ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 22 maggio 2015

«Mended Cups» e «Unbroken Cup»: una nuova illy Art Collection per Yoko Ono

La tensione verso la perfezione, la passione per il bello e il ben fatto hanno spinto illy ad amplificare il piacere sensoriale dato dal caffè coinvolgendo anche la vista e l’intelletto, attraverso l’arte. Sono nate così nel 1992 le illy Art Collection, celebri tazzine d’artista che hanno trasformato un oggetto quotidiano in una tela bianca su cui, negli anni, si sono cimentati oltre settanta noti e apprezzati artisti di fama internazionale: da Michelangelo Pistoletto a Marina Abramović, da Anish Kapoor a Daniel Buren, da Robert Rauschenberg a Jeff Koons, da Jan Fabre a James Rosenquist, da Jannis Kounellis a Julian Shnabel, da Louise Bourgeois a William Kentridge.
Quest’anno a disegnare le celebri tazze nate, più di venti anni fa, da un’idea di Francesco Illy è Yoko Ono. In occasione della grande mostra in corso fino al 7 settembre al MoMa di New York l’artista presenta, infatti, la serie «Mended Cups», sei tazzine che mostrano delle crepe aggiustate con l’oro, accompagnate da altrettanti piattini, tutti diversi tra loro, che raccontano sei eventi catastrofici che hanno colpito la terra: Nanchino, Guernica, Dresda, Hiroshima, Mai Lai e l'8 dicembre 1980, sotto il Dakota. Alcuni hanno avuto un impatto diretto sulla vita di Yoko Ono, altri solo indiretto, portando la morte a milioni di persone. Ogni piattino riporta la data e il luogo del tragico evento e chiude con le parole «... riparato nel 2015».
La settima tazzina della collezione, denominata «Unbroken Cup», è intatta, senza crepe né riparazioni ed esprime pace e speranza con le parole di Ono scritte sul piattino: «This cup will never be broken as it will be under your protection» («Questa tazza non si romperà mai finché sarà sotto la tua protezione»). Per questa nuova serie, l’artista ha fatto propria la metafora dell’antica arte giapponese del Kintsugi, una tecnica di riparazione delle ceramiche rotte o incrinate che usa l’oro come collante: una filosofia, questa, che concepisce la rottura e la riparazione come parti integranti della storia di un oggetto, un dettaglio prezioso, importante e non un elemento da nascondere.
Lo spirito di questo progetto è stato compreso pienamente da Carlo Bach, direttore creativo di illycaffè, che ha dichiarato ai giornalisti: «Quando ho visto per la prima volta il progetto che Yoko Ono aveva ideato ho sentito un brivido lungo la schiena. Basta avere questa illy Art Collection davanti agli occhi per pensare subito alla fragilità del mondo, alla possibilità del perdono e alla speranza in un futuro migliore che dipende in buona parte dalle nostre azioni».
Il set completo della serie «Mended Cups», in vendita da settembre on-line e nei negozi illycaffè, è composto da sette tazzine da espresso con i relativi piattini, firmate dall’artista e numerate, oltre che da un booklet sulla collezione. Ma già da questa estate la nuova illy Art Collection sarà in vendita nei Design Store del MoMa agli indirizzi 11 e 44 West 53rd Street, e 81 Spring Street. Un’occasione, questa, in più per visitare la mostra americana di Yoko Ono, unone woman show in bilico tra poesia e guerrilla art.


Informazioni utili 
«Yoko Ono: Mended Cups – illy Art Collection». Set completo: € 120,00; sola tazzina «Unbroken Cup» € 25.00. In vendita da settembre 2015. Sito internet: www.illy.com.

giovedì 21 maggio 2015

Milano, al Museo dei Cappuccini una mostra su nutrimento e conservazione

Nutrimento e mantenimento sono i due temi al centro del progetto A.R.T. (Advanced Refrigeration Technology), promosso da Andrea B. Del Guercio, docente dell’Accademia di Belle arti di Brera, con l’intento di focalizzare l’attenzione sulla questione dell'alimentazione e dell'importanza del cibo, concentrandosi sul tema della sua conservazione, condivisione e consumo. Figura iconica centrale della proposta espositiva, che si articola tra Milano e Venezia, è il frigorifero, raccontato attraverso le idee creative di trentasei artisti, tra cui dodici giovani emergenti, coinvolti nell’iniziativa da Banca Sistema, che ha lavorato in collaborazione con Lops ritratti d'arredo e Meson's, leader rispettivamente nel settore dell'arredamento e delle cucine.
In occasione di Expo Milano 2015, il progetto trova casa anche al Museo dei cappuccini, dove martedì 26 maggio, alle ore 18.30, verranno inaugurate due opere, alla presenza di padre Maurizio Annoni, presidente dell’Opera San Francesco per i poveri di Milano, dell’architetto Carlo Capponi, dell’ufficio Beni culturali della Diocesi di Milano, di don Marco Scarpa, del Patriarcato di Venezia, di don Cesare Pagazzi, della Facoltà teologica di Milano e del professor Andrea B. Del Guercio.
Si tratta di «Sant'Acqua» di Luca Ovani (Pesaro, 1995) e di «3 Piani» di Gianmaria Milani (Savigliano – Cuneo, 1995), due frigoriferi che, grazie alla loro singolare realizzazione, fungeranno da conduttori della relazione tra il concetto di cibo materiale e cibo spirituale, connesso con l’attività dei frati cappuccini e con la vicina mensa dell’Opera San Francesco per i poveri.
L’opera di Luca Ovani è rappresentata da un monolite bianco pieno di bottiglie d'acqua sigillate con l’etichetta del brand «Sant'Acqua», creato dall’artista per l'occasione. «Il suo frigorifero –si legge nella presentazione- è una metafora della Chiesa. Come il fedele, desideroso di conforto, apre le porte della Casa del Signore, così l’assetato apre lo sportello del frigorifero e trova bottiglie di Sant’Acqua (ironico rimando a quella benedetta), per dissetarsi e sopravvivere».
«3 Piani» di Gianmaria Milani racconta, invece, come l’elemento tecnologico rappresenti l’evoluzione del genere umano, la sua voglia di governare la natura e riprodurla. Nello specifico, oltre alla conservazione del cibo, funzione principale, di fatto l’elettrodomestico riproduce un elemento climatico naturale: il freddo.
Da qui muove lo studio dell’opera, in cui coesistono tre aree: la sezione inferiore (il congelatore), dipinta di giallo, rappresenta l’energia solare, la luce, fonte di vita. C’è, poi, un frigorifero, un paesaggio martoriato e modificato per mano dell’uomo; il terzo elemento è la scala che unisce le due precedenti sezioni e simboleggia il passaggio da una vita spirituale ad una vita terrena e, contestualmente, l’indomabile voglia dell’uomo di raggiungere vette sempre più alte, fino a voler governare la natura.
Il progetto A.R.T. (Advanced Refrigeration Technology) si va ad affiancare ad un’altra iniziativa in corso in questi giorni al museo: «l’arte nutre lo spirito e il corpo», che permette al pubblico di unirsi ai frati cappuccini nell’impresa di dare nutrimento alle persone più disagiate attraverso una donazione facoltativa di 3,50 euro che sarà devoluta alla mensa di Opera San Francesco per i poveri come offerta per un pasto ai più bisogni.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] «Sant'Acqua» di Luca Ovani - Ph Andrea Sartori. Courtesy Banca Sistema; [Fig. 2] «3 Piani» di Gianmaria Milani - Ph Andrea Sartori. Courtesy Banca Sistema 

Informazioni utili 
Progetto A.R.T. (Advanced Refrigeration Technology). Museo dei Cappuccini, via Kramer, 5 - Milano. Quando: martedì 26 maggio 2015, dalle ore 17.00. Informazioni: tel. 02.77122580. Sito web: www.museodeicappuccini.it.

