ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 23 settembre 2020

«Play with Food», quando il buon cibo dà spettacolo

Compie dieci anni «Play with Food – La scena del cibo», il primo e unico festival teatrale italiano interamente dedicato al mondo dell’eno-gastronomia e alla convivialità, nato nel 2010 da un’idea di Davide Barbato, attuale direttore artistico, che fino al marzo del 2019 ha co-organizzato la manifestazione con Chiara Cardea per conto dell’associazione Cuochilab.
Per spegnere le dieci candeline, e nel rispetto delle normative anti-Covid, la rassegna, realizzata con il patrocinio della Città di Torino, si apre al nuovo e propone un debutto all’insegna dell’on-line, aprendo così virtualmente le porte al pubblico di tutto il territorio nazionale (e non solo).
Lunedì 28 settembre, alle ore 19, va in scena in prima assoluta, ed esclusivamente sul web, la performance interattiva «Questo non è un tavolo» di Chiara Vallini (posto unico euro 5,00), con le musiche originali di Fabio Viana e Fulvio Montano.
Nata dalle sperimentazioni dell'artista durante la quarantena, l'esperienza, riservata a una ventina di persone per volta e in replica tutte le sere fino al 4 ottobre, inizia come «una normale web chat» in cui gli spettatori, come invitati a un aperitivo virtuale, «si ritroveranno inaspettatamente coinvolti -raccontano gli organizzatori- in un evento misterioso, partecipando alla creazione di un racconto nel quale, gradualmente, presente e passato, finzione e realtà si intrecceranno».
Si apriranno così sette giorni di spettacoli dal vivo, performance on-line, cene teatrali, colazioni cinematografiche, eventi segreti e, come di consueto, appuntamenti conviviali, riuniti sotto il titolo: «Il cuore nello stomaco».
La nuova immagine, opera dell'illustratore Cesco Rossi, racconta perfettamente questa storia, rappresentando una pietanza fantastica, allo stesso tempo primordiale e futuristica, deliziosa e repellente, enigmatica ed emozionante, che ricorda le fattezze di «un cuore pulsante, colorato e complicato».
Il primo appuntamento in presenza si terrà, invece, martedì 29 settembre, alle ore 20, al teatro Astra con la prima regionale di «Racconti di zafferano» di Maria Pilar Peréz Aspa per la produzione della compagnia milanese ATIR / Teatro Ringhiera. Durante lo spettacolo, in un’atmosfera intima e suggestiva, l’attrice spagnola cucinerà una paella di carne, secondo la ricetta dell’epoca cervantina, che sarà poi servita agli spettatori. Tra i fornelli e i profumi della cucina, prenderanno vita pagine memorabili di Cervantes, Proust, Vicent, Montanari, Scarpellini, Montalbán e Fernando de Rojas che parlano di cibo, di fame, di nutrimento, di ritualità.
Sempre al teatro Astra andrà in scena, mercoledì 30 settembre, alle ore 20, un celebre testo di Annibale Ruccello, «Anna Cappelli», qui interpretato da Carlo Massari, in un insolito allestimento che, letteralmente, farà entrare il pubblico nella casa della protagonista, per assistere alla sua comica e grottesca parabola, e scoprire inaspettate e macabre declinazioni del cibo.
Prima dello spettacolo, Chiara Cardea proporrà un «assaggio» dei cinque racconti e dei due monologhi pubblicati sul numero speciale di «Crack Rivista» dedicato a «Play with Food», esito della call «Abbiamo fame di storie!» che conferma la volontà del festival di sostenere e incoraggiare la creatività di giovani scrittori e drammaturghi. In occasione della nona edizione della rassegna torinese, partirà, inoltre, la seconda parte della call, per la selezione della compagnia a cui verrà affidata la messa in scena dei due monologhi selezionati, il cui debutto si terrà durante l'edizione 2020 del Torino Fringe Festival (www.tofringe.it/partecipa).
Giovedì 1°ottobre
, alle ore 20, «Play with Food» si sposterà, quindi, al Qubì, dove il romano Claudio Morici proporrà la prima regionale dello spettacolo «Il grande carrello», tratto dall’omonimo libro di Fabio Ciconte e Stefano Liberti pubblicato nel 2019 per i tipi di Laterza. L’appuntamento teatrale si configura come un’indagine comica e serissima che scompone e mette a nudo la realtà nascosta dietro la distribuzione organizzata, che veicola il settanta per cento dei consumi alimentari degli italiani. Da dove arriva il cibo che vendono i supermercati? Chi ne decide il prezzo e la disposizione sugli scaffali? Perché viene esposto un determinato prodotto a discapito di un altro? sono alcune delle domande che tessono il racconto con l’obiettivo di informare su questioni fondamentali ma anche di suscitare reazioni che, mai come in questo caso, potremmo definire «di pancia».
