ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 8 maggio 2019

«I love lego», un milione di mattoncini al Salone degli incanti di Trieste

Da oltre sessant'anni fanno giocare bambine e bambini di tutto il mondo, ma non smettono di affascinare gli adulti. Stiamo parlando dei mattoncini Lego, dichiarati nel 1999 «giocattoli del secolo» dalla rivista «Fortune», a cui Genertel, la compagnia diretta di Generali Italia nata nel 1994, dedica in questi giorni, con la complicità di Arthemisia e in occasione dei venticinque anni dalla sua fondazione, una mostra al Salone degli incanti di Trieste.
«I love lego» è il titolo della rassegna, che ha portato in Friuli Venezia Giulia oltre un milione di mattoncini, utilizzati per comporre città moderne e monumenti antichi per oltre cento metri quadrati di scenari.
Dalla metropoli contemporanea ideale alle avventure leggendarie dei pirati, dai paesaggi medievali agli splendori dell’Antica Roma, fino alla conquista dello spazio sono tanti i mondi in miniatura, progettati e costruiti a Trieste da RomaBrick, uno dei LUG (Lego® User Group) più antichi d’Europa, con il giocattolo ideato da Ole Kirk Kristiansen, falegname danese della piccola città di Billund, sede del più antico parco Legoland.
In altre parole, dietro ogni edificio, strada, mezzo o piazza che i visitatori del Salone degli incanti vedranno c’è un lavoro collettivo e assolutamente originale, frutto della collaborazione di un team che vanta al suo interno la presenza di numerosi architetti e ingegneri.
Ad accogliere il pubblico in mostra è un grande diorama ispirato alle avventure nei lontani mari caraibici, tra navi pirata, atolli di origine vulcanica e il leggendario kraken, un gigantesco cefalopode dai tentacoli lunghissimi, simili a un calamaro, costruito con oltre cinquemila pezzi.
Si approda, quindi, sullo spazio con la riproduzione di un insediamento minerario lunare, in cui l’uomo si avvale dell’aiuto di astronavi, droidi e macchinari per la ricerca di nuove risorse.
Sembra, questa, la riproposizione di tante scene avveniristiche viste al cinema e proprio alla «settima arte» si rifà il diorama «Nido d’aquila», ispirato alla saga «A Song of Ice and Fire» dello scrittore americano George R.R. Martin e alla pluripremiata serie televisiva «Game of Thrones».
Lo scenario, esposto per la prima volta al Lucca Comics and Games nel 2016 e in continua costruzione, occupa attualmente una superficie di quasi 3 metri quadrati e fa uso di oltre trecentomila pezzi, mentre la sommità dell’inespugnabile roccaforte, residenza della casata Arryn, raggiunge 1,80 metri di altezza.
Altro spettacolare diorama work in progress è quello dedicato alla città contemporanea, iniziato nel 2010 da Marcello Amalfitano, Marco Cancellieri, Antonio Cerretti e Manuel Montaldo. Con oltre 250mila mattoncini sono stati edificati stadi, tratte ferroviarie, zone verdi e aree ricreative, oltre al «BrickTheater», al «Legolad Hospital», al Museo archeologico e all’«Empire Brick Building», edificio ispirato al famoso grattacielo di New York.
Guardano, invece, al passato i diorami dedicati ai fori romani imperiali e a un castello di ispirazione medioevale. Il primo lavoro riproduce con 80mila mattoncini il Foro di Nerva o Transitorio, un insieme di monumentali piazze che costituivano il centro della città di Roma in epoca imperiale.
L’altro diorama, nato da un'idea di Marco Cancellieri e Jonathan Petrongari nel  2011, mette in mostra una città fortificata e un piccolo villaggio alle porte di Winterfell, la dimora della casata Stark nel profondo Nord. Ancora un omaggio, quindi, agli appassionati della serie televisiva «Game of Thrones».
Il progetto espositivo triestino prevede, inoltre, il coinvolgimento dei giovani artisti Fabio Ferrone Viola, Luigi Folliero, Irem Incedayi, Daniele Clementucci e Corrado Delfini con le loro opere a tema Lego: spunti pop e materiali di riciclo per raccontare come un gioco possa trasformarsi in arte.