mercoledì 20 maggio 2015

«Amore Amaro», Francesca Selva al Find Festival con i suoi Romeo e Giulietta

Debutta al Find Festival di Cagliari il nuovo allestimento di «Amore Amaro», spettacolo della compagnia Francesca Selva/Con.Cor.D.A., co-prodotto con il Theatre du Centre-AvignonOFF 2014. L’appuntamento, che reinterpreta in chiave contemporanea e con un inatteso finale la storia di Romeo e Giulietta, è fissato per domenica 24 maggio, alle ore 21, al teatro Auditorium Comunale.
Nella coreografia di Francesca Selva il ruolo dei due sfortunati amanti di Verona è interpretato dai danzatori Andrea Rampazzo e Silvia Bastianelli, che si ritrovano finalmente sposati e costretti a vivere la quotidianità di un amore forte, intenso, a volte feroce, tormentato dalla solitudine interiore e dall'incomunicabilità, attraversato dalla paura della fine che diventa essa stessa già fine.
Nel soggetto ideato da Marcello Valassina, che cura anche la regia dello spettacolo, il cuore degli amanti si spezza all'improvviso. Cade. Precipita in un silenzio assordante. È pesante, ingombrante, eppure non fa rumore. Tace al mondo il suo dolore che si dimena come una bestia in trappola per poi scoppiare in un riso amaro che lo salverà.
Reduce da Avignon Off 2014, dove è stato applaudito e apprezzato dalla critica francese di settore, «Amore Amaro» è una delle produzioni più intense di Francesca Selva, che sintetizza al meglio la sua ricerca coreografica lunga vent’anni.
Dopo aver collaborato con grandi interpreti come Sylvie Guillem e Rudolph Nureyev, l'Operà du Nord di Lille e il Balletto europeo Sab, l’artista ha iniziato a lavorare da sola e ha  portato i suoi lavori nei teatri di New York, l'Havana, Tokyo, Kyoto, Shanghai, Taipei, Budapest, Tirana, Sofia, Nairobi, Istanbul, Limassol, Yerevan, Edimburgo e Avignone. Il suo personalissimo linguaggio, che affonda le radici nella ricchezza del vocabolario classico, viene declinato in chiave contemporanea rivolgendo la propria attenzione agli aspetti più intimi della quotidianità. Ad ispirare Francesca Selva è la vita: la lettura di un testo, la visione di un film, un incontro fortuito in metropolitana, la rottura di una tazzina che cade, una notizia di cronaca locale, da cui nascono spettacoli come «Oppio», «Sulle labbra tue dolcissime», «Le scarpe di Anita», «La vertigine» e «Ferita» che rievocano e mettono in scena stati d'animo e sentimenti appena accennati sublimando emozioni che attraverso il linguaggio del corpo toccano l'animo dello spettatore.

Didascalie delle immagini 
[Figg. 1 e 2] «Amore Amaro».Foto di Alessandro Bottigelli 

Informazioni utili 
 «Amore Amaro». Teatro Auditorium Comunale, piazza Dettori, 8 – Cagliari. Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 5,00. Orari: ore 21.00. Informazioni utili 342/7838614 o festivalnuovadanza@gmail.com. Sito internet: www.festivalnuovadanza.it. Domenica 24 maggio 2015.

mercoledì 6 maggio 2015

Biennale, l’arte racconta la storia e «Tutti i futuri del mondo»

Guarda la storia con gli occhi dell’arte, raccontando i cambiamenti socio-politici del nostro pianeta in bilico tra crisi economica e flussi migratori che ridisegnano la geografia del mondo, la nuova edizione della Biennale di Venezia. In occasione del centoventiseiesimo anniversario della prima mostra ai Giardini, centotrentasei artisti provenienti da cinquantatré Paesi, ottantanove dei quali alla loro prima esperienza in Laguna, riflettono sull’attuale «stato delle cose», sullo scenario globale sempre più lacerato e incerto, anche in relazione ai simboli e ai ricordi che la storia ci consegna, e provano ad intravvedere nuovi scenari semantici.
Non a casa a fare da filo rosso tra le opere esposte nelle due sedi espositive, i Giardini di Castello e l’Arsenale, il giornalista e curatore nigeriano Okwui Enwezor, direttore della Haus der Kunst di Monaco di Baviera, ha scelto una frase del filosofo Walter Benjamin sull’«Angelus Novus» di Paul Klee, contenuta nel libro «Tesi di filosofia della storia»: «[…] ha il volto rivolto al passato. Dove a noi appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine […]. Egli vorrebbe ben trattenersi […]. Ma una tempesta spira […] e lo spinge irresistibilmente nel futuro».
Ecco così spiegato il titolo della 56. Esposizione internazionale d’arte: «All The World ‘s Futures (Tutti i futuri del mondo)» , un invito a guardare più lontano, oltre la prosaica apparenza delle cose, anche grazie al ritorno in Laguna, con un proprio Padiglione nazionale, di Ecuador, Filippine e Guatemala, e alla presenza di cinque nuovi Paesi quali Grenada, Mauritius, Mongolia, Repubblica del Mozambico e Repubblica delle Seychelles.
A completare il quadro di questa nuova Biennale veneziana, visitabile fino al 22 novembre, sono, poi, quarantaquattro eventi collaterali sparsi tra le calli e i campielli di Venezia, dalla mostra «Glasstress Gotika» a Palazzo Franchetti, con opere medioevali in vetro dell’Ermitage e lavori in vetro muranese di maestri contemporanei come Olafur Eliasson e Tony Cragg, alla rassegna di Grisha Bruskin negli spazi dell’ex chiesa di Santa Caterina, senza dimenticare il nuovo allestimento dell’opera «Norma» di Vincenzo Bellini al teatro La Fenice, firmato dall’artista americana Kara Walker.
Ad aprire il percorso espositivo della Biennale 2015 sono, ai Giardini di Castello, nove sculture della serie «Coronation Park», realizzate dal collettivo indiano Raqs Media Collective. Raffigurano eroi, re e potenti del passato che si ergono imponenti sui piedestalli, scrutando l'orizzonte; ma la loro monumentalità è solo apparente: queste figure appaiono prive di testa e braccia, o con il busto spezzato. Sembrano avere una valenza quasi simbolica così come le bandiere nere che Oscar Murillo ha posto a copertura della maestosa facciata neoclassica del Padiglione centrale, su cui è visibile anche una nuova opera in tubi fluorescenti di Glenn Ligon.
Gioca sul simbolismo pure la poetica installazione di Fabio Mauri, posta proprio sotto la cupola dipinta da Galileo Chini nel 1909: «Il muro occidentale o del pianto» (1993), un’alta parete di valigie che parla di identità incenerite nelle camere a gas dei lager nazisti, ma anche negli esodi di massa che stanno modificando la nostra mappa geopolitica.
L’arte scelta da Okwui Enwezor per questa Biennale spalanca così le porte su un mondo straziato da guerre, povertà, disuguaglianze sociali, sfruttamento del lavoro e razzismo. Cannoni, coltelli conficcati nel terreno, motoseghe, muri ricoperti da sacchi di iuta, sculture in procinto di decomporsi e volti, o per meglio dire, teschi che ricordano lo straziante urlo di Edvard Munch costellano l’intero percorso espositivo, suddiviso in due differenti progetti intitolati rispettivamente «Garden of disorder» e «Liveness: on epic Duration», rendendo così palpabile quel senso di precarietà, instabilità e disagio che è proprio dei nostri tempi.
Il cuore pulsante di questa Biennale è ai Giardini, dove è ancora in costruzione la coloratissima giostra a carosello di Carsten Holler che, nelle prossime settimane, permetterà al pubblico di prendersi una pausa durante la visita ai vari padiglioni nazionali, tra cui merita una particolare segnalazione quello del Giappone con una spettacolare installazione di Chiharu Shiota sul valore della memoria, formata da una barca che sembra venuta da lontana e da una pioggia di chiavi fissate su un velario rosso che scende dal soffitto.
Questo spazio di particolare importanza è l’Arena, un auditorium progettato dall'architetto ghanese-britannico David Adijane che fungerà, per tutti e sei i mesi di apertura, da luogo di raccolta della parola parlata, dell’arte del canto, del recital e delle proiezioni di film. Qui si terrà, sotto la regia del britannico Isaac Julien, la lettura dal vivo del libro «Il capitale», fondamentale e tuttora controverso testo di Karl Marx che parla di economia e società. Su quest’opera, o meglio sulla sua attualizzazione, lavorerà anche il collettivo «The Tomorrow».
Mentre Olaf Nicolai animerà gli spazi dell’Arena con l’interpretazione di una composizione di Luigi Nono, unita a versi di Cesare Pavese e suoni registrati durante le contestazioni politiche della Biennale del '68. Jason Moron proporrà, invece, una mappatura dei canti di lavoro nelle prigioni e nei campi dell’Angola, alla quale risponderà Charles Gaines con le partiture musicali della Guerra civile americana.
Anche l’Arsenale sarà palcoscenico di varie performance, a cominciare dal nuovo progetto di Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla, che coinvolge un coro nell’esecuzione del lavoro «La creazione», composto da Joseph Haydn tra il 1796 e il 1798, a partire dai racconti della Genesi e del «Paradiso perduto» di Milton.
È, dunque, una Biennale che fa dell’oralità e del racconto la sua principale cifra stilistica quella di Okwui Enwezor, primo curatore africano nella storia dell’Esposizione internazionale d’arte di Venezia.
Voci, rumori, sibili, vibrazioni: i suoni del mondo chiedono attenzione al visitatore. Ed è per esempio seguendo il riecheggiare di rintocchi metallici che, all’Arsenale, si scopre l'opera «The Bell, 2014-15» dell’artista iracheno Hiwa K, in cui è visibile una grande campana realizzata facendo fondere materiale bellico proveniente da vari terreni devastati dalla guerra. L’installazione comprende due video, che ripercorrono tutte le fasi di realizzazione, dalla raccolta delle armi, fornite da tre Paesi, alla fusione dei metalli e alla creazione dell’opera. La campana è posta direttamente sul pavimento, sostenuta da una struttura di legno: tirando una fune legata al batacchio è possibile farla suonare, trasformando i simboli di distruzione in una creazione, in un suono di pace.
Fra le cose più interessanti che si fanno ricordare all'interno dell'Arsenale figura il Padiglione della Repubblica del Kosovo con l’installazione «Speculating on the Blue» di Flaka Haliti: una stanza col pavimento ricoperto di sabbia blu dalla quale si ergono frammenti di recinti e barriere inutili quasi a svelare l'assurdità di confini arbitrari in un mondo che non dovrebbe averne. Di grande impatto visivo è anche il Padiglione della Turchia con il progetto «Respiro» di Sarkis che tra arcobaleni, specchi e vetrate colorate crea uno spazio dove perdersi e ritrovarsi, accompagnati dalle note di Jacopo Baboni-Schilingi.
In città merita, infine, una visita il Padiglione dell’Armenia, collocato nel Monastero Mekhitarista sull’Isola di San Lazzaro degli Armeni: «Armenity» -questo il titolo del progetto- ruota intorno a concetti di identità, dislocamento, territorio, confini e geografia, che fanno parte del vissuto di questi artisti, eredi di un popolo che si è disperso per il mondo nel tentativo di non soccombere al tentativo di genocidio del 1915, il primo del XX secolo, attuato dal governo dei Giovani turchi nelle fasi finali dell’Impero ottomano.
Sarà questo Padiglione, così vicino al racconto di una storia antica che si fa presente, a vincere il Leone d’oro? La risposta l’avremo sabato 9 maggio, durante la cerimonia di apertura di questa edizione della Biennale. Una manifestazione, questa, che invita il visitatore a riflettere su un periodo storico di forte cambiamento a livello globale, proprio come quello che stiamo vivendo, guardando all’esempio dell’«angelo della storia» narrato da Walter Benjamin: «un angelo con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese verso il futuro».

