ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 17 aprile 2024

«Foreigners Everywhere», alla Biennale di Venezia un atlante di voci ai margini del mondo

È un atlante di voci ai margini, di presenze spesso escluse dalla narrazione dominante per motivi culturali, identitari e linguistici, quello che disegna la sessantesima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte di Venezia, in programma da sabato 20 aprile a domenica 24 novembre tra i viali dei Giardini e nelle navate dell’Arsenale, ma anche nell’intera città veneta grazie alla presenza di una trentina di eventi collaterali e di ottantasei Padiglioni nazionali, tra cui quelli del Benin, dell'Etiopia, di Timor Leste e della Tanzania al loro debutto.
«Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)» è il titolo scelto dal brasiliano Adriano Pedrosa, direttore artistico del Museu de Arte de São Paulo Assis Chateaubriand e primo curatore sudamericano nella storia della Biennale, per il suo progetto espositivo che porta in Laguna artisti outsider, autodidatti, queer e indigeni, molto spesso immigrati, espatriati, diasporici, esiliati e rifugiati, per un totale di oltre trecentotrenta partecipanti, tutti mai invitati prima d’ora all’esposizione veneziana. 

L’espressione che fa da filo rosso alla mostra - suddivisa in due nuclei tematici, uno contemporaneo e l’altro storico - è tratta da una serie di sculture al neon di vari colori, realizzata, a partire dal 2004, dal collettivo Claire Fontaine, nato a Parigi e con sede a Palermo, conosciuto per la sua lotta, nei primi anni Duemila, contro il razzismo e la xenofobia in Italia. Questi lavori, che costellano il percorso espositivo a Venezia con una sessantina di versioni in lingue diverse (comprese alcune in via d’estinzione), riportano la scritta «Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)», un'«espressione» che – scrive Adriano Pedrosa - «ha più di un significato. Innanzitutto, vuole intendere che ovunque si vada e ovunque ci si trovi si incontreranno sempre degli stranieri: sono/siamo dappertutto. In secondo luogo, che a prescindere dalla propria ubicazione, nel profondo si è sempre veramente stranieri».
Il curatore brasiliano delinea così una mappa più emotiva che geografica. Traccia un percorso che non cerca l’unità ma la molteplicità, attraverso un mosaico di storie dissonanti, a volte fragili, spesso potentemente necessarie. In mostra, le lingue si mescolano, i volti si moltiplicano, i confini si fanno porosi, le immagini sembrano provenire da luoghi del mondo difficili da nominare. Si diventa stranieri tra gli stranieri, o meglio stranieri nella propria casa, in un viaggio dove protagonista è il sud del mondo.
 
Entrando, il primo segno che si incontra, sulla facciata del Padiglione centrale, è «Kapewe Pukeni», un monumentale murales di 750 metri quadrati realizzato per l’occasione dal collettivo Mahku (acronimo di Movimento dos Artistas Huni Kuin), formato nel 2013 da artisti appartenenti al popolo indigeno Huni Kuin dell’Amazzonia brasiliana, ai confini con il Perù. Figure umane, animali, spiriti e pattern geometrici si intrecciano in una composizione ritmica dai colori intensi e ipnotici, i cui motivi iconografici sono ispirati dai canti rituali (huni meka), tramandati oralmente all’interno della comunità.
All’Arsenale, negli spazi delle Corderie, il visitatore è, invece, accolto da «Takapau» (2022): una grande e scenografica installazione tessile che evoca una capanna e una culla, con cui il collettivo neozelandese Maataho, formato da quattro artiste māori, ovvero Bridget Reweti, Erena Baker, Sarah Hudson e Terri Te Tau, celebra la sacralità della vita e il momento della nascita, omaggiando una antica tradizione della terra natia che si trasmette per via matrilineare.
Poco distante, sempre all’ingresso delle Corderie, si trova una scultura-manichino dell’artista britannico, di origine nigeriana, Yinka Shonibare: «Refugee Astronaut VII», un’opera appartenente a una serie iniziata nel 2015, che raffigura un astronauta a grandezza naturale ricoperto da tessuti multicolori africani, con, sulle spalle, una rete colma di oggetti per affrontare le crisi ambientali del nostro tempo.
Queste due opere ci introducono a uno dei fili rossi della Biennale di Adriano Pedrosa, quello che trasforma fibre naturali, stoffe, ricami e intrecci - materiali antichi e quotidiani – in un linguaggio per dare voce a esperienze di migrazione, esilio e identità fluide. Tra i tanti lavori di arte tessile esposti si segnalano: la grande tela ricamata del gruppo cileno Bordadoras de Isla Negra, che racconta la quotidianità di un paese costiero sudamericano attraverso fili di lana e colori vivaci; le opere in fibra di chaguar (una pianta spinosa che cresce nella regione del Gran Chaco) realizzate dall'argentina Claudia Alarcón con l’aiuto del collettivo Silät (un centinaio di donne tessitrici di diverse generazioni delle comunità Wichí di Alto la Sierra e La Puntana); e gli arazzi della defunta artista filippina Pacita Abad, che utilizzava la tecnica del trapunto (pittura su tela imbottita), arricchendo le superfici con perline, specchi e conchiglie.