Venerdì 2 ottobre, alle ore 21, i riflettori saranno, invece, puntati sugli attori-contadini del Teatro delle Ariette che tornano a Torino, all'Unione culturale Franco Antonicelli, con il loro storico spettacolo «Teatro da mangiare?», che ha debuttato a Volterrateatro il 18 luglio 2000, vent’anni fa, e che in questi anni si è comportato come un vero e proprio organismo vivente crescendo, maturando e arricchendosi dell’esperienza di oltre milleduecento repliche in giro per l’Italia e l’Europa.
Con «Teatro da mangiare?» si mangia davvero e si mangia bene. Si mangiano i prodotti della terra che Paola Berselli e Stefano Pasquini coltivano dal 1989 nelle campagne dell'Appennino bolognese.
Seduti attorno a un tavolo, consumando un vero pasto, gli spettatori-commensali, sempre pochi per creare un'atmosfera intima e unica, ascolteranno l'appassionante esperienza di un teatro fatto fuori dai teatri.  
Tagliatelle fatte in casa, tigelle, vino e prodotti rigorosamente biologici non mancano mai in questa curiosa performance, tra mattarelli da cucina e vecchie canzoni, della quale ha scritto anche il quotidiano francese «Le Monde».
Lo spettacolo sarà in replica sabato 3 ottobre, sempre alle ore 21, mentre domenica 4, dalle ore 10 alle ore 14, ancora all'Unione culturale, il Teatro delle Ariette proporrà la masterclass «La memoria del cibo», a cura di Per+formare e Progetto Zoran, aperta a tutti, attori professionisti e non.
Anche in questa strana stagione segnata dal distanziamento sociale, «Play with Food» organizzerà, nella serata di sabato 3 ottobre, a partire dalle ore 19, una delle sue tradizionali «Underground dinner»: un evento performativo e conviviale in un luogo segreto il cui indirizzo sarà svelato ai soli partecipanti. Protagoniste saranno la fiorentina Patrizia Menichelli - artista che, dal 1996, fa parte della storica compagnia Teatro de los Sentidos di Barcellona – e la food stylist toscana Claudia Guarducci
In scena ci sarà la prima nazionale di «The Poetic Dinner: Amalia, ricette senza ingredienti»: un’esperienza sensoriale, un viaggio intimo che coinvolge un piccolo gruppo di persone alla scoperta della vera storia di Amalia Moretti Foggia, giornalista e scrittrice nata nel 1872 e nota con lo pseudonimo di Petronilla
Gli ospiti, invitati in un luogo sconosciuto, saranno accompagnati a incontrare la storia di Amalia attraverso i cinque sensi, scoprendo memorie, ricordi, impressioni, sogni, oggetti, profumi e piccoli sapori.
Domenica 4 ottobre, alle ore 10.30, ci sarà un altro appuntamento classico del festival: la Cinecolazione, organizzata in collaborazione con Les Petites Madeleines e ospitata in una delle storiche bocciofile torinesi, l’Asd La Tesoriera.
Non mancheranno, poi, un momento di approfondimento: sabato 3 ottobre, dalle ore 14.30 alle ore 18, al Circolo dei lettori si terrà il convegno «Play at Home», a cura del critico e organizzatore Alessandro Iachino, dedicato al teatro d’appartamento, ottima occasione per riflettere sulle esperienze nazionali più rilevanti dedicate a questo formato spettacolare, insieme a operatori, artisti e studiosi. Saranno presenti Paola Berselli, Stefano Pasquini, Patrizia Menichelli, Claudia Guarducci, Chiara Vallini, Laura Valli, Rossella Tansini, Barbara Ferrato e Lorenzo Barello. Chiuderà l’incontro un approfondimento di Francesca Serrazanetti, critica e docente al Politecnico di Milano.
A chiudere il festival sarà Gabriele Vacis che domenica 4 ottobre, alle ore 17.30, proporrà al teatro Colosseo una «Meditazione sul cibo», accompagnato dalle scenofonie di Roberto Tarasco
A partire da «Il pranzo di Babette», racconto di Karen Blixen reso celebre dal film da Oscar di Gabriel Axel, il regista torinese delineerà un intenso percorso attraverso miti e ricette, economie e speculazioni, giudizi e pregiudizi su ciò che ci nutre. 
In occasione dell'evento, è previsto un inconsueto Aperitivo Fuorisede, in rispettosa applicazione delle normative vigenti: non potendo proporre al pubblico un momento conviviale nel foyer del teatro, a causa del distanziamento sociale, i food partner offriranno a tutti gli spettatori una degustazione «in differita» presso i loro punti vendita.
Un’edizione, dunque, ricca di eventi, riservati a pochi e dal grande fascino, tutti nati per nutrire il corpo e lo spirito con cibo e parole. 

