«Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)» è il titolo scelto dal brasiliano Adriano Pedrosa, direttore artistico del Museu de Arte de São Paulo Assis Chateaubriand e primo curatore sudamericano nella storia della Biennale, per il suo progetto espositivo che porta in Laguna artisti outsider, autodidatti, queer e indigeni, molto spesso immigrati, espatriati, diasporici, esiliati e rifugiati, per un totale di oltre trecentotrenta partecipanti, tutti mai invitati prima d’ora all’esposizione veneziana.
L’espressione che fa da filo rosso alla mostra - suddivisa in due nuclei tematici, uno contemporaneo e l’altro storico - è tratta da una serie di sculture al neon di vari colori, realizzata, a partire dal 2004, dal collettivo Claire Fontaine, nato a Parigi e con sede a Palermo, conosciuto per la sua lotta, nei primi anni Duemila, contro il razzismo e la xenofobia in Italia. Questi lavori, che costellano il percorso espositivo a Venezia con una sessantina di versioni in lingue diverse (comprese alcune in via d’estinzione), riportano la scritta «Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)», un'«espressione» che – scrive Adriano Pedrosa - «ha più di un significato. Innanzitutto, vuole intendere che ovunque si vada e ovunque ci si trovi si incontreranno sempre degli stranieri: sono/siamo dappertutto. In secondo luogo, che a prescindere dalla propria ubicazione, nel profondo si è sempre veramente stranieri».
Il curatore brasiliano delinea così una mappa più emotiva che geografica. Traccia un percorso che non cerca l’unità ma la molteplicità, attraverso un mosaico di storie dissonanti, a volte fragili, spesso potentemente necessarie. In mostra, le lingue si mescolano, i volti si moltiplicano, i confini si fanno porosi, le immagini sembrano provenire da luoghi del mondo difficili da nominare. Si diventa stranieri tra gli stranieri, o meglio stranieri nella propria casa, in un viaggio dove protagonista è il sud del mondo.
Il curatore brasiliano delinea così una mappa più emotiva che geografica. Traccia un percorso che non cerca l’unità ma la molteplicità, attraverso un mosaico di storie dissonanti, a volte fragili, spesso potentemente necessarie. In mostra, le lingue si mescolano, i volti si moltiplicano, i confini si fanno porosi, le immagini sembrano provenire da luoghi del mondo difficili da nominare. Si diventa stranieri tra gli stranieri, o meglio stranieri nella propria casa, in un viaggio dove protagonista è il sud del mondo.
Entrando, il primo segno che si incontra, sulla facciata del Padiglione centrale, è «Kapewe Pukeni», un monumentale murales di 750 metri quadrati realizzato per l’occasione dal collettivo Mahku (acronimo di Movimento dos Artistas Huni Kuin), formato nel 2013 da artisti appartenenti al popolo indigeno Huni Kuin dell’Amazzonia brasiliana, ai confini con il Perù. Figure umane, animali, spiriti e pattern geometrici si intrecciano in una composizione ritmica dai colori intensi e ipnotici, i cui motivi iconografici sono ispirati dai canti rituali (huni meka), tramandati oralmente all’interno della comunità.
All’Arsenale, negli spazi delle Corderie, il visitatore è, invece, accolto da «Takapau» (2022): una grande e scenografica installazione tessile che evoca una capanna e una culla, con cui il collettivo neozelandese Maataho, formato da quattro artiste māori, ovvero Bridget Reweti, Erena Baker, Sarah Hudson e Terri Te Tau, celebra la sacralità della vita e il momento della nascita, omaggiando una antica tradizione della terra natia che si trasmette per via matrilineare.
Poco distante, sempre all’ingresso delle Corderie, si trova una scultura-manichino dell’artista britannico, di origine nigeriana, Yinka Shonibare: «Refugee Astronaut VII», un’opera appartenente a una serie iniziata nel 2015, che raffigura un astronauta a grandezza naturale ricoperto da tessuti multicolori africani, con, sulle spalle, una rete colma di oggetti per affrontare le crisi ambientali del nostro tempo.
Queste due opere ci introducono a uno dei fili rossi della Biennale di Adriano Pedrosa, quello che trasforma fibre naturali, stoffe, ricami e intrecci - materiali antichi e quotidiani – in un linguaggio per dare voce a esperienze di migrazione, esilio e identità fluide. Tra i tanti lavori di arte tessile esposti si segnalano: la grande tela ricamata del gruppo cileno Bordadoras de Isla Negra, che racconta la quotidianità di un paese costiero sudamericano attraverso fili di lana e colori vivaci; le opere in fibra di chaguar (una pianta spinosa che cresce nella regione del Gran Chaco) realizzate dall'argentina Claudia Alarcón con l’aiuto del collettivo Silät (un centinaio di donne tessitrici di diverse generazioni delle comunità Wichí di Alto la Sierra e La Puntana); e gli arazzi della defunta artista filippina Pacita Abad, che utilizzava la tecnica del trapunto (pittura su tela imbottita), arricchendo le superfici con perline, specchi e conchiglie.
