ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 29 maggio 2020

«Art Drive-in», a Brescia l’arte si ammira in garage, sulla propria automobile

È un lento ritorno alla «nuova normalità» quello dei musei italiani. L’utilizzo della segnaletica per far rispettare la distanza fisica di almeno un metro, le mascherine obbligatorie per i visitatori e per il personale museale, gli accessi scaglionati e contingentati per evitare file, la creazione di percorsi di visita a senso unico, la sanificazione giornaliera degli spazi e la presenza di dispenser per la pulizia delle mani in ogni sala, la limitazione dell’uso delle biglietterie (incentivando l’acquisto dei tagliandi di ingresso tramite App) -ovvero tutto il corollario di norme ideato dal Mibact per conciliare il piacere della visita a un luogo di cultura con la sicurezza imposta dalla fase emergenziale che stiamo vivendo a causa del Covid-19- hanno creato non pochi problemi organizzativi, anche visti i costi elevati che questa operazione di restyling comporta.
Apribili di fatto dallo scorso 18 maggio, il giorno dell’annuale festa internazionale dei musei promossa da Icom, gli spazi italiani sono ancora in fase di ripartenza. Mentre sono stati accessibili da subito al pubblico la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, la capitolina Galleria Borghese, Villa Pisani a Stra, il parco archeologico di Paestum e Castel Sant’Elmo a Napoli, sono ancora molti i luoghi prestigiosi del nostro Paese che mancano all’appello e che riapriranno tra fine maggio e inizio giugno: Palazzo Reale di Milano e Palazzo Madama di Torino da giovedì 28, i Musei vaticani da lunedì 1, il Ducale di Mantova da martedì 2, gli Uffizi di Firenze da mercoledì 3, il Vittoriano da martedì 9, la Pinacoteca di Brera da mercoledì 10, solo per fare qualche esempio.
Si sta così scrivendo una nuova pagina bianca nel grande libro che racconta la storia dei musei e le domande che pone questa nuova possibilità di fruire dell’arte sono tante. Gli italiani riusciranno ad affrontare la paura del contagio e a ritornare a frequentare i luoghi della cultura? I piccoli musei saranno in grado di uniformarsi alle direttive per la riapertura con le poche risorse a loro disposizione? Potrà essere ancora economicamente sostenibile la progettazione di grandi mostre con un pubblico ridotto a causa della chiusura delle scuole?
Affrontare la «Fase 2» significa trovare anche nuove modalità di fruizione dell’arte. «Il futuro bisogna inventarselo. Tutti dicono che ‘non sarà più come prima’, ma nessuno sa come sarà davvero. Allora tanto vale provare a girare la frittata…Fondare una nuova situazione…», dice Massimo Minini dell’omonima galleria bresciana.
Con l’associazione BelleArti, fondata alla fine del 2019 e organizzatrice nel dicembre dello stesso anno della mostra «Textilia» al Mo.Ca., è nata così l’idea di «Art Drive-In», percorso d’arte contemporanea nel grande spazio del garage dell’agenzia Generali Brescia Castello di via Pusterla 45.
Progetti artistici, installazioni, murales, disegni di grandi dimensioni animeranno i millecinquecento metri quadrati dello spazio al secondo piano interrato, caratterizzato da neon lattescenti e travi a vista, al quale si potrà accedere solo ed esclusivamente in automobile.
Ludovica Anversa, Stefano Arienti, Olivo Barbieri, Thomas Braida, Linda Carrara, Ambra Castagnetti, Enrico De Paris, Giovanni Gastel, Osamu Kobayashi, Davide Mancini Zanchi, Antonio Marras, Muna Mussie, Ozmo, Mimmo Paladino, Gabriele Picco, Antonio Riello e Leonardo Anker Vandal sono i primi artisti italiani e internazionali che hanno deciso di aderire al progetto, il cui debutto è previsto per il prossimo 21 giugno.
«Non è stato assegnato -raccontano dalla galleria Minini- un tema specifico agli artisti, ognuno di loro sarà libero di proporre la propria visione al pubblico che, percorrendo il garage in auto, potrà scegliere da quale racconto immaginifico farsi suggestionare in questa sorta di temporanea multisala underground».
La mostra non avrà una conclusione, ma un divenire con cambiamenti e aggiunte di opere di nuovi artisti, trasformando questa inedita pinacoteca in un luogo da vedere e rivedere più volte.
L’arte dimostra così ancora una volta di avere gli anticorpi per superare i limiti imposti dalla crisi, offrendosi come stimolo per una nuova visione con forme di fruizione alternative, distanziate e distopiche eppure – ironia della sorte – mutuate dal passato.
Il garage delle Generali di Brescia Castello diventa, infatti, un museo drive-in su modello di un esperimento degli anni Settanta firmato da Achille Bonito Oliva, che riempì l'enorme parcheggio progettato da Luigi Moretti negli spazi sotterranei di Villa Borghese con opere di Lichtenstein, Warhol, Jasper Johns, i minimalisti americani, i pionieri dell'anti-forma e con lavori di «innovatori privi di humour come Robert Barry e Joseph Kosuth, piacevolmente bilanciati da presenze intense e piene di spirito come quelle di Agnetti e Gilbert and George».
Allora l’esperimento piacque al critico americano Gregory Battock che ne parlò su «Domus» definendo quel garage un «luogo troppo orrendo perché si abbia a guardare alle opere» e ponendosi un interrogativo, allora rimasto irrisolto: «ma quanto sarebbe bello potervi girare all’interno con la macchina?» Oggi, mezzo secolo e una pandemia dopo, l’arte si può ammirare al sicuro, dentro il proprio veicolo, con il finestrino abbassato e la voglia di lasciarsi stupire. Basta solo aspettare l’inizio dell’estate.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Enrico T De Paris, Moltitudini, 2020; [fig. 2] Ozmo, Nessus and Dejanira plus Koko the Clown, 120x150, 2018; [fig. 3] Antonio Riello, Domestic Gallows n 1, 1995; [fig. 4] Mimmo Paladino, Il fischio della locomotiva (Le città invisibili), 2014 [Si ringrazia Alessandra Santerini per le immagini] 