Informazioni utili
«All The World ‘s Futures (Tutti i futuri del mondo)». 56. Esposizione internazionale d'Arte. Giardini e Arsenale - Venezia.Orari: 10.00-18.00; chiuso il lunedì, escluso lunedì 11 maggio, lunedì 1° giugno e lunedì 16 novembre 2015; ore 10.00-20.00 all’Arsenale tutti i venerdì e i sabato fino al 26 settembre 2015. Ingresso: intero € 25,00, ridotto € 22,00 o € 20,00, studenti/under 26 € 15,00, family formula € 42,00 (2 adulti + 2 under 14), altre agevolazioni sono consultabili sul sito ufficiale dell’evento. Catalogo ufficiale, catalogo breve e guida: Marsilio editore, Mestre. Informazioni: tel. 041.5218828. Sito internet: www.labiennale.org.Fino al 22 novembre 2015.

giovedì 16 aprile 2015

Un Educational Day per i musei Amaci

Laboratori, workshop, conferenze, visite guidate, ma anche performance, happening e flash mob: sarà una giornata ricca di eventi quella promossa dai dipartimenti educativi delle realtà riunite nella rete Amaci - Associazione dei musei d’arte contemporanea italiani per domenica 19 aprile.
A firmare l’immagine guida di questo primo Educational Day sono Botto & Bruno. Il loro lavoro, intitolato «Silent Walk», propone una riflessione sul rapporto uomo-paesaggio. Una figura di profilo occupa metà dello spazio visivo ed è intenta a compiere un’azione. Il volto è tagliato, non si distinguono né il sesso né l’età, l’attenzione è focalizzata sulle sue mani e sul gesto che sta compiendo: con una forbice ritaglia della carta, sta costruendo un proprio paesaggio, un luogo mentale attraverso il quale tracciare il proprio cammino. Sullo sfondo una distesa verde, il cui orizzonte si confonde con la nebbia e il cielo. Non ci sono case, non c’è architettura, non c’è altra presenza umana. C’è solo una rete metallica che divide la figura dal paesaggio, anche se in realtà si intravede un’apertura, un passaggio, che le dà la possibilità di non essere isolata, di mettersi in relazione con l’ambiente che la circonda. La figura rappresentata è, quindi, intenta a costruire; la sua gestualità, che indica partecipazione, è silenziosa, ma non passiva. Ed è proprio l’azione del creare dal nulla, in modo semplice, quasi come fosse un gioco, il proprio mondo e il proprio futuro il fulcro di «Silent Walk», che gli artisti hanno scelto di indicare come metafora della costruzione di una società migliore attraverso il ruolo, fondamentale, dell’educazione.
L’Educational Day rimette, infatti, al centro della scena la funzione educativa dei musei, in particolare d’arte contemporanea, e il loro imprescindibile legame con il territorio cui fanno riferimento, ribadendo che non sono asettici contenitori di oggetti, bensì luoghi vivi, aperti, inclusivi, che hanno un’importante responsabilità sociale nei confronti delle loro comunità di appartenenza. I musei sono, e possono diventare sempre di più, centri di formazione permanente, luoghi di scambio e di crescita, laboratori per lo sviluppo del pensiero critico, piattaforme educative per l’inclusione sociale e l’integrazione culturale.
E l’Educational Day serve a ribadire che per poter esercitare questa imprescindibile funzione sociale, che è sempre parte integrante della loro missione istituzionale e del loro progetto culturale, i musei devono sapersi porre in una posizione aperta, di ascolto, nei confronti delle loro comunità e del loro pubblico, anche potenziale, interrogandosi continuamente sul proprio ruolo e trovando modalità sempre nuove di interagire efficacemente con l’attualità, sempre più complessa e dinamica. In questa direzione i musei d’arte contemporanea per loro natura possono svolgere un ruolo sociale importante, e hanno il dovere di farlo, offrendosi come terreno di sperimentazione per nuove forme di cittadinanza culturale, promuovendo e sostenendo coesione sociale e appartenenze territoriali, rendendo il proprio pubblico motore di processi innovativi, dove le persone diventino protagoniste della creazione e diffusione di un nuovo modo di pensare, vivere e diffondere la cultura.
Moltissime le iniziative messe in cantiere per questa giornata, con il coinvolgimento, in alcuni casi, di Accademie di belle arti, università pubbliche e private, istituti di alta formazione. Laboratori, workshop, conferenze, visite guidate, incontri con gli artisti, ma anche performance, happening e flash mob, o ancora percorsi speciali per non vedenti e sordo-muti, seminari di approfondimento per operatori e insegnanti, corsi di educazione allo sguardo compongono il programma rivolto ad adulti, giovani e bambini con le famiglie.
Si spazia dagli incontri a sorpresa nelle strade di Prato con il Centro Pecci ai focus sulla collezione permanente del Castello di Rivoli, passando per i percorsi di avvicinamento all’Arte povera della veneziana Ca’ Pesaro o per il workshop su come raccontare il museo nell’epoca dei social network promosso dal Madre a Napoli.
Al Museion di Bolzano sono state, invece, organizzate visite a occhi bendati per imparare a guardare con gli altri sensi, mentre al Palazzo Fabroni di Pistoia ci saranno laboratori nella lingua dei segni. Ritratti e autoritratti saranno, poi, al centro delle iniziative promosse dal Museo Marino Marini di Firenze e dalla Gam di Torino; la musica sarà, invece, protagonista al Macro di Roma.
Iniziative per l’Educational Day, quasi tutte a ingresso gratuito con prenotazione, saranno organizzate anche da prestigiose realtà come il Mart di Rovereto, la Gnam di Roma, il Mambo di Bologna e il Pac di Milano.

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Botto & Bruno per l’Educational Day, «Silent walk», fotocollage, 2014; [fig. 2] Visite guidate con gli occhi bendati nella mostra di Rossella Biscotti al Museion di Bolzano. Foto: Luca Meneghel; [fig. 3] Visitatori al Madre di Napoli. 

