ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 5 febbraio 2013

«Dolce vita, caro vita», un concorso al femminile per raccontare la crisi

La crisi economica vista e fotografata con gli occhi delle donne: è questo il tema di «Dolce vita, caro vita», concorso nazionale di fotografia promosso dall’associazione «Futuro donna» di Trieste, con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, allo scopo di raccontare per immagini le difficoltà del gentil sesso alle prese con le spese quotidiane al giorno d’oggi.
Far quadrare il bilancio familiare, compito ancora quasi esclusivamente al femminile, nella situazione contingente di generale disagio economico su scala mondiale, è sempre più difficile: non a caso aumentano costantemente, secondo recenti ricerche, le famiglie italiane che dichiarano di faticare ad arrivare a fine mese. Stando agli ultimi dati diffusi da un sondaggio Confesercenti-Swg, il 59% dei nuclei familiari ha, infatti, sostenuto di non essere riuscita a far fronte alle spese della quotidianità e il restante 41% ha, comunque, ammesso di avere grosse difficoltà a far quadrare i conti anche con l'aiuto dei familiari.
L’obiettivo del concorso, riservato a tutte le donne maggiorenni e aperto fino a mercoledì 27 febbraio, è quello di raccogliere, attraverso la fotografia, immagini, sensazioni, situazioni, fatti di ogni giorno ed eventi straordinari che testimoniano un vivere quotidiano influenzato dai cambiamenti sociali, economici e culturali che attualmente viviamo.
La partecipazione al concorso, che si svolge on-line attraverso l’indirizzo e-mail dolcevitacarovita@gmail.com e il sito www.futurodonna.it, è gratuita e si possono inviare un massimo di tre immagini a colori (con una risoluzione di 300 dpi, nel formato 30 x 40 centimetri e complete di scheda di iscrizione con i propri dati anagrafici), che verranno poi valutate da una giuria composta da esperti di settore e rappresentanti dell’associazione.
La premiazione si terrà a Trieste martedì 19 marzo, alle ore 18, presso il CSV, in galleria Fenice 2, al terzo piano. Tutte le fotografie premiate e segnalate saranno, poi, in mostra, da giovedì 21 a venerdì 29 marzo, nella sala espositiva del Circolo Assicurazioni Generali di Trieste (piazza Duca degli Abruzzi, 1).
In palio tre premi in denaro: per la prima classificata 400 euro (offerto da Fisiomed), per la seconda 150 euro (offerto dalla Consulta femminile di Trieste) e per la terza 100 euro (sempre offerto da Fisiomed), oltre a tre premi speciali in targhe offerti dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia e dalle associazioni «Futuro Donna» ed «Espansioni».

Informazioni utili 
«Dolce vita, caro vita». Data ultima di consegna dei materiali: 27 febbraio 2013. Quota di partecipazione: concorso gratuito. Informazioni e recapito per la consegna dei materiali: dolcevitacarovita@gmail.com o cell. 328.0014654. Sito web: www.futurodonna.it

lunedì 4 febbraio 2013

Residenza Ludiko, un’opportunità per gli artisti amanti del gioco

Una residenza d’artista per chi ha il chiodo fisso del gioco: ecco quanto propongono i Ludiko, duo multidisciplinare formato da Andrea Ruschetti e Francesca Mendolia, in collaborazione con l’associazione culturale «Mastronauta» di Omegna, nel Verbano.
L’ospitalità, della durata minima di due giorni ad un massimo di un mese, è riservata a product designers, graphic designers, ricercatori e players multidisciplinari che abbiano desiderio di sviluppare un proprio progetto, nel quale il gioco sia parte costituente e significante.
La residenza, il cui open call è aperto fino al prossimo 30 aprile, offrirà, nello specifico, l’opportunità di usufruire di un alloggio e dell’uso di uno studio privato, nonché di una pubblicazione gratuita.
Gli ospiti residenti potranno interagire con «Faro», nota azienda italiana produttrice di giocattoli, con la fondazione «Forum Omegna», il Parco della Fantasia «Gianni Rodari» e con la Valle dei Pinocchi, ovvero la valle Strona, nella quale è nato e tutt’oggi viene prodotto il giocattolo in legno del celebre burattino.
Nell'edizione 2011, Omegna ha accolto Andrès Carpinellie Juan Arino, due toys-designers argentini, produttori di una propria linea di giocattoli in legno semi-artigianali, oggetto di un progetto sociale che verte sul disagio ambientale e che coinvolge ragazzi di una scuola disagiata. Il loro progetto per la residenza Ludiko si è sviluppato in più fasi: la raccolta del materiale di scarto o difettato della produzione «Faro», la suddivisione differenziata (per volume, colore, forma e tipo di giocattolo), l’assemblaggio dei pezzi, il montaggio figurativo per ottenere un significato visivo, la creazione di varianti e la valutazione dell'effetto colore (incluso un’edizione total black), la creazione di uno schema costruttivo, lo studio del logo & dell’id, la creazione del pack, la creazione di una filastrocca in stile rodariano e, infine, la creazione di un laboratorio didattico e la messa in vendita in un concept store del risultato finale: i «Pelletz».
La residenza è, invece, stata vinta nel 2012 da Serena Osti, di Bolzano, con il progetto «Game Over. Play Again. Esperimenti di gioco per un pensiero anti-crisi»: una serie di interventi, incontri ed azioni urbane che, nello scorso mese di luglio, ha coinvolto la popolazione locale, di ogni fascia generazionale. I laboratori per i bambini prevedevano esercizi di disegno ad occhi chiusi (per lasciarsi andare all’ignoto e alle sorprese positive che il futuro ci può riservare) e in gruppo (per saper accettare opinioni e contributi altrui, per costruire insieme agli altri senza competizione ma in sintonia). Per gli adulti, è, invece, stato ideato un di gioco d’azzardo di gruppo, chiamato «Siamo alla frutta». Gioco più che mai attuale, basato sull’abilità di scambio e di baratto in tempo di crisi, con lo scopo di accettare il ruolo della fortuna e del cambiamento senza giudizio positivo o negativo ma semplicemente come un’offerta di ulteriore possibilità. Premio finale era la lettura dei tarocchi. Infine, negli spazi dell’associazione «Mastronauta» è stato creato un giardino zen, con istallazione, che prevedeva sfide individuali e di gruppo a colpi di mattoncini per accettare la costruzione come imprescindibile dalla distruzione.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Immagine promozionale della Residenza Ludiko 2013; [fig. 2 e fig. 3] Lavoro realizzato durante il progetto «Game Over. Play Again. Esperimenti di gioco per un pensiero anti-crisi» di Serena Osti (residenza Ludiko 2012).

Informazioni utili
Residenza Ludiko ad Omegna (Vb). Deadline: 30 aprile 2013. Informazioni e consegna dei materiali: info@ludiko.it. Sito web: www.ludiko.it

venerdì 1 febbraio 2013

Dal teatro alla musica e alle arti figurative: al via la quarta edizione del premio Petroni

Il premio Lidia Anita Petroni compie quattro anni e, per l’occasione, si rinnova. Grazie alla collaborazione con la Fondazione della comunità bresciana, la competizione apre le porte anche alla musica e alle arti figurative. Il consueto bando per giovani compagnie teatrali bresciane, promosso da Teatro Inverso/Residenza Idra, sarà, dunque, arricchito da due sezioni a cura dell’associazione «Quid» e dello Spazio arte Duina.
Al settore performance e spettacolo dal vivo, le cui iscrizioni rimarranno aperte fino al prossimo 24 febbraio, potranno partecipare compagnie residenti nel territorio lombardo, con progetti, ex novo o ancora in fieri, di spettacoli di teatro, teatro-danza o teatro musicale. Lo studio che vincerà otterrà una residenza di produzione presso Residenza Idra/ Teatro Inverso, consistente in dieci/quindici giorni di prove e nella possibilità di debuttare all’interno della stagione successiva. Alla compagnia verranno fornite anche assistenza tecnica e logistica, oltre a un premio di 2.000,00 euro, corrisposto con la collaborazione del Teatro Stabile di Brescia.
Spazio arte Duina, associazione culturale nata nel 2011 dall’idea di Carlo Duina e Mariella Segala, si occuperà, invece, della sezione dedicata alle arti figurative, ossia alla pittura, al disegno e all’incisione. Le iscrizioni scadono il prossimo 24 marzo.
Il concorso, aperto a tutti gli artisti bresciani under 35, verterà intorno al tema della figura umana. E’ previsto l’allestimento di un’esposizione collettiva nella spazio dell’associazione, che affiancherà le opere dei giovani selezionati a lavori di artisti storicizzati e contemporanei. Il primo classificato si aggiudicherà anche 500 euro e la pubblicazione della sua produzione in catalogo.
Infine, l’associazione «Quid» promuove un bando per la selezione di musicisti (solisti o riuniti in formazioni estese), residenti e operanti sul territorio di Brescia e provincia. Saranno ammessi esclusivamente progetti in cui la musica proposta sia priva di qualsiasi partitura o notazione melodica/armonica. La direzione artistica selezionerà quattro solisti o gruppi, ai quali verrà offerta la possibilità di esibirsi dal vivo in una performance della durata di un quarto d’ora/venti minuti. Queste esecuzioni verranno sottoposte, in forma anonima, a una giuria di esperti; il progetto vincitore del premio avrà diritto alla realizzazione di una registrazione professionale presso uno studio di incisione.

