ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 9 aprile 2024

Una storia fragile, ma antica: la Barovier&Toso diventa una fondazione per diffondere la tradizione del vetro muranese

Ventiduemila schizzi di Ercole Barovier (1889-1974), migliaia di disegni tecnici di lampadari, foto storiche di prodotti o di ospiti illustri (tra tutti la regina Elisabetta con il marito Filippo), lettere, vecchie cartoline, antichi strumenti di lavoro e una collezione di quasi duecento oggetti ideati all'interno di una delle fornaci più affermate di Venezia: è un tesoro quello che Barovier&Toso, storica azienda muranese in Fondamenta dei Vetrai 28, il canale che in tutto il mondo è sinonimo di «cristallo veneziano» soffiato a bocca e lavorato a mano, ha deciso di mettere a disposizione degli studiosi.
 
L’archivio storico aziendale, per la cui realizzazione sono al momento previsti due anni di lavoro, è il primo progetto della neonata Fondazione Barovier&Toso, istituita dal presidente Rinaldo Invernizzi, a scopo sia conservativo che documentativo, ovvero per tramandare al futuro e contemporaneamente far conoscere al grande pubblico di oggi le fasi di lavorazione di opere e collezioni come i grandi vasi a policrome murrine trasparenti, di ascendenza Liberty, o gli animali della serie «Primavera» (1929), in vetro biancastro striato e craquelé, profilati da grossi filamenti vitrei neri. Sono, questi, due esempi di una tradizione artigianale secolare dal sapore alchemico, che affonda le proprie radici nel 1295 e nell’attività di un tal Jacobello Barovier, di professione phiolarius (soffiatore di fiale in vetro comune, ovvero bottiglie), capostipite di una famiglia che ha visto le proprie opere esposte nei più famosi musei del mondo, dal Louvre di Parigi al Victoria&Albert Museum di Londra, e che ha lasciato alla storia di Venezia alcune delle principali tecniche di lavorazione, da quella del «vetro a ghiaccio», citata per la prima volta nel 1570 in una carta veneziana, a quella detta «rugiada», inventata nel 1938, che si ottiene fissando a caldo, in fase di lavorazione, minuti frammenti di vetro all'oggetto per donargli estrema brillantezza.

Il vero fondatore della gloria familiare fu però, sul finire del Quattrocento, Angelo Barovier (1405?-1460). Di lui si hanno poche notizie, ma è certo – stando alle indicazioni fornite dal Filarete nel suo «De Architectura» - che il maestro muranese eccelse nella composizione di paste vitree e in decorazioni «intarsiate» di vetri colorati «a guisa di mosaico», ma che fu anche, e soprattutto, l’inventore della rivoluzionaria tecnica del «cristallo veneziano», un vetro incolore, dalle straordinarie caratteristiche di estrema trasparenza e brillantezza, di cui si parla per la prima volta in un decreto della Repubblica di Venezia del 1455.
 
Particolarmente apprezzata fu anche l’attività della figlia, Marietta Barovier, imprenditrice e designer che nel 1497, per concessione del doge Agostino Barbarigo, aprì una propria piccola fornace in cui cuocere i vetri decorati a smalto e dove inventò anche la «rosetta», una perla che riproduceva i petali di una rosa mescolando, strato dopo strato, il bianco, il rosso e il blu.
All’arista muranese viene, oggi, attribuita anche la realizzazione della celebre «coppa Barovier» (1460-1470), un contenitore dalle tonalità blu, dipinta a mano e decorata in oro, con motivi ornamentali e medaglioni smaltati, che fa parte della collezione dei Musei civici veneziani, nonché – scrive Giulio Lorenzetti sulla Treccani - «altri preziosi esemplari, come quelle mirabili coppe, bicchieri, tazze conservate nello Schlossmuseum di Berlino, nelle collezioni Dutuit e del barone Maurice de Rothschild a Parigi, nelle raccolte del South Kensington Museum di Londra. Di forma assai semplice, con ampie superfici lisce, questi vetri, […] di colorazioni a tinte cupe imitanti le pietre rare, come il rosso rubino, il verde smeraldo, il viola ametista, sono ornate con pittura a smalto, a semplici motivi ornamentali, a strisce, a squame, a puntini, a racemi, o con figurazioni di soggetti sacri e soprattutto profani, tratte da incisioni e xilografie del tempo […]».