Informazioni utili 
«Art Drive-in Generali. Percorso sotterraneo d’arte contemporanea». Garage dell’Agenzia Generali Brescia Castello, via Pusterla, 45 – Brescia. Orari: da lunedí a domenica, dalle ore 14 alle 18. Ingresso libero. Dal 21 gennaio 2020.

giovedì 28 maggio 2020

Beni culturali e digitale: il Covid-19 e le nuove modalità di fruizione del museo

Come il Covid-19 ha cambiato e cambierà il nostro modo di approcciarci al mondo dell’arte? Risponde anche a questa domanda la ricerca promossa dall'Osservatorio innovazione digitale nei beni e attività culturali della School of Management del Politecnico di Milano, presentata mercoledì 27 maggio, nell’ambito del convegno on-line «Dall’emergenza nuovi paradigmi digitali per la cultura».
In base allo studio, durante i lunghi mesi del lockdown, il livello di interesse degli italiani per le attività culturali in streaming o sul Web è aumentato. Lo testimonia l’aumento degli utenti che seguono le pagine social dei musei: la crescita maggiore si è registrata nel mese di marzo su Instagram (+7,2%), seguito da Facebook (+5,1%) e Twitter (+2,8%); un ulteriore incremento c’è stato in aprile, rispettivamente dell’8,4%, 3,6% e 2,4%. A parte pochi casi, il livello di interazione è, però, rimasto stabile.
Va, inoltre, segnalato che secondo il monitoraggio effettuato dalla School of Management del Politecnico di Milano, durante la «Fase 1» dell’emergenza, il livello di attività on-line da parte dei musei è significativamente aumentato e, in particolar modo, il numero di post sui canali social media è quasi o più che raddoppiato su tutti i canali nelle mese di marzo 2020, mantenendosi su valori elevati anche nel mese di aprile.
«Prima dell’emergenza sanitaria si potevano distinguere in modo relativamente nitido due percorsi: da un lato l’esperienza di visita on-site (talvolta supportata da strumenti digitali); dall’altro l’utilizzo degli strumenti on-line per attrarre e preparare il pubblico alla visita in loco, oppure ex-post per proseguire il rapporto con l’istituzione visitata, soprattutto tramite i social media, su cui è attivo il 76% dei musei» -ha dichiarato Michela Arnaboldi, responsabile scientifico dell’Osservatorio innovazione digitale nei beni e attività culturali-. «Se con i musei aperti il digitale ha rappresentato un complemento all’esperienza di visita (nelle sue molteplici sfaccettature), con la chiusura delle istituzioni culturali il digitale si è rivelato lo strumento necessario per poter offrire contenuti culturali. Questo ha portato inevitabilmente ad un uso diverso del canale on-line, social media in primis ma anche siti web, che sono divenuti da strumenti di comunicazione e di preparazione alla visita, quali erano fino ad ora, strumenti di vera e propria erogazione di contenuto».
A questo proposito va ricordato che l’85% dei musei ha un sito web, relativo alla singola istituzione o all’interno di altri siti, come quello del Comune. Qui si trovano informazioni su orari, biglietti, attività e percorsi di visita, ma durante il lockdown l’attività è aumentata (si pensi all’esperienza della collezione Peggy Guggenheim con le sue lezioni di storia on-line o a quella dei Musei civici veneziani, per rimanere sempre in Laguna, con le curiosità sulle opere delle proprie collezioni).
Per quanto riguarda l’esperienza di visita on-site, dall’indagine svolta su un campione di quattrocentotrenta musei, monumenti e aree archeologiche italiani, si osserva come le audioguide (32%), QR-code (31%) e installazioni interattive (28%) siano gli strumenti di supporto alla visita più diffusi. È importante anche contestualizzare questi dati rispetto alle infrastrutture disponibili: sempre dall’indagine emerge come ancora il 51% dei musei non sia dotato di wi-fi.