Informazioni utili
Premio Lidia Anita Petroni. Informazioni generali e richiesta bandi: associazione culturale Teatro Inverso – Residenza Idra, vicolo delle Vidazze 15 – 25122 Brescia, tel./fax 030.3701163 o segreteria@residenzaidra.it.

venerdì 11 gennaio 2013

Torino, terminato il restauro di un gesso giovanile di Davide Calandra

Ritorna nelle sale della Galleria d’arte moderna di Torino il gesso «L’aratro» di Davide Calandra (Torino 1856 – 1915), modello dell’omonima opera collocata alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma. Il bozzetto, recentemente sottoposto a un lungo intervento conservativo presso il laboratorio Nicola Restauri di Aramengo, nell’Astigiano, sarà al centro del prossimo appuntamento di Gam Wunderkammer, in programma da giovedì 17 gennaio a domenica 24 febbraio, per la curatela di Virginia Bertone.
Giunta nelle collezioni del museo nel 1922 attraverso la donazione di Giorgio Calandra, l’opera descrive, senza abbellimenti, il procedere di un contadino che dissoda con l’aratro il terreno per prepararlo alla semina.
Il soggetto del gesso, che ha salde radici nella pittura piemontese di quel periodo, come documentano le opere coeve di Antonio Fontanesi e Carlo Pittara, mostra, dunque, un interesse dell’artista, allievo di Enrico Gamba e Odoardo Tabacchi all’Accademia Albertina di Torino, per un verismo legato a temi rustici e campestri. Dà conferma di questa lettura la scultura, pressoché coeva, «Attraverso i campi» (1889), visibile alla Gipsoteca di Savigliano.
Il modello conservato alla Gam, nelle cui collezioni sono visibili anche le opere di ispirazione tardo-romantica «Cuor sulle spine» (1882) e «Fior di chiostro» (1884), è datato 1888 e rappresenta un primo, originale esito di una ricerca che sarebbe proseguita sino a condurre lo scultore a maturare una peculiare cultura eclettica capace di coniugare un colto storicismo con le eleganti cadenze fin de siècle, la cifra che avrebbe improntato la sua grande scultura celebrativa e di cui è nobile esempio «Il conquistatore», posto nel giardino del museo torinese.
L’intervento conservativo dell’opera, nota anche come «Il primo solco», ha visto il ripristino del braccio sinistro e della mano destra del contadino, che erano compromessi sul gesso originale, eseguendo un calco direttamente sulla scultura bronzea alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, lavoro anch’esso datato al 1888 ed esposto, prima di giungere nella capitale, presso l’Esposizione nazionale di Palermo del 1891-1892.
Il gesso si presentava, inoltre, con una tonalità tendente al grigio a causa della polvere che si era depositata nel corso degli anni, così come un alone giallastro era stato provocato dall’ossidazione dei materiali. Entrambi questi problemi sono stati eliminati grazie ad un’accurata pulitura eseguita agendo sotto aspirazione.
In contemporanea con l’omaggio a Davide Calandra, negli spazi della galleria torinese saranno inaugurati anche due nuovi appuntamenti dei progetti espositivi «Surprise» e «Vitrine» . La prima rassegna, che concentra l’attenzione sul contesto artistico torinese tra gli anni Sessanta e Settanta, proporrà una mostra di Pietro Gallina (Torino, 1937), a cura di Maria Teresa Roberto, docente di storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia Albertina di Torino. L’esposizione, che fa seguito a una dedicata ad Ugo Nespolo, ripercorre l’interesse dell’artista piemontese per la rappresentazione di forme umane e animali attraverso ombre, profili e impronte. Alcuni ritratti (inedito quello di Aldo Passoni), un uomo specchiante, la silhouette di una giovane donna seduta (nella collezione della Gam dal 1967) saranno esposti insieme con una scultura in bronzo della serie «Nevigrafie», datata 1970, nella quale è fissata per sempre la traccia di un passo dell’artista.
Il progetto «Vitrine», per la curatela di Stefano Collicelli Cagol, offrirà,invece, una finestra sul lavoro di Helena Hladilova (Kroměříž, Repubblica Ceca, 1983) , della quale verrà esposta «270°», una scultura, priva di plinto e dotata di piccole ruote, che avrà una continua mobilità all’interno dell’ingresso della Gam, mettendo così in discussione il legame tra l’immobilità tradizionalmente riferita a una scultura e l’area espositiva a cui viene assegnata.

Didascalie delle immagini
[fig. 1]  Davide Calandra, «L’aratro», 2012. Torino, Galleria d'arte moderna; [fig. 2] Pietro Gallina, «Ombra di giovane donna seduta», 1967. Torino, Galleria d'arte moderna

Informazioni utili
«Davide Calandra scultore: un'importante opera giovanile restaurata» - «Pietro Gallina: ombre, profili, impronte» - «Vitrine: Helena Hladilova». Galleria d’arte moderna, via Magenta, 31 – Torino. Orari: martedì – domenica, ore 10.00-18.00, chiuso lunedì. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00, gratuito per i ragazzi fino ai 18 anni (ingresso gratuito per la mostra di Vitrine). Informazioni: centralino, tel. 011.4429518; segreteria, tel. 011.4429595, e-mail gam@fondazionetorinomusei.it. Dal 17 gennaio al 24 febbraio 2013.

giovedì 10 gennaio 2013

«Mantova - Parco dell’arte» e «Bergamo - Tracce urbane»: due concorsi per ‘colorare’ la città

La primavera porterà a Mantova un nuovo gioiello per gli amanti dell’arte e della natura. A maggio, sulle rive del Mincio, nell’area verde già attraversata da percorsi, sentieri, radure che si sviluppano tra la riva nord-est del Lago di mezzo, l’edificio detto di «Sparafucile», i confini a sud della cartiera Burgo e a est della Strada del forte, sorgerà un parco d’arte.
Per la realizzazione delle sculture-installazioni che orneranno il nuovo percorso turistico della città, l’associazione culturale «Mantova Creativa», in collaborazione con l’Ente Parco del Mincio e Tea spa, indice il premio «Mantova - Parco dell’arte».
Il concorso, le cui iscrizioni scadranno nella giornata di giovedì 31 gennaio, è aperto ad artisti di qualsiasi nazionalità e si propone di ricercare opere inedite, realizzate con materiali di basso costo anche riciclati, tuttavia adeguati a resistere in esterni ed avere una progettualità di particolare attenzione alla natura dell’ambiente che le accoglierà.
Ogni lavoro proposto dovrà occupare uno spazio approssimativo di tre metri per tre in pianta, per un’altezza massima approssimativa di quattro metri.
Gli interessanti dovranno inviare i propri bozzetti o la rappresentazione fotografica dei modelli dell’opera pensata per il parco mantovano (in massimo tre tavole in formato A1, montate su supporto rigido spessore 5 mm tipo forex e un cd), insieme con una nota biografica e una descrizione del lavoro (di massimo 5000 battute), contenente informazioni sui materiali utilizzati, le dimensioni e il peso approssimato, le modalità di assemblaggio delle parti dopo il trasporto.
Tra i progetti pervenuti, la giuria ne selezionerà otto, la cui realizzazione dovrà avvenire entro i primi giorni di maggio (anche in loco), in vista dell’inaugurazione ufficiale del parco prevista per la fine dello stesso mese. Tra questi lavori, ne verrà selezionato uno, che riceverà un premio di 3000 euro; mentre ciascuno dei restanti sette finalisti riceverà un assegno di 600 euro.
Anche Bergamo lancia un concorso per colorare il proprio contesto urbano. Il bando, aperto fino a venerdì 1° febbraio, è finalizzato alla raccolta di candidature di giovani artisti, writers, progettisti e creativi residenti nel territorio bergamasco, con un’età compresa tra i 15 e 26 anni, cioè nati tra il 1987 e il 1998, che lavoreranno a stretto contatto con il Servizio Giovani e Sport dell’Amministrazione comunale per la riqualificazione di alcune zone della città. Gli interessati dovranno far pervenire allo sportello dello Spazio Polaresco una breve descrizione della propria personalità, del percorso artistico e delle motivazioni che li vedono interessati a partecipare a «Tracce urbane», un concorso per colorare e rendere ancora più bella la città.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Locandina del concorso «Mantova - Parco dell’arte»; [fig. 2] Locandina del concorso «Tracce urbane»