Parlare di marginalità significa anche parlare di attivismo, ovvero di tutte quelle azioni che sfidano lo status quo per produrre cambiamenti sociali, politici e ambientali nella nostra quotidianità. Ed ecco così che, alle Corderie, nell’ambito del «Nucleo contemporaneo», viene proposta una sezione speciale dedicata al progetto «Disobedience Archive» di Mauro Scotini, con una selezione di video, realizzati tra il 1975 e il 2023 da trentanove artisti e collettivi, che hanno raccontato le relazioni tra pratiche artistiche e politica, dall’«Attivismo della diaspora» alla «Disobbedienza di genere».

Per quanto riguarda il «Nucleo storico», Adriano Pedrosa ha ideato tre sotto-sezioni all’interno del Padiglione centrale: «Ritratti», con opere realizzate in un arco di tempo compreso tra il 1905 e il 1990 da centododici artisti provenienti da America Latina, Africa, Asia e mondo arabo; «Astrazioni», con trentasette autori come l’indiana Monika Correa e la colombiana Fanni Sanín, e, per finire, «Italiani ovunque», un focus sulla diaspora degli artisti nostrani che si sono trasferiti all’estero integrandosi nelle culture locali. Tra questi c’è Lina Bo Bardi, Leone d’Oro alla memoria nella Biennale 2021.
Nel «Nucleo storico», con lavori che non avevamo mai visto sui libri di testo europei e che raccontano un altro Modernismo, Madge Gill (dal Regno Unito), Anna Zemánková (dalla Repubblica Ceca) e Aloïse Corbaz (dalla Svizzera) ci restituiscono visioni emerse da un altrove interiore: disegni fitti, ossessivi, traboccanti di simboli raccontano un’arte che è soprattutto diario intimo, che reclama il diritto alla vulnerabilità, un altro volto della marginalità.

In ultima analisi, «Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)» non si limita a mappare una geografia alternativa dell’arte, ma impone una revisione ontologica della figura dell’altro. L’esposizione si distacca dalle narrazioni egemoniche per farsi archivio vivente di resistenze e di estetiche transfrontaliere. Le opere selezionate da Adriano Pedrosa agiscono come frammenti di uno specchio infranto in cui l’osservatore, finalmente spogliato delle proprie certezze identitarie, si scopre straniero a se stesso. Ed è proprio in questa frattura che si apre lo spazio più fertile della mostra: non un luogo di riconciliazione, ma di attraversamento. L’alterità non è più oggetto da contemplare o da integrare, bensì una condizione condivisa, un principio dinamico che destabilizza e, al contempo, rigenera. In tal senso, la Biennale 2024 si configura come un esercizio di dislocazione percettiva e simbolica, in cui ogni posizione si rivela provvisoria, ogni appartenenza negoziabile.
Quando il percorso espositivo giunge al termine, ciò che resta non è una cartografia definita, ma una tensione irrisolta, una consapevolezza rinnovata della porosità dei confini geografici, culturali e linguistici. La mostra non offre una sintesi, né pretende di farlo: lascia piuttosto il visitatore in uno stato di sospensione critica, invitandolo a proseguire altrove, nel mondo, quel movimento di interrogazione che qui ha soltanto preso forma.