La ricerca, alla sua terza edizione, ha dimostrato, inoltre, che, prima del lockdown, circa l’86% dei ricavi dei musei derivava ancora dalla vendita di biglietti d’ingresso in loco e che l’investimento in sistemi di ticketing (presente solo nel 23% dei casi), di gestione delle prenotazioni e di controllo degli accessi era indicato come priorità per il futuro solo dal 6% delle istituzioni. Inoltre, tra i musei che hanno un sistema di controllo accessi (93%) prevaleva lo stacco del biglietto d’ingresso (71%), rispetto a sistemi automatizzati come lettori di codici a barre (11% su carta e 6% su display) e tornelli o varchi contapersone (7%). Questi dati sono inevitabilmente destinati a variare con l’emergenza sanitaria per il Covid-19, tenuto conto delle indicazioni fornite dal Comitato tecnico-scientifico per la riapertura dei musei e dei luoghi di cultura in Italia, che prevedono, tra l’altro, il contingentamento degli ingressi, la prenotazione via Web della propria visita e sistemi di controllo di quanto avviene all’interno dell’istituzione culturale.
Il periodo di lockdown ha portato, inoltre, a una rivalutazione dell’esperienza digitale. A inizio 2020 solo il 24% delle istituzioni culturali aveva redatto un piano strategico dell’innovazione digitale (il 6% come documento dedicato e il 18% all’interno di un più generale piano strategico).
Anche se va precisato che negli ultimi due anni l’83% dei musei, monumenti e aree archeologiche italiane aveva investito in innovazione digitale, concentrandosi prevalentemente su servizi di supporto alla visita in loco (48%) e catalogazione e digitalizzazione della collezione (46%).
Dalla ricerca emerge un altro dato interessante, che riguarda le persone e le attività di comunicazione del museo: attualmente il 51% dei musei non si avvale di nessun professionista, interno o esterno, con competenze legate al digitale. Il restante 39% dispone di competenze interne e ricorre a consulenti esterni per la gestione del digitale, ma solo il 12% ha un team dedicato composto da più persone.
Il convegno ha anche dato l’opportunità di riflettere sul futuro dei musei, su cui la crisi generata dall’emergenza sanitario avrà un impatto negativo sia sul numero dei biglietti staccati sia sulla possibilità di ottenere finanziamenti pubblici. Eleonora Lorenzini, direttore dell’Osservatorio innovazione digitale nei beni e attività culturali, ha spiegato che sarà importante per il futuro concentrarsi su fonti di ricavo alternativo. In particolare, è interessante soffermare l’attenzione su servizi come la vendita di immagini per finalità di ricerca, riproduzione e commerciali (già offerti dal 32% dei musei) e sui servizi di abbonamento per l’accesso a servizi tramite sito web e applicazione (2%). Questi ultimi, in particolare, sono tra i modelli che ultimamente sono stati proposti per ottenere introiti legati all’attività online dei musei. Diversi esponenti dell’ecosistema culturale, infatti, hanno sostenuto la necessità di studiare forme di abbonamento o biglietto più ricche di quelle attualmente a disposizione, che contemplino l’accesso a itinerari e percorsi tematici, in cui l’integrazione on-line-on-site permetterà di tornare più volte al museo e accedere a contenuti sul web on demand.
«Il contesto attuale si presenta particolarmente favorevole per sperimentazioni sia da parte delle istituzioni culturali che da parte del pubblico che manifesta interesse verso nuovi approcci, con preferenza verso quelli a maggior grado di interazione.» -ha concluso Eleonora Lorenzini- «Sebbene non possiamo ancora sapere con certezza quanto e in che modo questo contesto muterà vista la mancanza di paradigmi di riferimento, possiamo affermare che la flessibilità, la capacità di reinventarsi e di sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie rispondendo alle esigenze del pubblico saranno essenziali in un futuro più prossimo di quanto ci aspettavamo».