Informazioni utili 
Educational Day - 19 aprile 2015. Italia, sedi varie. Programma: http://www.amaci.org/sites/default/files/attach/activity/amaci_programma_musei_ed00_27.03.2015.pdf. Informazioni: Amaci, via San Tomaso, 53 -  Bergamo, tel. 035.270272 o info@amaci.org. Sito internet: www.amaci.org.

mercoledì 15 aprile 2015

Brera, un restauro al gusto di miele per l'Atrio dei gesuiti

Sarà un restauro «dolce» quello dell'atrio dei Gesuiti all’interno del Palazzo di Brera. Toccherà, infatti, alla Rigoni, prestigiosa azienda familiare che sull’Altipiano di Asiago produce mieli e marmellate, riportare alla sua antica bellezza l’area di ingresso di uno dei simboli di Milano nel mondo.
L’intervento di recupero, su progetto degli architetti Alessandra Quarto e Angelo Rosi, sarà realizzato entro il prossimo settembre da Fondaco, società veneziana specializzata nella gestione di interventi di restauro di beni pubblici, che ha già curato una cinquantina di cantieri in dieci anni di attività.
L’atrio, che oggi versa in pessime condizioni di conservazione, è un’elegante aula a due navate separate da coppie di colonne binate in granito rosa di Baveno, coperta da volte a calotta con cornici grigie, che in passato aveva una funzione importante all’interno del complesso di Brera.
In passato, questo spazio fungeva, infatti, da area di accesso al complesso formato dal convento e dal collegio affidato ai gesuiti da San Carlo Borromeo, trasformato nel 1773, per volere di Maria Teresa Imperatrice d’Austria, in un vero e proprio polo culturale, in cui ancora oggi trovano sede l’Accademia, la Biblioteca braidense, l’Orto botanico e la celebre pinacoteca con i suoi tesori d’arte.
Qui si trovano, inoltre, importanti testimonianze storico-architettoniche come i monumenti in memoria di Ruggero Giuseppe Boscovich (fondatore dell’Osservatorio astronomico di Brera), di Giovanni Perego (restauratore e scenografo per il teatro alla Scala), di Giuseppe Sommaruga (architetto, autore del Palazzo Castiglioni a Milano,simbolo del liberty italiano), oltre al bassorilievo dell’incoronazione di Napoleone (realizzato da Gaetano Monti per l’Arco della pace di Milano) e al portale del Santo Sepolcro con il busto seicentesco in memoria di San Carlo Borromeo.
Quando a rovinare al suolo sono state porzioni più o meno estese degli intonaci originali, per sostituirli sono stati utilizzati nuovi intonaci in malta cementizia, che hanno impedito o limitato la fisiologica traspirazione dei muri. Gli elementi in pietra, marmo o granito hanno così, molto pesantemente, risentito di umidità e scarsa cura, con situazioni di sfarinamento o di sfaldamento. Non è andata meglio alle strutture lignee, ai ferri, ai bassorilievi, alle lapidi commemorative. Non solo l’architettura quindi, ma anche il prezioso complesso di memorie milanesi custodito nell’atrio appariva in pericolo. Di qui l’appello della Soprintendenza di Milano e dell’associazione Amici di Brera per trovare chi potesse farsi carico di un intervento la cui urgenza era davanti agli occhi di tutti. La risposta di Fondaco e di Rigoni è stata entusiasta. Ma non è tutto.
In occasione del restauro e dell’imminente Esposizione universale, l’azienda vicentina promuove una serie di iniziative intorno al cibo. La prima di queste, intitolata «Dal quadro al piatto», verrà realizzata in collaborazione con la pinacoteca e il Cnr – Consiglio nazionale delle ricerche di Roma e si sostanzierà in una serie di tavole rotonde, in programma dal 21 maggio al 15 ottobre, nel corso delle quali si potrà disquisire di arte ed enogastronomia, a partire da quadri come «La fruttivendola» di Vincenzo Campi, la «Cena in Emmaus» del Caravaggio o il «San Gerolamo» di Cima da Conegliano.
Per contribuire alla valorizzazione delle varie realtà che operano a Brera si sta, inoltre, avviando una collaborazione con la Biblioteca nazionale per la ricerca nei famosi archivi di documenti storici riguardanti il settore d'interesse della Rigoni: le confetture, il miele e le mele. L'auspicio è che si possa trovare qualche ricetta del passato da elaborare e magari proporre al mercato.

Informazioni utili 
Fondaco S.r.l. - Palazzo Gradenigo, Santa Croce 764 - 30135 Venezia, tel. 041.5242851, fax 041.7792403. Sito internet: www.fondacovenezia.org. 

martedì 14 aprile 2015

Google Art Project, il Mao di Torino è anche in 3D

È il Mao di Torino il primo museo italiano ad aver aderito al progetto pilota del Google Cultural Institute, la celebre piattaforma digitale per la promozione e la tutela della cultura on-line, che da qualche giorno ha integrato il suo Art Project con una nuova funzione 3D.
Frutto di mesi di lavoro da parte degli ingegneri del colosso di Mountain View, il nuovo nato in caso Google permette di rendere ancora più coinvolgente la fruizione dell’arte in Rete. Gli utenti potranno, infatti, ammirare oltre duecento oggetti provenienti da tutto il mondo nella loro versione tridimensionale: dall’estesa collezione di teschi animali della California Academy of Sciences alle celebri maschere millenarie custodite nel Israel Museum a Gerusalemme e considerate le prime forme di ritratto realizzate dall’uomo.
Per attivare la visione tridimensionale è sufficiente selezionare le immagini che riportano la scritta «oggetto 3D» e utilizzare il mouse del computer per far ruotare i manufatti a 360° e ammirarne i dettagli più nascosti.
Non solo, dunque, visite virtuali ai musei per il “nuovo” Art Project, un vero e proprio catalogo di disegni, sculture, dipinti, fotografie e opere religiose presentato minuziosamente con informazioni dettagliate, una guida audio e la possibilità di zoomare la propria ricerca, ma anche visioni tridimensionali di manufatti preziosi.
Il tutto è stato reso possibile grazie al lavoro degli ingegneri del Google Cultural Institute che hanno lavorato a stretto contatto con i sei musei partner del progetto pilota e che hanno realizzato un’apposita apparecchiatura scanner in grado di elaborare oggetti delle dimensioni massime di 40cm.
In Italia il primo museo ad aver aderito è il Mao, il Museo d’arte orientale di Torino. Al momento venti opere delle sue raccolte sono visibili in 3D, con un alto livello di dettaglio e angolazione. I lavori presentati spaziano dalla collezione cinese con vasellame in terracotta bianca della cultura Dawenkou risalente al. 2900-2400 a.C. e statuine della dinastia degli Han datate III secolo d.C., ai bronzi provenienti della regione himalayana del XVII-XVII secolo d.C. Il numero degli oggetti visibili on-line in versione tridimensionale è, però, destinato a crescere in pochi giorni; a breve si potranno, infatti, apprezzare anche alcune opere d’arte islamica, di stili e materiali diversi, conservate al Mao.
Dopo il lancio della piattaforma che consentiva ai musei partner di realizzare gratuitamente una propria applicazione mobile, il Google Cultural Institute continua, dunque, il suo prezioso lavoro per promuovere l’arte, la storia e la cultura anche on-line, per consentire a studiosi o semplici appassionati di ammirare tutti i particolari di un’opera d’arte anche da casa o dalla panchina di un parco.

Per saperne di più
Dal Mart di Rovereto alla Fondazione Torino Musei, nuove gallery sulla piattaforma Google Art Project
Fondazione Torino Musei, tutta l'arte della Gam e di Palazzo Madama a portata di app 

Informazioni utili 
Google - Alessio Cimmino, tel. 02.36618598 o alessioc@google.com



