ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 22 luglio 2026

860mila pagine e trenta immagini: il Maxiprocesso torna a parlare attraverso le fotografie di Maria Domenica Rapicavoli

C'è un momento, nell’archivio di un tribunale, in cui la carta smette di essere un semplice supporto di scrittura e diventa, nel suo accumularsi, la perfetta testimonianza fisica di una pagina di storia. Impilate in faldoni dai bordi consumati, rilegate, timbrate, lette e rilette più volte, le migliaia di pagine con verbali, intercettazioni, testimonianze e atti istruttori che compongono il lavoro più lungo e silenzioso di un processo perdono così il loro aspetto freddo e burocratico, quello di semplici contenitori di informazioni, per dare forma tangibile, quasi corporea, a una vicenda che, in questo caso specifico, parla di sangue, quello dei centinaia di morti nella Sicilia degli anni Ottanta, e di riscatto civile, quello di un Paese che scelse di guardare negli occhi il fenomeno mafioso e di condannarlo.
È da questa intuizione - la carta come materia e monumento alla memoria - che prende vita il progetto «Maxiprocesso», che ha visto Maria Domenica Rapicavoli (Catania, 1976) fotografare, con la cura che si riserva al ritratto di una persona, i faldoni della celebre inchiesta del pool antimafia contro «Cosa Nostra» del 1986: di fatto l'ossatura documentale, con le sue circa 860mila pagine, di uno dei più grandi e importanti procedimenti penali contro la criminalità organizzata mai celebrati al mondo.

L’installazione al Tribunale di Palermo
Un luogo simbolico della storia legale siciliana, nel quale le carte processuali vengono giornalmente prodotte, lette, discusse e, infine, tradotte in sentenza - il Palazzo di Giustizia di Palermo - si trasforma questa estate, e fino al prossimo 30 settembre, in cornice vissuta per un'installazione progettata dallo studio Supervoid di Roma, con la curatela di Laura Barreca e Giovanna Fiume, che mette in mostra trenta delle trecentosessanta immagini che compongono il reportage realizzato nel 2017 dall'artista catanese all’interno del Cidma – Centro internazionale di documentazione sulla mafia e del movimento antimafia, ospitato dal 2000 nel complesso monumentale di San Ludovico a Corleone, a cui la Camera penale del Tribunale di Palermo ha donato tutti i faldoni dell’istruttoria alla quale lavorarono magistrati del calibro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il progetto espositivo - commissionato dal Museo civico di Castelbuono e realizzato grazie al sostegno del bando «Strategia Fotografia» del 2025, promosso annualmente dalla Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura - non si configura come una semplice mostra d’arte contemporanea, ma come un rito laico di riappropriazione della memoria di una delle pagine fondanti della storia italiana del secondo Novecento, proprio nel quarantesimo anniversario del Maxiprocesso (1986-2026), evento che l’istituzione siciliana intende commemorare anche con incontri pubblici, iniziative per le scuole, podcast, interviste ai protagonisti delle vicende, attività espositive, una campagna di comunicazione on-line e un volume pubblicato da Lenz Press.
Patrocinata da diverse realtà palermitane – la Corte d’appello, il Dipartimento di Scienze politiche e relazioni internazionali dell’Università cittadina e la sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati – la rassegna è stata concepita per essere itinerante e nei prossimi mesi verrà presentata anche al Tribunale di Trapani per, poi, toccare altre sedi in Italia e all'estero, con l’impegno – racconta Laura Barreca, direttrice del Museo civico di Castelbuono - che «non vada mai in deposito, così come la memoria non può essere riposta». Ciò sarà possibile anche grazie all’installazione modulabile progettata da Anna Livia Friel, Benjamin Gallegos Gabilondo e Marco Provinciali dello studio Supervoid, una struttura flessibile in grado di adattarsi a differenti contesti espositivi e che enfatizza il carattere immersivo dell’esperienza: il visitatore è posto di fronte a una stratificazione di immagini che evocano tanto la monumentalità quanto la fragilità della testimonianza documentaria cartacea.