Didascalie delle immagini
1. MAHKU (Movimento dos Artistas Huni Kuin), Kapewe Pukeni [Bridgealligator], 2024, site-specific installation, 750 m2, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by Matteo de Mayda, courtesy La Biennale di Venezia; 2. Nil Yalter, Pink Tension, 1969, acrylic on canvas, 120 × 180 cm, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by: Matteo de Mayda, courtesy La Biennale di Venezia;3. Vista di Italiani ovunque, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 4. Claire Fontaine, Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque), 2004-24 and Yinka Shonibare, Refugee Astronaut VIII, 2024, exhibition view, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere,  photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 5. Bordadoras de Isla Negra, Untitled, 1972. Collection Centro Cultural Gabriela Mistral. Exhibition view, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere,  photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 6. Dana Awartani, Come, let me heal your wounds, Let me mend your broken bones, as we stand here mourning 2019. Darning on medicinally dyed silk, 630 cm x 720 cm x 300 cm. Photo by Marco Zorzanello. Courtesy of La Biennale di Venezia

Informazioni utili
60. Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. Giardini della Biennale e Arsenale - Venezia. Orari di apertura: fino al 30 settembre, ore 11.00 – 19.00 (ultimo ingresso 18.45) | dal 1° ottobre al 24 novembre, ore 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso 17.45) | chiuso il lunedì (con alcune eccezioni indicate dal programma ufficiale). Biglietto singolo: intero €30, ridotto €20 (over 65 e residenti Venezia), ridotto studenti/under 26 €16. Biglietto pluringresso: 3 giorni €40, 7 giorni €50. Sito internet: https://www.biennale.org. Fino al 24 novembre 2024



Milano Design Week #3: le proposte più interessanti del distretto 5Vie

È una delle designer indiane più rilevanti e talentuose del nostro tempo, interprete di uno stile creativo colorato, giocoso e non convenzionale, attento alle tradizioni e alle usanze del suo Paese, l’artefice di una delle proposte espositive più attese della Milano Design Week a 5Vie, l’affascinante distretto tra corso Magenta, Sant’Ambrogio e le Colonne di San Lorenzo, un armonioso e magico incrocio di strade dove, in un riuscito incontro tra antico e moderno, sfilano palazzi storici, spettacolari cortili, chiese, resti archeologici, laboratori artigiani, showroom e gallerie d’arte contemporanea. 

Con la curatela di Maria Cristina Didero, Gunjan Gupta porta, in un elegante palazzo ottocentesco di via Cesare Correnti 14, conosciuto come Casa del diavolo, il suo «Indian Tiny Mega Store», un tipico supermercato indiano, proposto in miniatura, animato da musiche coinvolgenti, sapori speziati, colori caldi e profumi orientali. All’interno dello spazio, su scaffali in legno del XVIII secolo, vengono presentati ventuno manufatti per la tavola di uso quotidiano - bicchieri, tazze e piatti -, ispirati, nella vivacità dei colori e nell’eleganza delle forme, alle ceramiche «Totem» di Ettore Sottsass, che danno corpo alla filosofia indiana secondo cui ogni giorno è un dono sacro e, quindi, ogni giorno dovrebbe essere celebrato come tale.

Quello di Gunjan Gupta è uno dei settantacinque appuntamenti che il distretto 5Vie presenta in occasione della sua undicesima edizione del Fuorisalone, la cui offerta espositiva ruota attorno al tema «Unlimited Design Orchestra», scelto per indicare una polifonia di proposte che, nel rispetto delle reciproche differenze e grazie a un virtuoso gioco di squadra, focalizza la propria attenzione sulla dimensione più «intrinsecamente umana e umanistica» della progettazione, quella che si materializza come mescolanza tra culture diverse, attenzione alla sostenibilità dei materiali utilizzati, capacità di far dialogare le persone riportando al centro del dibattito valori come il rispetto e la tolleranza.
 