Parlare di marginalità significa anche parlare di attivismo, ovvero di tutte quelle azioni che sfidano lo status quo per produrre cambiamenti sociali, politici e ambientali nella nostra quotidianità. Ed ecco così che, alle Corderie, nell’ambito del «Nucleo contemporaneo», viene proposta una sezione speciale dedicata al progetto «Disobedience Archive» di Mauro Scotini, con una selezione di video, realizzati tra il 1975 e il 2023 da trentanove artisti e collettivi, che hanno raccontato le relazioni tra pratiche artistiche e politica, dall’«Attivismo della diaspora» alla «Disobbedienza di genere».
Per quanto riguarda il «Nucleo storico», Adriano Pedrosa ha ideato tre sotto-sezioni all’interno del Padiglione centrale: «Ritratti», con opere realizzate in un arco di tempo compreso tra il 1905 e il 1990 da centododici artisti provenienti da America Latina, Africa, Asia e mondo arabo; «Astrazioni», con trentasette autori come l’indiana Monika Correa e la colombiana Fanni Sanín, e, per finire, «Italiani ovunque», un focus sulla diaspora degli artisti nostrani che si sono trasferiti all’estero integrandosi nelle culture locali. Tra questi c’è Lina Bo Bardi, Leone d’Oro alla memoria nella Biennale 2021.
Nel «Nucleo storico», con lavori che non avevamo mai visto sui libri di testo europei e che raccontano un altro Modernismo, Madge Gill (dal Regno Unito), Anna Zemánková (dalla Repubblica Ceca) e Aloïse Corbaz (dalla Svizzera) ci restituiscono visioni emerse da un altrove interiore: disegni fitti, ossessivi, traboccanti di simboli raccontano un’arte che è soprattutto diario intimo, che reclama il diritto alla vulnerabilità, un altro volto della marginalità.
In ultima analisi, «Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)» non si limita a mappare una geografia alternativa dell’arte, ma impone una revisione ontologica della figura dell’altro. L’esposizione si distacca dalle narrazioni egemoniche per farsi archivio vivente di resistenze e di estetiche transfrontaliere. Le opere selezionate da Adriano Pedrosa agiscono come frammenti di uno specchio infranto in cui l’osservatore, finalmente spogliato delle proprie certezze identitarie, si scopre straniero a se stesso. Ed è proprio in questa frattura che si apre lo spazio più fertile della mostra: non un luogo di riconciliazione, ma di attraversamento. L’alterità non è più oggetto da contemplare o da integrare, bensì una condizione condivisa, un principio dinamico che destabilizza e, al contempo, rigenera. In tal senso, la Biennale 2024 si configura come un esercizio di dislocazione percettiva e simbolica, in cui ogni posizione si rivela provvisoria, ogni appartenenza negoziabile.
Quando il percorso espositivo giunge al termine, ciò che resta non è una cartografia definita, ma una tensione irrisolta, una consapevolezza rinnovata della porosità dei confini geografici, culturali e linguistici. La mostra non offre una sintesi, né pretende di farlo: lascia piuttosto il visitatore in uno stato di sospensione critica, invitandolo a proseguire altrove, nel mondo, quel movimento di interrogazione che qui ha soltanto preso forma.
Didascalie delle immagini
1. MAHKU (Movimento dos Artistas Huni Kuin), Kapewe Pukeni [Bridgealligator], 2024, site-specific installation, 750 m2, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by Matteo de Mayda, courtesy La Biennale di Venezia; 2. Nil Yalter, Pink Tension, 1969, acrylic on canvas, 120 × 180 cm, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by: Matteo de Mayda, courtesy La Biennale di Venezia;3. Vista di Italiani ovunque, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 4. Claire Fontaine, Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque), 2004-24 and Yinka Shonibare, Refugee Astronaut VIII, 2024, exhibition view, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 5. Bordadoras de Isla Negra, Untitled, 1972. Collection Centro Cultural Gabriela Mistral. Exhibition view, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 6. Dana Awartani, Come, let me heal your wounds, Let me mend your broken bones, as we stand here mourning 2019. Darning on medicinally dyed silk, 630 cm x 720 cm x 300 cm. Photo by Marco Zorzanello. Courtesy of La Biennale di Venezia
Informazioni utili
60. Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. Giardini della Biennale e Arsenale - Venezia. Orari di apertura: fino al 30 settembre, ore 11.00 – 19.00 (ultimo ingresso 18.45) | dal 1° ottobre al 24 novembre, ore 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso 17.45) | chiuso il lunedì (con alcune eccezioni indicate dal programma ufficiale). Biglietto singolo: intero €30, ridotto €20 (over 65 e residenti Venezia), ridotto studenti/under 26 €16. Biglietto pluringresso: 3 giorni €40, 7 giorni €50. Sito internet: https://www.biennale.org. Fino al 24 novembre 2024



















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