Informazioni utili 
«Mantova - Parco dell’arte». Data ultima di consegna dei materiali: 31 gennaio 2013. Quota di partecipazione: € 50,00. Informazioni e recapito per la consegna dei materiali: Mantova Creativa, via SS Martiri, 2 - 46100 Mantova, cell. 333.3561501 o info@mantovacreativa.it. Sito web: www.mantovacreativa.it

«Tracce urbane». Data ultima di consegna dei materiali: 1° febbraio 2013. Quota di partecipazione: gratuita. Informazioni e recapito per la consegna dei materiali: Comune di Bergamo – Istituzione per i servizi alla persona, via del Polaresco, 15 - 24129 Bergamo, tel. 035.399657/625 o gabrieletanelli@comune.bg.it (dal lunedì al venerdì, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 18.00). Sito Web: http://www.giovani.bg.it/.

mercoledì 9 gennaio 2013

Da Milano a Mumbai: la Fondazione Mazzotta tra i protagonisti di «[en]counters»

Da Milano a Mumbai nel segno dell’arte: vola all’estero la Fondazione Antonio Mazzotta per rappresentare l’Italia ad «[en]counters», manifestazione di arte pubblica che ogni anno, dal gennaio 2010, anima la megalopoli indiana con opere, installazioni, performance e interventi di arte partecipativa.
Accanto a istituzioni, curatori e artisti autoctoni, la quarta edizione della rassegna, ideata e prodotta dal gruppo indipendente ArtOxygen e da Asia Art Projects, con la collaborazione di StudioX e Celebrate Bandra Trust, presenterà, infatti, per la prima volta una realtà italiana, ma anche protagonisti dell’arte provenienti da Hong Kong, dall’Australia e dalla Germania.
L’iniziativa, in programma da venerdì 11 a domenica 20 gennaio, elegge annualmente un tema, una linea-guida che miri a risvegliare il senso di identità collettiva, promuovere dibattiti e sviluppare idee per rendere la città un luogo più vivibile, con ricadute in termini culturali, economici e sociali sulla comunità.
Nelle prime tre edizioni, «[en]counters» ha affrontato grandi argomenti quali le diversità identitarie (2010, «Talking Sites»), l’acqua (2011, «The Fluid City») e ha investigato l’idea di territorio nelle sue diverse declinazioni di suolo, terreno, paesaggio e patrimonio artistico (2012, «land(of)mine»). Per il 2013 il tema proposto riguarda l’energia, intesa come potenza, luce e connessione tra le persone. L’ambizione è quella di creare attraverso l’arte punti di intersezione e incontro in spazi quali spiagge e giardini, in un paesaggio urbano che si sta sviluppando in verticale e attraverso il cemento, con conseguente spostamento del centro nella city. L’intento è quello di mettere in luce come gli spazi pubblici possano essere utilizzati quali aree interattive che influenzino positivamente i nostri stili di vita.
Per articolare il contributo italiano a questa manifestazione, unica nel panorama internazionale, Martina Mazzotta ha scelto di coinvolgere Pietro Pirelli. La loro recente collaborazione nell’ambito della mostra «Pelle di donna. Identità e bellezza tra arte scienza» (Triennale di Milano, gennaio-febbraio 2012), con l’ormai noto idrofono «Pelle di donna» appositamente realizzato, ha riscosso enorme successo di critica e di pubblico. Per «[en]counters-powerPLAY 2013», il musicista e artista visuale milanese, poeta del suono e della luce che ha spesso viaggiato in India, ha studiato l’installazione «Idrofoni/Mumbai Traffic Flowers», che trasformerà il paesaggio sonoro della megalopoli indiana in melodie visive attraverso suono, acqua e luce. Nel dettaglio, «il suono della città – spiegano gli organizzatori- entrerà in ‘lampade sensibili’ per riemergerne in forma luminosa in piscine sonore: si tratta di dischi, recipienti sospesi e trasparenti riempiti con un velo d’acqua che, captando i suoni della metropoli e del traffico, si metteranno in movimento e moduleranno il fascio di luce che l’attraversa. Il moto ondoso scolpirà una serie di immagini in divenire che si proietteranno a terra e sulle superfici circostanti».
Accanto a quest’opera, della quale si parlerà a Milano in febbraio durante un incontro interamente dedicato alla manifestazione indiana, i visitatori di «[en]counters-powerPLAY 2013» potranno vedere, nei quattro luoghi della città coinvolti nel progetto (Horniman Circle Garden, Studio X, Juhu Beach e Carter Road Promenade), anche molti altri lavori incentrati sul tema dell’energia intesa come potenza e connessione tra le persone.
Il duo australiano Telepathy (Sean Peoples e Veronica Kent) esplorerà, per esempio, vie alternative, oniriche e telepatiche, di comunicazione, realizzando un concerto su un lungomare della città: i testi dei loro brani si ispireranno ai sogni che la coppia farà durante il soggiorno in India e la musica sarà rivolta a un immaginario ascoltatore dall’altra parte del mare. Mentre Il collettivo C&G-Artpartment di Hong Kong proporrà un approccio partecipativo all’arte contemporanea. Wai Ian Chung raccoglierà, nel suo «Ghost Stories», le storie di una piccola comunità di pescatori, i cui racconti verranno, poi, dipinti con vernice fluorescente sulle loro imbarcazioni, che al calar del sole si illumineranno. Clara Cheung creerà, invece, un’installazione raffigurante la skyline di Mumbai, usando bottiglie di plastica riciclate e lattine di alluminio, che il pubblico potrà riempire con acqua di mare e che saranno illuminate di notte.
L’indiana Vibha Galhotra interverrà sul fiume Mithi, un tempo fonte di energia vitale per la città, criticando la noncuranza e lo stato di irrimediabile inquinamento in cui esso versa oggi. Mentre Mansi Bhatt presenterà una sua performance, «Kalkinama», nella quale, vestita come una sposa guerriera, guiderà quindici guardie in uniforme in un’esercitazione militare scandita da canti inneggianti all’amore inteso come energia vitale. Sharmila Samant organizzerà, invece, una discussione con un gruppo di studenti di architettura e attivisti della città per creare una biblioteca, intesa come spazio aperto al pensiero e all’energia intellettuale. Mentre Reena Kallat giocherà con l’idea delle gerarchie e delle relazioni di potere attraverso una scultura-puzzle a forma di cubo, formata da venti podi sportivi con numeri e livelli mischiati. Al tema del gioco guarderà anche Sourav Biswas con le sue installazioni-altalena. Infine Tobias Megerle, tedesco che vive a Mumbai, creerà una poltrona ‘invisibile’ che farà apparire in levitazione quelli che vi siederanno sopra.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Logo di «[en]counters-powerPLAY 2013»; [fig. 2] Pietro Pirelli, «Idrofoni/Mumbai Traffic Flowers», 2012. Courtesy Fondazione Antonio Mazzotta, Milano; [fig. 3] Reena Kallat, «Podium /Cube», 2013; [fig. 4] Il progetto di Telepathy (Sean Peoples e Veronica Kent) per «[en]counters-powerPLAY 2013»

Informazioni utili
«[en]counters-powerPLAY 2013». Horniman Circle Garden, Studio X, Juhu Beach< e Carter Road Promenade, Mumbai – India. Informazioni sul progetto e sui singoli interventi: info@artoxygen.org. Sito web: http://asiaartprojects.net/encounters. Dall’11 al 20 gennaio 2013.  


