Quasi in disparte, all'ombra dei caldi mattoni in cotto toscano del Cisternino di Città, c’è un’ulteriore presenza a vigilare su questo enorme spazio pubblico di circa 18mila metri quadrati progettato dall’architetto Luigi Bettarini per coprire il canale d’acqua che circonda il centro storico. È una statua bronzea dallo sguardo austero e dalla barba fluente: è l’effige di Giovanni Fattori, pittore nato a pochi passi da questo scenografico ponte di forma ellittica (che allora non esisteva ancora) il 6 settembre 1825 dalla fiorentina Lucia Nannetti e dall’artigiano livornese Giuseppe Fattori.
Come la piazza anche l’artista, il cui ritratto più intimo ed efficace rimane ancora oggi quello tratteggiato da Ugo Ojetti nel 1911, sfugge alle etichette facili: era un pittore di battaglie che detestava la retorica militare; era un maestro della luce che si definiva un puro verista; era il capofila di un movimento, quello dei Macchiaioli, nato quasi per scherno e diventato, un secolo e mezzo dopo, uno dei capitoli più originali della pittura europea dell'Ottocento.
La statua del maestro toscano, cantore della disillusione post-risorgimentale e paesaggista di verdi distese maremmane specchio della fatica quotidiana, restituite con una sobrietà che rifugge ogni idealizzazione, sembra, oggi, osservare i cittadini e i colti viandanti che vanno verso un appuntamento lungamente atteso: la riapertura della collezione permanente a lui dedicata all'interno dello scrigno ottocentesco di Villa Mimbelli.
Dopo sei mesi di complessi lavori di restyling e grazie a un'attenta revisione del percorso espositivo firmata da Vincenzo Farinella, direttore scientifico dei musei livornesi e professore ordinario di Storia dell'arte all'Università di Pisa, la città ritrova, dunque, un museo, aggiornato ai più recenti standard espositivi e scientificamente rigoroso, dove ripercorrere la storia dell’arte toscana ottocentesca e l’intera epopea artistica del «suo» pittore più illustre, un cittadino labronico tanto orgoglioso dei suoi natali da dire di avere nelle vene «sempre il sangue livornese strafottente».
Villa Mimbelli, una dimora che è già un’opera d’arte
La sede che accoglie questo rinnovato percorso, a trentadue anni dal primo storico allestimento (realizzato nel 1994), è essa stessa un documento di storia sociale e di gusto prima ancora che un contenitore espositivo.
La famiglia Mimbelli, giunta in Toscana dalla Dalmazia intorno alla metà degli anni Cinquanta dell'Ottocento, aveva edificato una fortuna straordinaria grazie al commercio internazionale del grano. Per dare forma tangibile a questo primato mercantile e competere con le più fastose dimore della nobiltà locale, Francesco Mimbelli commissionò nel 1865 l'edificazione di una sontuosa residenza suburbana all'architetto modenese Vincenzo Micheli (1833-1905). I lavori strutturali si conclusero nell’arco di soli tre anni, nel 1868; mentre il parco circostante, ricco di essenze arboree esotiche e rare, fu realizzato nel 1871 dopo il matrimonio di Francesco con Enrichetta Rodocanachi, di aristocratica famiglia greca. La villa fu inaugurata sontuosamente solo nel 1875, a decorazione degli interni ultimata, quando aveva ormai assunto l'aspetto di una macchina scenografica, improntata all'eclettismo ottocentesco. Era cioè diventata il simbolo di un lusso sforzoso che ben restituisce il clima di un’epoca, la seconda metà dell’Ottocento, in cui Livorno era una collaudata destinazione di villeggiatura per l’aristocrazia europea, frequentata da Mary e Percy Shelley, da Ludwig Tieck, da Bertel Thorvaldsen e da Lord Byron.
Varcando la soglia di Villa Mimbelli, il visitatore viene immediatamente immerso in una fitta trama di stili storici che si rincorrono di sala in sala. Al piano terra, l'ambiente più sorprendente e bizzarro è indubbiamente la Sala da fumo, nota anche come Sala moresca: qui le geometrie policrome delle pareti, gli intagli lignei del soffitto e i dettagli del pavimento rievocano l'atmosfera esotica e raccolta di una moschea islamica, assecondando il gusto orientalista tanto in voga nell'Europa dell'epoca.
