ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 22 luglio 2020

«Women», cent’anni di storia al femminile attraverso gli scatti del National Geographic

«Le Marie intorno sembrano infuriate dal dolore - Dolore furiale. Una verso il capo - a sinistra - tende la mano aperta come per non vedere il volto del cadavere e il grido e il pianto e il singulto contraggono il suo viso, corrugano la sua fronte, il suo mento, la sua gola. L’altra con le mani tessute insieme, con i cubiti in fuori, ammantata piange disperatamente. L’altra tiene le mani su le cosce col ventre in dentro e ulula». È il 19 settembre del 1906 quando Gabriele D’Annunzio scrive, quasi di getto, questo pensiero sui suoi «Taccuini».
Quella sera lo scrittore è andato con il padre a Santa Maria della Vita ad assistere un concerto di musica sacra e nell’ombra della chiesa, debolmente illuminata, si è ritrovato a tu per tu con il «Compianto sul Cristo morto» di Niccolò dell’Arca (Bari?, 1435 circa – Bologna, 1494), gruppo scultoreo in terracotta, originariamente policromo, della seconda metà del XV secolo, dal virtuosismo formale unico, che ci parla di una sofferenza non divina, ma drammaticamente umana, quella del Venerdì santo prima della certezza della Resurrezione.
Qualche anno più tardi, nel 1914, nel libro «Le faville del miglio», Gabriele D’Annunzio ricorderà con queste parole l’incontro con le sette figure a grandezza naturale plasmate dall’artista di origini pugliesi, che ha lasciato a Bologna anche l’Arca di San Domenico e la «Madonna di piazza con Bambino» a Palazzo Accursio: «Intravidi nell’ombra non so che agitazione impetuosa di dolore. Piuttosto che intravedere, mi sembrò esser percosso da un vento di dolore, da un nembo di sciagura, da uno schianto di passione selvaggia».
Non sono solo la concitazione e «l’urlo di pietra» delle «Marie sterminatamente piangenti», per usare un’espressione dello scrittore seicentesco Carlo Cesare Malvasia, a farci percepire il «vento di dolore» che permea la scena, ma è anche lo strazio trattenuto di San Giovanni, che piange in modo sommesso, con una mano nell’atto di reggere il volto, davanti al corpo senza vita del Cristo, smunto e segnato dalla sofferenza. L’altro uomo presente nella scena, identificato ora con il committente dell’opera ora con Nicodemo, l’ebreo che tolse Gesù dalla croce insieme a Giuseppe di Atimatea, volge, invece, lo sguardo serio, impenetrabile, in un’altra direzione, verso l’osservatore. Sembra quasi interrogarci sul senso di tanta sofferenza.
In questa scena si finisce così per ritrovare tutta la teatralità e la spinta catechetica di una Sacra rappresentazione medievale, nata per avvicinare con semplicità e in modo emotivo il popolo ai misteri della fede.
Un materiale umile e fragile come la terracotta, plasmato per dare voce alle emozioni, è impiegato anche nell’altra scultura che attrae i turisti a Santa Maria della Vita, sotto la cupola barocca disegnata dal Bibiena: il monumentale «Transito della Vergine» di Alfonso Lombardi, nell’adiacente Oratorio dei Battuti. Si tratta di quindici statue in terracotta, di dimensioni leggermente superiori al vero, disposte a raffigurare un soggetto poco rappresentato nell’arte occidentale, descritto nei Vangeli Apocrifi e nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine: la profanazione della tomba della Madonna da parte di un sacerdote ebreo, prontamente bloccato dall’apparizione di un angelo armato di una spada.
Non ci poteva, dunque, essere location più indicata di questa piccola chiesa che parla di dolore e bellezza, di donne e arte, ubicata a pochi passi da San Petronio, per la mostra fotografica «Women. Un mondo in cambiamento», curata da Marco Catteneo per il National Geographic e realizzata in collaborazione con Genus Bononiae - Musei nella città e Fondazione Carisbo.
Piu di settanta immagini tratte dagli archivi della rivista internazionale raccontano un secolo di storia delle donne in tutti i continenti e a tutte le latitudini, a partire dalla concessione del diritto di voto negli Stati Uniti, di cui ricorre quest’anno il centenario.
«Beauty/Bellezza», «Joy/Gioia», «Love/Amore», «Wisdom/Saggezza», «Strength/Forza», «Hope/Speranza» sono le sei sezioni nelle quali si articola il percorso espositivo: un bel ritratto corale sulla condizione femminile, sui problemi e le sfide di ieri e di oggi che le donne si sono trovate ad affrontare, dando il loro contributo allo sviluppo sociale, politico ed economico dei vari Paesi del mondo.
Ecco così -raccontano a Santa Maria della Vita- che «le immagini festose delle ballerine di samba che si riversano nelle strade durante il carnevale di Salvador da Bahia si alternano a quelle delle raccoglitrici di foglie di the in Sri Lanka. E ancora il ritratto di donna afghana in burqa integrale rosso che trasporta sulla testa una gabbia di cardellini, potente metafora di oppressione, si contrappone all’immagine di libertà e bellezza di una ragazza in pausa sigaretta a Lagos, in Nigeria».
A chiudere il percorso espositivo -accessibile a sessanta persone per volta, in modo da garantire il giusto distanziamento fisico e permettere una visita in totale sicurezza- è la sezione «Portraits/Ritratti», scatti intimi e biografici di un gruppo iconico di attiviste, politiche, scienziate e celebrità intervistate dal «National Geographic» per un numero speciale del novembre 2019, ai tempi di Susan Goldberg, prima donna alla direzione della prestigiosa rivista internazionale.
Nancy Pelosi, Oprah Winfrey, il primo ministro neozelandese Jacinda Ardern e l’italiana Liliana Segre sono alcune delle donne che salutano metaforicamente il visitatore prima di uscire da Santa Maria della Vita, o meglio dal suo Oratorio, portandosi dietro un pensiero che aveva reso bene a parole Oriana Fallaci: «essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai».