Informazioni utili
I love Lego. Salone degli Incanti, Riva Nazario Sauro, 1 - Trieste. Orari: da martedì a venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 18.00; sabato e domenica, dalle ore 10.00 alle ore 19.00 (ultimo ingresso 45 minuti prima) |  aperture straordinarie: domenica 21 aprile, dalle ore 10.00 alle ore 19.00; lunedì 22 aprile, dalle ore 10.00 alle ore 19.00; giovedì 25 aprile, dalle ore 10.00 alle ore 19.00; mercoledì 1° maggio, dalle ore 10.00 alle ore 19.00; domenica 2 giugno, dalle ore 10.00 alle ore 19.00. Biglietti: intero € 11,00, ridotto € 9,00; sono previste altre forme di riduzione per i dipendenti e i clienti Genertel.  Informazioni: www.arthemisia.it , www.triestecultura.it. Fino al 30 giugno 2019  

lunedì 6 maggio 2019

I Ciardi, pittori di paesaggi e giardini

«Un buon ombrello bianco e il vero», una tavolozza di colori e la magia della natura a fare da compagna: non basta altro a Guglielmo Ciardi (Venezia, 1842-1917) quando, nei paesaggi campestri del suo amato Veneto, si dedica alla pittura.
Sono gli anni dell’arte en plein air, quelli degli stagni ridondanti di ninfee di Claude Monet, dalle alzaie dei macchiaioli e del verde dei parchi e dei giardini francesi che ammaliarono Pierre August Renoir, Camille Pisarro e tanti altri impressionisti.
Sono gli anni della «scuola del vero» veneziana, quella che ha un debito di riconoscenza nei confronti del paesaggista padovano Domenico Bresolin (1813 –1900), docente nella classe di «Vedute di paese e di mare» all’Accademia di belle arti di Venezia. È, infatti, questo artista, uno dei pionieri nell’uso del mezzo fotografico, che, nella tarda estate del 1865, invita alcuni dei suoi migliori allievi, tra cui Guglielmo Ciardi, a fare un’esperienza di immersione totalizzante nella pedemontana trevigiana, per studiare un paesaggio diverso da quello lagunare.
In quelle sei settimane di esercizio, Domenico Bresolin stimola i suoi giovani alunni a dipingere en plein air e a rapportarsi direttamente con la realtà naturale, superando così quei limiti che il «paesaggio di composizione», praticato all’interno delle aule, imponeva agli allievi.
Per Guglielmo Ciardi è la novità che segna una carriera. Qualche anno dopo, intorno al 1870, l’artista veneziano è ancora là, nella marca trevigiana, probabilmente lungo le rive del Sile, quando l’amico e collega Egisto Lancerotto (1847-1916) lo ritrae intento a dare forma e colori al paesaggio e alle sue variazioni di luce. Gugliemo Ciardi è giovane e barbuto. Sta seduto su un tronco d’albero davanti al suo cavalletto, su cui è montata una tela di circa cinquanta centimetri per settanta. Porta un berretto in testa e una camicia bianca su dei pantaloni da lavoro scuri. Studia i toni dell’atmosfera, il contrasto e l’integrazione tra le luci e le ombre.
Questo ritratto è stato scelto per aprire il percorso espositivo della mostra «I Ciardi. Paesaggi e giardini» allestita al Palazzo Sarcinelli di Conegliano Veneto, per la curatela di Giandomenico Romanelli e l’organizzazione di Civita Tre Venezie.
