ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 27 luglio 2020

Al Museo delle dogane svizzero i laghi prealpini nei manifesti della Belle Époque

Creativa, sfrenata, libera, gioiosa e stimolante: sono questi gli aggettivi che più spesso si associano alla Belle Époque, periodo storico compreso tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e l’inizio della Prima guerra mondiale, che ha la sua capitale riconosciuta in Parigi.
Sono questi gli anni in cui vengono inventate l’illuminazione elettrica, il telefono, la radio, il processo chimico della pastorizzazione, il vaccino per la tubercolosi e i raggi X.
Gli Stati fanno a gara tra di loro nell’organizzare sontuose Esposizioni internazionali per mostrare le nuove meraviglie dell’evoluzione tecnologica; per queste occasioni vengono costruiti la Torre Eiffel a Parigi, il Crystal Palace a Londra, la Fiera a Milano.
Un vento di progresso spira anche nel mondo dell’arte. In tutta Europa è il trionfo dell’Art Nouveau (il Liberty italiano) con la sua eleganza e il suo stile floreale.
Compaiono anche nuove forme di intrattenimento come il cinema, il cabaret e gli spettacoli di illusionismo. Le persone, poi, si ritrovano nei cafè-concerto e nel più famoso di tutti, il Moulin Rouge, si balla una danza nuova, lo sfrenato e coinvolgente can-can, che Toulouse Lautrec consegna all’eternità in una serie di iconici dipinti e disegni.
Sulle strade cominciano a circolare le automobili. Nei cieli sfrecciano le mongolfiere e i primi aerei a motore. Sui binari ferroviari si vede sfrerragliare il mitico Oriente Express, che collega Parigi a Costantinopoli (l’attuale Instanbul). I mari sono solcati da transatlantici sempre più grandi e lussuosi.
Indiscusse protagoniste di questa stagione dal fascino unico sono le donne. Ammiccanti e maliziose, eteree e aristocratiche, sensuali o raffinate, fatali o perse nei propri pensieri, si fanno immortalare seminude o avvolte in abiti fruscianti, con ventagli piumati e grandi cappelli, da pittori del tempo come Giovanni Boldini e Giuseppe De Nittis, Edgar Degas e Auguste Renoir.
Il tutto concorre a creare il mito di una stagione destinata a scomparire sotto le bombe della Prima guerra mondiale, ma capace di affascinarci ancora oggi -forse soprattutto oggi- con la sua bellezza, la sua energia creativa, la sua gioia di vivere, la sua incondizionata fiducia nel futuro.
A questo momento storico «senza sangue, senza vincitori né vinti» guarda la mostra estiva del Museo delle dogane svizzero, allestito all’interno di una vecchia caserma a Cantine di Gandria, sulle rive del Ceresio, a pochi metri dal confine italiano, ma raggiungibile unicamente in battello da Lugano.
La rassegna, curata da Lorenzo Sganzini, presenta una collezione di manifesti provenienti dal Gabinetto delle stampe della Biblioteca nazionale elvetica. Si tratta di cartelloni pubblicitari, una ventina in tutto, dedicati ai laghi prealpini e al fascino turistico che essi ebbero, tra la fine dell' Ottocento e l’inizio  del Novecento, ovvero negli anni in cui si sviluppò, tra la parte più agiata della popolazione, il costume di andare in vacanza per rilassarsi.
Nacquero proprio allora le prime mete turistiche in senso moderno, spesso termali o balneari, come la Costa Azzurra, il Lido di Venezia, Sanremo, Portofino, Recoaro Terme.
Ma anche gli specchi lacustri attirarono i nuovi turisti e così il Lago Maggiore, il Lago di Como e la città di Lugano, con la sua funicolare e i suoi hotel, fecero a gara per apparire sui manifesti pubblicitari dell’epoca.
La cartellonistica, in grande formato e a colori, aveva appena fatto la sua comparsa a Parigi con Jules Cheret ed Henri de Toulouse Lautrec, per poi diffondersi in tutta Europa.
Grandi, colorati, sfavillanti, i poster erano vere e proprie opere d’arte, nate con l’intento di pubblicizzare i primi brand o gli status symbol di un nascente stile di vita, e la vacanza era uno di questi, con immagini da sogno dalla linea sinuosa e dal colore piatto e uniforme.
Molti dei manifesti in mostra, di autori anonimi, sono stati realizzati dalle Officine d'arti grafiche Chiattone di Milano per pubblicizzare gli orari di navigazione dei battelli sul Lago Maggiore. Bambini dai volti sorridenti, che mostrano sul viso la salubrità dell’aria e dell’acqua di lago, donne mollemente adagiate su una chaise-longue, che sognano un’avventura galante con un ospite dell’albergo, dame eleganti e cosmopolite, intente a scrutare il paesaggio con un binocolo, a leggere un libro o a raccogliere dei fiori, paesaggi e mezzi di trasporto sono i soggetti ritratti più di frequente in questi lavori.
A completare l’allestimento, visibile fino al prossimo 18 ottobre, sono alcuni arredi e strumenti di battelli d’epoca, messi a disposizione dalla Società di navigazione del Lago di Lugano: vestigie di un’epoca in cui si viaggiava tra le città del lago su veri e propri palace naviganti, con i loro salotti riccamente arredati e ornati di eleganti figure a prua e a poppa. Quello che ci appare davanti agli occhi è così un mondo perduto, frivolo e appariscente, in cui il superfluo era necessario come un respiro, la gioia di vivere era uno stile di vita. (Annamaria Sigalotti)