Lo scalone che collega i piani è impreziosito da una spettacolare balaustra ornata da una sequenza di puttini in terracotta invetriata che guardano con evidenza ai modelli rinascimentali toscani di Luca della Robbia e Donatello, oggetto, in occasione del restauro, di un intervento di recupero integrale. Le pareti della scala, decorate dalle botteghe dei fratelli Pietro e Giuseppe Della Valle, dispiegano prospettive architettoniche di fantasia e rovine classiche di grande suggestione.
Al primo piano, le sale di rappresentanza toccano l'apice della meraviglia decorativa nella Sala degli specchi, l'antica sala da ballo della famiglia. In questo ambiente, una duplice fuga di specchiere contrapposte dilata all'infinito lo spazio visivo; qui si può vedere anche una sottile feritoia che, ai tempi, consentiva alla musica eseguita dall'orchestra, collocata in un ambiente del piano superiore, di diffondersi discretamente tra gli invitati. Il soffitto reca una maestosa allegoria del «Trionfo d'Amore», affrescata dal celebre pittore imolese Annibale Gatti (1827-1909), dove le figure mitologiche si affiancano ai profili di Dante, Tasso e Saffo. Poco oltre, nella Sala rossa (adibita a salone d'onore e anticamera delle stanze private, tra cui la camera da letto di Enrichetta Rodocanachi decorata con grottesche di gusto pompeiano), la volta si illumina delle allegorie del Commercio, della Pace, del Progresso e dell'Industria, realizzate nel 1874 dal pittore accademico Eugenio Giuseppe Conti. Mentre nella successiva seconda Sala da fumo spicca l'estroso caminetto marmoreo dello scultore livornese Lorenzo Gori (1842-1923), sostenuto da due memorabili cariatidi in forma di struzzo, sormontato da un ulteriore affresco di Annibale Gatti raffigurante «Il Granduca Ferdinando II de' Medici mentre presenta lo scultore Pietro Tacca alla moglie Vittoria della Rovere»: un raffinato espediente iconografico che, inserendo lo sfondo del celeberrimo monumento ai Quattro Mori, costituisce un esplicito omaggio alla città di Livorno da parte della famiglia Mimbelli.
Dal «vuoto» ottocentesco all'istituzione del Museo Fattori: breve storia di una collezione comunale
All’interno di queste sale è, oggi, possibile compiere un viaggio nell'arte di Livorno e della Toscana, dalla metà dell'Ottocento agli anni Quaranta del Novecento con nuclei importanti di artisti livornesi quali Giovanni Fattori (con circa cinquanta delle oltre quattrocento opere in collezione), Vittorio Corcos e Plinio Nomellini, ma anche di maestri toscani come Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Boldini, alcuni dei quali sono stati sottoposti a restauro al fine di restituirne la leggibilità e la qualità originaria.
Punto di riferimento importante, dunque, per chi voglia studiare l’arte dei macchiaioli e dei post-macchiaioli, il museo civico livornese, con le sue collezioni, ha avuto una storia complessa e accidentata che la sua attuale eleganza riesce difficilmente a far immaginare.
Quando lo scrittore Henry James attraversò la Toscana nel 1874, nel corso del suo Grand Tour in Italia, notò con sorpresa che Livorno era l'unica città della regione «senza musei». La risposta della municipalità non si fece attendere: il 14 gennaio 1877 nacque ufficialmente la prima Pinacoteca civica, allestita temporaneamente nella Gran sala al primo piano del Palazzo ex Reale, sede dell'Istituto tecnico e nautico.
Il primo nucleo collezionistico si formò grazie a sottoscrizioni pubbliche e all'acquisizione, nel marzo del 1877, di un cospicuo corpus di opere del pittore storico Enrico Pollastrini, scomparso l'anno precedente, a cui si aggiunsero le donazioni di artisti contemporanei come Adolfo Tommasi, Raffaello Gambogi e Guglielmo Micheli. Nel 1896 le raccolte trovarono una più ampia collocazione presso l'ex Ospedale delle donne in piazza Guerrazzi.
La vera svolta istituzionale giunse nel 1908, alla morte di Giovanni Fattori: le collezioni si arricchirono per via testamentaria di un nucleo straordinario di dipinti, disegni e acqueforti lasciati dal maestro alla sua città natale, tra cui il celebre capolavoro «La mandria maremmana». Nonostante l'enorme peso specifico di questo nucleo, l'intitolazione definitiva del museo a Giovanni Fattori avvenne solo nel 1935, in pieno clima di retorica fascista.