Quartiere generale del distretto è la cornice settecentesca di Palazzo Litta, in corso Magenta, dove lo studio spagnolo Eliurpi, composto da Elisabet Urpí e Nacho Umpiérrez, mette in scena la dolcezza e la bellezza del filo di paglia e la tecnica tradizionale della sombrerería presentando le sue creazioni nell’ambito della mostra «Shadows & Poems», a cura di Mr. Lawrence.
Allo stesso indirizzo la designer Sara Ricciardi, una presenza ormai fissa nella proposta di 5Vie per la Design Week, dà vita a un’oasi di pace e di meditazione con «Under the Willow Tree», un’installazione immersiva che invita i visitatori a entrare tra le fronde sonore di un salice piangente, realizzate con le pregevoli creazioni tessili dell'Antica Fabbrica Passamanerie Massia Vittorio 1843 di Torino, in grado di produrre vibrazioni acustiche tramite piccole campane metalliche che, al passaggio delle persone o grazie al vento, restituiscono una melodia che sembra un richiamo ancestrale.
Sempre a Palazzo Litta, dove nel cortile d’onore è esposta la leggiadra e poetica installazione «Straordinaria» del collettivo giapponese we+, ispirata alla leggerezza delle nuvole, la mostra «Salvage» presenta il lavoro di Jay Sae Jung Oh, la cui ricerca creativa è sia una critica alla nostra cultura consumistica dell’usa e getta sia un invito a riflettere sul valore della memoria. La designer di origini coreane, residente oggi a Seattle, realizza, infatti, sorprendenti manufatti d’arredamento utilizzando oggetti abbandonati, che avvolge in sottili strati di iuta o pelle grezza, come a volerli proteggere e salvare dall’oblio e dall’incuria del tempo. 
Rimanendo nello storico palazzo di corso Magenta è possibile vedere anche «Natural selection», un’opera sull’acqua di Kostas Lambridis, «Trattoria Altra Vista» di Anotherview, un progetto itinerante per promuovere l’Italia nel mondo che si avvale dell’allestimento teatrale di David Dolcini, e l’installazione «Omi Iyo» del designer nigeriano Nifemi Marcus-Bello, un lavoro che ricorda uno scafo di una barca e che racconta i drammatici viaggi dei migranti.
Completa l’offerta espositiva di Palazzo Litta la collettiva «Prendete e Mangiate» sul food design e le relazioni umane, curata da Linda Pilar Zanolla, che espone i lavori di Studio Serena Cancellieri, Ron Arad, Giopato & Coombes, MA! Studio, Daria Dazzan e Marie Eklund.
 
Tra le tappe del distretto 5Vie da non dimenticare c’è anche la Veneranda biblioteca ambrosiana, dove, all’esterno, è visibile la monumentale installazione «L’uomo stanco» di Gaetano Pesce, il designer scomparso lo scorso 3 aprile all’età di 84 anni, a cui l’istituzione di piazza San Pio XI dedicherà, dal 19 aprile, anche la monografica «Nice to See You», con una trentina di opere, la maggior parte inedite.
 
Una visita merita, poi, l’Università Cattolica del Sacro Cuore che debutta alla Milano Design Week con una sezione della mostra diffusa «Cross Vision», promossa dal magazine «Interni» per i suoi settant’anni di attività. Nel Cortile d’onore Pio VII è collocata la Sonosfera, un teatro eco-acustico trasportabile che offre un’esperienza immersiva sonora e visiva con il progetto «Fragments of Extinction /Frammenti di estinzione - Il patrimonio sonoro degli ecosistemi», ideato dal ricercatore e compositore eco-acustico David Monacchi come una sorta di macchina del tempo che offre una ricognizione sonora del mondo naturale in via d’estinzione. Altre due installazioni completano la partecipazione dell’ateneo al Fuorisalone 2024: una videoproiezione di CastagnaRavelli, che la sera ravviva l’impalcatura davanti alla Caserma Garibaldi con immagini di fiori in movimento, e Queeboo di Marcantonio, con animali in polietilene di grandi dimensioni, che si illuminano creando un universo onirico tra fantasia e realtà.
 