lunedì 13 aprile 2015

Giuseppe Maggiolini, un designer ante litteram al Salone del mobile di Milano

Ha scritto pagine significative per le arti decorative italiane e può a ragione essere definito il primo designer ante litteram della storia del mobile per aver progettato e realizzato, in oltre cinquant’anni di attività, pezzi d’arredo -ricercatissimi fin dai suoi tempi- che furono appannaggio della corte asburgica alla fine del Settecento, di quella napoleonica all’inizio dell’Ottocento, nonché della più colta e ambiziosa società milanese dell’età dei Lumi. Stiamo parlando di Giuseppe Maggiolini (Parabiago 1738-1814), ebanista e intarsiatore d’eccezione a cui Milano rende omaggio, nei giorni della Design week, con una mostra che allinea una quindicina di opere provenienti da collezioni pubbliche e private, molte delle quali esposte per la prima volta, oltre a un corpus di progetti e disegni che rappresentano al meglio il suo straordinario percorso creativo tra metà Settecento e gli inizi dell’Ottocento.
La novità e la genialità dell’artista consistono nell’essere riuscito a coniugare un mestiere antichissimo come l’intarsio ligneo -di cui fu un autentico virtuoso- con criteri e schemi produttivi straordinariamente innovativi e ancora oggi attuali. Di fatto l’ebanista lombardo fu un precursore del moderno design industriale, perché con estrema lucidità intuì che la sua abilità artigianale aveva bisogno di invenzioni formali, di progetti, e che doveva ottenere questo materiale dai migliori artisti del suo tempo.
Nacque così, più di duecento anni fa, il Mobile Maggiolini: un brand da mostrare come segno di status sociale, economico e culturale, che anticipò di due secoli il piacere del possesso di un must del design industriale moderno e contemporaneo.
L’attività dell’ebanista lombardo è documentata non solo dalle sue opere, ma anche dallo sterminato Fondo Maggiolini dei disegni di Bottega, conservato al Castello Sforzesco di Milano: un unicum in tutta la storia del mobile europeo, che raccoglie oltre duemila disegni tra cui fogli di artisti del calibro di Andrea Appiani, Giocondo Albertolli, Agostino Gerli, Giuseppe Levati e Agostino Comerio, come hanno raccontato Giuseppe Beretti e Alvar González-Palacios nel volume «Maggiolini. Catalogo ragionato dei disegni», pubblicato nel 2014.
La ricchezza delle opere di Giuseppe Maggiolini, troppo spesso relegata nella categoria del mobile antico, è ancora attualissima. Non a caso in asta alcuni dei suoi capolavori hanno ampiamente superato come valore il milione di euro.
In occasione del Fuorisalone 2015, la Galleria San Fedele a Milano omaggia l’ebanista con una mostra a cura di Giuseppe Beretti, prodotta da Di Mano in Mano e organizzata dalla galleria CorsiArte, nella quale sono esposte una quindicina di opere che coprono tutto l’arco cronologico della sua produzione, dagli esordi rococò sino alle opere di epoca napoleonico. I lavori scelti dal curatore, di cui rimarrà documentazione in un catalogo di Inlimine edizioni, sono di assoluta rilevanza e comprendono rari capolavori per lo più inediti: una commode rococò che Maggiolini eseguì a vent’anni, le due commodes del 1777 per il banchiere Antonio Greppi su cartoni di Andrea Appiani –per la prima volta riunite in un’esposizione–, le due monumentali e famose commodes disegnate da Giocondo Albertolli nel 1789, e ancora una coppia di commodes del 1804, che uniscono lo stile dell’artista al gusto napoleonico del tempo.
Per l’occasione verrà esposto anche il tavolo scrittoio conservato per più di vent'anni nell'appartamento privato del sindaco a Palazzo Marino, per la prima volta accessibile al pubblico, dopo un importante intervento di restauro.
La mostra di Milano ha, dunque, tutti gli ingredienti per restare un punto fermo negli studi su Maggiolini e il suo laboratorio.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Giuseppe Maggiolini, Commode, 1800 ca. Collezione privata; [fig. 2] Giuseppe Maggiolini, su disegni di Giocondo Albertolli e Andrea Appiani, Commode (di una coppia), 1789. Collezione privata; [fig. 3] Giuseppe Levati. Tripode per la corte di San Pietroburgo (1783 ca.). Raccolte artistiche del Comune di Milano, Gabinetto dei disegni, Fondo Maggiolini

Informazioni utili
Maggiolini al Fuorisalone. Galleria San Fedele, via Ulrico Hoepli 3a-b (fermata MM 1-3 Duomo)  - Milano. Orari: 14 aprile, dalle ore 17.00 (inaugurazione), 15-18 aprile, ore 10.00-19.00; 19 aprile, ore 11.00-18.00. Ingresso libero. Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: Fedora Sinnone, tel. 02.36531594 o info@corsiarte.it. Sito internet: www.maggiolinifuorisalone.it. Dal 15 al 19 aprile 2015.

venerdì 3 aprile 2015

Carlo Belli tra archeologia e musica: se ne parla a Rovereto

Si intitola «I mondi di Carlo Belli. Da Rovereto alla Magna Grecia» il convegno promosso dal Mart di Rovereto, con l’Ufficio Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento, per le giornate di venerdì 17 e sabato 18 aprile, con l’intento di ricordare l’intellettuale trentino a distanza di venticinque anni dalla mostra che gli venne dedicata dall’Archivio del ‘900.
Di Carlo Belli (Rovereto, 6 dicembre 1903 - Roma, 16 marzo 1991) si è indagata soprattutto la posizione di spicco nel dibattito artistico degli anni Trenta del XX secolo, il legame con gli artisti astratti e la militanza in favore dell’architettura razionale. In realtà Belli –teorico e critico d’arte, giornalista, scrittore, musicologo e artista, autore di quel volume «Kn» definito «vangelo dell’arte astratta» da Vasilij Kandinskij– non è figura facilmente esauribile: i suoi interessi hanno spaziato dall’arte alla musica, dall’archeologia all’attualità politica. Vastissima la rete delle sue relazioni, che gli permisero un costante e continuo aggiornamento culturale. Sodale di artisti come Fausto Melotti, di intellettuali come Alberto Sartoris, Edoardo Persico e Pietro Maria Bardi, di musicisti d’avanguardia come Alfredo Casella e Gian Francesco Malipiero, di collezionisti come Pietro Feroldi, Carlo Belli viaggiò molto, in Europa e nei Paesi del bacino mediterraneo, vivendo poi prevalentemente a Roma: rimase però sempre vivo il suo rapporto con la terra d’origine. E fu proprio alla Provincia di Trento e al nascente Mart che, alla fine della sua vita, decise di consegnare il proprio archivio, avendo una estrema consapevolezza del valore storico e documentario delle carte.
Il convegno è la conclusione di un progetto di inventariazione del Fondo Carlo Belli avviato nel 2012, in collaborazione con il Museo civico di Rovereto, e co-finanziato dalla Fondazione cassa di risparmio di Trento e Rovereto. Il nucleo originale del fondo, conservato al Mart fin dall’inizio degli anni ‘90, venne integrato e arricchito dalla moglie di Belli, Paola Zingone, nel 2003. Un’altra parte dell’archivio, di proprietà della Fondazione Sergio Poggianella, è depositata al Museo civico di Rovereto: la descrizione del complesso –accompagnata in questi anni dalla catalogazione del fondo librario presso il Mart– si pone come fondamentale strumento per la ricerca storica e per la conoscenza di uno tra i maggiori intellettuali italiani del ‘900.
I progressivi versamenti hanno incrementato la documentazione relativa alla seconda metà del secolo, mettendo in rilievo prima di tutto la grande passione di Carlo Belli per le questioni del Sud Italia, unita alla conoscenza delle terre di Puglia, Sicilia, Calabria e Lucania e alla predilezione per la storia antica e l’archeologia. Da questa esperienza sono nate opere come «Passeggiate in Magna Grecia. Rive del Sud e Costa Viola» e «Il tesoro di Taras», nonché i convegni di studi per la Magna Grecia, la cui prima edizione si tenne a Taranto nel 1961.
L’appuntamento di Rovereto nasce sotto questa stella, in collaborazione con l’Ufficio beni archeologici, Soprintendenza per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento. A Belli appassionato di archeologia si ispira la prima parte del convegno, venerdì 17 aprile, intitolata «Carlo Belli, l’archeologia, la tutela del passato», che si avvale del contributo specifico di importanti archeologi, da Licia Borrelli Vlad, già ispettrice centrale per l’archeologia presso il Mibac, a Aldo Siciliano, presidente dell’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, e Maurizio Paoletti, professore associato di Archeologia classica dell’Università della Calabria. Alla seconda sessione, sabato 18 aprile, è affidato il compito di indagare l’ampia sfera di interessi di Carlo Belli tra passato e modernità, con la presenza di storici dell’arte, dell’architettura e della musica, da Giuseppe Appella a Giovanni Marzari.
La due giorni di convegno –la cui direzione scientifica è firmata da Franco Nicolis, Soprintendenza per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento e Paola Pettenella dell’Archivio del ‘900- sarà arricchita dal concerto «Musica astratta musa. Omaggio a Carlo Belli», a cura del maestro Cosimo Colazzo, in programma venerdì 17 aprile, alle ore 18.30, alla Casa Mozart. L’appuntamento si aprirà con l’ascolto della provocatoria «Parade» (1917) di Erik Satie (1866-1925). Saranno, quindi, proposte due partiture di Alfredo Casella (1883-1947) -«Pupazzetti» (1915) e «Sonatina» (1916)- ed altrettante di Carlo Belli -«Preludi melensi» e «Sonatina liberty»-, mentre di Gianfrancesco Malipiero (1882-1973) verranno proposti i «Preludi asolani» (1916). Chiude il programma un lavoro di Cosimo Colazzo: «Tre liriche» su versi di Melotti (dal volume «Il triste minotauro»), artista che fu amico dello studioso trentino e che perseguì l’idea di un’arte nuova che prediligeva strutture sospese e capaci di dialogare nel vuoto. La musica, in quest’opera, si lega all’atmosfera evocativa e sospesa che traspare dai versi, con un lirismo che prende movenze dolci, nondimeno sorvegliate nelle curve realizzate, affinché esso si dia in rapporti sempre piuttosto essenziali, raccolti, misurati. Il pianoforte effonde sonorità rarefatte, sospese; oppure accompagna con figure ricche di valori timbrici, preziose nel dettaglio sonoro trovato.