Informazioni utili
Belle Époque .Museo delle dogane svizzero - Lugano (Cantine di Gandria). Orari: dalle 12:00 alle 16:00. Ingresso: adulti (>16 anni) CHF 5.00, ragazzi (6-15 anni) CHF 2.50, bambin: gratuito. Informazioni:+41(0)79.5129907, museodogane@lugano.ch. Sito internet: www.museodogane.ch. Note: Il Museo è raggiungibile unicamente in battello (fermate: «Museo doganale» o «Cantine di Gandria» (a 5 minuti a piedi dal Museo) | Misure anti-Covid-19: Il numero di visitatori ammessi contemporaneamente all’interno del Museo è limitato. Per facilitare la gestione degli accessi, i visitatori sono pregati di procurarsi i biglietti d’entrata al Museo prima di salire sul battello, alle casse degli imbarcaderi di Lugano-Centrale e Paradiso della Società Navigazione Lago di Lugano. I visitatori che si presentano al Museo senza biglietto, potrebbero dover pazientare prima di entrare. Fino al 31 ottobre 2020

venerdì 24 luglio 2020

Da Urbino a Loreto, le Marche celebrano Raffaello

È l’anno di Raffaello Sanzio, pittore del quale quest’anno si celebra il cinquecentenario della morte, e tante sono le iniziative in programma in tutta Italia, dalle Scuderie del Quirinale al Museo diocesano di Salerno, per ricordare l’anniversario. Cuore pulsante di questo omaggio è la regione natale dell’artista, le Marche, che la guida Lonely Planet Best in Travel 2020 ha inserito tra le dieci migliori destinazioni al mondo. Il viaggio non può che partire dalla città che ha visto nascere Raffaello, Urbino, recentemente classificata dal «New York Times» tra le migliori mete turistiche dell’anno.
Ancora oggi in questo borgo, inserito nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità da Unesco, è possibile visitare la casa dell’artista, il luogo dove Raffaello «ha imparato - scriveva Carlo Bo, nel 1984- la divina proporzione degli ingegni», ma soprattutto ha appreso «il valore della filosofia, della dignità da dare al suo lavoro di pittore».
Al primo piano della dimora si apre un'ampia sala con soffitto a cassettoni dove è conservata l'«Annunciazione», tela del padre Giovanni Santi, umanista, poeta e pittore alla corte di Federico da Montefeltro. Sono, poi, esposte copie ottocentesche di due opere realizzate da Raffaello: la «Madonna della Seggiola» e la «Visione di Ezechiele». Mentre in una piccola stanza attigua, ritenuta la stanza natale del pittore, è collocato l'affresco della «Madonna col Bambino», attribuito dalla critica ora a Giovanni Santi, ora a Raffaello giovane. Di particolare interesse lungo il percorso espositivo sono, poi, un disegno attribuito a Bramante (1444 - 1514) e la raccolta di ceramiche rinascimentali della collezione Volponi, qui in deposito temporaneo.
Al piano superiore, sede dell’Accademia Raffaello, sono, invece, conservati alcuni oggetti strettamente connessi al maestro urbinate -copie di suoi dipinti, bozzetti per il suo monumento, omaggi di altri artisti- e una ricca documentazione della storia delle città in campo artistico, civile e religioso e del mito che in varie epoche ha accompagnato la figura del «Divin pittore».