Durante la Seconda guerra mondiale, sotto l'egida e l'influenza della potente famiglia Ciano, venne formulato il progetto ambizioso di trasferire le collezioni a Villa Fabbricotti, pensata come una galleria nazionale della pittura macchiaiola. L'incalzare del conflitto bellico bloccò l'operazione; le opere vennero evacuate e ricoverate in luoghi sicuri per sfuggire ai bombardamenti alleati. Non tutte, purtroppo, si salvarono: la monumentale tela «Gli esuli di Siena» (1856), capolavoro assoluto di Enrico Pollastrini e primissimo dipinto entrato nelle collezioni civiche, era troppo grande per essere agevolmente rimossa e andò interamente distrutta sotto le bombe che devastarono la città nel maggio del 1944. Di essa resta oggi in museo soltanto un vivace e prezioso bozzetto preparatorio.
L'inaugurazione del Museo Fattori vide la luce solo nel Dopoguerra: il 4 giugno 1950 al secondo piano di Villa Fabbricotti; mentre il trasferimento a Villa Mimbelli, preceduto da un importante restauro, data al dicembre 1994. La riapertura del 2026, a più di trent'anni da quel trasloco, segna, dunque, la fine di una storia fatta di spostamenti, perdite, ricostruzioni e l'inizio di una pagina bianca tutta da scrivere.
Il restyling: nuova illuminazione e palette cromatica neutra alle pareti
Il restyling propone una veste museografica moderna, inclusiva e scientificamente rigorosa, capace di far dialogare le ruvide e schiette «macchie» fattoriane con le dorature e gli specchi di una dimora alto-borghese.
L'intervento ha rinnovato l'impianto tecnologico, introducendo un'illuminazione a Led ad altissima resa cromatica, progettata per esaltare le tessiture materiche dei dipinti, e adottando una palette neutra alle pareti che valorizza le tele senza entrare in conflitto visivo con gli apparati decorativi eclettici della villa.
Sono stati ripensati anche i nessi storico-critici della collezione permanente che, ora, si sviluppa in un senso il più cronologico e lineare possibile, consentendo «un viaggio diacronico» dal piano terra al secondo piano, che rilegge il passaggio epocale tra il Romanticismo storico, la rivoluzione della «Macchia» e gli sviluppi del primo Novecento, fino agli anni Quaranta, quando la Seconda guerra mondiale e il crollo del fascismo causarono una frattura drammatica e nettissima negli svolgimenti delle arti in Italia.
Il nuovo allestimento: dalla Macchia al Novecento, passando per la pubblicità di Leonetto Cappiello
Ad aprire il percorso espositivo al primo piano è una sezione che permette di comprendere l'humus culturale da cui prese le mosse il giovane Giovanni Fattori, dominata dalla figura di Enrico Pollastrini. Definito dalla critica coeva come un «accademico di vero genio che rasentò o, meglio, precorse i futuri Macchiaioli», il maestro che formò un’intera generazione di artisti livornesi, impresse un ideale di classica sintesi compositiva e una straordinaria finezza tonale. Lo stesso Giovanni Fattori, in tarda età, raccomandava al critico Ugo Ojetti di studiare i quadri del suo «aborrito», eppur stimatissimo, insegnante per rintracciarvi i primi germi della pennellata larga e campita che avrebbe poi definito la Macchia. Accanto alla pittura religiosa e ai temi letterari di Enrico Pollastrini, spicca una sua scena di vita quotidiana, «Il gioco della buchetta», caratterizzata da una freschezza di abbozzo che ne rivela l'insospettabile modernità.
Il viaggio nell’universo fattoriano inizia, invece, con un'opera che da sola vale la visita: un grande dipinto «bifronte», oggi finalmente visibile su entrambi i lati. Sul recto, concluso nel 1862 e considerato il primo vero capolavoro macchiaiolo dell'artista, è visibile una carica di cavalleria a Montebello; sul verso, riemerso durante i restauri del 1994, si trova l'abbozzo di un soggetto di tema mediceo, «Clarice Strozzi intima a Ippolito e Alessandro de' Medici di partire da Firenze», un lavoro ancora debitore della pittura storica di Enrico Pollastrini e abbandonato bruscamente da Giovanni Fattori sul finire degli anni Cinquanta. La mano di pittura grigia che l'artista stese su quella scena cinquecentesca segna, quasi simbolicamente, la chiusura di un capitolo giovanile e l'apertura verso un linguaggio più moderno: un manifesto perfetto, oggi collocato non a caso in apertura di percorso, dello scarto tra la pittura di storia e la nuova sensibilità macchiaiola.