Informazioni utili 
«I mondi di Carlo Belli. Da Rovereto alla Magna Grecia». Mart, Corso Bettini, 43 – Rovereto. Iscrizione gratuita. Informazioni: tel. 800.397760 o info@mart.trento.it . Sito internet: www.mart.trento.it . Dal 17 al 18 aprile 2015.

mercoledì 1 aprile 2015

«Musikè», sette mesi di musica, teatro e danza tra Padova e Rovigo

Saranno la bravura e la simpatia di Lucia Vasini e Antonio Cornacchione a inaugurare la quarta edizione di «Musikè», rassegna promossa e organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo che, da mercoledì 1° aprile a domenica 22 novembre, proporrà quindici appuntamenti: tredici a ingresso gratuito e due a pagamento, con il ricavato devoluto in beneficenza. Dalla musica classica al jazz, dal teatro alla danza è vario il cartellone ideato e coordinato da Alessandro Zattarin, con un gruppo di lavoro composto da Mario Giovanni Ingrassia, Claudio Ronda e Gabriele Vianelli, per questa stagione, che vedrà la presenza di artisti affermati e giovani talenti, sia italiani che internazionali.
Ad aprire il sipario sarà, al teatro Sociale di Rovigo, lo spettacolo «L'ho fatto per il mio paese» (ingresso: 10,00 euro per la platea e il primo ordine di palchi; 5,00 euro per tutti gli altri posti), testo scritto da Antonio Cornacchione con Francesco Freyrie e Andrea Zalone, la coppia di autori del fortunatissimo programma «Crozza nel paese delle meraviglie», che vede in scena lo stesso Cornacchione con una grande interprete del teatro italiano quale Lucia Vasini.
L’opera, in cartellone alle 21 di mercoledì 1° aprile, affronta, con ironia pungente e irresistibile, il dramma tutto italiano del mondo del lavoro: Benedetto, un uomo candido e senza soldi, con la disdetta dell’affitto in una tasca e la lettera di fine rapporto di lavoro nell’altra, decide, con piglio da Don Chisciotte, di sequestrare il ministro responsabile della legge che sposta di molti anni la sua pensione, dichiarando di farlo non solo per se stesso, ma anche per il suo Paese.
A questo spettacolo, il cui ingresso sarà devoluto in beneficenza all’Aism di Rovigo, seguirà, nella serata di venerdì 10 aprile, un concerto alla Sala dei Giganti del Liviano di Padova con Cristina Zavalloni, artista incredibilmente versatile, capace di spaziare dal canto lirico al canto jazz, dal repertorio classico a quello più sperimentale, che torna a «Musikè» dopo aver presentato il suo album  «La donna di cristallo» nella prima edizione della rassegna (2012).
Al suo fianco, quest’anno, ci sarà Andrea Rebaudengo, pianista che vanta collaborazioni con le principali istituzioni concertistiche italiane.
Insieme, i due artisti si sono esibiti alla Carnegie Hall di New York, al teatro della Maestranza di Siviglia, al teatro Rossini di Pesaro, al Festival di West Cork, al Festival del Castello di Varsavia e ai concerti del Quirinale; nel 2008 hanno inciso il disco «Tilim-Bom», dedicato a Stravinskij e Milhaud.
Per «Musikè» Cristina Zavalloni e Andrea Rebaudengo saranno impegnati in un repertorio che metterà in risalto le loro straordinarie doti tecniche e interpretative con composizioni di Satie, Stravinskij, Eisler, Schoenberg, Weill, Gershwin e Bernstein: un programma, questo, che si ricollega ai temi della mostra «Il demone della modernità - Pittori visionari all’alba del secolo breve», promossa dalla fondazione, con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, a Palazzo Roverella a Rovigo.
Legato ai temi della rassegna veneta sarà anche il concerto con la violinista Emy Bernecoli e il pianista-compositore Francesco Grillo, in agenda domenica 19 aprile, alle ore 17, all’Accademia dei Concordi di Rovigo, il cui programma prevede musiche di Debussy, Respighi, Rachmaninov, Grieg e dello stesso Grillo.
La rassegna proseguirà, quindi, giovedì 23 aprile con i «Virtuosi dei Berliner Philharmoniker», l’ensemble d’archi formato dalle prime parti della celebri orchestra berlinese, che al Tempio della Beata Vergine del Soccorso, con il violino solista di Laurentius Dinca, proporrà un concerto di musiche di Respighi, Mendelssohn e Dvorak.
L’esplorazione musicale di «Musikè», prevede, poi, nella serata di lunedì 27 aprile, alle ore 21, il riallestimento del concerto «Bella ciao» ad oltre cinquant’anni dalla sua prima rappresentazione nel 1964, al Festival dei due mondi di Spoleto. La nuova edizione, ideata e curata da Franco Fabbri, vede impegnato un ensemble diretto e concertato dall’organettista Riccardo Testi, con il chitarrista Andrea Salvadori e il percussionista Gigi Biolcati, e vanta la presenza di alcune tra le voci più importanti della musica popolare e del canto sociale italiani degli ultimi trent’anni: Ginevra Di Marco, Lucilla Galeazzi, Elena Ledda, Alessio Lega. Lo spettacolo, che verrà proposto alla Sala Petrarca del Multisala Pio X di Padova, si ricollega, fin dal titolo, alla mostra fotografica «Questa è guerra!», uno sguardo inedito sui grandi conflitti del XX secolo attraverso oltre trecento immagini selezionate da Walter Guadagnini.
Spazio, quindi, ai colori e alle suggestioni della cultura musicale argentina con il bandoneonista, compositore e improvvisatore Dino Saluzzi, che martedì 5 maggio, al teatro Sociale di Cittadella, presenterà al pubblico «El valle de la infancia», opera con la quale l’artista torna alle proprie radici radunando intorno a sé la propria «banda di famiglia»: il fratello Felix al sax tenore e clarinetto, il figlio José María alle chitarre e il nipote Matías ai bassi. Insieme a loro il batterista Quintino Cinalli, portato da Dino Saluzzi per espandere delicatamente il senso di libertà che caratterizza la sua musica, in cui convivono diversi generi e danze come la zamba, il carnavalito e la chacarera.
La musica lascerà, poi, spazio alla danza con la prima nazionale di «Almas», spettacolo di grande coreografa e danzatrice spagnola Aída Gòmez, in programma domenica 10 maggio, alle ore 21, al Piccolo Teatro Don Bosco di Padova. Le musiche di Albéniz, de Falla, Rodriguez, Parrilla e Batio faranno da cornice alle esibizioni della grande coreografa e danzatrice spagnola e dei ballerini della sua compagnia -Christian Lozano, María Martín, Mariano Bernal, Víctor Martín e Yolanda Murillo- in una serata di grande danza, nella quale il bolero e il flamenco si incontreranno con potenza e passione.
La rassegna proseguirà nella serata di giovedì 14 maggio al teatro Verdi di Padova con il duo «Igudesman & Joo», formato dall’eclettico compositore e attore Aleksey Igudesman al violino e dal pianista e compositore Hyung-ki Joo, che porterà in scena il suo nuovo spettacolo «And Now Mozart» (biglietti di ingresso da 10,00 a 5,00 euro).
L’ultimo appuntamento di «Musikè» prima della pausa estiva vedrà protagonista, sabato 6 giugno alla chiesa di Sant’Antonio abate di Padova, l’organista di fama internazionale Wayne Marshall, uno dei musicisti più estrosi e versatili di oggi, in grado di spaziare dalla musica classica al jazz sia come strumentista che come direttore d’orchestra, cimentarsi in un concerto di musiche di Bach e di improvvisazioni.
Dopo la pausa di luglio e agosto, gli spettacoli riprenderanno a settembre con «Musikè Giovani», la sezione dedicata ai talenti emergenti, che prevede quattro spettacoli tra Padova e Rovigo. Venerdì 18 settembre salirà sul palco il «Giovanni Perin European 6tet», fondato dal vibrafonista padovano Giovanni Perin e che vede al suo interno alcuni astri nascenti della scena jazz berlinese: Giulio Scaramella al pianoforte, Tommaso Troncon al sax tenore, Dima Bondarev alla tromba, Diego Pinera alla batteria e Marcel Krömker al contrabbasso. Sabato 3 ottobre al teatro comunale «Ferruccio Martini» di Trecenta andrà, invece, in scena il lavoro che ha vinto il «premio Scenario 2013»: lo spettacolo «Mio figlio era come un padre per me», scritto e interpretato dai fratelli Marta e Diego alla Via, alla loro seconda prova drammaturgica.
Mentre il 24 ottobre l’auditorium comunale «Andrea Ferrari» di Camposampiero è prevista l’esibizione del Ballet Junior de Genève, compagnia composta da oltre trenta giovani ballerini provenienti da tutto il mondo, che lavorano con alcuni tra i più interessanti e rinomati coreografi contemporanei. A chiudere il cartellone di «Musikè Giovani» sarà la Theresia Youth Baroque Orchestra, orchestra sinfonica professionale composta da musicisti sotto i 30 anni di età, provenienti dalle principali scuole di musica antica di tutta Europa.
Il concerto, in programma domenica 22 novembre all’Auditorium Pollini di Padova, prevede musiche di Boccherini e Haydn e vedrà alla direzione Chiara Bianchini, figura di riferimento per l’esecuzione della musica del XVII e XVIII secolo su strumenti originali nonché vincitrice del «Diapason d’or» per l’incisione delle «Sonate per violino solo» di Tartini e dell’integrale delle «Sonate» di Bach con cembalo concertato.
Il cartellone prevede altri due appuntamenti. Sabato 26 settembre, al teatro Goldoni di Bagnoli di Sopra, ci sarà lo spettacolo «La fabbrica dei preti», lavoro di indagine scritto e interpretato dall’attrice Giuliana Musso, che intreccia tre diverse forme di narrazione: reportage, proiezione e testimonianza. Lo sfondo di ogni racconto, che parla delle paure e della fragile bellezza di ogni essere umano, è quella stessa cultura cattolica che ha formato il nostro senso morale e insieme tutte le contraddizioni e le rigidità che avvertiamo nei nostri atteggiamenti, nei modelli di ruolo e di genere, nei comportamenti affettivi e sessuali.
Infine, l’intensità e il carattere ardente della musica argentina e la raffinata tradizione musicale giapponese si incontreranno, venerdì 13 novembre, al teatro Filarmonico di Piove di Sacco grazie al Gaia Cuatro, quartetto d’eccezione nato dal sodalizio tra due dei musicisti più emblematici della scena jazz giapponese, la violinista Aska Kaneko e il percussionista Tomohiro Yahiro, e due musicisti argentini particolarmente attivi sulla scena europea, il pianista Gerardo Di Giusto e il bassista Carlos «El Tero» Buschini. Quattro musicisti, questi, che portano l’arte dell’improvvisazione all’eccellenza, con una libertà tonale agli antipodi delle convenzioni stabilite, lavorando alla definizione di una musica totalmente inedita e allo stesso tempo familiare grazie alla sua naturale eleganza.