Di secolo in secolo, di creazione in creazione, si arriva al 1878 quando i Barovier fondarono la «Artisti Barovier», la prima vera società della famiglia, che si fuse, nel 1936, con la «Saiar Ferro Toso» e, nel 1942, con la «Fratelli Toso» per diventare l’odierna Barovier&Toso e rinnovare così una traduzione lunga sette secoli, che, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, conobbe anche l’introduzione della lavorazione detta dei «murrini fusi» (tessuti vitrei per modelli figurativi, spesso floreali, e per modelli astratti) e l’ottenimento di due brevetti per la produzione del «vetro madreperla» e del «rosso corniola senza oro».

Il Novecento fu anche il secolo di Ercole Barovier (1889-1974), a capo dell’azienda dal 1926 al 1972. Sotto la sua guida artistica videro la luce le collezioni «Crepuscolo» (un vetro a tenui arborescenze brunastre ottenute con la lana di ferro inglobata nella parete, modellato in forme massicce e decorato a grossi anelli di cristallo), «Autunno gemmato» (vetro a chiazze rossastre ottenute con la colorazione a caldo senza fusione), «Rostrati» (caratterizzati da grosse punte rifrangenti la luce, ottenute con un particolare espediente tecnico e brevettati), «Rilievi aurati e argentati» (ciotole con frutta, fiori e foglie a rilievo, ricoperti da una foglia d'oro e d'argento) e un'infinita serie di altri lavori dai nomi pittoreschi, fino alle «Neomurrine» del 1972. Oggi, infine, l’azienda è, in tutto il mondo, sinonimo di illuminazione di lusso in vetro soffiato.

Per rendere realtà il progetto di un archivio aziendale della Barovier & Toso è previsto un importante lavoro di ricerca critica, catalogazione e archiviazione di migliaia di documenti e manufatti che verranno resi accessibili, per la prima volta, in formato digitale. Ma la Fondazione ha anche altri importanti scopi statutari. La Barovier&Toso intende, infatti, «promuovere – si legge nella nota stampa - le arti e la cultura da tutto il mondo, approcciando le espressioni artistiche contemporanee da una prospettiva storica, e dando priorità alle iniziative creative legate a Venezia e al suo patrimonio», con un’attenzione particolare, naturalmente, alla lavorazione del vetro, una delle più prestigiose creazioni culturali della Serenissima nel mondo. Lo staff della Fondazione pensa, nello specifico, di creare una collezione d’arte attraverso le donazioni degli artisti e di presentare questi lasciati con mostre temporanee. L’ambizione è di diventare, in questo modo, un crocevia innovativo, dove la tradizione vetraria si fonde con le più moderne espressioni creative – non solo le arti visive, ma anche la musica, la letteratura, la danza e la teatro – creando un dialogo unico e senza tempo.

Le esposizioni sono, in realtà, già da tempo nel Dna di Barovier&Toso, che ha anche un museo privato di arte vetraria sull’isola di Murano, nelle sale di Palazzo Contarini. Per esempio, per la Milano Design Week lo showroom meneghino dell’azienda, in via Durini, ospita, dal 16 al 21 aprile, «Endless | Light Reflections», un’installazione luminosa immersiva dall’aspetto onirico, realizzata da vandersandestudio, composta da sottili colonne in vetro soffiato con effetti luminosi di accensione e spegnimento alternato che poggiano su alcune pareti specchianti installate a terra e soffitto. Mentre, in occasione della 60° Biennale d’arte di Venezia la neonata Fondazione debutta con il suo calendario di mostre presentando la collettiva «H2O Venezia: Diari d’acqua / Water Diaries», in agenda dal 18 aprile al 24 novembre allo SPUMA – Space for the Arts, nel complesso dell'ex Birrificio Dreher, alla Giudecca. Il progetto è il punto di arrivo di un programma di residenza per il quale sono state selezionate cinque artiste - Alizée Gazeau (dalla Francia), Marija Jaensch (dai Paesi Bassi), Amy Thai (dall’Australia), Sofia Toribio (dall’Argentina) e Jiaying Wu (dalla Cina) –, invitate a confrontarsi con un elemento, l’acqua, che da sempre fa parte della vita di Venezia e dei veneziani, vista ora come disagio e minaccia, ora come simbolo di commerci e ricchezza.

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