Il contesto storico: la nascita del pool antimafia, l'aula bunker e il processo a «Cosa Nostra»
Per comprendere la portata simbolica dell'operazione firmata di Maria Domenica Rapicavoli, è indispensabile riavvolgere il nastro della storia italiana fino ai primi anni Ottanta. Palermo era allora una città ferita dall'efferata ferocia della «seconda guerra di mafia», un conflitto interno a «Cosa Nostra», guidato dai Corleonesi di Totò Riina, che insanguinava le strade con centinaia di omicidi l'anno, colpendo non solo i clan rivali ma anche magistrati, poliziotti e uomini delle istituzioni, fra gli altri il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il commissario Boris Giuliano, il segretario provinciale democristiano Michele Reina, il giornalista Mario Francese, il candidato a giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova, il procuratore Gaetano Costa e il segretario regionale siciliano Pio La Torre.
Fu in questo contesto che il giudice istruttore Rocco Chinnici concepì un metodo investigativo nuovo: un gruppo di magistrati specializzati esclusivamente in reati di mafia, che condividessero sistematicamente le informazioni raccolte per costruire una visione d'insieme del fenomeno, anziché disperderla in inchieste isolate e vulnerabili.
Alla morte del magistrato, avvenuta nel luglio del 1983 per l'esplosione di un'autobomba in via Pipitone a Palermo, la guida del neonato pool antimafia passò ad Antonino Caponnetto e al suo gruppo di lavoro formato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello.
Il punto di svolta arrivò nell'estate del 1984 con la storica decisione di Tommaso Buscetta, il «boss dei due mondi», di collaborare con la giustizia. Le sue rivelazioni permisero per la prima volta di ricostruire in modo organico l'ossatura intima e segreta di «Cosa Nostra»: non una galassia informe di bande criminali, bensì un'organizzazione fortemente gerarchica e unitaria, governata da un organismo verticistico denominato «Commissione» o «Cupola».
Questo cambio di paradigma investigativo produsse un'ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio, depositata l’8 novembre 1985, per 476 imputati accusati di omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione e associazione mafiosa. Il documento, di circa ottomila e seicento pagine raccolte in quaranta volumi, fu scritto in gran parte nella foresteria del carcere dell'Asinara, dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono trasferiti d'urgenza per ragioni di sicurezza dopo gli omicidi del commissario Beppe Montana e del vicequestore Ninni Cassarà.
Nessun'aula di tribunale ordinaria avrebbe potuto contenere un procedimento di simili dimensioni. Fu così costruita, in appena cinque mesi, all'interno del carcere dell'Ucciardone, un'aula bunker di forma ottagonale: pareti rinforzate, vetri antiproiettile, gabbie per gli imputati e un sistema computerizzato di archiviazione degli atti, all'epoca un'assoluta novità.
Il 10 febbraio 1986 ebbe inizio il processo di primo grado, presieduto dal giudice Alfonso Giordano, affiancato dal giudice a latere Pietro Grasso e dai pubblici ministeri Domenico Signorino e Giuseppe Ayala. Il dibattimento durò ventidue mesi; il 16 dicembre 1987, dopo trecento e quarantanove udienze e trentasei ore di camera di consiglio, la sentenza di primo grado condannò gli imputati a un totale di diciannove ergastoli e a pene per complessivi 2.665 anni di reclusione, riconoscendo per la prima volta in sede giudiziaria l'esistenza di «Cosa Nostra» come associazione a delinquere di stampo mafioso, unitaria e gerarchicamente strutturata.
I condannati fecero ricorso e, grazie a una rete di protezione politica e giudiziaria, tentarono di «aggiustare» l’esito del processo nei gradi successivi di giudizio; ma, nel gennaio 1992, la Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Arnaldo Valente, sancì definitivamente la validità giudiziaria dell'indagine condotta nel Maxiprocesso, rendendo irrevocabili le condanne.
Fu un colpo durissimo per l'organizzazione mafiosa e la reazione di Totò Riina non si fece attendere e fu feroce. Il 23 maggio 1992, un'autobomba sull'autostrada A29, all'altezza di Capaci, uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Cinquantasette giorni più tardi, il 19 luglio 1992, un'altra autobomba, questa volta in via D'Amelio a Palermo, stroncò la vita di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Le stragi di Capaci e di via D'Amelio, nate come vendetta contro gli artefici del Maxiprocesso, produssero, però, l'effetto opposto a quello sperato da «Cosa Nostra»: scossero l'opinione pubblica italiana e internazionale; imposero un inasprimento del contrasto istituzionale alla mafia, a partire dall'introduzione del regime detentivo speciale del 41-bis; e portarono, l'anno seguente, alla cattura di Salvatore Riina.
Il Maxiprocesso, con il suo carico di 860mila pagine, resta ancora oggi il punto di svolta che segnò il passaggio da un'epoca di sostanziale impunità mafiosa a una stagione di contrasto giudiziario sistematico, la cui eredità metodologica - il lavoro di pool, la centralizzazione delle informazioni, la valorizzazione della collaborazione di giustizia - sopravvive nell'attuale architettura della lotta alla criminalità organizzata.