Didascalie delle immagini 
[Figg. 1 e 2] Una scena dello spettacolo «L'ho fatto per il mio paese», con Lucia Vasini e Antonio Cornacchione; [fig. 3] Una scena dello spettacolo «La fabbrica dei preti», con Giuliana Musso; [Fig. 4] Uno spettacolo con la compagnia di flamenco della coreografa Aida Gomez; [fig. 5] Una coreografia del Ballet Junior de Genève; [fig. 6] Il duo Igudesman & Jo; [fig. 7] I Virtuosi del Berliner Philharmoniker

Informazioni utili
«Musikè» - Edizione 2015.  Informazioni: tel. 345. 7154654 o info@rassegnamusike.it. Sito internet: www.rassegnamusike.it  o www.facebook.com/rassegnamusike. Da mercoledì 1° aprile a domenica 22 novembre 2015

lunedì 30 marzo 2015

Grottaglie, «Le donne di Federico» in mostra in una grotta del Duecento

Ci sono le immagini di Costanza d’Aragona, Isabella d’Inghilterra e Costanza d’Altavilla, ma anche di Pier delle Vigne, Manfredi e Tommaso da Oria nella mostra «Le donne di Federico», che allinea in una grotta ipogea del Duecento scavata a mano, nel cuore dell’antico quartiere delle ceramiche di Grottaglie, ventidue statue realizzate dall’artista Domenico Pinto.
Le opere, esposte da giovedì 2 a giovedì 9 aprile, rappresentano non solo l’universo femminile del grande imperatore conosciuto con l’appellativo di «stupor mundi et immutator mirabilis» (letteralmente «lo stupore del mondo e il miracoloso trasformatore») per la sua moderna concezione organizzativa dello Stato e per la sua tolleranza nei confronti degli altri credo religiosi, ma ne raccontano anche il mito e la leggenda attraverso figure maschili che hanno partecipato agli intrighi di corte, vestite di regale autorità e rappresentate a cavallo.
Le opere esposte in una nicchia rurale ai piedi del Castello Episcopio di Grottaglie, trasformata da Domenico Pinto in spazio espositivo, sono tutte realizzate in terracotta ingobbiata e invetriata con lustri e oro zecchino (72x50 cm).
Quelle plasmate dall’artista pugliese sono figure lunghe e nobili, dai visi affusolati, fissi e solenni e dagli abiti dorati e impreziositi da colori ricchi. Le dame eleganti e i cavalieri autorevoli disegnati dal ceramista pugliese nascondono le trame narrative della storia di Federico II ed evocano i fasti e i luoghi della corte sveva. «Appaiono –si legge nella nota di presentazione- come un’idea arcaica quasi fossero divinità nell’orgoglio storico di un popolo».
La mostra vuole, dunque, rappresentare la cultura, la storia, l’architettura della Puglia permeate da quel fascino misterioso che da sempre alimenta nell’uomo del Sud la figura di Federico II di Svevia. E ci offre così forme e immagini che appagano non solo il nostro bisogno di bellezza, ma anche la necessità di sentirci raccontare delle storie.
Particolarmente sensibile ai problemi della ceramica e della cultura grottagliese tradizionale, Domenico Pinto compie enormi sforzi per il rinnovo e la rivisitazione delle forme e dei decori popolari, attingendo non solo alle sue tecniche, ai suoi valori e alla sua simbologia, sintetizzando e armonizzando la tradizione locale con la ricerca e l’innovazione.
La mostra è anche un’ottima occasione per fare una gita nel Quartiere delle ceramiche di Grottaglie, in provincia di Taranto. Nel cuore di questa caratteristica cittadina, lungo la gravina San Giorgio, si è formato nei secoli un’intera zona di esperti ceramisti che, ricavando laboratori e forni di cottura nella roccia di ambienti ipogei utilizzati in passato anche come frantoi, hanno saputo sviluppare una fiorente attività artigianale oggi riconosciuta ed apprezzata in tutto il mondo.
Due i principali prodotti della tradizione figulina grottagliese: i «Bianchi di Grottaglie», manifattura artistica propria di un certo tipo di produzione elitaria caratterizzata dall'esaltazione della forma pura attraverso l'utilizzo dello smalto bianco stannifero, e la più caratteristica ceramica rustica e popolare, caratterizzata da una tavolozza cromatica costituita dal verde marcio, giallo ocra, blu e manganese. Ad oggi Grottaglie, con le sue numerose botteghe di ceramisti, è l’unico centro ceramico pugliese protetto dal marchio Doc ed inserita nel ristretto elenco delle ventotto città della ceramica italiana.

Informazioni utili 
 «Le donne di Federico» Studio d’arte di Paola e Domenico Pinto, via Crispi, 6 - Grottaglie (Taranto). Orari: ore 9.00-13.00 e ore 16.00-20.00. Ingresso libero. Informazioni: tel. 099.5628440 o cell. 348.5492334 o domenicopinto45@libero.it. Sito web: www.ceramichepinto.it. Dal 2 al 9 aprile 2015.