A pochi passi da lì, si arriva a Palazzo Ducale, dimora principesca tra le più belle d’Europa, voluta da Federico da Montefeltro. In questi spazi oggi è ospitata la Galleria nazionale delle Marche, che conserva nelle sue collezioni uno dei dipinti più enigmatici di Raffaello, il «Ritratto di gentildonna detta la Muta», per le labbra perfettamente sigillate. Probabilmente l’artista ha dipinto lo stesso soggetto in due fasi diverse: una prima stesura risale al periodo giovanile, quando la donna viene rappresentata con forme più morbide, i capelli mossi e una scollatura più ampia, mentre la figura ora visibile mostra tratti di austerità nel volto, i capelli raccolti, una posizione leggermente diversa delle spalle e non ha la scollatura, segno della morte del marito che avvenne nel 1501.
Il museo ospita, fino al 27 settembre, anche la mostra «Raphael Ware. I colori del Rinascimento», a cura di Timothy Wilson e Claudio Paolinelli, che presenta oltre centoquaranta raffinati esemplari di maiolica italiana rinascimentale, provenienti dalla più grande collezione privata al mondo di questo genere, con l’obiettivo di focalizzare l’attenzione su quell’importante momento della tradizione artistica italiana a cui viene associato il nome del grande pittore urbinate, in inglese Raphael Ware appunto.
Sempre a Urbino, nelle sale di Palazzo Ducale, si terrà, dal 19 luglio al 1° novembre, la mostra «Baldassarre Castiglione e Raffaello. Volti e momenti di corte», a cura di Vittorio Sgarbi ed Elisabetta Losetti.
L’esposizione racconta in modo del tutto originale la vicenda di Baldassarre Castiglione, un intellettuale finissimo e un attento politico, vicino a grandi artisti, a Raffaello prima di tutti, ma anche a scrittori, intellettuali, regnanti e papi, che ci ha lasciato un’opera famosa come il «Cortegiano».
Attingendo alla fonte imprescindibile delle sue lettere e facendo uso di strumenti multimediali, la rassegna di Urbino vuole ricostruire l’intera vicenda di Baldassare Castiglione ponendola, correttamente, nel contesto del suo tempo, accanto a figure altrettanto complesse e affascinanti come quelle di Guidobaldo da Montefeltro, Leone X, Isabella d’Este, Pietro Bembo, Luca Pacioli, l’Imperatore Carlo V, i Medici, gli Sforza, i Gonzaga e artisti -Raffaello innanzitutto, ma anche Leonardo, Tiziano, Giulio Romano.
Sempre dal 18 luglio sarà visibile il progetto «Raffaello Bambino», rivolto soprattutto ai più piccoli, che propone immagini, testi e indicazioni in un circuito di scoperta tra le vie della città di Urbino.
Nella cittadina marchigiana, negli spazi del Collegio Raffaello, sarà, inoltre, visibile, dal 25 luglio al 1° novembre, «Una mostra impossibile», progetto ideato e curato da Renato Parascandolo, con la direzione scientifica di Ferdinando Bologna, recentemente scomparso, che presenta quarantacinque dipinti di Raffello - compreso l’affresco «La Scuola di Atene» - riprodotti in scala 1:1 e riuniti insieme, permettendo così di ammirare in un unico allestimento opere disseminate in diciassette Paesi diversi: un’impresa, questa, che non riuscì nemmeno allo stesso artista.