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mercoledì 27 maggio 2020

Parma, al Museo d’arte cinese sono di scena le «Mode nel mondo»

È tra i vincitori della open call «Cultura per tutti, cultura di tutti», lanciato da Parma - Capitale italiana della cultura, con l’intento di aprire le porte dei musei regionali, in un’ottica digitale e multiculturale, a particolari categorie di pubblico come giovani, famiglie, anziani, persone con disabilità fisica o cognitiva, stranieri e residenti. Insieme al Museo diocesano di Parma e grazie alla professionalità di Pshychè e dell’associazione italiana malati di Alzheimer, si è aggiudicato il secondo posto con il progetto «Insieme al museo», rivolto alle persone malate e ai loro caregiver, ovvero ai familiari assistenti, attestandosi dietro «Museo in Blu», l’iniziativa dell’associazione socioculturale Villa sistemi reggiana per gli individui affetti da autismo e per le loro famiglie. Stiamo parlando del Museo d’arte cinese ed etnografico di Parma, tra i primi spazi culturali italiani a riaprire le porte dopo il lockdown per il Covid-19, testimoniando così la grande voglia di rilancio della città emiliana, che si è vista rinnovare anche per il 2021, insieme con Piacenza e Reggio Emilia, il titolo di Capitale italiana della cultura. Il tema del «Tempo», oggi sospeso, recluso, iper-connesso, era e rimane il filo rosso del programma ideato, che sarà in grado di parlare anche al passaggio storico che stiamo vivendo.
Voluto nel 1901 da san Guido Maria Conforti, fondatore dei missionari saveriani, il museo rappresenta un contenitore artistico e documentario di eccezionale importanza per la città e non solo, frutto di un lungo percorso storico che vide padre Giovanni Bonardi ed altri saveriani in missione sul territorio cinese portare o spedire a Parma oggetti significativi di arte e vita locali.
Dagli anni Sessanta la sede di viale San Martino si è arricchita di materiale di natura etnografica proveniente da altri paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, divenendo così testimonianza della vita e cultura di ben tre continenti.
Accanto alla collezione fatta di terrecotte, porcellane, paramenti, statue, dipinti, fotografie, oggettistica varia e monete rare provenienti dall’Estremo Oriente, nelle sale espositive parmensi sono, infatti, in mostra anche, e per esempio, oggetti del popolo Kayapò, un piccolo gruppo indio dell'Amazzonia che rappresenta le tante minoranze depositarie di un immenso bagaglio di valori, o maschere usate per i riti funebri dell’area Kivu, nel Congo.
Ristrutturato nel 2012, il museo ha riaperto i battenti martedì 19 maggio, osservando tutte le linee guida predisposte dal Mibact per la «Fase 2» (mascherina obbligatoria, dispenser per la sanificazione delle mani in ogni sala e almeno due metri di distanza tra i visitatori), con la mostra temporanea «Mode nel mondo: i vestiti raccontano la vita dei popoli», un vero e proprio atlante dell’abbigliamento che si dispiega lungo il percorso museale. Per quanto riguarda la Cina, abiti liturgici della tradizione taoista come il Qipao e il Fengguo, nati per difendersi dal vento delle steppe, “dialogano” metaforicamente