venerdì 27 marzo 2015

Donatello davanti al mistero della Croce

La presenza di Donatello a Padova innova profondamente il linguaggio della scultura in Italia e pone il centro veneto tra i principali luoghi di diffusione del Rinascimento.
Questo momento nodale nella storia artistica della città viene ricordato, a partire da sabato 28 marzo, attraverso una serie di importanti mostre e iniziative, promosse da differenti istituzioni e in diverse sedi, sotto il titolo comune di «Donatello e Padova».
In occasione di questa iniziativa, il Museo diocesano ospita, nello scenografico Salone dei Vescovi, tre crocifissi realizzati dall’artista toscano nel corso della sua vita, dagli anni giovanili alla piena maturità: quello della chiesa di Santa Croce in Firenze -oggetto di una celebre gara con l'antagonista Filippo Brunelleschi, raccontata da Giorgio Vasari-, quello bronzeo della Basilica di Sant'Antonio e quello dell’antica chiesa padovana di Santa Maria dei Servi, da poco aggiunto al catalogo delle opere donatelliane.
Quest’ultimo crocifisso è stato attribuito all’artista alcuni anni fa da Francesco Caglioti, dell'Università di Napoli, che sulla scorta delle ricerche di Marco Ruffini ha restituito alla scultura la corretta paternità, attestata dalle fonti più antiche, ma ben presto dimenticata. La riscoperta dell’opera, di cui lo studioso scrisse in uno articolo molto circostanziato comparso sulla rivista «Prospettiva» nel 2008, deriva, per la precisione, dall’individuazione, alla Beinecke Library della Yale University, del primo volume di un esemplare dell’edizione del 1550 delle «Vite» di Giorgio Vasari, contenente annotazioni manoscritte fino a quel momento sconosciute, che forniscono preziose informazioni inedite sull’arte veneta del Quattro e Cinquecento.
L'oblio del nome di Donatello si spiega con la particolare devozione di cui l'opera ha goduto, e tuttora gode, specialmente in seguito ai fatti miracolosi del 1512, quando il Crocifisso trasudò sangue dal volto e dal costato per quindici giorni consecutivi a partire dal 5 febbraio e anche il successivo Venerdì santo. L’evento eccezionale, riconosciuto come miracoloso dal vescovo vicario di Padova Paolo Zabarella, suscitò subito una speciale devozione, ancora viva, e condusse, in tempi eccezionalmente brevi all’istituzione della Confraternita del Crocifisso.
Con il passare dei secoli la memoria popolare trasferì la paternità donatelliana alla scultura gotica della Vergine conservata sempre nella chiesa, ma la speciale cura dei fedeli per il Crocifisso ne assicurò la conservazione, preservandolo dalla distruzione o dalla dispersione, sorte molto comune per questo tipo di immagini scolpite.
Se in un primo momento l'attribuzione, argomentata da Caglioti su basi stilistiche, ha suscitato qualche perplessità e un atteggiamento di prudenza all'interno della comunità scientifica, oggi i risultati del restauro condotto dalla Soprintendenza per beni storici, artisti ed etnoantropologici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso nel laboratorio di Udine, con il finanziamento del Ministero dei beni e delle attività culturali e turismo, non lasciano più dubbi.
La rimozione della spessa ridipintura a finto bronzo, affidata alle sapienti mani dei restauratori Angelo Pizzolongo e Catia Michielan, rivela ora tutta la qualità dell'intaglio e della policromia originaria, in buona parte conservatasi, restituendo a Padova un capolavoro che va ad aggiungersi alle altre opere che Donatello ha lasciato durante la sua permanenza in città (1443-1453), come la statua equestre del Gattamelata, l'altare e il Crocifisso bronzeo per la Basilica di Sant'Antonio.
L’opera restaurata, visibile fino al 26 luglio al Museo diocesano nella mostra «Donatello svelato», a cura di Andrea Nante ed Elisabetta Francescutti, sarà accompagnata da un’esaustiva documentazione attraverso la quale il pubblico avrà modo di avvicinarsi dettagliatamente alle varie fasi del restauro e alle indagini tecniche che lo hanno preceduto, interamente realizzate grazie al contributo dell'Opificio delle pietre dure di Firenze e del Centro conservazione e restauro «La Venaria Reale».

Didascalie delle immagini 
[Figg. 1, 2 e 3] Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello, Crocifisso.  Padova, Chiesa di Santa Maria dei Servi 

Informazioni utili
«Donatello svelato. Capolavori a confronto». Museo diocesano di Padova / Palazzo vescovile, piazza Duomo, 12 - Padova. Orari: tutti i giorni (esclusi i lunedì non festivi), ore 10.00-19.00. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 4,00. Informazioni: tel. 049.8761924/ 049.652855 e info@museodiocesanopadova.it. Sito internet: www.museodiocesanopadova.it. Dal 27 marzo al 26 luglio 2015.

giovedì 26 marzo 2015

All’asta la collezione di Jean Ferrero

Sarà battuta all’asta mercoledì 1° aprile da Francis Briest di Artcurial, casa d’aste leader in Francia con uffici a Milano, Vienna e Bruxelles, una parte della collezione di Jean Ferrero, preziosa testimonianza della scena artistica in Costa Azzurra nella seconda metà del Novecento. Questo gruppo di opere, in tutto oltre duecento, vede la firma di una trentina di artisti della cosiddetta Scuola di Nizza, alcuni dei quali appartenenti a movimenti artistici affermati come Arman, César e Martial Raysse del Nuovo Realismo o Ben del Fluxus, altri non classificabili entro alcuna corrente artistica come, per esempio, Bernar Venet e Claude Gilli.
Jean Ferrero vive a Nizza e ha sviluppato profonde amicizie con tutti gli artisti che hanno lavorato in Riviera, ma ha avuto nella sua raccolta anche opere di autori come Man Ray, Lucio Fontana, Marc Chagall, Pierre Soulages, Jean Cocteau e Martial Raysse, estranei alla scuola nizzarda. Il fotografo francese è stato, infatti, un fervente collezionista o, come egli stesso si definiva, «un commerciante d’arte compulsivo con il virus del collezionismo».
Della sua passione per l’arte ne parlò anche l’amico Ben in un’opera del 1971: «Qui vive Ferrero / nato il 1° marzo 1931 / direttore di star del cinema, guida, fotografo di uomini nudi – appassionato collezionista di arte moderna – ama il denaro – la carne di cavallo cruda – le donne di altre persone – parla troppo».
Figlio di un immigrante italiano, Jean Ferrero ha avuto una formazione da autodidatta: ha ricevuto un’educazione modesta e, prima di dedicarsi alla fotografia, ha svolto numerosi lavori.
Ha esordito come fotografo di strada, ritraendo i passanti e ricercando da solo i suoi soggetti. Ha fotografato pugili e sollevatori di pesi, esplorando il tema del nudo maschile all’aperto.
Ben presto le sue fotografie hanno attirato l’attenzione del pubblico internazionale e, tra il 1955 e il 1975, le commissioni da parte di pubblicazioni straniere sono diventate un’importante risorsa economica che gli ha dato la possibilità di acquistare un gran numero di opere.
Allo stesso tempo, Ferrero ha lavorato come paparazzo per il «Nice Matin», per «La Stampa» e, in particolare, per la rivista «XXe siècle», per la quale ha realizzato numerosi servizi dedicati ad artisti famosi, occasione che gli ha aperto le porte del mondo dell’arte.
Lo sport è stata una risorsa fondamentale nella vita del fotografo francese, gli ha permesso di trovare i suoi primi modelli ed è stato nei club  sportivi della Costa Azzurra che ha incontrato e stretto amicizia con diversi artisti. Per questo motivo nella sua collezione, accanto a pezzi caratteristici di ogni autore, si trovano lavori più intimi e personali, come, per esempio, l’opera di César, creata in compagnia sua e della figlia.
Nel 1970 il fotografo francese ha inaugurato la sua prima galleria-appartamento al porto di Nizza; si è, quindi, trasferito in Promenade des Anglais, in uno spazio di 300 metri quadrati gestito sino al 2003.
Ora, all’età di 84 anni, Jean Ferrero si vuole concentrare sui suoi lavori fotografici. Il 26 febbraio 2014 ha donato oltre ottocento opere alla città di Nizza, tra le quali figurano opere di Arman, Ben, César e Moya, e adesso ha deciso di vendere più di duecento lavori della sua raccolta attraverso Artcurial.
L’asta si terrà mercoledì 1° aprile e sarà anticipata da un’esposizione in programma da domenica 29 a martedì 31 marzo nella sede parigina, nelle vicinanze degli Champs-Elysées.

Didascalie delle immagini
Ben, «C’est Jean qui a attrapé l’art par la queue, 2000. Acrilico e legno su pannello, 52,5 x 72,5 cm. Collezione Jean Ferrero, stima: € 4.000 – 6.000 / $  4.500 – 7.000; [Fig. 2] Arman, «Colere de contrebasse», 1971. Rabbia, basso distrutto e carbonizzato, 200 x 160 x 22 cm. Collezione Jean Ferrero. Stima: € 170.000 – 220.000 / $ 190.000–250.000; [Fig. 3] Cesar, «Expansion Mobiloil», 1968. Schiuma di poliuretano e lattina su pannello, 86,50 x 66 x 20,50 cm. Pezzo unico. Collezione Jean Ferrero. Stima: € 10.000 – 15.000 / $ 11.000 – 17.000

Informazioni utili 
 «Jean Ferrero Collection», «gli amici artisti della Scuola di Nizza». Artcurial , 7 rond-point des Champs-Élysées – Parigi. Mostra: domenica 29 marzo, ore 14.00-18.00; lunedì 30 e marteì 31 marzo, ore 11.00-19.00; ingresso libero.  Asta, mercoledì 1° aprile 2015, ore 16.00. Catalogo: www.artcurial.com/pdf/2015/2702.pdf (dal Lotto 131 alla fine).  Informazioni: Vanessa Favre, tel. +33.142991613. Da domenica 29 marzo a mercoledì 1° aprile 2015.