Il viaggio alla scoperta di Raffaello può, dunque, spostarsi a Loreto, dove, fino al 30 agosto, nei rinnovati spazi espositivi del Bastione Sangallo, viene presentato per la prima volta in assoluto l’arazzo da cartone di Raffaello raffigurante Ananias e Saphira, appartenente alla collezione Bilotti Ruggi d’Aragona.
Sempre a Loreto, il Museo pontificio della Santa Casa presenterà, in autunno, «La Madonna del velo o Madonna di Loreto di Raffaello. Storia avventurosa e successo di un’opera», curata da Fabrizio Biferali e Vito Punzi, con la consulenza dei Musei vaticani, che darà conto della storia di un celebre soggetto caro all’urbinate, la cosiddetta Madonna di Loreto appunto, una cui pregevole replica della bottega dello stesso maestro - di cui ora di sono perse le tracce - fu donata all’inizio del XVIII secolo al santuario lauretano.
Mentre a Jesi, ai Musei civici di Palazzo Pianetti, sempre in autunno andrà in scena la mostra «Raffaello e Angelo Colocci. Bellezza e scienza nella costruzione del mito della Roma antica», a cura di Giorgio Mangani, Francesco P. Di Teodoro, Ingrid Rowland, Vincenzo Farinella, Fabrizio Biferali e Paolo Clini. L’esposizione vuole esplorare le connessioni tra Raffaello e l’umanista jesino Angelo Colocci, punto di riferimento a Roma per artisti, antiquari e poeti, attraverso documenti originali e l’uso di tecnologie digitali innovative che permetteranno ricostruzioni dei capolavori raffaelleschi.
Un omaggio a Raffaello viene, infine, presentato a Pesaro, alla Fondazione Pescheria centro arti visive, con la mostra «Disgregazione e unità. Solcando la misura rinascimentale di Urbino», personale dell’artista marchigiano Oscar Piattella (Pesaro 1932).
La mostra, a cura di Alberto Mazzacchera, ha come fulcro il corpus di opere dell'ultimissima quanto densa produzione del pittore pesarese che, nell’atelier sotto le imponenti pareti rocciose del Catria, per una vita intera ha indagato declinazioni e rifrazioni della luce. Oscar Piattela ha nutrito e nutre la sua ricerca di matrice informale, solcando la misura del Rinascimento matematico del Ducato di Urbino e, nel rileggere in chiave attualissima le magistrali fughe prospettiche presenti in tanta pittura, propone una sua personale e avvincente inquadratura, una prospettiva altra, gravata del compito di introdurre lo sguardo verso l‘infinito.
Da qui l’omaggio a Raffaello e alla sua città natale, che si articola in cinquantacinque dipinti su tavola. Nel Loggiato sono esposti due nuclei di lavori storici: dieci opere materiche (a partire dal 1957) e diciotto opere semi-materiche (anni 2000-2011); nella chiesa del Suffragio ci sono ventisei dipinti e un grande polittico (anni 2014 -2020), chiaro riferimento alla Pala di Giovanni Bellini conservata ai Musei civici di Pesaro.
Le Marche offrono, dunque, tante occasioni per avvicinarsi a Raffaello, artista di cui Antonio Luigi Lanzi, nella sua Storia pittorica dell’Italia, elencava questi indiscussi pregi: «un gusto naturale per la scelta del bello, una facoltà intellettuale di estrarre da molte particolari bellezze per comporne una perfetta, un sentimento vivacissimo, e quasi un estro per concepire gli aspetti formali dell’attività momentanea di una passione, una facilità di pennello ubbidientissima a’ concetti della immaginativa».