Didascalie delle immagini
[Figg. 1-4] Allestimento della mostra «Women. Un mondo in cambiamento» a Santa Maria della Vita, Bologna. Foto: Paolo Righi; [fig. 5] La senatrice a vita Liliana Segre, fotografata da Nicola Marfisi a Milano, il 10 ottobre 2019. (Nicola Marfisi/AGF, 2019) 

Informazioni utili 
«Women. Un mondo in cambiamento».Chiesa Santa Maria della Vita, via Clavature, 8-10 - Bologna. Orari: lunedì-domenica ore 10.00 – 19.00 Ingresso: intero 10,00 euro, ridotto 8,00 euro. Informazioni mostra: tel. 051.19936343 - mail: esposizioni@genusbononiae.it Sito web: www.genusbononiae.it. Fino alo 13 settembre 2020

martedì 21 luglio 2020

«Noi. Non erano solo canzonette», venticinque anni di storia italiana in cento brani

Si potrebbe raccontare la storia del nostro Paese attraverso i tormentoni musicali che, dagli anni Sessanta a oggi, hanno accompagnato le nostre estati. La colonna sonora del 1967, l’anno che precedette le rivoluzioni sessantottine, fu, per esempio, l’effervescente «Stasera mi butto» di Rocky Roberts. Negli anni Ottanta, quelli dei capelli cotonati, delle giacche con le spalline e della spensieratezza esibita, Claudio Cecchetto fece, invece, ballare tutti con il «Gioca Jouer» (1981). Infine, nel 2006, l’anno dei mondiali in Germania, Checco Zalone conquistò l’Italia con «Siamo una squadra fortissimi». Si può, quindi, dire che la musica non solo fa parte della nostra vita, ma racconta anche la nostra storia, permette di esplorare e interpretare le grandi trasformazioni politiche e sociali in atto. Questo ragionamento fa da filo rosso anche alla mostra «Noi. Non erano solo canzonette», a cura di Gianpaolo Brusini, Giovanni De Luna e Lucio Salvini, prodotta da Bibibus Events e realizzata con la consulenza di Fabri Fibra, Marco Tullio Giordana, Vittorio Nocenzi, Giorgio Olmoti e Omar Pedrini. L’allestimento porta, invece, la firma della designer Francesca Seminatore; mentre le installazioni audio-video sono di Daniele Perrone.
Dopo essere stata esposta a Torino e a Bologna, la rassegna, patrocinata dal Mibact e dalla Siae, è arrivata a Pesaro, Città creativa Unesco della musica per essere esposta a Palazzo Mosca – Musei civici, luogo dell’identità culturale del capoluogo marchigiano, e al museo dedicato a Gioachino Rossini, la prima pop star ante litteram della musica.
Racchiusa fra due abbracci, quello di Domenico Modugno sul palco di Sanremo 1958 e quello di Paolo Rossi nella notte di Madrid che nel 1982 laureò l’Italia campione del mondo, la mostra procede cronologicamente raccontando venticinque anni della nostra storia e toccando ogni aspetto della vita sociale, del costume, della cronaca, del lavoro e dei cambiamenti nelle convinzioni etiche e morali di quegli anni.