È sotto l'influenza del pittore romano Nino Costa, incontrato a Firenze nel 1859, che Giovanni Fattori abbandona per sempre i soggetti della storia passata e la rigida finitura accademica per abbracciare la storia contemporanea del Risorgimento, indagata non attraverso la retorica eroica delle grandi battaglie, ma fissando lo sguardo sui movimenti delle truppe nelle retrovie, sui soldati stanchi, sugli ufficiali che osservano lo scontro da lontano nel paesaggio spoglio della pianura padana.
Il primo piano sviluppa, poi, un'ampia antologia dei dipinti e delle opere grafiche del maestro livornese, tra cui si trova un altro grande capolavoro di soggetto militare, l'«Assalto alla Madonna della Scoperta», ispirato alla battaglia di Solferino e San Martino del 1859.
Va, inoltre, sottolineato che lungo il percorso espositivo vengono trattati tutti i periodi della produzione fattoriana. Accanto ai primi e decisivi esperimenti degli anni Sessanta e Settanta, sono esposti i ritratti ai familiari e alla gente umile, le tele legate alla denuncia della vita grama sofferta dalle classi subalterne come «Operai maremmani», paesaggi della maturità quali «Giornata grigia» e «Campagna romana» e, infine, «Ultime pennellate», lavoro incompiuto del 1908, con un cavallo solitario in riva all’amato mare di Livorno, che nell’attuale allestimento è stato tolto dal cavalletto su cui era posizionato da sempre per essere sistemato a parete.
Tra le opere più rappresentative esposte spiccano, accanto ai dipinti già citati, «Lungomare ad Antignano» e «Ritratto della terza moglie», oltre a un importante nucleo di disegni e a una selezione di acqueforti che raccontano, con un segno essenziale e quasi ruvido, «lo stesso mondo di contadini, animali e paesaggi già esplorato sulla tela, ma qui ridotto all’osso, come se la realtà fosse passata attraverso una lente più severa».
Al primo piano si trovano, poi, le sale dedicate ai protagonisti della Macchia e ai sodalizi umani e artistici nati all'ombra del Caffè Michelangiolo di Firenze. Sfilano così le composizioni liriche di Silvestro Lega, un delicato acquerello e tempera di Telemaco Signorini, le sperimentazioni luministiche del veronese Vincenzo Cabianca, ma anche una selezione di opere di Cristiano Banti, di Michele Gordigiani e di Serafino De Tivoli, celebrato come il «papà della macchia» per i suoi precoci contatti con la scuola parigina di Barbizon. Si trova in questa sezione anche un'altra grande tela di soggetto risorgimentale, «I volontari livornesi» (1860) di Cesare Bartolena, che chiude idealmente il percorso espositivo del primo piano trovando uno specchio nelle composizioni storiche di Giovanni Fattori.
Soffermandoci ancora un momento sulle opere esposte nel primo piano, vale la pena ricordare che nella Sala da fumo è collocata anche la scultura, con uno splendido busto bronzeo ritraente lo scrittore e giornalista Pietro Coccoluto Ferrigni, noto con lo pseudonimo di «Yorick figlio di Yorick», appellativo ispirato al nome del celebre buffone di corte shakespeariano, utilizzato nel Settecento dallo scrittore inglese Laurence Sterne. Il lavoro, realizzato dallo scultore Ettore Ximenes, dialoga idealmente con il celeberrimo e coevo «Ritratto di Yorick» (1889) di Vittorio Corcos, al secondo piano.
Proseguendo nella visita e salendo la monumentale scala di collegamento alle stanze di rappresentanza, lungo la quale è disposta una selezione di opere plastiche, tra cui spicca l'estroso e dolente «Satiretto» di Umberto Fioravanti, il visitatore approda al passaggio di secolo. Qui il museo documenta con precisione la transizione verso una pittura di impianto sociale e mondano. Da un lato vi è il virtuosismo della ritrattistica borghese della Belle Époque, incarnato dallo stesso Vittorio Corcos e dalle flessuose figure di Giovanni Boldini, prima della sua fortuna a Parigi; dall'altro, l'indagine verista e dolente della vita delle classi subalterne, esemplificata dalle drammatiche tele «Gli emigranti» di Raffaello Gambogi e «Cenciaiole livornesi» (1880) di Eugenio Cecconi, magistralmente ambientata sugli Scali della Fortezza Nuova.