con ricchi vestiti di corte e calzature femminili tipiche del Grande Impero, come le scarpette con tacco a zoccolo, e un inedito ornamento nuziale, un collare in tubolare a sezione rettangolare la cui faccia superiore rappresenta due draghi (simbolo di fertilità maschile). Dall’Indonesia arrivano, invece, scialli della cultura Batak dell’isola di Sumatra e abiti maschili tradizionali; dal Giappone, giacche Haori rigorosamente di seta, con gli stemmi di famiglia mon, un parasole di bambù e carta giapponese dipinta, oltre a kimono femminili e Obi per donne sposate.
Il Sudan è rappresentato con zucchetti, scarpe e babbucce tribali; il Ghana con tessuti cerimoniali in seta della tribù Ashant.
Dal Burkina Faso arriva un abito tradizionale composto di tunica e pantaloni; dal Bangladesh il burqa delle donne musulmane bengalesi e parure di gioielli; dal Camerun le collane Kweyma KJella e le cavigliere di alluminio decorate a testa di uccello.
Vasto è anche il repertorio proveniente dalla Repubblica democratica del Congo: la mostra ospita gli elementi di abbigliamento tradizionale che costituiscono il corredo classico, l’emblema di appartenenza,della misteriosa società segreta iniziatica Bwami. Ci sono i copricapo maschili nkumbu e sawamazembe, i muzombolo femminili, decorati con piume e bottoni, fasce decorate con le conchiglie-moneta conosciute come cauri, gonnellini in fibra vegetale, bandoliere mukoma, fasce pettorali e diademi. Sorprendente, infine, è l’angolo dedicato alle popolazioni amazzoniche, dove non manca nulla del corredo decorativo del popolo Kayapò.
Grazie all’abbigliamento e agli ornamenti è facile intuire, in qualsiasi popolo, l’appartenenza a una tribù, uno stato sociale, un’etnia. L’abbigliamento è una vera e propria forma di comunicazione codificata e facilmente interpretabile a livello sociale e al Museo d’arte cinese di Parma sarà possibile leggere tante storie impreziosite dai busti sartoriali in lino e manichini bimbo realizzati da Bonaveri, leader mondiale nella creazione di manichini d’eccellenza.
In questa fase il museo si arricchisce, inoltre, di un nuovo strumento per la trasmissione del sapere: ai visitatori viene offerta la possibilità di intraprendere un viaggio tra le collezioni, mediante l’impiego dell’app MuseOn. Facilmente scaricabile sul proprio dispositivo (smartphone o tablet) una volta arrivati in sede, l’applicazione funziona comodamente senza l’utilizzo del wi-fi, e permette di vivere una visita guidata personalizzata, tra schede didattiche, audio e video, per favorire l’incontro tra il visitatore e le molteplici culture del mondo che il museo ospita, permettendo inoltre di rimanere aggiornati sulle iniziative future. Uno strumento in più, questo, per rendere il museo parmense sempre più motore di ricerca, didattica, relazioni, creatività.

Informazioni utili 
Museo d’Arte cinese ed etnografico, viale San Martino, 8 – 43123 Parma. Orari: da martedì a sabato, dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 19; domenica, dalle ore 11 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 19. Informazioni: tel. 0521.257337 o info@museocineseparma.org. Sito web: www.museocineseparma.org