venerdì 4 gennaio 2013

Ugo Nespolo firma l’edizione 2013 della Fòcara di Novoli

Un vulcano dalle tinte rosso, giallo e arancio, su sfondo nero, che erutta fuoco, numeri e parole: è questa l’immagine disegnata da Ugo Nespolo per il manifesto della prossima edizione della Fòcara, antica festa salentina che mercoledì 16 gennaio, in occasione delle celebrazioni per Sant’Antonio abate, illuminerà la notte di Novoli di Lecce con un rogo di venticinque metri di altezza e venti metri di diametro.
Il falò, considerato il più grande del bacino del Mediterraneo, è stata inserito tra i beni della cultura immateriale della Regione Puglia e partecipa alla catalogazione ministeriale per il riconoscimento dell’Unesco quale Patrimonio intangibile dell’umanità, da valorizzare e tutelare.
Quest’anno la costruzione del falò è iniziata lo scorso 8 dicembre, con la legatura e la posa, grazie a tecniche ormai secolari tramandate di padre in figlio, di circa ottanta mila fascine di tralci di vite secchi provenienti dai feudi del Parco del Negroamaro.
Come tutti gli anni, la mattina del 16 gennaio si compirà il rito antichissimo della bardatura che vedrà una catena umana issare sulla cima del falò l’immagine di Sant’Antonio. Nel primo pomeriggio della stessa giornata si celebrerà la benedizione degli animali e appena scenderà la sera un avvolgente fuoco pirotecnico, accompagnato da musica, innescherà l’accensione della Fòcara. Quindi, mentre il fuoco brucerà ininterrottamente (anche per più giorni), la piazza intorno al falò si animerà di fuochi d’artificio, suoni, balli e di tanti altri appuntamenti da non perdere
La festa, carica di simboli legati alla cultura popolare e contadina del territorio, che si muove tra sacro e profano, è diventata ormai da anni occasione di incontro tra culture e religioni diverse che si riuniscono idealmente intorno al «fuoco buono di Puglia, messaggero di pace nel mondo», diventato un simbolo universale di solidarietà nell’area mediterranea.
L’appuntamento musicale pensato per questa edizione della Fòcara vedrà così esibirsi artisti provenienti da ogni parte del mondo come Mory Kanté, Enzo Avitabile & Bottari, Raiz, Sud Sound System, Asian Dub Foundation e Balkan Beat Box.
«I giorni del fuoco» profumeranno, però, anche di enogastronomia grazie a Cupasgri, salone della degustazione dei sapori locali provenienti dalle migliori aziende dell’eno-agroalimentare della Valle della Cupa, e alla rassegna delle cantine del Parco del Negramaro e dell’associazione Città del vino.
Grande spazio verrà, inoltre, dato all’arte. Accanto a una mostra dedicata al torinese Ugo Nespolo, saranno esposti gli scatti di Mario Cresci, docente di teoria e metodo della fotografia all’Accademia di Belle arti di Brera, che documentano l’edizione 2012 della festa, mentre Letizia Battaglia, artista siciliana celebre per le sue foto che hanno come soggetto gli orrori della mafia, parteciperà all’evento come Premio Fòcara fotografia 2013. Non mancherà, infine, la tradizionale installazione site spefic d’autore: lo scorso anno toccò a Mimmo Paladino con i suoi grandi e colorati cavalli di cartapesta, quest’anno sarà lo stesso Ugo Nespolo, con il suo stile pop, a rendere ancora più magica la notte salentina.

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Manifesto di Ugo Nespolo per la Fòcara 2013; [fig. 2] La Fòcara, accensione del fuoco 
[si ringrazia Daniela Fabietti dell’Agenzia Freelance di Siena per le immagini] 

Informazioni utili 
La Fòcara 2013. Novoli (Lecce). Mercoledì 16 gennaio 2013, dalle ore 20.00. Informazioni,. Ufficio cultura del Comune di Novoli, tel. 0832.712695 (da lunedì al venerdì, dalle ore 8.00 alle ore 14.00)., cell. 335.8202336; cultura@comune.novoli.le.it. Sito web: www.fondazionefocara.com/.

giovedì 20 dicembre 2012

«Paesi dipinti», quando il muro è un’opera d’arte

Sono oltre duecento in tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia, i «paesi dipinti»: borghi, spesso di piccole dimensioni, trasformati in veri e propri musei a cielo aperto dalla vena creativa e dai colori di artisti, famosi e non, che hanno lasciato il loro segno su pareti esterne e porte di case e di edifici pubblici. Questi «muri d’autore», visitabili gratuitamente ogni giorno dell’anno e a ogni ora del giorno, sono stati dipinti con la tecnica «a fresco» o con la pittura acrilica su parete, sia per decorare sia per ricordare, per raccontare cioè una storia legata a tradizioni, avvenimenti e personaggi noti dei paesi che li conservano.
A inaugurare la stagione del muralismo moderno, tradizione che si fa risalire alle prime incisioni rupestri e che vanta anche un manifesto scritto, negli anni Trenta, da Mario Sironi e firmato da Carlo Carrà, Achille Funi e Massimo Campigli, fu, nel 1956, il borgo di Arcumeggia, piccola frazione del comune di Casalzuigno, immersa nel cuore verdeggiante della Valcuvia. In questo lussureggiante angolo del Varesotto, artisti del calibro di Aligi Sassu, Gianfilippo Usellini, Aldo Carpi, Giuseppe Migneco, Achille Funi e molti altri lasciarono la propria impronta pittorica, creando una pinacoteca en plein air che racconta, passo dopo passo, la vita agreste, la storia di emigrazione e le tradizioni, lavorative e religiose, che interessarono gli abitanti del piccolo paese lombardo. L’itinerario artistico porta così il turista a contatto con opere come «Corridori» di Aligi Sassu e «Composizione agreste» di Ernesto Treccani, due degli oltre trenta affreschi che, nei prossimi mesi primaverili ed estivi, saranno al centro di un delicato intervento conservativo predisposto dalla restauratrice Rossella Bernasconi e realizzato dalla Provincia di Varese, grazie al co-finanziamento della Fondazione Cariplo di Milano.
Restando nel Varesotto, il territorio più ricco in Italia per numero di «paesi dipinti», il nostro viaggio tra i «muri d’autore» può fare tappa a Boarezzo, un borgo da favola in Valganna, con case in sasso e viottoli acciottolati tra boschi di faggi, salici e castagni, che vanta una galleria di murales sugli antichi mestieri del luogo, ideata negli anni Settanta dal pittore Mario Alioli e arricchita da opere come «Ul bagatt» (il calzolaio) di Silvio Monti, lo «Scalpellino» di Luigi Bennati, il «Falegname» di Otto Monestier e «La bottega del ceramista» di Albino Reggiori.
Agli ormai dimenticati lavori del passato, come l’ombrellaio e il «cadregat» (l’impagliatore di sedie), sono dedicati anche i pannelli dipinti di Peveranza di Cairate, centro abitato a pochi chilometri dalla roccaforte di Castelseprio. Mentre il paese di Marchirolo, a una manciata di chilometri dalla Svizzera, accoglie una galleria di affreschi con storie di contrabbandieri e di emigrazione, un insieme di opere nato negli anni Ottanta con lo scopo di rendere omaggio all’operosità di molti abitanti del luogo, da sempre esperti nel campo dell’edilizia, che furono costretti ad andare a lavorare in America e persino nella lontana Cina, dove, secondo la tradizione, furono tra i costruttori della ferrovia del Tonchino. Tema libero, invece, per i muri di Runo di Dumenza, luogo natale del pittore Bernardino Luini, allievo di Leonardo da Vinci, ma anche di Vincenzo Peruggia, imbianchino noto per aver trafugato «La Gioconda» dal museo del Louvre. La pinacoteca senza pareti di questo tranquillo borgo, immerso nel verde della Val Dumentina, dà testimonianza della profonda religiosità degli abitanti del luogo, ma anche della cultura locale, attraverso la raffigurazione, per esempio, di abiti popolari del primo Ottocento, come quelli che compaiono nell’opera «La partenza» di Andrea De Bernardi.
Se a queste gallerie en plein air, che danno forma e colore alla cultura e alla storia locale di piccole comunità orgogliose delle proprie radici, si aggiungono quelle di Induno Olona e del rione San Fermo di Varese il numero dei «paesi dipinti» della provincia di Varese sale a sette. Non è, dunque, un caso che proprio in questo territorio sia nata nel 1994, per iniziativa del professor Raffaele Montagna, l’Assipad - Associazione italiana paesi dipinti, che intende riunire, valorizzare e promuovere i tanti luoghi italiani che posseggono un patrimonio pittorico, più o meno recente, sulle pareti esterne delle proprie abitazioni. Quella dei «muri d’autore» è, infatti, una raffinata risorsa turistica, quasi interamente da scoprire. In giro per il nostro Paese, il visitatore curioso, capace di allontanarsi dai grandi itinerari del turismo massificato e di trasformare il viaggio in un’occasione di scoperta, può, infatti, trovare di tutto: scene sacre, paesaggi marini con barche e pescatori, volti di emigranti in procinto di partire per terre lontane, partigiani in lotta per la libertà, contadini che raccolgono i frutti del proprio lavoro, campi bruciati dal sole, donne seminude che si beano della propria bellezza, ma anche gatti, cani e unicorni, animali della realtà e della fantasia.
L’elenco dei soggetti dipinti in questi borghi è, però, ancora lungo. A Legro, piccola e pittoresca frazione di Orta San Giulio (Novara), è il cinema, per esempio, ad essere stato «messo al muro»: in onore ai tanti registi che hanno scelto questo serafico paesino lacustre come ambientazione dei propri film, sono stati realizzati murales che prendono spunto da lungometraggi quali «Riso amaro», «Una spina nel cuore», «La maestrina», «I racconti del maresciallo» e «Voglia di vincere», sceneggiato televisivo con Gianni Morandi e Milly Carlucci.
Al mondo del cinema strizza l’occhio anche la galleria all’aperto di Conselice, nel Ravennate, dove il pittore Gino Pellegrini ha dipinto sui muri della piazza principale i baffoni di Gino Cervi e il sorriso bonario di Fernandel, gli interpreti televisivi delle storie di Peppone e don Camillo, nate dalla penna di Giovanni Guareschi. Sempre in Emilia Romagna, si trova Coriandoline, quartiere fiabesco alle porte di Correggio (Reggio Emilia), interamente disegnato dai bambini per i bambini, che accoglie i visitatori con un’esplosione di colori e soluzioni abitative curiose come scale-scivolo e lampioni-uccello, alle quali ha dato vita la fervida creatività di Lele Luzzati.
Ai più piccoli piacerà anche Vernante, paesino del Cuneese, i cui muri narrano la storia di Pinocchio attraverso centocinquanta murales, dipinti da Bruno Carlet e Meo Cavallera, o Calvi dell’Umbria, in provincia di Terni, dove si celebra il tema della Natività. A Salza di Pinerolo, nel Torinese, si omaggiano, invece, la musica e i cantautori che hanno suonato tra le vie del borgo. Ecco così sulle pareti del paese affreschi dedicati a canzoni come «L’isola che non c’è» di Edoardo Bennato, «Vecchio frac» di Domenico Modugno e «Vita spericolata» di Vasco Rossi.
Impressi nella memoria dei viaggiatori curiosi rimarranno anche Furore, sulla Costiera Amalfitana, Valloria di Prelà, nell’entroterra di Imperia, il cui museo sono gli usci delle vecchie case, o ancora Vetri sul mare, nel Salernitano, dove disegni e colori sono impressi sulla ceramica che riveste gran parte degli edifici, e Lauro, paese rinascimentale della provincia di Avellino, dipinto esclusivamente da pittori naif, artisti accomunati da un atteggiamento esistenziale ingenuo e primitivo.
In Sardegna meritano, infine, una visita Villamar, nella zona collinare del Cagliaritano, dove, a metà degli anni Settanta, alcuni esuli cileni lasciarono la propria testimonianza di profughi attraverso affreschi particolarmente colorati e ricchi di vitalità, e il borgo di Orgosolo, nella Barbagia, dove i primi murales furono eseguiti per commemorare il trentesimo anniversario della liberazione d’Italia e dove, in seguito, vennero realizzati dipinti di protesta sociale, ispirati alla tradizione dei murales latino-americana.
La storia dei «paesi dipinti»  racconta, dunque, un’Italia ancora poco conosciuta, in cui l’arte diventa arredo urbano, colorando di nuova vita strade e piazze di piccoli borghi, spesso arroccati e abbandonati. Ci fa venire in contatto con un Paese ricco di musei speciali, che non chiudono mai, visitabili in qualsiasi ora del giorno e della notte, senza code e senza pagare biglietto d'entrata, avendo magari per tetto la volta stellata.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] L'affresco «Corridori» di Aligi Sassu per il borgo di Arcumeggia, Varese; [figg. 2 e 3] Uno spaccato di Coriandoline, quartiere di Correggio (Reggio Emilia); [fig. 4] Affresco dedicato al film «Riso amaro» nel borgo di Legro, frazione di Orta San Giulio (Novara); [fig. 5] Un affresco dedicato alle storie di Pinocchio nel borgo di Vernante (Cuneo); [figg. 6 e 7] Esempi di porte dipinte nel borgo di  Valloria di Prelà (Imperia)