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Raffaello (attribuito), Madonna di Casa Santi, Raffaello Sanzio, 1498 circa. Urbino, Casa Santi: [fig. 2] Raffaello, Ritratto di gentildonna (La Muta). Olio su tavola, 65,2 x 48 cm. Urbino, Galleria Nazionale delle Marche; [fig. 3] Tiziano, Ritratto di Giulio Romano, Museo civico di Palazzo Te, Mantova. Esposto alla mostra Baldassarre Castiglione e Raffaello. Volti e momenti di Corte; [fig. 4] La Scuola di Atene nel percorso epositivo di Raffaello Una mostra impossibile; [fig. 5] Arazzo da cartone di Raffaello raffigurante Ananias e Saphira; Oscar Piattella_l'universo il cuore il rosso 2016. Foto Sanio Panfili

giovedì 23 luglio 2020

Cracking Art, la plastica diventa arte a San Benedetto del Tronto

Nel 1996 sospesero in aria, davanti al Palazzo Reale di Milano, mille delfini. Nel 2001, con «Sos World», portarono a Venezia, in occasione della quarantanovesima Biennale d’arte, cinquecento tartarughe dorate giganti. Nel 2005, a Biella, promossero la mostra «Il filo di lana» con un esercito di pinguini blu con una vivace sciarpa rossa al collo. Iniziava così l’avventura artistica, ormai più che ventennale, dei Cracking Art, gruppo biellese attivo dal maggio 1993, il cui nome richiama l’operazione con cui il petrolio grezzo, attraverso il processo del cracking catalitico, si trasforma in virgin nafta per dare forma a un’infinità di prodotti, tra cui la plastica.
Da allora la fauna surreale ideata da questi artisti, che colpisce l’attenzione per il suo gioioso stile in bilico tra post-fauvismo e post-pop, è stata portata in giro per tutto il mondo: da Bangkok a Mosca, da New York a Bruxelles, da Ascona a Roma, da Firenze a Milano.
Le installazioni di animali giganti in plastica rigenerabile, fluorescente e colorata hanno così raccontato ai quattro angoli del pianeta, in luoghi accessibili a tutti come piazze e palazzi delle città, il forte messaggio ecologista del gruppo, ben delineato anche nel «Manifesto del terzo millennio», siglato nel gennaio 2001.
Per i Cracking Art la plastica non è un materiale cattivo ma ambiguo, se da un lato è tra i più inquinanti e meno distruttibili presenti in natura, dall’altro è suscettibile di prestarsi anche a un uso buono, diventando persino veicolo per un invito a rispettare l’ambiente, la nostra casa comune.
Nel 2012 la filosofia del gruppo ha avuto un ulteriore sviluppo con il progetto «L’arte che rigenera l’arte». Le opere utilizzate per le installazioni vengono recuperate, tritate e riciclate per produrne altre. Si dà così il via a un vero e proprio ciclo della vita per affermare che anche in arte come in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
Quest'estate i Cracking Art saranno a San Benedetto del Trento con un progetto di arte pubblica, curato da Stefano Papetti, Elisa Mori e Giorgia Berardinelli, che vuole -spiegano gli ideatori- «innescare, attraverso il linguaggio dell’arte, dinamiche e sentimenti come quelli di relazione con l’altro, di fiducia e tutela della collettività».
Per quattro mesi la città marchigiana sarà invasa, pacificamente e silenziosamente, da una trentina di animali colorati, di varie tipologie e dimensioni: suricati, elefanti, cani e gatti, conigli e non ultima la celebre chiocciola.
«Le creazioni dei Cracking Art, al pari degli animali selvatici nel periodo del lockdown, -raccontano i curatori- sembrano riappropriarsi delle aree verdi e non del tessuto urbano ripristinando quel profondo legame tra l’uomo e la fauna».
L’esposizione mapperà simbolicamente la città, diventando anche uno strumento di promozione turistica del territorio. Nel suggestivo Vecchio Incasato, con il suo affascinante torrione, troverà la sua naturale collocazione un elefante gigante. A piazza Matteotti fino al termine del lungomare di Porto d’Ascoli albergheranno due grandi chiocciole, animali attualissimi perché la loro casa è associabile alla comunicazione: è simbolo della posta elettronica, ma ricorda anche l’organo dell’udito. La balconata della Palazzina Azzurra sarà, invece, abbellita da una sequenza di gatti, animali sornioni e indipendenti ma amanti del focolaio domestico, che sono una delle ultime “scoperte” del gruppo e sono nati da un incontro con un noto brand produttore di pet food. Infine due grandi conigli saranno installati nel giardino «Nuttate de Lune».
«Gli animali dei Cracking Art -raccontano ancora i curatori- saranno presenze vivaci e rassicuranti nell’estate sanbenedettese, creando un’atmosfera da fiaba e valorizzando le evidenze architettoniche che andranno ad abitare, coinvolgendo lo spettatore», sia adulto che bambino. Empatia è, infatti, la parola chiave di queste installazioni che -come raccontava, anni fa, Philippe Daverio- portano «la fantasia al potere».

Informazioni utili 
Craking art en plein air. San Benedetto del Tronto, sedi varie. Per informazioni:
Comune di San Benedetto del Tronto - Ufficio Cultura, tel. 0735.794229. Sito internet: www.verticaledarte.it. Fino al 2 novembre 2020