Un’altra location nuova per la Design Week, in questo caso tutta da scoprire, è l’ex autorimessa multipiano di viale Gorizia 14, in Darsena, realizzata a partire dal 1938 e ultimata alla fine degli anni ‘40 sotto la supervisione dell’architetto Marco Zanuso, che Mosca Partners ha scelto per la quarta edizione della collettiva «Design Variations». Oltre 90 designer espongono le proprie creazioni, in un allestimento a cura di Park Associati, che rinnova gli ampi volumi interni dello spazio, articolato su una superficie di circa 3mila metri quadrati, attraverso l'uso di mattoni termici in canapa e calce di Biomat in un’ottica di attenzione all’ambiente. A salutare i visitatori all’ingresso c’è un «Corridoio», colorato e carico di grafismi, di Nathalie du Pasquier, composto da dodici pannelli decorativi, stampati su MEG - un materiale resistente e versatile fornito da Abet Laminati.
 
In Darsena c’è anche lo spazio espositivo più piccolo di questa edizione della Design Week: l’Edicola Radetzky, un chiosco in stile Liberty in ferro e vetro, dall’inconfondibile tetto a pagoda, che lo studio di architettura RNA Riccardo Nemeth Architecture, giovane realtà milanese nata nel 2015, ha scelto per la mostra «less space more design», al cui interno sono presentati quattro pezzi unici: una lampada da tavolo, una sedia, un sideboard e un letto. Questi oggetti trasformano i 2,5 metri quadrati dello spazio espositivo in un microcosmo di bellezza e innovazione, completato da elementi e finiture che richiamano l'intimità di una casa, come un pavimento, uno specchio, un libro, delle cornici, le luci a soffitto. 

Oltre alla «Design Variations», ritorna, dopo il successo dello scorso anno, anche «L’appartamento» di Artemest, una celebrazione della bellezza e dell’unicità dell’artigianato e del design italiano, a cui fa da scenario una principesca dimora milanese costruita agli inizi del Novecento: la Residenza Vignale (in via Enrico Toti, 2), a due passi dal Cenacolo di Leonardo da Vinci.
Il lussuoso ingresso è firmato da Studio Meshary AlNassar, la sala da cocktail è disegnata da Elicyon, la raffinara sala da pranzo è stata affidata a VSHD Design, il salotto a Rottet Studio, la sontuosa camera da letto è stata pensata da Tamara Feldman Design, mentre il cortile è stato curato da Gachot. Tutti gli studi coinvolti hanno utilizzato esclusivamente arredi, complementi, illuminazione e arte acquistabili sulla piattaforma di e-commerce di Artemest.
 
Altra dimora privata da visitare nel distretto 5Vie è Casa Ornella, un appartamento (così denominato in onore alla cantante Vanoni) che si trova dietro la storica pasticceria Cucchi, in via Conca del Naviglio 10. L’allestimento cambia di anno in anno e per il 2024 la designer toscana Maria Vittoria Paggini-MVP ha ideato «Porno Chic»: un nuovo, elegante e coloratissimo progetto di interior design basato sul corpo e sulla nudità.
 
5Vie è, poi, una vetrina di lusso per il mondo della progettazione d’Oltralpe, che sbarca all’Institut français Milano con la mostra «Nomadic nuances» (aperta fino al 18 maggio), all’interno della quale è presentata, in un allestimento scenografico a cura dello studio Atelier du Pont (Anne-Cécile Comar & Philippe Croisier), una selezione dei progetti di architettura e d’interni che hanno vinto la terza edizione del premio Le French Design 100.
 