Informazioni utili 

Associazione nazionale paesi dipinti: www.paesidipinti.it 
I paesi dipinti del Varesotto: www.vareselandoftourism.it/uploaded/file_struttura/informazioni/pubblicazioni/paesi_dipinti.pdf
Coriandoline, il quartiere disegnato dai bambini: www.coriandoline.it

mercoledì 19 dicembre 2012

Medardo Rosso negli scatti di Angelo Garoglio

«Ciò che importa per me, nell'arte, - teorizzava Medardo Rosso (Torino, 1858–Milano, 1928) in un testo del 1902 per «La Nouvelle Revue» - è far dimenticare la materia»: il che, per uno scultore, non può che apparire come un paradosso. Eppure è proprio in questo modo, rivoluzionario e singolare, di plasmare bronzo, gesso e cera, di «rendere con la plastica le influenze di un ambiente e i legami atmosferici che lo avvincono», come ebbe a scrivere Umberto Boccioni nel manifesto «La scultura futurista» del 1912, che sta la grandezza dell'artista di «Madame X» (1896?, Venezia, Ca' Pesaro) e il seme più fecondo della sua lezione. Una lezione raccolta, tra gli altri, da Henri Matisse, Pablo Picasso, Alberto Giacometti e Constantin Brancusi, che videro in Medardo Rosso, l'uomo che amava dire «noi non siamo che scherzi di luce», l'antesignano e il capostipite della scultura moderna per quei suoi lavori privati di contorni definiti, plasmati come un abbozzo evanescente e magmatico, tesi a restituire l'emozione visiva dell'attimo attraverso un gioco sapiente di chiaroscuri.
Guardando queste opere «instabili», frutto di vibrazioni spazio-temporali che ne contraddistinguono la potente ma incerta presenza, Ardengo Soffici parlò, per primo, di «Impressionismo». L'etichetta, frettolosamente attribuita e per questo approssimativa, è entrata nei libri di storia dell'arte e ha accompagnato per lungo tempo la fortuna critica dell'artista, torinese di nascita e milanese di formazione, che, pur avendo vissuto a lungo a Parigi e respirato del clima impressionista, mai dimenticò nel plasmare la sua cultura italiana, umanista, impregnata di quegli ideali di socialismo e di attenzione al vero psicologico e caratteriale che innervarono la tarda Scapigliatura e il Divisionismo. Come Giovanni Segantini e Giuseppe Pelizza Da Volpedo, artisti a lui coevi, Medardo Rosso unì alla semplice trascrizione dell'impressione retinica, dell'emozione suscitata dal dato ottico l'attenzione per soggetti contemporanei, intimistici: emarginati, madri con bambini, gente comune e momenti di quotidianità.
A rileggere l'iter creativo dell’artista è, fino a domenica 13 gennaio, la mostra «Disegni di luce. Angelo Garoglio fotografa Medardo Rosso», allestita per la curatela di Silvio Fuso e Matteo Piccolo a Venezia, presso Ca’ Pesaro.
Nella sala X, accanto alle otto sculture donate dall’artista al museo veneziano nel 1914, in occasione della XI Biennale d’arte, sfilano una trentina di foto a colori e in bianco e nero, selezionate tra oltre centocinquanta scatti. Questi lavori, raccolti anche in un catalogo edito da Skira, indagano e approfondiscono due delle opere più famose di Medardo Rosso: «Ecce puer», della quale l’istituzione lagunare custodisce la prima fusione tratta dal modello in gesso, e «Madame X», lavoro considerato «figlio prediletto» dal suo stesso autore.
Sempre di Medardo Rosso, in concomitanza con la mostra, è possibile ammirare nella sala II della galleria, dove normalmente sono esposte le sue opere, ora in sala 10, «Enfant juif», scultura in cera del 1915, recentemente acquisita da Ca’ Pesaro grazie ad un deposito a lungo termine da una collezione privata.
Angelo Garoglio (1951), fotografo nato a Milano ma ormai torinese di adozione, ha fatto tesoro della ricerca e degli intenti dello scultore che voleva «dimenticare la materia». Medardo Rosso era, infatti, solito fotografare le proprie sculture, la loro installazione e posizione nello spazio, «sigillando» con un’ulteriore fotografia l’intera sequenza e dando così testimonianza di come la fotografia appartenesse di diritto alla sua poetica.
Gli scatti esposti colgono ogni angolatura delle opere, mettendo in evidenza anche particolari, spiragli di luci spesso difficili da vedere a occhio nudo.
Vedendo queste immagini, ma anche le scultore esposte, vengono in mente le parole che Enrico Prampolini scrisse, recensendo la Quadriennale romana dei primi anni '30, all’interno della quale veniva presentata una personale dell'artista: «Medardo Rosso non solo dischiuse un orizzonte nuovo alla scultura, ma spezzò l'incanto della plastica tradizionale e le sue leggi –cioè la forma, il volume, la materia, la statica– per avventurarsi nei regni inesplorati della forma e dello spazio, dell'atmosfera e dell'ambiente».