C'è spazio anche per la scultura con la sofisticata e inquietante «Santa Lucia» di Adolfo Wildt, lo scultore milanese capace di trasformare il marmo in alabastro traslucido, e l’intensa «Testa femminile» di Umberto Fioravanti, grande promessa della scultura labronica stroncata dall’epidemia di Spagnola nel 1918.
Il secondo piano offre, inoltre, un focus fondamentale sui tre fratelli Tommasi – Adolfo, Angiolo e Lodovico – e sulla figura cardine di Leonetto Cappiello. A quest'ultimo, artista livornese di fama internazionale e geniale padre della pubblicità moderna, capace di reinventare il linguaggio dell'affiche parigina dopo la morte di Toulouse-Lautrec nel 1901, il nuovo allestimento dedica un'intera sala monografica che - accanto ai dipinti giovanili, tra cui un ritratto di interno realizzato a soli sedici anni - raccoglie i suoi celeberrimi manifesti pubblicitari, capaci di rivoluzionare la grafica del Novecento con un linguaggio visivo fulmineo, ironico e straordinariamente moderno.
Un momento di straordinaria tensione storico-critica è, poi, rappresentato dalla sala che documenta la frattura estetica e generazionale tra Giovanni Fattori e il suo più celebre allievo, Plinio Nomellini, del quale è visibile, tra l’altro, la grande tela «Incipit Nova Aetas», vero e proprio manifesto ideologico del fascismo, che per le dimensioni colossali non è stato possibile trasportare al piano superiore.
Sebbene la stima umana e l'affetto reciproco non siano mai venuti meno, l'allestimento mette drammaticamente a confronto le opere presentate dai due artisti alla medesima Biennale di Venezia del 1907. Da un lato, il vecchio maestro espone «Hurràh ai valorosi», un dipinto che rivela una sconvolgente libertà espressiva e un'aspra, quasi desolata rilettura del mito patriottico, specchio di una vecchiaia solitaria e delusa dai comportamenti degli uomini. Dall'altro lato, Plinio Nomellini risponde abbracciando con entusiasmo le vibrazioni cromatiche del Divisionismo, orientandosi verso una pittura pastosa, visionaria, mitica e solare con il suo «Garibaldi» realizzato con febbrile enfasi retorica e sfoggio di virtuosismi cromatici per la Sala del Sogno, allestita con il fiorentino Galileo Chini. È l'addio definitivo alla poetica della Macchia.
Questa sala apre la strada alle ricerche dei post-macchiaioli livornesi, che occupano il resto del secondo piano. Scorrono così lungo le pareti le riflessioni teoriche e visive di Vittore Grubicy de Dragon, le visioni malinconiche di Oscar Ghiglia, le suggestioni secessioniste di Benvenuto Benvenuti, il colore di Ulvi Liegi che sembra evocare i risultati dei Fauves, la pittura passionale e accesa di Mario Puccini (definito il «Van Gogh italiano»), ma anche opere di Gaetano Previati, Lorenzo Viani, Renato Natali, Oscar Ghiglia e Giovanni Bartolena, fino a una preziosa testimonianza giovanile di Amedeo Modigliani, prima della sua partenza per Parigi.
Il percorso espositivo e la parabola storica del museo si chiudono idealmente su una nota di drammatica e commovente intensità drammatica, affidata alle opere dell'ultima sala. Qui, una tela di Renato Natali cattura lo sgomento della città di fronte alle macerie della propria identità: «Via della Madonna dopo il bombardamento» ritrae i cumuli di rovine provocati dalle incursioni aeree alleate. Accanto alla tela, uno scatto fotografico di Bruno Miniati, risalente al maggio del 1943, fissa una strana, miracolosa sopravvivenza: tra le fiamme, i crolli e il fumo denso che devastano piazza della Repubblica, la bella statua bronzea di Giovanni Fattori svetta intatta sui suoi piedi di pietra, rifiutandosi di crollare. È un'immagine potente, un simbolo di resistenza culturale che preannuncia la vitalità artistica del secondo Dopoguerra, quando una nuova generazione di giovani artisti livornesi, pur recidendo i legami formali con la tradizione post-macchiaiola, continuerà a riconoscersi nella figura morale e intellettuale dell'artista.