Vedi anche

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Una scena dello spettacolo «Racconti di zafferano» di Maria Pilar Peréz Aspa. Foto: Serena Serrani [fig. 2] Immagine di  Cesco Rossi per la decima edizione di Play with food; [fig. 3] Immagine promozionale dello spettacolo «Anna Cappelli», interpretato da Carlo Massari; [fig. 4] Una scena di uno spettacolo del Teatro delle Ariette. Foto: Roberto Cerè; [fig. 5] Una scena di uno spettacolo del Teatro delle Ariette. Foto: Giovanni Battista Parente; [fig. 6] Immagine promozionale dello spettacolo «Il grande carrello» di Claudio Morici, tratto dall’omonimo libro di Fabio Ciconte e Stefano Liberti

Informazioni utili 
Play with food – La scena del cibo. 10 anni 2010-2020. Torino, 28 settembre - 4 ottobre 2020. Informazioni: tel. +39.351.6555757. Sito internet: www.playwithfood.it

martedì 22 settembre 2020

«Dopo», tre spettatori alla volta per un racconto sulle nostre ferite emotive

Ha un titolo non casuale il primo spettacolo della nuova stagione del Funaro di Pistoia. Si intitola «Dopo» ed è un’installazione sensoriale, abitata e itinerante, di Gabriella Salvaterra, storica componente del Teatro de los Sentidos di Enrique Vargas, che sembra pensata appositamente per questi tempi incerti, caratterizzati dal distanziamento sociale. L’ingresso alla performance, in cartellone dal 24 al 27 settembre, è, infatti, studiato per piccoli gruppi: soli tre spettatori alla volta ogni dieci minuti.
Primo progetto indipendente dell’artista modenese, che per oltre vent’anni ha lavorato fianco a fianco con il regista e antropologo colombiano, teorico della cosiddetta «drammaturgia sensoriale» in cui la scena diventa un luogo in cui sperimentare e compiere un viaggio interiore, «Dopo» ha iniziato a prendere forma nel 2015 e, negli anni, è diventato la prima tappa di una trilogia sui temi della rottura e della riparazione insieme.
Gabriella Salvaterra, classe 1968, ha, infatti, ideato in questi ultimi anni anche gli spettacoli «Un attimo prima», che ha debuttato nel 2017 al festival «Da vicino nessuno è normale» a Milano, e «Sollievo», del 2019, prodotto a Calais da Le Channel – Scène nationale. 
Scavare nella memoria alla ricerca di una ferita emotiva che abbiamo nascosto al nostro inconscio perché troppo dolorosa, ma che ha modificato completamente la nostra vita e il nostro modo di relazionarci agli altri, è il tema al centro dell’installazione, che al Funaro di Pistoia vedrà la partecipazione anche di Loredana D'Agruma ed Elena Ferretti
L’artista modenese, che al suo percorso teatrale associa anche la docenza al master universitario «Linguaggio sensoriale e poetica del gioco» dell'università spagnola di Girona, così racconta la scintilla da cui è nato il progetto: «come per moltissime persone, qualcosa […] si è rotto dentro di me. Gli eventi mi hanno colpita in maniera profonda e personale e hanno segnato indelebilmente la mia famiglia. E sono dovuta tornare al punto di partenza, ho dovuto e voluto guardare con occhi nuovi la rottura, quelle interruzioni che ci costituiscono come individui e come società. Ho sentito che questo nuovo sguardo era più forte più centrato, addirittura forse più sereno. Sembra che quando si rompono le certezze, emergono silenzi che vale la pena ascoltare e attraversare, verso quello che potrà accadere...dopo».