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Medardo Rosso, «Ecce puer», 1906. Foto di Angelo Garoglio; [fig. 2] Medardo Rosso,«Madame X», 1896. oto di Angelo Garoglio

Informazioni utili
«Disegni di luce. Angelo Garoglio fotografa Medardo Rosso» Ca’ Pesaro - Galleria internazionale d’arte moderna, Santa Croce 2076 – Venezia. Orari: 10.00–17.00 (biglietteria 10.00–16.00), chiuso lunedì. Ingresso: intero € 8,00, ridotto (ragazzi da 6 a 14 anni; studenti da 15 a 25 anni; accompagnatori di gruppi di ragazzi o studenti; cittadini ultrasessantacinquenni; personale del Ministero per i Beni e le Attività culturali; titolari di Carta Rolling Venice; soci Fai), € 5,50. Informazioni: info@fmcvenezia.it, call center 848082000 (dall’Italia) o +3904142730892 (dall’estero). Sito internet: capesaro.visitmuve.it. Catalogo: Skira editore, Milano. Fino al 13 gennaio 2013. 

martedì 18 dicembre 2012

Wietzendorf, un presepe tra i fili spinati

Era l’inverno del 1944. Nel lager di Wietzendorf, cittadina tedesca tra Amburgo e Hannover, erano rinchiusi migliaia di soldati italiani che, all’indomani dell’armistizio di Cassibile, con il quale l’Italia firmava la propria resa alla Forze alleate, avevano deciso di non collaborare con i nazisti e di non aderire alla Repubblica di Salò. La tragedia della guerra, le punizioni corporali, il duro lavoro nell’industria bellica e mineraria, la fame, il freddo e l’ombra della morte sempre presente non avevano privato queste persone della fede, della speranza e del coraggio, della dignità di essere uomini.
Natale era ormai alle porte e grazie alla perizia artistica del sottotenente d’artiglieria Tullio Battaglia, artista-letterato e giovane professore di disegno, Gesù Cristo poteva nascere anche tra le baracche di un campo di concentramento del nord della Germania, illuminando la Notte Santa di chi, con la nostalgia di casa nel cuore, stava vivendo la follia e l’inferno di una triste pagina della nostra storia.

Con un coltellino tascabile (miracolosamente scampato a ogni perquisizione), una robusta forbicina e un cardine di porta usato come martello, alla luce fioca di una candela che ogni prigioniero contribuì a alimentare togliendo una piccola parte all’esigua razione giornaliera di margarina, Tullio Battaglia costruì una quindicina di esili figure di trenta/trentacinque centimetri d’altezza, ricavate dal legno dei giacigli e con un po’ di filo spinato per scheletro, rivestite da parti di indumenti e da piccoli ricordi di famiglia di ogni internato.
Tutti i prigionieri donarono, infatti, qualcosa di proprio, un brandello della loro vita passata, per costruire le statuine. Gesù Bambino è fatto, per esempio, con un fazzoletto di seta del tenente Bianchi di Milano. Il pelo dell’agnello è la fodera del pastrano del capitano Bertoletti di Como, passato per i monti della Grecia e per la disfatta del fronte russo. Un lembo del pigiama del tenente bersagliere Montobbio di Milano disegna il turbante e la fascia di un re magio. La collana dell’altro sapiente giunto da Oriente è il pendaglio del braccialetto del tenente artigliere Mendoza di Vigevano. Un’estremità della tonaca del cappellano, padre Ricci, è il vestito di San Francesco. E, proseguendo, il pelo della pecorella è il tessuto sfilacciato della musetta da cavallo del tenente Mori di Arezzo. Il cestino arriva dalla calza della Befana per i due figli del capitano Gamberoni di Bologna. Le mostrine dei Lupi di Toscana del tenente Vezzosi di Milano fanno da risvolto alle maniche del guerriero longobardo. I pizzi che ornano il manto della Madonna sono i ritagli di un fazzoletto donato dall’amata al suo fidanzato in partenza per la guerra. Ogni pezzo di tela, latta, juta ricorda, dunque, un uomo, un brano di storia d’Italia scritta su un campo di battaglia.
Ci sono in questo presepe, oggi uno dei beni più preziosi, e forse meno conosciuti, del tesoro della Veneranda Basilica di Sant’Ambrogio in Milano, tutti i personaggi classici della Natività: la Vergine Maria, il Bambin Gesù, Giuseppe, i re magi, la gente umile, qui rappresentata da una povera contadina nel tipico costume lombardo, da uno zampognaro abruzzese, da un pastore calabro e da una tessitrice che confeziona la bandiera italiana. Un po’ in disparte si intravedono anche un militare internato, nella sua divisa lacera, e un soldato tedesco che, illuminato dall’amore per il Bambinello, depone finalmente a terra le armi. Non manca nella sacra rappresentazione di Tullio Battaglia neppure la figura di San Francesco, il «poverello di Assisi» al quale si deve la prima raffigurazione del presepe come oggi lo conosciamo. E’, invece, assente il bue, con il suo grande collare e la sua grossa campana: è stato lasciato a Wietzendorf, a scaldare e a tener compagnia a quei soldati che lo hanno visto nascere e che non sono riusciti a ritornare a casa.
Guardando questo presepe, povero di materiali, ma ricco di significati, vengono in mente le parole di Bertolt Brecht: «Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale, noi, gente misera, in una gelida stanzetta, il vento corre fuori, il vento entra. Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo: perché tu ci sei davvero necessario». Il commemorare la nascita di Gesù era realmente indispensabile nel lager di Wietzendorf; c'era bisogno di credere che la fede e la speranza in un domani migliore avrebbero vinto qualsiasi difficoltà.

Didascalie delle immagini
[figg.1, 2, 3 e 4] Particolari del presepe di Wietzendorf. Milano, Veneranda Basilica di Sant’Ambrogio

Informazioni utili 

Presepe di Wietzendorf. Veneranda Basilica di Sant’Ambrogio, piazza Sant'Ambrogio, 15 - Milano. Orari di visita: dal lunedì al sabato, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.00; domenica, dalle 15.00 alle 17.00. Informazioni: www.basilicasantambrogio.it.

lunedì 17 dicembre 2012

Serrapetrona e il tesoro di Giorgio Recchi, «l’uomo che parlava al dinosauro»

Un insospettabile Indiana Jones italiano e un paesino nel cuore delle Marche, una morte improvvisa e la scoperta di un tesoro archeologico e paleontologico inestimabile: gli elementi per un film d’azione da code al botteghino? No, le componenti di una storia vera che ha visto Serrapetrona, piccolo paese del Maceratese, incastonato sui Monti Azzurri, arricchirsi di un’importante collezione di oggetti archeologici e paleontologici.
La vicenda ha inizio la mattina del 19 dicembre 2006. Giorgio Recchi, geologo sessantotto anni, non risponde alla porta di casa. L’uomo vive da solo e i vicini, allarmati dalla sua assenza, che dura ormai da qualche giorno, decidono di chiamare i vigili del fuoco. Una volta penetrati nell’abitazione, i soccorritori rimangono senza fiato: Giorgio Recchi è sul suo letto, privo di vita, attorno a lui uno strabiliante museo privato, con esemplari di antropodi paleozoici, invertebrati primordiali, anfibi e rettili acquatici, rettili volanti e uccelli primitivi, mammiferi antichi, reperti preistorici, vasi etruschi ed ellenici magnificamente dipinti, bronzetti votivi, oggetti d’ornamento piceni, reperti egizi e di epoca romana, monete in bronzo, argento e oro.
Il tesoro, per la maggior parte di provenienza illegale, è davvero inestimabile. Si contano ottocentotrentanove reperti paleontologici, trecentocinque archeologici e milletrecentosettantasette numismatici, ma è all’ultimo piano del villino, in un salone mansardato, che lo spettacolo si fa ancora più sbalorditivo: al centro della stanza troneggia, quasi minaccioso, lo scheletro ricostruito di un dinosauro di circa 75 milioni di anni fa, lungo sui quattro metri.
Da questa scoperta eccezionale è stata avviata l’attività di recupero, studio e valorizzazione della collezione Recchi, un’attività che vede coinvolti il Comune di Serrapetrona, il Nucleo Carabinieri tutela patrimonio culturale di Ancona, la Soprintendenza per i beni archeologici delle Marche e l’università «Sapienza» di Roma.
La fase di analisi e catalogazione è ancora in corso, ma gli esperti hanno già riconosciuto il grande valore scientifico della raccolta, destinata a diventare un importante punto di riferimento per studiosi e appassionati.
Molto si può già dire del tesoro raccolto con perizia e oculatezza negli anni e custodito gelosamente da Recchi, personaggio colto e schivo, che ha abbinato in modo affascinante la vita dell’avventuriero appassionato d’arte e storia, segretamente impegnato in spedizioni in tutto il mondo, alla rassicurante tranquillità della provincia.
Il collezionista ha costruito il suo eden privato secondo una logica precisa: i reperti coprono un periodo che va dalla preistoria all’età romana e, per quanto riguarda l’aspetto paleontologico, materializzano attraverso pezzi rarissimi momenti chiave del processo evolutivo.
Per rendere fruibile al grande pubblico questa straordinaria scoperta è stato avviato un percorso di musealizzazione: nel 2010 si è tenuta una rassegna sui reperti acquatici; attualmente è possibile ammirare, negli spazi del Palazzo Claudi a Serrapetrona, il reperto più imponente di questa collezione: il dinosauro o, più precisamente, un esemplare di Prosaurolophus del cretaceo superiore (75 milioni di anni fa) del Nord America.
Il manufatto è il pezzo più pregevole della mostra «La conquista del cielo», che allinea una settantina di documenti, riferibili a un arco cronologico che va dalla preistoria all’età romana, tutti accumunati dal tema del volo. Due le sezioni nelle quali si suddivide l’esposizione, visitabile fino a domenica 30 giugno 2013. In quella paleontologica, curata da Umberto Nicosia e Ilaria Paparella, sono esposti reperti fossili risalenti a un periodo che va dai 350 ai 30 milioni di anni fa circa. Si tratta di insetti provenienti soprattutto dal Brasile, pterosauri (rettili volanti) originari del Sud America e della Germania, un esemplare cinese dei primi uccelli basali (fondamentali per la discussa teoria sull’evoluzione degli uccelli dai dinosauri) e un piccolo fossile di pipistrello.
La sezione archeologica, curata da Mara Silvestrini e Nicoletta Frapiccini, raccoglie, invece, alcuni splendidi esemplari di vasi e altri manufatti, per la gran parte di produzione magno-greca ed etrusca, magnificamente decorati con esseri alati, creature favolose protagoniste di innumerevoli miti e leggende sorti attorno a quella che nell’antichità era l’utopia del volo. Tra i pezzi più pregiati, si può citare una oinochoe (brocca usata per versare il vino), risalente al IV secolo a.C., e una olpe (particolare tipologia di vaso) a rotelle, datata tra il 630 e il 610 a. C, inquadrabile nella produzione corinzia, elegantemente decorata con animali e sfingi, ovvero esseri alati in parte umani e in parte animali.
Completa la mostra un nucleo di materiali costituito da venticinque monete. Di particolare rilievo quelle raffiguranti Pegaso, il cavallo alato della mitologia greca. Si tratta di stateri d’argento greci, coniati a Corinto verso la metà del VI secolo a.C. e poi diffusi non solo in Grecia, ma anche in Occidente, nella Magna Grecia e in Sicilia.
Il cabinet des merveilles di Giorgio Recchi, custodito per tutta la vita in gran segreto, diventa così un bene fruibile dal grande pubblico, rendendo il paesino di Serrapetrona, mille anime o poco più, noto non solo per il suo spumante rosso, la Vernaccia, ma anche per una delle collezioni italiane più importanti nei settori della paleontologia, della numismatica e dell’archeologia.