Attraverso una sessantina di opere viene ripercorsa non solo la carriera di Guglielmo, ma anche quella dei figli Beppe (Venezia, 1875-Quinto di Treviso, 1932) ed Emma (Venezia, 1879-1933), protagonisti della stagione pittorica, italiana e internazionale, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, con la partecipazione alle Biennali di Venezia e a importanti appuntamenti espositivi tra Londra e Monaco, come ricordava Ugo Ojetti, nell’ottobre del 1909, sulle pagine del «Corriere della Sera».
Il percorso espositivo, del quale rimarrà documentazione in un catalogo pubblicato da Marsilio editore, prosegue, quindi, con un focus sugli esordi di Guglielmo, ancora influenzato dalla tradizione paesaggistica accademica, come si nota dal precocissimo e inedito dipinto «Paesaggio fuviale» del 1859.
Si possono, poi, ammirare una serie di straordinarie vedute campestri dei primi anni Settanta, spesso ambientate lungo quel suggestivo corso d’acqua di risorgiva che è il Sile, un territorio ancora incontaminato e lontano dalle seduzioni turistiche.
I prolungati soggiorni attorno a Quinto di Treviso, Fonzaso, Asiago e San Martino di Castrozza permettono a Guglielmo di instaurare un dialogo intimo con questi territori, protagonisti, anno dopo anno, delle sue opere paesaggistiche al pari della laguna veneziana (non trattata in questa mostra per esplicita scelta del curatore Romanelli).
Non mancano lungo il percorso espositivo paesaggi dolomitici, immagini dell’altipiano di Asiago e della Carnia, ritratti durante i lunghi soggiorni estivi in montagna. Tra le alte quote, Guglielmo si arrampica con il cavalletto portatile e la tavolozza per schizzare e dipingere in solitudine «dal vero», immerso nella natura e affascinato dall’ebbrezza della luce alpina, regalandoci quadri con verdi intensi che giocano con i toni argentini delle creste rocciose e gli azzurri dei cieli striati da nubi.
Guglielmo si dimostra, inoltre, sempre aggiornato sulla pittura europea di quegli anni: lo documentano i cicli degli anni Ottanta con stagni, ispirati alla pittura impressionista, o le suggestioni simboliste dell’ultima stagione, che risentono della fascinazione per la pittura nordica, apprezzata attraverso le esposizioni organizzate dalla Biennale di Venezia, di cui è l’artista tra i fondatori e alla quale partecipa per undici edizioni, fino al 1914.
La seconda sezione della mostra è dedicata, invece, al lavoro di Emma Ciardi, instancabile pittrice e viaggiatrice apprezzata a livello internazionale, cultrice della tradizione del vedutismo veneziano, capace di rielaborare le esperienze macchiaiole, impressioniste e tardo impressioniste con un’originale chiave espressiva.
L’artista riscopre la grande tradizione settecentesca di Francesco Guardi e delle sue «macchiette» (cioè le piccole scene collocate in parchi e giardini delle ville venete), riprendendone il brio e l’eleganza in chiave moderna. Le sue damine incipriate, i cavalieri danzanti in minuetti aggraziati, le carrozze, le livree dei valletti conquistano soprattutto il pubblico inglese.