Proseguendo, in linea con il tema di questa edizione del Fuorisalone, ovvero «Materia natura», in piazza Cordusio c’è «My garden», un progetto dell’architetto Michele Perlini con piccole serre medicali di quartiere dove raccogliere erbe officinali e germogliati; mentre nel Giardino di Alik Cavaliere, in via De Amicis 17, Terrasza, nuova piattaforma phygital dedicata al design per esterni, ricrea un'area verde dove rigenerarsi, osservando complementi d’arredo dedicati al vivere all’aria aperta o ammirando le fotografie floreali della serie «Soli» di Francesca Romano, ma anche vedendo un cinema sotto la volta stellata o bevendo un caffè.
 
E, per finire in bellezza, non poteva mancare l'ormai consueta Design Pride di 5Vie, la street parade nata sette anni fa da un’idea di Stefano Seletti che, con il suo spirito ironico e coinvolgente, invita tutti a festeggiare il design. Nel tardo pomeriggio di mercoledì 17 aprile il colorato corteo di carri, striscioni, musica, balli e live performance partirà da piazza Affari e attraverserà il cuore di Milano, passando da largo Cairoli e viale Alemagna, fino a giungere all'Arco della Pace per il party finale. Una festa nella festa, quella che, in questi giorni, colora Milano con oltre mille eventi sparsi per tutta la città, dal centro alla periferia.

Didascalie delle immagini
1. Casa Ornella. Foto di Ilaria Corticelli; 2. Indian tiny mega store, Ikkis Akshay Rangoli Styled Shoot; 3. Straordinaria, we+, Elica e Fondazione Ermanno Casoli per Fuorisalone 2024, Palazzo Litta, Milano. ©Antinori; 4. Progetto di Eliurpi per Palazzo Litta, Milano; 5. «L’appartamento» di Artemest, 6. e 7. Mostra di Le Frenc Design. Foto di Silvia Sirpresi; 8. Design Variations 2024 - Exhibition view Ph. Nathalie Krag; 9.Immagine promozionale per Casa Radetzky - less space more design 10. Cartolina di Terrasza; 11. Un fiore della serie Soli di Francesca Romano

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martedì 16 aprile 2024

Milano Design Week #2, tutti gli appuntamenti da non perdere al Brera Design District

È la seconda metà del Settecento quando Maria Teresa d’Austria, la prima e unica donna a capo dei vasti possedimenti dell’impero asburgico, tra cui c’era anche la Lombardia, decide di dar vita a Milano a una cittadella delle arti e della scienza. Il Palazzo di Brera, edificio sorto su un antico convento trecentesco dell’ordine degli Umiliati, successivamente passato all’Ordine dei Gesuiti, il cui attuale assetto si deve all’architetto seicentesco Francesco Maria Richini, diventa il cuore di questo progetto illuminato destinato a cambiare il volto di un intero quartiere. Una grande biblioteca pubblica, l’Orto botanico, la Società patriottica (poi Istituto lombardo di scienze e lettere), la celebre Accademia di belle arti e la Pinacoteca, oltre al già presente Osservatorio, trasformano quel borgo molto popolare a pochi passi dal Duomo e dal Castello Sforzesco, il cui nome deriva dal termine medioevale di origine longobarda «brayda», ovvero «campo erboso, terreno incolto», nella casa degli artisti.
 
Tra le strade ciottolose del quartiere e nelle sale dell’Accademia muovono i propri passi maestri bohèmien della scapigliatura come Tranquillo Cremona e Daniele Ronzoni, mentre, nei primi decenni dell’Ottocento, il romantico Francesco Hayez, l’artista definito da Giuseppe Mazzini «il capo della scuola di pittura storica che il pensiero nazionale reclama in Italia», forma una generazione di pittori. Adolfo Wildt è, invece, a capo della cattedra di plastica della figura nei primi decenni del Novecento e vede tra i banchi della sua classe Lucio Fontana, Fausto Melotti, Luigi Broggini e il meno noto Giuseppe Busuoli. Piano, piano Brera si popola di locali: la latteria delle sorelle Pirovini, il bar della Titta, il Soldato d’Italia e il leggendario Jamaica. È ai tavolini di questo locale, aperto nel 1911, che si siede, per un bicchiere di vino o per una chiacchierata con gli amici, il fior fiore dell’arte e della cultura italiana, da Gianni Dova a Roberto Crippa, da Cesare Peverelli a Bruno Cassinari, da Samboné a Roberto Treccani, da Piero Manzoni a Emilio Tadini, dai poeti Giuseppe Ungaretti e Salvatore Quasimodo ai fotografi Ugo Mulas e Mario Dondero.