Didascalie delle immagini
[fig.l] Oinochoe (brocca usata per versare il vino), risalente al IV secolo a.C.. Serrapetrona (Macerata), collezione Giorgio Recchi; [figg. 2 e 3] Prosaurolophus del cretaceo superiore (75 milioni di anni fa), proveniente dal Nord America.  Serrapetrona (Macerata), collezione Giorgio Recchi

Informazioni utili
«La conquista del cielo». Palazzo Claudi - Serrapetrona (Macerata). Orari: sabato, ore 16.00-20.00; domenica, ore 9.00-12.00 e ore 16.00-20.00; negli altri giorni la mostra è visibile previa prenotazione. Ingresso:  € 5,00, riduzioni per gruppi e scuole. Informazioni:  Comune di Serrapetrona, tel. 0733.908321. Sito internet: www.comune.serrapetrona.mc.it. Fino a domenica 30 giugno 2013.   


venerdì 14 dicembre 2012

Amore e Psiche, la favola di Apuleio secondo Canova e Gérard

Un fresco profumo di lavanda e menta piperita, frammisto a un delicato aroma di eucalipto e a una legnosa fragranza di patchouli e sandalo, accoglie i visitatori negli spazi cinquecenteschi della sala Alessi di Palazzo Marino, sede di rappresentanza del Comune di Milano. Sono, queste, le essenze scelte dalla Officina Profumo - Farmaceutica di Santa Maria Novella, casa fondata nel 1612 a Firenze, per ricreare le suggestioni olfattive di un giardino notturno di ispirazione neoclassica. E’, infatti, una scenografia fatta di un morbido manto erboso, di filari di siepi sagomate a forma di portici e di labirinti verdi quella costruita dallo Studio Greci Architettura per ambientare la mostra «Amore e psiche a Milano», appuntamento promosso da Eni, in partnership con il Museo del Louvre di Parigi, nel solco di una fortunata tradizione, inaugurata nel 2008, che, di Natale in Natale, ha portato nel capoluogo lombardo opere come la «Conversione di Saulo» del Caravaggio (2008), il «San Giovanni Battista» di Leonardo da Vinci (2009), la «Donna allo specchio» di Tiziano (2010), «L’Adorazione dei pastori» e il «San Giuseppe falegname» di Georges de La Tour (2011).
All’ombra di filari di bosso e sotto un soffitto di verzura e rampicanti, costruito per mezzo di proiezioni perimetrali di Simon Miller, tese a dare la sensazione di una vegetazione che in quasi modo piranesiano divora e avvolge le pareti della sala, va, dunque, in scena uno dei miti più affascinanti della classicità, una delle storie più romantiche di tutti i tempi: la favola di Amore e Psiche, tratta dal capolavoro di Apuleio, «Le metamorfosi» o «L’asino d’oro» del II secolo d.C., e fonte di ispirazione per schiere di artisti, come documentano grandi cicli di affreschi come quelli di Raffaello alla villa Farnesina di Roma o quelli di Giulio Romano a Palazzo Te di Mantova.
Tutto incomincia con il più classico degli avvii: c’era una volta. Sì, c’era una volta una ragazza bellissima, così bella da suscitare le invidie della dea Afrodite che, vendicativa come sempre, mandò sulla terra suo figlio, il dio Amore (Cupido per i romani, Eros per i greci), ordinandogli di punire la fanciulla, detta Psiche, accendendo in lei un amore insopprimibile per il più brutto degli uomini. Ma, per uno strano gioco del destino, Amore cadde vittima del fascino della ragazza, la fece prigioniera nel suo castello incantato e le disse che si sarebbero sempre amati al buio, di notte, per lasciarsi ogni mattina, ai primi raggi del sole, in modo tale che lei non potesse mai vederlo in volto. Psiche, istigata dalla due sorelle invidiose, trasgredì, però, il divieto e dovette così espiare la colpa di aver guardato negli occhi una divinità, prima di potersi ricongiungere definitivamente al suo amato e, attraverso una serie di prove terribili, conquistare l’immortalità.
A rievocare questa vicenda di seduzione, tradimento e perdono, metafora dell’amore che vince su tutto, sono, negli spazi di Palazzo Marino, due opere simbolo del Neoclassicismo, la scultura «Amore e Psiche stanti» di Antonio Canova e il dipinto «Psyché et l’Amour» di François Gérard, esposte, per la curatela di Valeria Merlini e Daniela Storti, in un percorso espositivo arricchito da apparati didattici e supporti video, oltre che da un catalogo edito da Rubbettino editore e da un percorso digitale con un sito web (www.amoreepsicheamilano.it), un’app dedicata, video e approfondimenti sui principali social network.
L’opera di Antonio Canova, datata 1797, ritrae i due giovani nel loro ultimo abbraccio mortale, richiamando il tema della metamorfosi di Psiche nell’immagine della farfalla, simbolo dell’anima che, dal corpo terreno, vola verso l’eternità. Alla dolcezza e all’eleganza formale del maestro veneto, François Gérard, pittore parigino di scene galanti, risponde, l’anno successivo, con un dipinto dall’erotismo raffinato: Amore è visto di profilo, con il corpo reclinato per accostarsi all’amata fanciulla, ritratto nuda, con un solo velo a ricoprire gambe e bacino, mentre sopra il suo capo, dipinto con eleganza raffaellesca, volteggia una farfalla, riferimento in chiave neoplatonica e successivamente cristiana al tema dell’immortalità dell’anima.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venice, 1822), «Amore e Psiche stanti», c. 1797. Marmo di Carrara, H. 1.45 m. Parigi, Museo del Louvre; [fig. 2] François Gérard, «Psyché et l’Amour», 1798.  H. 1.86 m; W. 1.32 m. Parigi, Museo del Louvre