Lo spettacolo di Gabriella Salvaterra è il primo appuntamento di una stagione che per il momento è programmata da settembre a dicembre, in attesa di capire quello che sarà possibile proporre nei prossimi mesi, in questo periodo di incertezza che tocca ogni ambito e che è caratterizzato da particolari restrizioni per le sale teatrali.
Grande attenzione verrà riservata in questi primi mesi di programmazione ai più piccoli, la cui stagione prenderà il via sabato 21 novembre con «Fiabe Toscane» di Toscana Media Arte; mentre sabato 12 dicembre sono in programma tre repliche dello spettacolo «Fiabe in forno» di Francesca Giaconi. Per i bambini delle materne, dai 3 ai 5 anni, sono stati, invece, pensati, per le giornate del 7 novembre e del 5 dicembre, degli «Incontri di movimento creativo», a cura di Sara Balducci. Non mancherà, poi, la rassegna «Il Raccontamerende», che quest'anno si terrà il terzo mercoledì del mese: il 21 ottobre ci sarà «Ti conosco mascherina», il 18 novembre «Se la torta non ha torto. Racconti golosi» e, infine, il 16 dicembre «Un quadrato a tutto tondo. Racconti senza spigoli».
Sono previsti anche degli incontri per gli adulti, tutti coordinati da Massimiliano Barbini della Biblioteca del Funaro, che spaziano dagli appuntamenti sul Novecento italiano, incentrati sulle figure di Primo Levi (9 ottobre) e di Carlo Emilio Gadda (6 novembre), al progetto «La mezz’ora d’aria ovvero Shakespeare da tavolo», con due racconti di trenta minuti ciascuno intitolati rispettivamente «I due gentiluomini di Verona» (13 novembre) e «Il racconto d'inverno» (4 dicembre). Completa l’offerta per i più grandi «Leggiamo poi si vedrà»: letture e proiezioni su cinema, letteratura e teatro, precedute da aperitivo, che quest'anno indagheranno la figura di Pier Paolo Pasolini (23 ottobre, 27 novembre e 11 dicembre).
A ottobre riprenderà anche l’attività didattica, che prevede oltre venti corsi per diverse tipologie di allievi (dai bambini agli anziani, dai ragazzi ai disabili) e con differenti discipline (dal teatro al circo, dalla scrittura allo yoga teatrale).
Mentre a novembre il Funaro tornerà a svolgere la sua funzione di residenza artistica, in questo caso per Daniel Pennac e la compagnie Mia, per lo spettacolo «La legge del sognatore», tratto dall'omonimo libro edito da Feltrinelli editore, con la regia di Clara Bauer.
Una proposta, dunque, composita quella del Funaro di Pistoia che mette al centro, il pubblico a partire dal primo appuntamento del nuovo corso, quello post Covid: un invito a riflettere su di noi, sulle crepe del cuore, su ciò che non può più essere guarito e su ciò che si può ancora riparare, anche se niente sarà più come prima. Il viaggio, pur sempre intenso e intimo, è diverso per ognuno perché, citando il compositore Claude Debussy, «l’anima altrui è una foresta oscura dove bisogna camminare con precauzione».