Nasce così il mito della «Montmartre milanese delle Avanguardie», uno dei quartieri più iconici della città, che ancora oggi mette in mostra la sua allure creativa con il Brera Design District, marchio registrato da StudiLabo, nato quindici anni fa e diventato, negli anni, una delle tappe obbligate nei giorni del Salone del mobile

Per l’occasione il distretto, al momento uno dei più importanti a livello internazionale per la promozione della cultura del progetto, indossa il suo vestito migliore e, fino al 21 aprile, propone più di duecentoventi appuntamenti tra mostre, grandi installazioni, opere d’arte site-specif, riflessioni sulla sostenibilità del nostro abitare, con il tema «Materia natura» scelto da Fuorisalone.it a fare da filo rosso, nonché presentazioni di nuove collezioni nei 196 showroom permanenti del quartiere, tra cui si annoverano 15 nuove aperture dallo scorso maggio. In via Manzoni debuttano quattro insegne: Davide Groppi, DePadova, laCividina e Talenti. In via Fiori Chiari attireranno l’attenzione dei visitatori le inedite Schumacher e THG Paris. E, poi, nel dedalo di strade tra le fermate di Lanza e Turati, fanno il loro esordio anche gli showroom di Alice Ceramica, Atelier Tapis Rouge, Calligaris Flagship Store, Delvis Unlimited, Dornbracht, Ceramica Sant'Agostino, Nic, Rossin e Voilàp home.

Tra gli eventi più attesi, e di sicuro impatto scenico, c’è quello promosso da Porsche: «Lines of Flights», una scultura interattiva realizzata dal collettivo austro-croato Numen/For Use (formato da Sven Jonke, Christoph Katzler e Nikola Radeljković), che intreccia e ingarbuglia, negli spazi del seicentesco Palazzo Clerici, una grande rete sospesa fatta da una maglia leggera di cellule in metallo, una sorta di paesaggio fluttuante e di «amaca sociale», la cui struttura reticolare si ispira al motivo pied de poule del tessuto Pepita, usato per i rivestimenti di alcuni modelli iconici della casa automobilistica tedesca a partire dagli anni Sessanta.
 
Tra gli appuntamenti da segnarsi in agenda ci sono «There is no kitchen» del marchio tedesco Bulthaup, nel cortile d'onore della Pinacoteca di Brera, l’installazione «Transitions», presentata da Stark nella Sala dei Pilastri del Castello Sforzesco, trasformata per l'occasione in uno spazio multisensoriale e interattivo, tra pattern sinuosi e inaspettati che nascono dalla presenza o dall'assenza di acqua.
 
Altre location di grande suggestione, in alcuni casi aperte per l’occasione, sono: Palazzo Cusani, dove il brand tedesco MCM espone la collezione Wearable casa concepita dall'Atelier Biagetti; Palazzo Citterio, con ventiquattro lampade del marchio spagnolo Loewe; Palazzo Crivelli, che propone un’esperienza multisensoriale a base del distillato sudamericano Zacapa Rum; il sagrato e i chiostri della Chiesa di San Marco, vetrina per l’outdoor living; Palazzo Landriani, con la mostra «Gravity of Light» di Poggenpohl; la Chiesa di Santa Maria Incoronata, con le sedute dell’installazione «Oasi dell'inclusione»; e, infine, la sede del «Corriere della Sera», in via Solferino 28, dove è messa in scena l’installazione «Design, Dismantle, Disseminate», ideata dallo studio Mario Cucinella Architects, che dà forma a «nuova città» realizzata con cassette di frutta, che, dopo aver dato vita a uno spazio urbano inedito, saranno smontate per tornare alla loro funzione originale.
 