Il paesaggio della Gran Bretagna, visitata e dipinta in compagnia del padre nel 1910, compare, poi, spesso nelle sue opere. Lungo il percorso espositivo si possono, per esempio, ammirare scorci del Tamigi e di Trafalgar Square, tutti giocati sui toni grigio-argentei tipici della City e del suo fiume, ma anche vivaci bozzetti «in cui -racconta Romanelli- passanti e mezzi di trasporto, come case e cieli, sono sagome di pasta colore che compongono lo spazio, elementi dinamici in cui la forma, perdendo definizione, si sfalda in vibrazioni di luce».
Il percorso si chiude con l’opera di Beppe Ciardi, presentata sotto una luce nuova che vuole mettere in evidenza la modernità e gli accenti simbolisti dell’autore, il quale, pur nella fedeltà alla poetica paterna, introduce elementi più tipicamente novecenteschi, frutto della fascinazione per l’opera di Arnold Böcklin, fino a dar spazio a una visione personale del paesaggio.
Nella sua pittura si afferma via via, oltre a una presenza pacata di animali e pastori, la centralità della figura umana che, grazie alla lezione di Ettore Tito, talora si emancipa fino a prevalere sul paesaggio.
Importante è per Beppe anche lo studio della pittura campestre di Giovanni Segantini, a cui lo introduce Vittore Grubicy de Dragon, pittore e noto promulgatore di concetti simbolisti e divisionisti. L’atmosfera cupa e brumosa delle opere dei primi anni lascia così spazio a toni più chiari e ricchi di luce; la pennellata si fa col tempo sempre più larga, avvolgente, gli impasti sempre più spessi e robusti.
Il percorso espositivo evidenzia così l’evoluzione del linguaggio di ciascuno dei tre autori, mettendo in evidenza peculiarità, convergenze e divergenze nel loro modo di trattare la pittura paesaggistica. Come osserva il curatore Giandomenico Romanelli «la ricchezza della loro scelta […] si misura nelle radicali novità che essi (e soprattutto Guglielmo) sanno introdurre in questo genere pittorico: la luce declinata in tutte le possibili atmosfere, la presenza viva e palpitante della natura nelle piante, nei campi, nelle messi, nelle distese di eriche; la maestosità spesso scabra delle masse montuose, colte nella luce azzurra dell’alba o in quella struggente e aranciata dei tramonti, i filari, i covoni, i corsi d’acqua».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Guglielmo Ciardi tra i figli Emma e Beppe; [Fig. 2] Gugliemo Ciardi, «Mattino alpestre (Sorapis)», 1894 circa. Olio su tela, 150 X 300 cm Venezia, Istituto Veneto di SS.LL.AA. – V.I.C.; [fig. 3] Guglielmo Ciardi, «Lungo il Sile», Anni Ottanta dell’Ottocento. Olio su tela, 105 X 81 cm. Padova, Courtesy Galleria Nuova Arcadia di L. Franchi; [fig. 4] Emma Ciardi, «Dame mascherate», 1909 circa. Olio su tela, 44,5 X 51,3 cm. Padova, Courtesy Galleria Nuova Arcadia di L. Franchi; [fig. 5] Emma Ciardi, «Oxford Street», 1908. Olio su cartone, 20 X 27cm Padova, Courtesy Galleria Arte Cesaro; [fig. 6] Beppe Ciardi, «Zattera», 1925 ca.. Olio su tela, 64 x 92 cm. Pordenone, Collezione privata; [fig. 7] Beppe Ciardi, «Il bagno o Ragazzi sul fiume», 1899. Olio su tavola, 36 x 56 cm. Voghera, Collezione privata. © Saporetti, Milano