Cento opere musicali italiane, selezionate nel repertorio di quel periodo, fanno da contrappunto al racconto, il cui repertorio iconografico proviene in parte dagli inestimabili archivi Publifoto IntesaSanpaolo e in parte dall’archivio storico de «Il Resto del Carlino». Le immagini esposte, destinate ai quotidiani, ai rotocalchi e ai settimanali illustrati dell’epoca, restituiscono lo sguardo del fotoreporter di cronaca e la sua grande abilità di rappresentare in modo acuto, profondo e preciso le molteplici realtà italiane. I video arrivano, invece, dagli archivi delle Teche Rai, oltre che dall’Archivio nazionale del cinema d’impresa di Ivrea, un centro di conservazione, valorizzazione e diffusione del patrimonio audiovisivo prodotto dalle imprese italiane.
Il percorso espositivo, di cui rimarrà documentazione in un catalogo Eli– La Spiga, è suddiviso in quattordici aree tematiche in grado di coinvolgere tanto chi quegli anni li ha vissuti in prima persona, quanto le generazioni più giovani, in un comune percorso di immersione nella memoria collettiva italiana: dalla grande immigrazione verso le città del Nord della fine degli anni Cinquanta, sino al disimpegno che ha configurato gli anni Ottanta.
«Si parte -raccontano gli organizzatori- da Palazzo Mosca – Musei civici con le sezioni: «Volare» (penso che un sogno così non ritorni mai più), «Il treno del sole» (come è bella la città come è viva la città), «Il boom» (il mutare del profilo delle città e delle campagne), «Carosello» (l’avvento del consumismo), «Abbronzatissimi» (la conquista del tempo libero e delle vacanze di massa), «L’esercito del surf» (i giovani quale nuovo soggetto sociale) e «Pensiero Stupendo» con il lungo cammino dell’emancipazione femminile. Il percorso prosegue al Museo nazionale Rossini con le sezioni: «C’era un ragazzo che come me» (le rivendicazioni sociali e i movimenti studenteschi), «Contessa» (lotte operaie), «La locomotiva» (il terrorismo), «Musica ribelle» (le radio libere), «La febbre del sabato sera» (le discoteche), «Splendido Splendente» (il riflusso che darà inizio agli edonistici anni ’80) e, infine, «il Mundial» (la notte che ci cambiò per sempre)».
La fruizione musicale in mostra è a più livelli: dall’audio diffuso nelle varie sale, alle opere ascoltabili singolarmente grazie alle più recenti tecnologie, agli speaker direzionali per i filmati d’epoca. I cento brani scelti, utilizzando un criterio di massima inclusività, da Peppino di Capri a Francesco Guccini, da Patty Pravo a Fabrizio De André, sono in grado di trasmettere, anche a chi non c’era, il senso profondo di quella musica e di quegli anni.
Una canzone, non meno di un libro o di un dipinto, sa, infatti, riflettere il momento storico in cui è stata immaginata, scritta e cantata. Non esistono canzonette, dunque, ma solo canzoni, e sono state trattate per quello che sono: contributi culturali di importanza critica per il passato, il presente e il futuro della nostra società. Nei grandi avvenimenti come in quelli di minor rilievo, la musica narra, descrive, talvolta preconizza e, infine, fissa nella memoria.

