Nell’elegante cornice di un villino dei primi del Novecento in via Gustavo Modena, che sin dall’ingresso esibisce gli stilemi tipici del Liberty, l’artista sudafricana mette in mostra, con il titolo «uYana umhlaba» (letteralmente «sta piovendo terra» o «lacrime di terra»), un nuovo ciclo di dipinti polimaterici che approfondiscono la ricerca avviata nel 2020, con la serie «Inkanyamba», esposta per la prima volta alla Galeria Municipal de Almada in Portogallo.
Il corpus, le cui forme astratte e sinuose evocano un paesaggio naturale selvaggio, nasce dalle memorie infantili dell’autrice, cresciuta a Johannesburg, nel quartiere-ghetto di Soweto, una delle zone aurifere più ricche al mondo, dove si ravvisano i segni di una storia segnata dal colonialismo e dalla crudele apartheid della minoranza bianca sulla popolazione locale.
In questi lavori i materiali si uniscono, si intrecciano e si sovrappongono. Ritagli di tessuti ordinari - provenienti da abiti tradizionali, carichi di identità e appartenenza - vengono stratificati e forzati a convivere insieme. Si disegna così, attraverso punti di sutura cuciti a mano o a macchina, una geografia spezzata, dove i confini non sono linee nette, ma cicatrici aperte, quelle di chi è stato costretto a vivere un’esistenza nomade. Con l’afflusso continuo dei minatori a Soweto, la famiglia di Buhlebezwe Siwani, come tante altre, aveva, infatti, dovuto abbandonare la sua casa ed era stata confinata in una zona specifica della città, vicino ai terreni delle miniere abbandonate, prima di trasferirsi nella provincia di Eastern Cape e, poi, in Olanda.
Su questi fondali complessi e stratificati, l’artista riunisce per la prima volta tutti gli elementi ricorrenti della sua ricerca. Troviamo, per esempio, il pigmento d’oro, che porta con sé la memoria delle miniere di Soweto ed è, al contempo, simbolo di sacralità. C'è la resina che trattiene e riflette, come acqua sospesa; mentre il sapone - il quotidiano «Sunlight» verde, usato nelle zone rurali del Sudafrica per lavare il bucato, i piatti e il corpo - introduce un gesto intimo, domestico, che si carica di una tensione più ampia. Lavare, qui, non è pulire. È un atto simbolico, che sfiora la purificazione e che ci interroga: cosa significa essere «puliti»? E per chi si deve essere «puliti»? Attraverso un semplice rituale quotidiano, l’artista sudafricana, che oggi lavora tra Città del Capo e Amsterdam e che è anche sangoma iniziata (ovvero una guaritrice spirituale e una mediatrice tra visibile e invisibile), sfiora, dunque, questioni profonde. La sua arte diventa strumento di indagine critica e politica sul rapporto tra pelle bianca e nera, tra corpo maschile e femminile, tra spiritualità indigena e «violenza» missionaria.
Quella che Buhlebezwe Siwani ci racconta è, dunque, una storia intima, introspettiva e di resilienza, dove si intrecciano visibile e invisibile, corpo e spirito, memoria e ferita.
Su questi fondali complessi e stratificati, l’artista riunisce per la prima volta tutti gli elementi ricorrenti della sua ricerca. Troviamo, per esempio, il pigmento d’oro, che porta con sé la memoria delle miniere di Soweto ed è, al contempo, simbolo di sacralità. C'è la resina che trattiene e riflette, come acqua sospesa; mentre il sapone - il quotidiano «Sunlight» verde, usato nelle zone rurali del Sudafrica per lavare il bucato, i piatti e il corpo - introduce un gesto intimo, domestico, che si carica di una tensione più ampia. Lavare, qui, non è pulire. È un atto simbolico, che sfiora la purificazione e che ci interroga: cosa significa essere «puliti»? E per chi si deve essere «puliti»? Attraverso un semplice rituale quotidiano, l’artista sudafricana, che oggi lavora tra Città del Capo e Amsterdam e che è anche sangoma iniziata (ovvero una guaritrice spirituale e una mediatrice tra visibile e invisibile), sfiora, dunque, questioni profonde. La sua arte diventa strumento di indagine critica e politica sul rapporto tra pelle bianca e nera, tra corpo maschile e femminile, tra spiritualità indigena e «violenza» missionaria.
Quella che Buhlebezwe Siwani ci racconta è, dunque, una storia intima, introspettiva e di resilienza, dove si intrecciano visibile e invisibile, corpo e spirito, memoria e ferita.
La mostra rappresenta anche la prima tappa di un progetto condiviso, quella di Matteo Consonni e Dawid Radziszewski, che, unendo le loro filosofie distinte ma complementari, hanno deciso di fondere i percorsi delle loro due gallerie, la Madragoa a Lisbona e la Dawid Radziszewski a Varsavia, aprendo anche una nuova sede a Milano, dove sostenere i talenti emergenti e custodire l'eredità duratura degli artisti affermati.
Didascalie delle immagini
Mostra «uYana umhlaba». Vista dell'allestimento. Foto di Nicola Gnesi
Informazioni utili
Buhlebezwe Siwani, «uYana umhlaba». Galleria Consonni Radziszewski, Via Gustavo Modena 6 . Milano. Orari di apertura: martedì – sabato | ore 11.00- 18.00. Ingresso gratuito. Fino al 30 maggio 2026
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