Informazioni utili 
Il Funaro Centro culturale, via del Funaro 16/18 – Pistoia. Info: tel. 0573.977225/ 976853, e-mail info@ilfunaro.org. Sito web : www.ilfunaro.org.
Ingresso per «Dopo»: € 15,00 intero; € 12,00 tesserati il Funaro e convenzionati (abbonati Teatri di Pistoia, Stagione Fondazione Pistoiese Promusica, membri Institut Français di Firenze, Soci FAI, Slow Food Pistoia, Touring Club Italiano, visitatori Centro Guide Turismo Pistoia, Trenitalia - abbonati regionali, possessori di biglietto nella stessa giornata dello spettacolo o di badge aziendale per dipendenti e familiari.
Ingresso per gli spettacoli per bambini e famiglie: € 8,00 intero; € 6,00 tesserati il Funaro e convenzionati (Abbonati Teatri di Pistoia, Stagione Fondazione Pistoiese Promusica, membri Institut Français di Firenze, Soci FAI, Slow Food Pistoia, Touring Club Italiano, visitatori Centro Guide Turismo Pistoia, Trenitalia - abbonati regionali, possessori di biglietto nella stessa giornata dello spettacolo o di badge aziendale per dipendenti e familiari.
Note: per gli spettacoli la prenotazione è obbligatoria ed è possibile scrivendo a info@ilfunaro.org o telefonando al numero 0573.977225 (da martedì a venerdì, ore 10-13 e ore 16-19, lunedì, ore 16-19). Il biglietto dovrà essere ritirato al Funaro (negli stessi orari e giorni di apertura della biglietteria telefonica) entro 48 ore dalla data prenotata (diversamente decadrà la prenotazione).

venerdì 31 luglio 2020

A Conegliano «Il racconto della montagna nella pittura tra Ottocento e Novecento»

