutti galleggiano e dove i riflessi sono più belli di quelli dei grandi artisti»- a curiosi e amanti delle Avanguardie novecentesche.
L’occasione è una mostra di scultura contemporanea, nella quale Peggy Guggenheim espone i lavori di venti artisti da lei molto amati o selezionati dal critico d’arte e articolista Giuseppe Marchiori, passato alla storia come il fondatore del Fronte nuovo delle arti, movimento a cui parteciparono, fra gli altri, Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso, Renato Guttuso ed Ennio Morlotti.
«Testa e conchiglia» («Tête et coquille») di Jean Arp, «Uccello nello spazio» («L'Oiseau dans l'Espace») di Constantin Brancusi e «Piazza» di Alberto Giacometti sono le tre opere che Karole P. B. Vail ha scelto per raccontare quella prima mostra veneziana di Peggy Guggenheim, nella quale viene esposto anche il bozzetto in gesso della scultura equestre «L’angelo della città» (1948) di Marino Marini, la cui versione in bronzo, di fusione successiva alla mostra del 1949, campeggia oggi sulla terrazza del palazzo prospiciente il Canal Grande.
Tra le prime rassegna della ricca collezionista americana in Laguna viene, inoltre, ricordata lungo il percorso espositivo a Palazzo Venier dei Leoni quella dedicata, nell’estate del 1950, a Jackson Pollock. Nell’Ala napoleonica del Museo Correr arrivano ventitré opere dell’artista, alla sua prima personale fuori dai confini americani. Ci sono anche dieci dipinti a colatura e quel linguaggio astratto, assolutamente inedito per l’Italia, lascia sgomento il pubblico, la critica e i tanti artisti nostrani che accorrono a Venezia alla ricerca di novità. Tra le opere in mostra, allora e oggi, ci sono due capisaldi come «Foresta incantata» («Enchanted Forest») e «Alchimia» («Alchemy»), un lavoro che è stato recentemente oggetto di restauro facendo emergere un progetto di lavoro razionale nella stesura dei colori, un sistema di contrappunti e simmetrie, in cui le linee rette si bilanciano con quelle curve, i colori brillanti con i colori opachi, il nero con l’argento, il blu con il rosso.
Fresca di restauro da parte dell’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro di Firenze è anche «Scatola in una valigia» («Boîte-en-Valise»), realizzata da Marcel Duchamp nel 1941. Raramente visibile al grande pubblico per la sua delicatezza, cosa che rende ancora più preziosa la mostra a Palazzo Venier dei Leoni, il lavoro, pensato proprio per la collezionista americana, è il primo di un’edizione deluxe di venti valigette da viaggio di Louis Vuitton, che raccolgono ciascuna sessantanove riproduzioni e miniaturizzazioni di celebri lavori del poliedrico e dissacrante artista francese.
Ad affiancare i grandi maestri dell’Espressionismo astratto, ci sono in mostra anche due donne artiste, testimonianza del sostegno che la collezionista non fece mai mancare alle figure femminili dell’arte, in quegli anni meno considerate dal mercato rispetto ai colleghi maschi. Si tratta di Grace Hartigan e Irene Rice Pereira. Della prima è visibile «Irlanda», le cui tonalità terrose alludano all’ambiente urbano di Dublino, dove si trova la dimora d’origine dell’artista. Della seconda è esposta «Riflessi», una composizione in vetro e tecnica mista.
La mostra veneziana prende, poi, in esame il sostegno che la mecenate americana offrì agli artisti italiani attivi dalla fine degli anni Quaranta e, nelle ultime sale, il suo interesse per la pittura e la scultura inglese degli anni Cinquanta e Sessanta, per l’Arte optical e cinetica degli anni Sessanta, e per il gruppo CoBrA. Ecco così scorrere lungo le pareti lavori come la tempera d’uovo su tela «Immagine del tempo» («Sbarramento») di Emilio Vedova, «Composizione» di Tancredi Parmeggiani, artista per cui Peggy Guggenheim organizza una mostra nel 1954, e l’olio su sabbia «Avvenimento #247» di Edmondo Bacci, pittore veneziano a cui viene dedicata un’intera sala alla Biennale del 1958, con catalogo introdotto da una prefazione della stessa collezionista. E poi, ancora, si possono ammirare, procedendo per exempla, «Sopra il bianco» («Above the White») di Kenzo Okada, «Deriva No 2» di Tomonori Toyofuku e «Il tamburino d'oro n. 2» («The Golden Drummer Boy No. 2») dell’inglese Alan Davie.
A Palazzo Venier dei Leoni sono, inoltre, eccezionalmente esposti per la prima volta al pubblico una serie di scrapbooks: preziosi album in cui la collezionista raccolse meticolosamente articoli di giornali, fotografie e lettere, grazie ai quali è possibile scoprire episodi inediti della sua vita di appassionata filantropa. Tra i tanti pezzi giornalistici c’è ne è uno scritto per «L’Europeo» dalla penna graffiante di Camilla Cederna: «Venezia sopravviverà alla signora Guggenheim. La moda dell’arte suprematista passerà come le altre». Non è stato così. Il mito di Peggy resiste al tempo, le opere della sua collezione entrano nei manuali di storia dell’arte. Chapeau! 