Un nuovo tassello storico: «Gli eccidi di Livorno» e l'Art Bonus
La vera, grande novità di questo riallestimento è l'ingresso in collezione di un'opera di eccezionale valore storico e artistico, lungamente rimasta in mani private e oggi finalmente restituita alla pubblica fruizione. Si tratta della preziosa tavoletta «Gli eccidi di Livorno», dipinta da Giovanni Fattori per rendere omaggio ai tragici e gloriosi eventi del maggio 1849, quando la popolazione livornese insorse coraggiosamente contro le truppe d'occupazione austriache inviate a restaurare l'antico regime granducale. Sebbene il maestro non abbia mai tradotto questo nucleo in una tela monumentale, questa tavoletta - densa, vibrante, intrisa di una partecipazione emotiva sommessa e dolente - testimonia la volontà dell'artista di celebrare il sacrificio disperato dei suoi concittadini.
Vi sono raffigurati due popolani livornesi - uno dei quali reso simbolico dalle vesti tricolori - e una donna inginocchiata ammantata di nero che tentano di resistere alla repressione delle truppe austriache, resa evidente dai fucili e dalle baionette che cercano di forzare la porta, colta sul punto di franare.
L'opera si colloca idealmente al cuore della sezione risorgimentale del museo, integrando perfettamente la narrazione della metamorfosi fattoriana e il suo profondo legame con la storia civile labronica.
L'acquisizione di questo capolavoro rappresenta un modello virtuoso di mecenatismo contemporaneo. L'opera è entrata a far parte del patrimonio del Museo Fattori grazie all'erogazione liberale tramite lo strumento fiscale dell'Art Bonus effettuata da Erredue SpA, azienda livornese leader nel settore tecnologico e industriale. Come sottolineato con orgoglio dall'Amministrazione comunale, questo intervento dimostra come il tessuto imprenditoriale locale possa riconoscersi nella visione culturale della città.
Il filo indissolubile del vero tra accademia e avanguardia
Questa sala apre la strada alle ricerche dei post-macchiaioli livornesi, che occupano il resto del secondo piano. Scorrono così lungo le pareti le riflessioni teoriche e visive di Vittore Grubicy de Dragon, le visioni malinconiche di Oscar Ghiglia, le suggestioni secessioniste di Benvenuto Benvenuti, il colore di Ulvi Liegi che sembra evocare i risultati dei Fauves, la pittura passionale e accesa di Mario Puccini (definito il «Van Gogh italiano»), ma anche opere di Gaetano Previati, Lorenzo Viani, Renato Natali, Oscar Ghiglia e Giovanni Bartolena, fino a una preziosa testimonianza giovanile di Amedeo Modigliani, prima della sua partenza per Parigi.
Il percorso espositivo e la parabola storica del museo si chiudono idealmente su una nota di drammatica e commovente intensità drammatica, affidata alle opere dell'ultima sala. Qui, una tela di Renato Natali cattura lo sgomento della città di fronte alle macerie della propria identità: «Via della Madonna dopo il bombardamento» ritrae i cumuli di rovine provocati dalle incursioni aeree alleate. Accanto alla tela, uno scatto fotografico di Bruno Miniati, risalente al maggio del 1943, fissa una strana, miracolosa sopravvivenza: tra le fiamme, i crolli e il fumo denso che devastano piazza della Repubblica, la bella statua bronzea di Giovanni Fattori svetta intatta sui suoi piedi di pietra, rifiutandosi di crollare. È un'immagine potente, un simbolo di resistenza culturale che preannuncia la vitalità artistica del secondo Dopoguerra, quando una nuova generazione di giovani artisti livornesi, pur recidendo i legami formali con la tradizione post-macchiaiola, continuerà a riconoscersi nella figura morale e intellettuale dell'artista.