Informazioni utili 
Amore e Psiche a Milano. Palazzo Marino, piazza della Scala, 2 - Milano. Orari: tutti i giorni (compresi 25 dicembre 2012 e 1° gennaio 2013), ore 9.30-20.00; giovedì, ore 9.30-22.30; 24 e 31 dicembre,ore 9.30-18.00. Ingresso libero. Catalogo: Rubbettino editore. Informazioni: numero verde 800.14.96.17. Sito internet: www.amoreepsicheamilano.it. Fino a domenica 13 gennaio 2013

mercoledì 12 dicembre 2012

Brigitte Niedermair e la sua «Ultima cena» al femminile in aiuto delle donne

Dalla rivisitazione pop di Andy Warhol alla rilettura in chiave militare di Adi Nes, passando per gli omaggi irrituali di Damien Hirst, Hermann Nitsch e Alfred Hrdlicka, è lungo l’elenco degli artisti che hanno guardato a Leonardo da Vinci e all’iconografia del suo «Cenacolo».
L’affresco parietale, realizzato tra il 1494 e il 1498 per il refettorio del convento della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, ha suggestionato anche la fantasia di Brigitte Niedermair (Merano, 1971), fotografa e pittrice altoatesina che da sempre lavora sui territori di confine tra impegno civile e rigore estetico. E’, infatti, sua «The Last Supper», l’immagine della discussa campagna pubblicitaria per la collezione primavera-estate 2005 della maison francese Marithé e François Girbaud, raffigurante un’«Ultima cena» tutta al femminile. Lo scatto, che alla sua prima apparizione fece addirittura parlare di blasfemia e del quale fu proibita l’affissione sia in Italia che in Francia per «lesa maestà della morale», ritorna oggi agli onori della cronaca per un’iniziativa di solidarietà. Brigitte Niedermair ha, infatti, deciso di mettere in rete e di commercializzare la propria opera offrendo in beneficenza parte del ricavato per sostenere progetti di sostegno e aiuto alle donne. Duemila gli esemplari autografati, numerati e certificati, disponibili al costo di 1000,00 euro, sul sito www.lastsupper.it.
Il guadagno ottenuto dalla vendita delle stampe andrà in favore della rete internazionale dei Musei delle Donne (www.womeninmuseum.net), un’istituzione nata nel 2008, che realizza, tra le molte iniziative, un servizio educativo per superare le situazioni di discriminazione e violazione dei diritti umani in Paesi come il Sudan, l’Africa centrale e l’Iran, riunendo più di cinquanta enti internazionali e promuovendo quattordici progetti.
«Un'opera d'arte sulle donne che può aiutare le donne»: ecco, dunque, la nuova vita dell’«Ultima cena» di Brigitte Niedermair, una foto molto glamour, insieme poetica e provocatoria, che strizza l’occhio anche alle teorie contenute nel best-seller «Il codice da Vinci» di Dan Brown, secondo le quali Maria Maddalena avrebbe partecipato all’ultimo pasto di Gesù Cristo e la sua figura comparirebbe anche all’interno dell’affresco leonardesco, celata sotto le sembianze femminili di Giovanni. L’artista altoatesina ribalta questo concetto: accanto a un Gesù e ad undici apostoli donne, modelle di conturbante bellezza in abiti griffati, appare un solo uomo, di spalle e semi-nudo, conteso da due ragazze dall'aria agguerrita, che impersonano Giuda e San Pietro. Si tratta, appunto, di Giovanni.
Molti i simboli che compaiono nell’immagine: la colomba, il lavaggio dei piedi, il pane spezzato, un fico aperto, il pesce davanti al Cristo-donna. Non mancano, inoltre, riferimenti alla contemporaneità, con un registratore che simboleggia la ricerca della verità e due quotidiani, uno palestinese e uno israeliano, a ricordare il conflitto che tormenta la Terra Santa.
Pensando al lavoro artistico di Brigitte Niedermair, vengono così alla mente le parole di Erri de Luca: «Il genere maschile è invidioso della potenza femminile di generare. Si è ritagliato per sé il potere, la guerra, la politica, spazi di governo minori di fronte all’immensità di fare nascere. Il femminile riproduce l’opera della creazione. E’ il tempo delle madri».

Informazioni utili 
«The Last Supper»,di Brigitte Niedermair. Edizione di 2000 esemplari, autografati, numerati e certificati disponibili al costo di 1000,00 euro cadauno solo on-line, sul sito www.lastsupper.it. Parte del ricavato sarà devoluto in favore della Rete internazionale dei Musei delle Donne (www.womeninmuseum.net).

lunedì 10 dicembre 2012

Natale d’arte a Palazzo Madama, in mostra Pisanello

Il Natale porta a Torino, nelle sale di Palazzo Madama, un grande capolavoro dell’arte italiana del Rinascimento. Dopo la «Madonna col Bambino» (1525) di Michelangelo, prezioso disegno usualmente conservato alla Casa Buonarroti di Firenze ed ammirato durante le passate festività natalizie da migliaia di torinesi, la città regala ai suoi abitanti un confronto ravvicinato con il «Ritratto di Lionello d’Este» di Antonio Pisano, detto Pisanello, artista tardo-gotico celebre per la propria attività di medaglista e per i suoi disegni con studi dal vero di personaggi e animali, nei quali si evidenzia uno spiccato senso di analisi e di curiosità naturalistica.
L’esposizione, resa possibile grazie al generoso contributo dei visitatori che l’anno scorso hanno donato oltre 16mila euro, si lega al percorso sulla storia del ritratto pittorico, allestito nelle sale espositive del museo in occasione della mostra dedicata a Robert Wilson: un excursus dal Medioevo all’Ottocento, tra pale sacre, medaglie rinascimentali, raffigurazioni per monete, dipinti devozionali, celebrativi o allegorici. Si viene così a creare un dialogo ideale tra opere note come il «Ritratto d’uomo» (1476) di Antonello da Messina o «Il gioco degli scacchi» (1530-1532 circa) di Giulio Campi e il celebre dipinto di Pisanello, restaurato nel 2008 presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e usualmente conservato nelle raccolte dell’Accademia Carrara di Bergamo, ora chiusa per lavori di restauro e la cui riapertura è prevista per il 2014.
La tempera su tela (28x 19 centimetri), tra le opere più celebri della pittura rinascimentale italiana, raffigura il marchese Lionello d’Este, signore di Ferrara dal 1441 al 1450. Il busto di profilo, simile ai ritratti delle monete imperiali romane, si delinea con fierezza contro lo sfondo blu scuro del cielo, in uno spazio reso più profondo dalla siepe di rose che gioca in funzione di quinta ravvicinata. La spalla marca il primo piano con un ricco broccato a fili d’oro e bordure di velluto su cui spiccano grandi bottoni perlacei. Il volto, dall’incarnato chiarissimo, è contraddistinto dall’impasto prezioso del colore, accarezzato dalla luce che si dirama in sottilissime ombre a definire i tratti essenziali, quasi incisi, della fisionomia.
L’opera, citata per la prima volta nei testi «Pro insigne certamine» di Angelo Decembrio e il «De Politia letteraria» di Ulisse degli Aleotti, fu realizzata a Ferrara nei primi sei mesi del 1441, in occasione di una sfida artistica voluta, secondo le fonti del tempo, da Niccolo III d’Este, che fece ‘duellare’ Pisanello, in punta di pennello, con un altro artista veneto del momento, Jacopo Bellini. Quest’ultimo, stando alla testimonianza di Ulisse degli Aleotti, ebbe la meglio (il suo ritratto è, però, andato perduto), ma Pisanello non conobbe, per questo, scarsa fortuna a Ferrara. Sue sono, intatti, alcune delle più note medaglie celebrative di Lionello d’Este, mentre il ritratto realizzato per la contesa artistica rimase, per lungo tempo, nelle raccolte estensi. L’opera approdò, poi, alla collezione Costabili di Ferrara e venne, quindi, acquistata da Giovanni Morelli, che la lasciò, per legato testamentario, all’Accademia di Carrara.
Renzo Chiarelli, nel 1961, elogiò la tecnica del ritratto, che – si legge in uno dei suoi testi- «sembra giovarsi dell'esperienza del bronzo, specie in quei capelli singolarmente trattati e disposti in piccoli ciuffi filiformi e ricurvi che ravvivano plasticamente quella curiosa mezza parrucca, in aderenza al modo di trattare la materia nei corrispondenti particolari delle medaglie». Mentre Licisco Magagnato, nel 1958, paragonò l’opera, per il suo «carico d’energia», ai «ritratti più alti di Piero della Francesca e Antonio del Pollaiolo», facendone così uno dei simboli più eleganti dell'Italia delle corti.

Didascalia delle immagini
[fig. 1] Antonio Pisano, detto Pisanello, (Pisa, circa 1394 – Roma? 1455), «Ritratto di Lionello d’Este», circa 1441. Tempera su tavola, cm 29 x 19,5. Bergamo, Accademia Carrara

Informazioni utili
«Ritratto di Lionello d’Este». Palazzo Madama - Museo civico d’arte antica, Corte Medievale - piazza Castello - Torino. Orari: martedì-domenica, ore 10.00-19.00, chiuso lunedì. Ingresso libero. Informazioni: tel. 011.4433501. Sito Internet: www.palazzomadamatorino.it. Da mercoledì 12 dicembre a domenica 13 gennaio 2012.