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Peggy Guggenheim in gondola, Venezia, 1968. Photo Tony Vaccaro / Tony Vaccaro Archives; [fig. 2] Peggy Guggenheim seduta sul trono nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni, Venezia, anni Sessanta. Photo Roloff Beny / courtesy of Archives and National Archives of Canada; [fig.3] Kenzo Okada, «Sopra il bianco», 1960; olio su tela, 127,3 x 96,7 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim); [fig. 4] Francis Bacon, «Studio per scimpanzé», marzo 1957; olio e pastello su tela, 152,4 x 117 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. © The Estate of Francis Bacon. All rights reserved, by SIAE 2019; [fig. 5] René Magritte, «L’impero della luce» (L’Empire des lumières), 1953–54; olio su tela, 195,4 x 131,2 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. © René Magritte, by SIAE 2019; [fig. 6] Emilio Vedova, «Immagine del tempo (Sbarramento)», 1951; tempera d’uovo su tela, 130,5 x 170,4 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. © Fondazione Emilio e Annabianca Vedova

Informazioni utili
Peggy Guggenheim. L'ultima dogaressa. Collezione Peggy Guggenheim, Dorsoduro 701 - Venezia. Orari: mercoledì-lunedì, dalle ore 10.00 alle ore 18.00 | La biglietteria chiude alle ore 17.30 | Il museo è chiuso tutti i martedì e il 25 dicembre. Ingresso: intero € 15,00, ridotto (incluso senior oltre i 65 anni) € 13,00, ridotto (Incluso studenti fino a 26 anni) € 9,00, gratuito per bambini fino a 10 anni, soci. Informazioni: tel. 041.2405440/419, info@guggenheim-venice.it. Sito internet: www.guggenheim-venice.it. Fino al 27 gennaio 2020