Informazioni utili
«Noi. Non erano solo canzonette». Palazzo Mosca – Musei Civici, piazzetta Mosca, 29 / Museo Nazionale Rossini, ia G. Passeri 72 - Pesaro. Orari: Palazzo Mosca - Luglio – settembre > da martedì a giovedì ore 10-13 / 16.30-19.30; da venerdì a domenica e festivi ore 10-13 / 16.30-19.30; Ottobre > da martedì a giovedì ore 10-13,  da venerdì a domenica e festivi ore 10-13 / 15.30-18.30 | Museo Nazionale Rossini, da martedì a domenica e festivi ore 10-13 / 15-18. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00, ingresso libero minori di 19 anni, soci ICOM, disabili e persona che li accompagna. Informazioni: 0721.387541 biglietteria Musei Civici | 0721.1922156 biglietteria Museo Nazionale Rossini | pesaro@sistemamuseo.it. Sito internet: www.pesaromusei.it | www.mostranoi.it. Fino all'10 gennaio 2021.

lunedì 20 luglio 2020

Bologna, a San Colombano tra le note del passato con gli strumenti della collezione Vázquez

Li chiamava «monumenti sonori viventi» e li collezionava con passione intenzionato a trasmettere un pezzo di storia della musica antica al futuro. Aveva acquisito il suo primo pezzo, una spinetta del Cinquecento, nel 1969. Poi, poco dopo, era riuscito ad accaparrarsi un esemplare di grande valore e rara bellezza: un grande cembalo a tre registri costruito nel 1679 dal lucchese Giovanni Battista Giusti. Era l’inizio di una febbre collezionistica che, in quasi cinquant’anni, ha portato l’organista, clavicembalista e compositore bolognese Luigi Ferdinando Tagliavini (1929-2017), per trent’anni direttore dell’Istituto di musicologia di Friburgo, nonché curatore di prestigiose edizioni critiche dei lavori di Girolamo Frescobaldi e Domenico Zipoli, a raccogliere una settantina di strumenti a tastiera. Si tratta di virginali, clavicordi, arpicordi, clavicembali, pianoforti e organi, tutti restaurati e funzionanti, ai quali va ad affiancarsi una raccolta di strumenti a fiato e popolari risalenti ai secoli tra il XVI e il XIX.
Questo patrimonio prezioso -tra cui si trova anche un raro strumento combinatore, metà clavicembalo e metà pianoforte, costruito nel 1746 da Giovanni Ferrini, unico allievo certo di Bartolomeo Cristofori (l’inventore del fortepiano)- è stato donato nel 2006 alla Fondazione Carisbo e al suo circuito Genus Bononiae – Musei nella città.
Quattro anni dopo, nel 2010, la collezione trovava casa in uno dei gioielli architettonici di Bologna: il millenario complesso monastico di San Colombano, sorprendente stratificazione di ambienti.
La cripta è di epoca medioevale e presenta lacerti di pitture murali, tra cui un «Cristo in croce» attribuito a Giunta Pisano, uno dei massimi innovatori dell’arte del tempo prima di Cimabue.
La Cappella della Madonna dell’Orazione fu fatta costruire sul finire del Cinquecento dall’omonima confraternita e venne abbellita da affreschi carracceschi a cornice della venerata «Vergine» del bolognese Lippo di Dalmasio (1399), che si trovava allora all’aperto, sul muro di una casa, soggetta alle intemperie.
Infine, l’Oratorio della Passione, vero e proprio gioiello della scuola pittorica bolognese, fu edificato per il Giubileo del 1600 e fu teatro di quella che lo storico dell’arte Carlo Cesare Malvasia, «il Giorgio Vasari dell’Emilia», definì la «gloriosa gara» tra i massimi talenti dell’Accademia dei Carracci: Francesco Albani, Domenichino, Guido Reni, Lucio Massari, Francesco Brizio, Lorenzo Garbieri e Galanino.