Un nuovo tassello storico: «Gli eccidi di Livorno» e l'Art Bonus
La vera, grande novità di questo riallestimento è l'ingresso in collezione di un'opera di eccezionale valore storico e artistico, lungamente rimasta in mani private e oggi finalmente restituita alla pubblica fruizione. Si tratta della preziosa tavoletta «Gli eccidi di Livorno», dipinta da Giovanni Fattori per rendere omaggio ai tragici e gloriosi eventi del maggio 1849, quando la popolazione livornese insorse coraggiosamente contro le truppe d'occupazione austriache inviate a restaurare l'antico regime granducale. Sebbene il maestro non abbia mai tradotto questo nucleo in una tela monumentale, questa tavoletta - densa, vibrante, intrisa di una partecipazione emotiva sommessa e dolente - testimonia la volontà dell'artista di celebrare il sacrificio disperato dei suoi concittadini.
Vi sono raffigurati due popolani livornesi - uno dei quali reso simbolico dalle vesti tricolori - e una donna inginocchiata ammantata di nero che tentano di resistere alla repressione delle truppe austriache, resa evidente dai fucili e dalle baionette che cercano di forzare la porta, colta sul punto di franare.
L'opera si colloca idealmente al cuore della sezione risorgimentale del museo, integrando perfettamente la narrazione della metamorfosi fattoriana e il suo profondo legame con la storia civile labronica.
L'acquisizione di questo capolavoro rappresenta un modello virtuoso di mecenatismo contemporaneo. L'opera è entrata a far parte del patrimonio del Museo Fattori grazie all'erogazione liberale tramite lo strumento fiscale dell'Art Bonus effettuata da Erredue SpA, azienda livornese leader nel settore tecnologico e industriale. Come sottolineato con orgoglio dall'Amministrazione comunale, questo intervento dimostra come il tessuto imprenditoriale locale possa riconoscersi nella visione culturale della città.
Il filo indissolubile del vero tra accademia e avanguardia
È uscendo dalle sale di Villa Mimbelli, mentre la luce del pomeriggio toscano filtra tra le fronde del parco e accarezza la pietra ottocentesca, che il senso più profondo di questa riapertura si chiarisce pienamente. Non si tratta soltanto di un intervento museale, ma del segno concreto di una comunità - pubblico e privato insieme - che riafferma il valore dell’arte come bene comune, da custodire e far crescere in sinergia.
È in questo momento che anche l’inganno iniziale di Livorno e della sua piazza si svela per ciò che è davvero: non una finzione, ma una promessa di profondità. Il rinnovato museo costruisce, infatti, un ponte ideale tra la solidità della tradizione accademica ottocentesca e le sponde più avventurose delle ricerche novecentesche. Al centro di questo attraversamento si colloca Giovanni Fattori, artista che ha saputo imprigionare nelle sue opere l’autenticità - nuda e cruda - della vita vera, priva di pose e di retorica, piena di asprezze e di nostalgie, attraverso una pittura fondata sulla «macchia», ovvero sull'accostamento sintetico di masse chiare e scure, senza l’uso degli sfumati e dei chiaroscuri.
I soldati stanchi di ritorno dal fronte, le contadine del Gabbro, i carbonai maremmani, i paesaggi battuti dal vento e dalla salsedine, i cieli limpidi inondati dal sole, i cavalli e i buoi di una terra aspra e non ancora addomesticata creano, inoltre, un cortocircuito visivo nel loro dialogo con le stanze rivestite di stucchi e raffinatezze borghesi di Villa Mimbelli. Eppure, ciò che potrebbe apparire come un contrasto stridente - l'esposizione di un pittore che scelse, per tutta la vita, di guardare dalla parte opposta della ricchezza in una delle dimore più lussuose di Livorno - si rivela, invece, una chiave interpretativa privilegiata: è proprio in questa tensione che si riflettono le contraddizioni dell’Ottocento italiano, sospeso tra disuguaglianze sociali e aspirazioni estetiche, tra ingiustizie belliche e voglia di bellezza.
Con questo riallestimento, il Museo civico di Villa Mimbelli non si limita, dunque, a esporre una collezione di dipinti, ma restituisce a Livorno un pezzo fondamentale della propria anima, un racconto sul filo del vero tardo ottocentesco, ma anche dell’eclettismo della Belle Époque e della tradizione pittorica toscana di inizio Novecento, le cui vicende hanno attraversato il tempo senza spezzarsi, nemmeno di fronte alla guerra e alle fratture della storia.