Maria Domenica Rapicavoli e la memoria documentale del Maxiprocesso
È in questa cornice storica che acquista il suo pieno significato il gesto creativo di Maria Domenica Rapicavoli, artista siciliana formatasi all'Accademia di Belle Arti di Catania (2001), con alle spalle un master in Fine Art al Goldsmiths Collage di Londra (2005) e un percorso formativo al Whitney Independent Study Program di New York (2012), città dove oggi vive, la cui ricerca visiva - fra fotografia, video, scultura e installazioni ambientali - ruota attorno a un nucleo tematico costante: le strutture di potere, i sistemi di sorveglianza e controllo, l'impatto della geopolitica e dei meccanismi economici e militari sulla vita quotidiana delle persone.
«Maxiprocesso» si inserisce in un ciclo di lavori più recenti, come «Croked Incline» (2024) e «The Other: A Family Story» (2025), dedicati alla regione di nascita, analizzata come luogo di origine e di tensione fra radicamento e migrazione, fra domesticità e politica di genere.
Attraverso una sapiente gestione della luce e dell'inquadratura, ed evitando accuratamente l'iconografia della violenza o il sensazionalismo, Maria Domenica Rapicavoli non ha raccontato i fatti, ma ha restituito gli oggetti fisici che quei fatti hanno dovuto contenere e certificare. È una scelta che sposta l'attenzione dalla cronaca storica alla procedura che sta alla base del dibattimento, dal racconto degli eventi alla dimensione documentale e burocratica dell'istruttoria, un lavoro lungo e minuzioso, spesso invisibile, che è diventato verità processuale.
In queste fotografie, i faldoni emergono come sculture monumentali di carta: dorsi logorati, legature strette, pile infinite di fogli battuti a macchina rendono così tangibile la fatica fisica alla base di un'attività che i meri numeri non rendono appieno.
Come ha osservato Giovanna Fiume, storica che ha dedicato buona parte della propria ricerca alla mafia e alla Sicilia contemporanea, «portare gli incartamenti relativi al processo, seppure solo attraverso la loro riproduzione fotografica, fuori dal luogo deputato alla loro conservazione, l’archivio», significa restituire visivamente il «senso della monumentalità» di una attività investigativa e giudiziaria, altrimenti relegata agli scaffali, che, quarant’anni fa, ha interrogato e smosso la coscienza civile e il senso di legalità di un intero Paese.

I faldoni del Maxiprocesso in un volume di Lenz Press
Se le trenta stampe esposte a Palermo entreranno a far parte della collezione permanente del Museo civico di Castelbuono e proseguiranno un cammino itinerante, l'intera serie fotografica troverà casa in un volume pubblicato dalla casa editrice indipendente Lenz. il libro accoglierà l'intera serie fotografica composta da trecentosessanta immagini, configurandosi come un vero e proprio atlante ragionato della memoria giudiziaria siciliana ed italiana. Il valore dell'opera sarà arricchito da un solido apparato saggistico interdisciplinare che intreccia critica d'arte, antropologia e storiografia. Oltre ai contributi delle curatrici Laura Barreca e Giovanna Fiume, il volume ospiterà i testi dell'antropologo Naor Ben-Yehoyada, della critica e curatrice Gabi Scardi, e dei celebri studiosi americani Jane e Peter Schneider, da tempo storici osservatori delle trasformazioni sociali dell'isola e dello sviluppo del movimento antimafia.
 
Perché fotografare i faldoni, oggi
Sfogliando idealmente queste pagine e osservando la rigida e fragile geometria dei faldoni impressi nelle immagini in mostra a Palermo, si avverte una strana forma di silenzio. È il silenzio operoso delle stanze d'ufficio, il fruscio sottile della carta che rispondeva al frastuono delle armi, la fermezza di una giustizia scritta a caratteri fitti che ha saputo dare un nome e un volto a ciò che, fino a quel momento, sembrava innominabile, trasformando un’entità astratta e misteriosa in una struttura verticistica e processabile.
Come i segmenti visibili di una colonna vertebrale collettiva che ha saputo tenere in piedi, in anni di sangue e di paura, l'idea stessa che lo Stato potesse guardare la mafia negli occhi e combatterla ad armi pari, questi faldoni non ci appaiono come relitti d'archivio: sono, quarant'anni dopo, ancora un atto d'accusa e insieme una promessa. Che la memoria, come queste carte, non torni mai a impolverarsi in un deposito, ma resti un respiro costante per continuare a guardare, con occhi limpidi, il nostro presente.

Didascalie delle immagini
1. Locandina della mostra MaxiProcesso al Tribunale di Palermo; 2.,3., 4. e 5. Maria D. Rapicavoli, Maxiprocesso, 30 stampe fotografiche, Collezione Museo Civico di Castelbuono. Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea; 6. e 7. Installazione di Supervoid al Tribunale di Palermo, per le fotografie di Maria D. Rapicavoli

Informazioni utili
Maxiprocesso. Fotografie di Maria D. Rapicavoli, a cura di Laura Barreca e Giovanna Fiume. Allestimento: Studio Supervoid (Anna Livia Friel, Benjamin Gallegos Gabilondo, Marco Provinciali). Palazzo di Giustizia di Palermo, piazza Vittorio Emanuele Orlando, 1 - Palermo. Contatti: Museo civico di Castelbuono, piazza Castello snc Castelbuono (Palermo), tel. 091 677126  info@museocivico.eu | https://www.museocivicocastelbuono.it (ente promotore). Fino 30 settembre 2026

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