In questo contesto di grande bellezza si può, dunque, percorrere un viaggio tra strumenti che legarono la propria storia a quella di importanti protagonisti di tutti i tempi. È possibile vedere, per esempio, il piccolo pianoforte in «tavolo da cucito» di Francesca Ciani Camperio, ardente patriota risorgimentale, sul quale le impartì lezioni di canto Gioacchino Rossini. Si può ammirare una spinetta a pianta rettangolare che fu probabilmente della sfortunata nobildonna romana Beatrice Cenci, decapitata per aver ucciso il padre-orco e assurta, poi, al ruolo di eroina popolare tanto da essere raffigurata da Guido Reni e da Elisabetta Siranni e da essere raccontata, tra gli altri, da Stendhal e Alberto Moravia.
Ci si può, poi, far incantare dal clavicembalo di Nicolò Albana, suonato a Sorrento da Cornelia Tasso Spasiano, sorella di Torquato Tasso, e da uno dei quattro esemplari esistenti di cembalo pieghevole settecentesco, di cui si servirono Federico il Grande di Prussia e il celebre castrato Farinelli durante i loro viaggi.
Non mancano, infine, lungo il percorso strumenti dal raffinato decoro, impreziositi da pitture di paesaggio o da scene mitologiche, come la spinetta all’ottava di Silvestro Albana adornata dal Domenichino e il clavicembalo di Mattia di Gand con un dipinto del fiammingo Jan Frans van Bloemen.
In occasione dei dieci anni dall’inaugurazione del museo a San Colombano, Genus Bononiae ha voluto arricchire il percorso di un’altra perla: la mostra di strumenti antichi ad arco della collezione Vázquez, la più grande al mondo di questo genere, che dal 1993 viene gestita dalla Orpheon Foundation di Vienna.
«Still Alive» -questo il titolo della rassegna- raccoglie, nello specifico, oltre duecento tra strumenti ad arco ed archetti: viole da gamba e d’amore, violini, violoncelli, violoni e baryton ritrovati nelle residenze aristocratiche dell’antico passato, databili dal 1550 al 1780, tutti restaurati e riportati alle loro condizioni originali, così da essere ancora «vivi» nella loro funzionalità e fruizione, ovvero regolarmente utilizzati in occasione di concerti, registrazioni, masterclass e concorsi.
Anche in questo caso ogni strumento racconta una storia. Ci sono, tra gli esemplari in mostra, una viola da gamba di William Bowelesse (Londra, c. 1590), probabilmente appartenuta alla regina Elisabetta I d’Inghilterra, e un violoncello costruito da Simone Cimapane (1692), che si dice essere stato suonato nell’orchestra di Arcangelo Corelli a Roma. Si possono, poi, vedere anche due archi gemelli appartenuti al grande compositore e virtuoso di violino Giuseppe Tartini, e due archi veneziani, anch’essi gemelli, dell’epoca di Antonio Vivaldi, oltre a strumenti di scuola bolognese come un violino realizzato da Gian Antonio Marchi (c. 1770) e una viola da gamba di Giovanni Fiorino Guidantus (XVIII secolo).
Completano il percorso espositivo strumenti di Gasparo da Salò (Brescia, c. 1570), Jakob Stainer (1671), Joachim Tielke (1683, 1697) e Pietro Guarneri (Mantova, c. 1700), ma anche esemplari realizzati dal liutaio milanese Giovanni Grancino (c. 1700) o dalle dinastie asburgiche dei Thir, Leidolff, Stadlmann e Posch.
Non mancano, infine, pezzi di provenienza inglese, risalenti all’epoca di William Shakespeare ed Henry Purcell. Tutti strumenti, questi, dei quali si può dire -per usare le parole del musicista e musicologo José Vázquez, classe 1951- che sono «still alive», ancora vivi, pronti a riempire di note San Colombano per regalare emozioni senza tempo.

Informazioni utili 
«Still Alive». Museo di San Colombano – Collezione Tagliavini, via Parigi 5 – Bologna. Orari: da martedì a domenica, ore 11.00 - 13.00 e ore 15.00 - 19.00. Ingresso: intero € 7,00, ridotto € 5,00. Informazioni: tel. 051.19936366 o sancolombano@genusbononiae.it. Sito internet: https://genusbononiae.it/palazzi/san-colombano/. Fino al 10 gennaio 2021.