In un altro luogo di grande fascino, l’Orto botanico, il magazine «Interni», che quest’anno festeggia i suoi settant’anni di attività con la mostra diffusa «Cross Vision», presenta, in collaborazione con Eni, l’installazione «SunRice – La ricetta della felicità», ideata da Carlo Ratti Associati e Italo Rota (l’architetto scomparso lo scorso 6 aprile), in collaborazione con lo chef stellato Niko Romito. Protagonista di un percorso esperienziale tra piante e fiori è un alimento semplice come il riso, interpretato prima come pianta, poi come ingrediente per un biscotto e infine come materia prima per un’architettura inedita e sostenibile fatta con gli scarti di lavorazione del prodotto, che, in un’ottica di virtuosa circolarità, si trasformerà in pacciamatura, in nuova linfa per le piante del polmone verde di Brera.
 
Offre un luogo di fuga dalla frenesia dal caos di questi giorni milanesi, anche Grand Seiko con il progetto «Materia in movimento» nello spazio Casa Brera, in via Formentini 10, trasformato per l’occasione in un bosco urbano di betulle, dove sperimentare il forest bathing, una tecnica di meditazione giapponese che permette di immergersi nella natura e riconnettersi con essa, e riflettere così sull’importanza del tempo, quello che la maison di orologeria nipponica scandisce con i suoi prodotti.
 
Poco lontano (a circa cinque minuti a piedi), in via Cernaia 1, Casa Mutina apre le porte a una personale del designer francese Ronan Bouroullec, reduce da una mostra al Centre Pompidou di Parigi, nella quale vengono presentate due nuove collezioni di rivestimenti, una da interno e una da esterno, insieme a nuovi oggetti in ceramica realizzati in edizione limitata.

Altro appuntamento da non perdere è quello all’Hub Gattinoni, in via Statuto 2, che diventa per un’intera settimana la casa di glo, brand di punta di Bat Italia per i dispositivi scalda stick destinati ai fumatori, e ospita un’installazione immersiva firmata da Emiliano Ponzi, tra i più rinomati illustratori del panorama nazionale e internazionale. L’artista, noto per il suo stile concettuale e raffinato, dà vita a «Flower Up», un’opera site specific di grande impatto e dalla forte carica tecnologica, che si configura come un vero e proprio inno al colore e alla positività. Attraverso un tunnel immersivo, dove realtà e meraviglia si intrecciano in una realistica esplosione di sagome, cromie e petali fluttuanti, si giunge nel «Giardino delle meraviglie», caratterizzato da scultura di grande impatto: un maestoso albero con fiori e petali colorati.
 
Un’esperienza all’insegna del colore è anche quella che propone Chiquita con Romero Britto, esponente del NeoPop e fondatore dell’Happy Art Movement, che, negli spazi della casa d’arte Cambi, ricrea uno spazio immersivo, interattivo e colorato per celebrare la banana più famosa del mondo.

Il Brera design district è, infine, anche la sede scelta da due delegazioni straniere per presentare il meglio del loro design. Palazzo Confalonieri mette in mostra la creatività austriaca con trenta produttori e top designer del Paese, presentati attraverso un concept creativo realizzato dai pluripremiati architetti Vasku & Klug
La Casa degli artisti diventa «House of Switzerland Milano» e punta i riflettori sulla variegata scena elvetica proponendo 23 progetti di designer, studi, università, marchi e gallerie, che danno forma al tema della gioia, filo rosso di quest’anno, in maniera innovativa e ricca di sfaccettature. Panchine, protezioni antipioggia, apparecchiature per DJ di alta qualità, una collezione di vasi in vetro, ma anche un braccio robotico, vecchie corde da arrampicata che diventano tappeti colorati, scarpe per bambini caratterizzate da un riutilizzo responsabile dei materiali sfilano lungo il percorso espositivo, che parte da una domanda: «qual è il ruolo che il design può assumere nella società e in che modo la gioia può essere sfruttata come fattore positivo di trasformazione?». La cultura del progetto pone, dunque, attenzione all’economia circolare. Si fa attenta all’ambiente per costruire un futuro sostenibile.

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