Informazioni utili 
«I Ciardi. Paesaggi e giardini». Palazzo Sarcinelli, via XX Settembre, 132 - Conegliano (Treviso). Orari: martedì – giovedì, ore 9.00 – 18.00; venerdì – domenica, ore 10.00 -19.00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 11,00, ridotto € 8,50 (studenti, adulti over 65 anni, convenzioni, gruppi con almeno 10 unità, residenti nel Comune di Conegliano nei giorni feriali) o € 7,00 (gruppi da 10 a 25 persone), ridotto scuole € 4,00, biglietto famiglia € 25,00. Informazioni: tel. 0438.1932123. Sito internet: www.mostraciardi.it. Fino al 23 giugno 2019

sabato 4 maggio 2019

«Segni esemplari», Bodoni e il suo «Manuale tipografico»

«Io vivo sempre segregato dal gran mondo, e procuro ultimare il mio Manuale tipografico che da quarant’anni mi tiene occupatissimo, e sia certo che Ella ne avrà copia qualora sarà a laudevol termine ridotto». Era il 28 dicembre 1800 quando Giambattista Bodoni (Saluzzo, 26 febbraio 1740 – Parma, 30 novembre 1813) scriveva ad Andrés Franco Castellanos promettendogli una copia del suo «Manuale tipografico».
L’opera avrebbe in realtà visto la luce solo una ventina di anni dopo, nel 1818, pubblicata postuma dalla vedova dello studioso, Margherita, con l’intento di portare a termine quello che era stato un progetto lungamente pensato, e infine, avviato dal marito.
Al suo interno è contenuta una collezione di 665 alfabeti diversi e una serie di circa 1300 fregi, oltre a una prefazione nella quale Giambattista Bodoni espone alcuni criteri di metodo legati al suo modo di operare: «tanto più bello sarà un carattere -scrive per esempio-quanto più avrà regolarità, nettezza, buon gusto e grazia».
Questa raccolta, della quale si è appena festeggiato il bicentenario dalla pubblicazione, è al centro della mostra «Segni esemplari», promossa dal Museo bodoniano al Palazzo della Pilotta di Parma, con la curatela di Silvana Amato, che si è avvalsa per l’occasione dell’ausilio di Grazia Maria De Rubeis e Caterina Silva.
Il «Manuale tipografico» del 1818, a dispetto del titolo, non appartiene né all’ambito dei compendi né a quello dei campionari. Ci troviamo piuttosto di fronte a un orgoglioso e monumentale riepilogo con cui Giambattista Bodoni voleva mettere nero su bianco, fissando nel tempo, la sua attività. L’incisore e tipografo di Saluzzo non era, in realtà, nuovo alla pubblicazione di una raccolta di caratteri. Già nel 1788 aveva, infatti, dato alle stampe un «Manuale tipografico», in questo caso privo di prefazione e di testo esplicativo.
Evidentemente, lo studioso -racconta Silvana Amato- aveva mutuato il termine dal piccolo manuale tecnico di Pierre-Simon Fournier, il «Manuel typographique» del 1764, ma i «due volumi esprimevano, seppur con lo stesso titolo, due oggetti con funzione diversa. Quello di Fournier, in effetti, era un vero manuale nel senso di strumento divulgativo di descrizione degli elementi essenziali di una pratica complessa, dall’incisione dei punzoni all’impressione delle matrici e alla fusione dei caratteri mobili. Quello di Bodoni era, invece, un campionario di caratteri e ornamenti da lui realizzati».
Accanto ai due volumi di Giambattista Bodoni, ai suoi punzoni, alle sue matrici e agli studi manoscritti, la mostra alla Pilotta presenta anche alcuni manuali e campionari di caratteri realizzati da altri autori prima e dopo il 1818, con l’intento di raccontare in maniera più che esaustiva la scrittura alfabetica nella sua forma tipografica.
L’esposizione, il cui progetto grafico è curato da Rosanna Lama e Nicolò Mingolini, si apre, poi, anche al contemporaneo, presentando il lavoro di un selezionato gruppo di grafici internazionali. Si tratta di «testimonianze visive– racconta ancora Silvana Amato- che ci permettono di rintracciare, attraverso l’evoluzione della forma dei caratteri, lo svolgersi stesso della nostra storia, e di sfruttare l’occasione per avviare nuovi discorsi critici intorno al tema della scrittura come strumento di conoscenza».
Un omaggio, dunque, di grande interesse quello che il Palazzo della Pilotta fa a Giambattista Bodoni, uno dei più grandi innovatori della stampa tipografica, pioniere, insieme al collega francese Didot, dei cosiddetti caratteri tipografici moderni, e narratore con il suo «Manuale» della storia e della tecnica di un'arte antica, fondamentale per lo sviluppo dell'editoria.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Minuta autografa di lettera del 29 dicembre 1800 ad Andrés Franco Castellanos; [fig. 2] Lettera theta dell’alfabeto greco che appartiene ai cosiddetti caratteri “esotici” disegnati da Giambattista Bodoni è tratta dalla pagina 42 del secondo volume del «Manuale tipografico» del 1818; [fig. 3] Manifesto realizzato per la mostra dal grafico inglese Patrick Thomas che illustra su un muro uno dei primi principi acquisiti quando era studente: la crenatura (ovvero lo spazio bianco tra le lettere) si controlla meglio se il testo è rovesciato

Informazioni utili 
«Segni esemplari». Palazzo della Pilotta - Galleria Petitot della Biblioteca Palatina, - Parma. Orari: dal lunedì al giovedì, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, il venerdì e il sabato, dalle ore 9.00 alle ore 13.00. Ingresso: € 3,00. Informazioni: info@museobodoniano. Sito internet: www.museobodoniano.it. Fino al 18 maggio 2019