giovedì 10 ottobre 2019

Alda Merini e Alberto Casiraghy, storia di un'amicizia tra versi e disegni

Racconta uno speciale sodalizio intellettuale e umano, legato a doppio filo dall’amore per i libri e l’arte, la mostra allestita alla Casa Museo Boschi Di Stefano a Milano, per la curatela del librario antiquario Andrea Tomasetig.
Protagonisti di questo racconto, allestito al piano nobile del museo, sono la poetessa Alda Merini, di cui il prossimo 1° novembre ricorrono i dieci anni dalla morte, e il tipografo-poeta-artista-editore brianzolo Alberto Casiraghy, instancabile sperimentatore nel campo della grafica e della tipografia, conosciuto nel mondo per aver pubblicato usando la stampa a mano con caratteri mobili, la pregiata carta hahnemuhle prodotta in Germania e cordicelle per tenere insieme i vari fogli.
Del legame tra i due artisti resta una grande testimonianza in quei librini editi in poche preziose copie, tra le quindici e le trentatré ciascuno, confluiti nel catalogo della casa editrice Pulcinoelefante di Osnago, nel Lecchese.
Si tratta di millecentoottantanove volumetti, prodotti in un arco di tempo che va dal 1992 al 2009, per i quali Alda Merini ha scritto aforismi o brevi poesie e che Alberto Casiraghy ha dato alle stampe, spesso creando appositamente anche un’opera grafica.
Di quel prezioso insieme di librini ne sono stati selezionati per la mostra -che vede tra i promotori l’assessorato alla Cultura del Comune di Milano e il teatro Elfo Puccini- oltre un centinaio.
Documenti, fotografie e oggetti che raccontano l’anima estrosa della poetessa come una statuetta di Biancaneve, un mazzo di rose di plastica con la rugiada e una collana portafortuna di peperoncini vanno a completare il percorso espositivo, il cui originale allestimento è firmato da Cristiana Vannini.
L’architetto e designer, toscana di nascita e milanese di adozione, ha creato, nelle sale della quadreria al secondo piano, un’ambientazione molto suggestiva, che vede i librini gremire i ripiani in ordine sparso, legati tra loro da una sottile trama di fili elastici, una sorta di gabbia concettuale da cui emerge la forza della libertà poetica e artistica di Alda Merini e Alberto Casiraghy.
La mostra, significativa nelle dimensioni e intensa nel contenuto, si articola in sei sezioni: «Poesie», «Aforismi», «Alda e Alberto», «Il mondo di Alda», «Amici artisti», «Cimeli». Sono sei tappe di un viaggio che racconta come due persone diverse caratterialmente -lei audace e psichicamente instabile, lui riservato ed elitario-, possano dar vita a qualcosa di unico e inestimabile quando ad unirli è il fuoco di una grande passione per «la gioia del bello» e la scrittura.
Sono nati così piccoli capolavori editoriali, che sembrano giochi tra persone di cultura, quella vera, e che oggi sono pezzi da collezione.
Camminando nel museo milanese, sembra quasi di vederla Alda Merini che prende in mano il suo telefono e chiama, anche più di una volta al giorno, l’amico Alberto per dettargli le sue poesie, opere brevi per necessità tipografiche, che spiccano per la loro potenza lirica e rimandano alla poesia greca, in un universo fatto di spiritualità e carnalità, di fame d’amore intessuta di ricordi e dolore.
Non meno affascinanti sono gli aforismi della scrittrice: anticonvenzionali, dissacranti, estremi, i cui temi spaziano dalla follia alla poesia, dall’eros alla vita e alla morte.
Alda Merini ne scrive due o tre per volumetto e Alberto Casiraghy li rende ancora più preziosi con i suoi contrappunti grafici, tra surrealismo e magiche astrazioni.
Ma la scrittrice vede in campo per le sue opere anche tanti altri artisti: da Ugo Nespolo a Sergio Dangelo, da Lucio Del Pezzo a Mario De Biasi, solo per citarne alcuni.
Non meno interessante è il rapporto della poetessa -documentato in mostra- con molti intellettuali del tempo come Dario Fo, Enrico Baj e Bruno Munari, ma anche Vincenzo Mollica, Giorgio Gaber, Roberto Vecchioni e Fabrizio De André, senza dimenticare Vanni Scheiwiller, alla cui memoria la Merini dedica più di un librino.
All’interno di un’amicizia durata oltre vent’anni non potevano mancare poesie e aforismi per Alberto Casiraghy. Sono testi affettuosi, complici, ironici, che vanno dalla consapevolezza di un’affinità elettiva fino all’autoironia estrema con quel «per il matto di Osnago darei la mia follia», che fa sorridere e pensare. È giocosa anche la fotografia del bibliofilo Giorgio Matticchio, che ritrae i due artisti insieme e che ne racconta la grande complicità, quella che porta la Merini a citare l’amico nel suo testamento: «Ad Alberto Casiraghy delego la chiusura della mia tomba».
La mostra, che prevede anche la presentazione del catalogo delle edizioni Merini-Casiraghy in edizione limitata, offre, inoltre, l’occasione per presentare l’archivio delle oltre diecimila edizioni Pulcinoelefante.
«Non finisce di stupire -raccontano gli organizzatori- l’elenco degli autori e degli artisti coinvolti e il felice stato di grazia che assiste l’editore brianzolo da quasi quarant’anni con continue invenzioni grafiche e tipografiche, che fanno di lui, nella molteplice veste di tipografo-grafico-autore-editore-pedagogo, l’erede più vicino di Bruno Munari».
Riflettere sull’ampio catalogo Pulcinoelefante, in cerca di una casa definitiva, fa dire che aveva proprio ragione Vanni Scheiwiller a definire quei libretti dalla linea inconfondibile «miniedizioni per libridinosi» o «ghiottonerie per spiriti liberi». Liberi come Alda Merini, espressione di quel coraggio tutto femminile di rimanere sempre se stesse nonostante tutto e tutti. Liberi come Alberto Casiraghy, che ha fatto proprio, anche a costo di sacrifici, un consiglio greco: fai fiorire la tua areté, la tua virtù, «diventa ciò che sei».

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Alda Merini e Alberto Casiraghy. © Matticchio; [fig. 2] Alda Merini, «Breve storia del Pulcinoelefante», 1994. Con un’opera di Alberto Casiraghy. Copertina librino; [fig. 3] Alda Merini, «Il Paradiso», 2004. Con un disegno di Arnoldo Mosca Mondadori. Dettaglio; [fig. 4] Alda Merini, «Aforismi per matti», 2001. Con un disegno di Jgor Ravel (pseudonimo di Alberto Casiraghy). Copertina librino; [fig. 5] Alda Merini, «Parole», 2007. Grafica di Luigi Mariani 

Informazioni utili 
Alda Merini e Alberto Casiraghy. Storia di un’amicizia. Casa Museo Boschi Di Stefano, Via Giorgio Jan 15 – Milano. Orari martedì-domenica, ore 10.00-18.00; lunedì chiuso. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. 02.88463736, c.casaboschi@comune.milano.it. Uffici stampa: info@irmabianchi.it ed elenamaria.conenna@comune.milano.it. Fino al 10 novembre 2019.