È il 1864 quando due viaggiatori britannici, Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill, danno alle stampe il libro «The Dolomite Mountains». Il primo è un artista, abile con il disegno e l’acquarello; l’altro è uno scienziato, naturalista e botanico, con il block notes e il raccoglitore di erbe sempre sotto il braccio. Tra il 1861 e il 1863, con le mogli al seguito, che li aiutano a relazionarsi con le introverse popolazioni locali, avendo così «accesso a molte case e cuori contadini», i due turisti esplorano il territorio, allora piuttosto sconosciuto, delle montagne che incorniciano il nord-est italiano, andando alla scoperta di una valle dietro l’altra, dal Tirolo alle Alpi venete.
Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill, con le loro amate consorti S. e A., rimangono incantati da quei luoghi con le rupi «come absidi di enormi cattedrali» e i crinali simili a «muri di abbazie in rovina». Con l’intento di «colmare un vuoto nella letteratura alpina», raccontano quel territorio in un libro pubblicato per i tipi di Longman.
Al momento di dare alle stampe il volume hanno anche l’idea di dare un nuovo nome a quell’arco alpino e per farlo si ispirano alle rocce dolomie, ovvero alla scoperta del geologo Déodat de Dolomieu, che per primo aveva scritto, all’epoca della Rivoluzione francese, sulla particolarità che avevano le guglie delle montagne nel nord-est italiano, le cui pietre calcaree, trattate con acido cloridrico, non davano luogo a effervescenza.
È l’inizio della fama per le Dolomiti, che diventano, lentamente, di moda oltre Manica come meta del Grand Tour, il «viaggio per imparare a vivere» che l’élite nord europea, soprattutto britannica, compie tra il XVIII e il XIX secolo. Quella fama è destinata ad aumentare, nei decenni successivi, con l'apertura di ardite strade carrozzabili, di nuovi alberghi e con il soggiorno dell'imperatrice Sissi al Grand Hotel Karezza nell'agosto del 1897.
Il libro di Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill è stato scelto per aprire il percorso espositivo della mostra «Il racconto della montagna nella pittura tra Ottocento e Novecento», per la curatela di Giandomenico Romanelli e Franca Lugato, allestita negli spazi di Palazzo Sarcinelli a Conegliano Veneto, città di grande fascino al centro delle colline del prosecco e sentinella delle Dolomiti.
Accanto a questo volume viene presentato anche un altro testo importante per la storia di quest’angolo d’Italia, patrimonio mondiale dell’umanità di Unesco. Si tratta del «Bel Paese», pubblicato nel 1876 dall’abate rosminiano Antonio Stoppani, docente di geologia a Pavia e a Milano. Il volume, destinato a costituire la magna carta della geografia dello Stivale, adotta l’espediente della conversazione borghese in salotto, davanti al camino, con i nipotini, per raccontare la bellezza del nostro Paese; e il racconto parte proprio dal territorio dolomitico compreso tra Belluno e Agordo.
Da questi due volumi si dipana un’importante riflessione sul paesaggio montano tra Ottocento e Novecento, che allinea libri, stampe, carte geografiche e opere di celebri autori italiani e stranieri che hanno frequentato le Dolomiti, da Ciardi a Compton, da Sartorelli a Pellis, da Wolf Ferrari a Chitarin.
Se Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill fanno diventare le Dolomiti una meta turistica, al veneziano Guglielmo Ciardi si deve, invece, l’invenzione della cosiddetta «pittura di montagna», fatta en plein air, nella natura e con l’inebriante luce alpina come compagna. L'artista porta il cavalletto e la tavolozza di colori dal Grappa all’Altipiano di Asiago, dalle Dolomiti alle Alpi Carniche. Le vette rocciose dai colori rosati, i piani innevati, il ghiacciaio della Marmolada, gli alpeggi in quota entrano così nel suo bagaglio figurativo, ma anche in quello dei figli Emma e Beppe e dell’allievo Giovanni Salviati.
Dal realismo si passa alla stagione simbolista con pittori come Francesco Sartorelli (1856- 1939), Traiano Chitarin(1864-1935), Teodoro Wolf Ferrari, (1878-1945), Carlo Costantino Tagliabue (1880-1960), Millo Bortoluzzi (1905-1995), Marco Davanzo (1872-1955), Giovanni Napoleone Pellis (1888-1962). Nelle loro opere le atmosfere si caricano di suggestioni cromatiche rosate, crepuscolari, indefinite. Le forme si sfaldano nei riflessi dell’alba o del tramonto così da far rivivere l’intera tradizione di miti e favole legate alla montagna, ora considerata sede degli dei ora trono di Giove e cuscino per i suoi piedi.
Un discorso a parte merita il triestino Ugo Flumiani (1876-1938), che vanta al suo attivo una splendida e poco conosciuta produzione di paesaggi montani dalla ricca e pastosa pennellata e dall’originale taglio compositivo come si può ben apprezzare nella piccola e preziosa tela «Da Tarvisio. I nuovi confini della patria». L'artista friulano ci ha lasciato anche una serie di opere dedicate all’interpretazione delle «viscere» della montagna con alcune inedite visioni del Carso, o meglio delle Grotte di San Canziano, di cui coglie fiumi sotterranei, stalattiti, profonde acque increspate.