I soldati stanchi di ritorno dal fronte, le contadine del Gabbro, i carbonai maremmani, i paesaggi battuti dal vento e dalla salsedine, i cieli limpidi inondati dal sole, i cavalli e i buoi di una terra aspra e non ancora addomesticata creano, inoltre, un cortocircuito visivo nel loro dialogo con le stanze rivestite di stucchi e raffinatezze borghesi di Villa Mimbelli. Eppure, ciò che potrebbe apparire come un contrasto stridente - l'esposizione di un pittore che scelse, per tutta la vita, di guardare dalla parte opposta della ricchezza in una delle dimore più lussuose di Livorno - si rivela, invece, una chiave interpretativa privilegiata: è proprio in questa tensione che si riflettono le contraddizioni dell’Ottocento italiano, sospeso tra disuguaglianze sociali e aspirazioni estetiche, tra ingiustizie belliche e voglia di bellezza.
Con questo riallestimento, il Museo civico di Villa Mimbelli non si limita, dunque, a esporre una collezione di dipinti, ma restituisce a Livorno un pezzo fondamentale della propria anima, un racconto sul filo del vero tardo ottocentesco, ma anche dell’eclettismo della Belle Époque e della tradizione pittorica toscana di inizio Novecento, le cui vicende hanno attraversato il tempo senza spezzarsi, nemmeno di fronte alla guerra e alle fratture della storia.
Didascalie delle immagini
1. Statua di Giovanni Fattori a Livorno, nei pressi del Cisternino di Città; 2. Vista di piazza della Repubblica a Livorno; 3. Passaggio sotto il Voltone in piazza della Repubblica a Livorno; 4.; 5.; 6. Un particolare degli interni di Villa Mimbelli a Livorno, sede del Museo civico Giovanni Fattori; 7.Giovanni Fattori, «Mandria maremmana», 1893. Olio su tela, 200×300 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 8. Giovanni Fattori, «Una carica di cavalleria a Montebello», 1862 (o «Un episodio della battaglia di Montebello»). Olio su tela, 204× 290 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 9. Giovanni Fattori, «Lungomare di Antignano», 1894. Olio su tela, 60 × 100 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 10. Giovanni Fattori, «La torre rossa, (La torre del Magnale)», ca 1866 -67. Olio su tavola, 14 × 28 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 11. Giovanni, «La signora Teresa Fabbrini a Castiglioncello», 1867-70 ca..Olio su tavola, 20x35 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 12.Giovanni Fattori, «Pagliaio», ca 1885. Olio su cartone, 24× 42 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 13. Giovanni Fattori, «Sulla spiaggia. Giornata grigia», 1895. Olio su tela, 24× 42 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 14. Giovanni Fattori, «Episodio dell’assalto alla Madonna della Scoperta», 1864. Olio su tela, 175× 410 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 15. Giovanni Fattori, «Capanno e cavallo in riva al mare» («Ultime pennellate»), 1908. Olio su tela, 83×173 cm. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno; 16. Giovanni Boldini, «Ritratto di signora con fiori», 1870 circa. Tempera su seta, cm 27x21. Acquisizione: acquisto dalla Fabbriceria di Santa Maria del Soccorso, 1979. Inventario: 1957/1689; 1991/1054; 17. Amedeo Modigliani, «Stradina toscana», 1898?. Olio su cartone, cm 21x37. Inventario: 1957/489; 1991/1100. Museo civico Giovanni Fattori, Livorno
Informazioni utili
Museo civico Giovanni Fattori, via San Jacopo in Acquaviva, 65 - Livorno. Orari: dal martedì alla domenica, ore 10:00 – 19:00; lunedì chiuso. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00 | ingresso cumulato con Museo della Città intero € 15,00, ridotto € 10,00 | visita guidata su prenotazione € 60,00 , max 20 persone | visita guidata a partenza garantita (indipendentemente dal numero delle persone) € 3,00 a persona | gratuità: minori di 18 anni, classi in visita (con accompagnatori), persone con disabilità ed 1 accompagnatore, iscritti alle Università della Regione Toscana, giornalisti previa esibizione del tesserino di iscrizione all'ordine |ridotto: sopra i 65 anni, gruppi sopra le 20 persone, soggetti convenzionati. Biglietteria: tel. 0586.824607, r-mail: infomuseofattori@comune.livorno.it. Sito internet: https://www.museofattori.livorno.it/


















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