Un effetto di silenziosa sospensione trapela, invece, dalle tele del bosnìaco-erzegòvino Gabril Jurkić (1886-1974), che attribuisce nuovi valori simbolici e mistici al paesaggio alpino oltre il confine italiano. «Dalla neve, dal luccicare delle distese bianche e dal contrasto con l’azzurro del cielo e i colori vivacissimi delle vesti della gente di montagna, -raccontano i curatori- l'artista ha tratto l’essenziale per una pittura modernista e sintetista».
Una selezione di manifesti dei primi decenni del Novecento provenienti dalla collezione Salce di Treviso arricchisce il racconto con la pubblicità degli sport invernali, in particolare grazie ai lavori dell’austro-italiano Franz Lenhart incentrati sulle Dolomiti e Cortina. «Perfetti nel taglio modernista, nella tipizzazione dei personaggi, nella essenzialità decorativa dei paesaggi, nell’anti naturalismo e nella vivacissima gamma cromatica, -raccontano i curatori della mostra- questi manifesti ci raccontano una montagna giovane, felice e dinamica con uno stile che richiama la grande tradizione cartellonistica italiana e francese del primo Novecento e un accenno al sintetismo elegante tipico delle riviste americane».
La mostra offre anche degli interessanti focus su alcune figure, dalla storia affascinante, legate alla montagna. Si parla, per esempio, di resistenza e di coraggio con la vicenda della trevigiana Irene Pigatti (1859-1937), pioniera dell’alpinismo dolomitico e «collezionista» di cime, a partire dall’ascensione al monte Cristallo, sulle Dolomiti ampezzane, nel 1886 e del Cimon del Froppa, la maggiore montagna del gruppo delle Marmarole nelle Dolomiti Cadorine, nel 1888.
Altra figura interessante è quella del triestino Napoleone Cozzi, uno dei primi interpreti dell'alpinismo senza guida nelle Dolomiti e precursore dell'arrampicata sportiva con il gruppo «Squadra volante». In mostra sono esposti tre suoi taccuini, conservati nell’Archivio della Società alpina delle Giulie di Trieste e noti quasi esclusivamente agli addetti ai lavori, che raccontano, attraverso una serie di acquerelli e didascalie ironiche e spassose, le sue imprese sulle Prealpi Giulie nel 1898 e sulle Prealpi Clautane, le attuale Dolomiti friulane, nel 1902.
Nell’ultimo album c’è una dedica al trevigiano Giuseppe Mazzotti (1907-1981), direttore dell'Ente provinciale per il turismo e autore di numerosi lavori per la promozione del territorio, altra figura interessante che la mostra di Conegliano permette di conoscere.
Nel suo fortunato «La montagna presa in giro», il critico d’arte e saggista preannuncia il timore di un turismo sfrenato e non di qualità, osservando i nuovi costumi e le recenti liturgie attorno alla montagna e denunciando con ironia le «smanie» di villeggiatura che «inquinano» la bellezza: dalle attrezzature sportive ai segnali colorati per indicare i sentieri, dagli elegantoni alle femmes fatales, dai beoni alle automobili. Quella sezione del libro si intitola «Ferragosto ed altri guai» e lì c'è tutto il guizzo profetico di chi conosce gli uomini, con i loro vizi e virtù, ma soprattutto ha un rapporto privilegiato con la montagna perché l’ha studiata, percorsa, scalata, corteggiata, blandita, difesa. Amata, senza se e senza ma.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Sandro Bidasio Degli Imberti, detto Sabi, Dolomiti provincia di Belluno, 1950 ca, riproduzione fotomeccanica, 35 x 25 cm, inv. 07805 162D Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, Polo Museale del Veneto, su concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; [fig. 2] Franz Lenhart, Cortina, 1947 ca, riproduzione fotomeccanica, 102,1 x 70 cm, inv. 10942 Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, Polo Museale del Veneto, su concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; [fig. 3] Giovanni Salviati, Cime di Lavaredo Padova, Courtesy Galleria Nuova Arcadia di L. Franchi; [fig. 4] Carlo Costantino Tagliabue, Cortina Padova, Courtesy Galleria Nuova Arcadia di L. Franchi; [fig. 5] Giovanni Napoleone Pellis, Il viatico in montagna, 1921-22 olio su tela, 178 x 336 cm Udine, Casa Cavazzini – Museo di Arte Moderna e Contemporanea 

Informazioni utili 
«Il racconto della montagna nella pittura tra Ottocento e Novecento». Palazzo Sarcinelli, via XX settembre 132 – Conegliano Veneto. Orari: dal giovedì alla domenica, dalle 11 alle 19. Ingresso: intero € 11, ridotto € 8,50 (per studenti, adulti over 65 anni, convenzioni, residenti nel Comune di Conegliano nei giorni feriali), biglietto speciale € 7,00 per tutti i membri CAI e speciali convenzioni; gratuità e altri biglietti sono consultabili sul sito della mostra. Informazioni e prenotazioni: call center, 0438.1932123. Fino all’8 dicembre 2020.