ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 24 giugno 2026

Dalle «Orestiadi» alle mostre al Mac e al Belìce/EpiCentro: il calendario estivo di Gibellina capitale italiana dell’arte contemporanea

Visto dall'alto, il «Grande Cretto» di Alberto Burri sembra una distesa di neve che non si scioglie mai: circa 86mila metri quadrati di cemento bianco, incisi da una rete di solchi che ripetono, blocco dopo blocco, il disegno delle strade e dei vicoli di un paese che non esiste più. Chi vi cammina dentro, soprattutto nelle ore in cui la luce si fa radente, attraversa di fatto le vie di Gibellina vecchia, distrutta dal terremoto del Belìce nella notte del 15 gennaio 1968.
Alberto Burri non ha voluto cancellare quella ferita: l'ha fissata nel paesaggio, l'ha resa percorribile, l'ha trasformata in una delle opere di Land Art più estese d'Europa. Ha cioè creato una vera e propria «memoria abitabile», un «sudario materico» che fissa permanentemente il trauma del lutto collettivo, sottraendolo all'oblio del tempo e offrendolo, al contempo, come soglia di transito verso la rigenerazione.

«Portami il futuro», un programma corale per Gibellina
È in questo luogo, sospeso fra assenza e memoria, che si radica simbolicamente il programma di Gibellina Capitale italiana dell'arte contemporanea 2026: un calendario diffuso di mostre, festival, residenze, spettacoli teatrali, progetti educativi, giornate di studi, simposi e progetti di arte pubblica che per tutto l’anno animerà la cittadina del Trapanese e il suo straordinario patrimonio artistico e architettonico, un vero e proprio museo en plein air, frutto di un'idea dell'allora sindaco-intellettuale Ludovico Corrao che, negli anni Settanta, invitò artisti come Mimmo Paladino, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano e non solo a disegnare il volto di Gibellina nuova.
«Portami il futuro»
è il titolo del cartellone che si distribuisce, sotto la sapiente direzione artistica di Andrea Cusumano, tra gli spazi culturali della città, perla turistica della Valle del Belìce e porta d’accesso di un territorio che offre una combinazione particolarmente felice di paesaggio, cultura e centri storici. Non solo il «Grande Cretto» di Alberto Burri, ma anche il teatro di Pietro Consagra, il Mac «Ludovico Corrao», il Belìce/EpiCentro della memoria viva e il Baglio Di Stefano, sede della Fondazione Orestiadi e del Museo delle trame mediterranee, aprono, infatti, le proprie porte alla creatività contemporanea. L'idea che attraversa tutti questi luoghi è la stessa che ha guidato la ricostruzione della città dopo il sisma: non «portare» eventi a Gibellina, ma usare l'arte come infrastruttura civica capace di trasformare l’area in un luogo di socialità in grado di attirare pubblici diversi, dagli appassionati di cultura ai visitatori in cerca di esperienze fuori dai circuiti più convenzionali, ma anche di lasciare un'eredità duratura - soprattutto in termini di lavoro nel comparto turistico – per l’intero territorio.

Le Orestiadi: quarantacinque anni di «atti di resistenza contemporanea»

Tra gli appuntamenti in agenda nelle prossime settimane, il Festival delle «Orestiadi» occupa un posto speciale. Fondata nel 1981, sempre per iniziativa di Ludovico Corrao, la manifestazione rappresenta storicamente l’anima teatrale e letteraria della ricostruzione belìcina. Il debuttò avvenne nel 1983 con l'«Orestea» di Eschilo riscritta in «siciliano poetico» da Emilio Isgrò e rappresentata sulle macerie della vecchia Gibellina, prima ancora che il «Grande Cretto» ne ridisegnasse il paesaggio.
Da allora, ogni estate, il Baglio Di Stefano e il cemento bianco dell’opera burriana diventano la scena di una rassegna di teatro, musica e arti visive, che ritorna, quest’anno, ad animare il territorio da venerdì 3 luglio a domenica 2 agosto, con un’anteprima nelle giornate dal 27 al 29 giugno
Questa quarantacinquesima edizione, diretta da Alfio Scuderi, porta il titolo «Atti di resistenza contemporanea», a ricordare al pubblico che organizzare annualmente un progetto così ambizioso nel territorio belìcino è stato – e continua a essere – un profondo atto rivoluzionario d'impegno civile e sociale.
A segnare l’avvio del festival sarà proprio l’opera che diede inizio a tutto: «L'Orestea di Gibellina» di Emilio Isgrò, questa volta in una nuova riscrittura installativa pensata per le geometrie del «Grande Cretto» di Alberto Burri, con un cast che riunisce Donatella Finocchiaro, Vincenzo Pirrotta, Sandra Toffolatti, Fabrizio Falco, Aurora Falcone, Federica D'Angelo, Giovanni Caccamo e Angelo Sicurella, e con la partecipazione straordinaria di Pietrangelo Buttafuoco e dello stesso Emilio Isgrò.
Sono, poi, previsti due omaggi per i centenari dalla nascita di Dario Fo e Arnaldo Pomodoro, entrambi legati alla storia di Gibellina: il drammaturgo di Sangiano, premio Nobel per la letteratura del 1997, recitò il suo «Mistero Buffo» nelle baracche subito dopo il terremoto; lo scultore di Morciano di Romagna, noto per le sue monumentali sfere di bronzo lucido installate nel tessuto urbano di molte città italiane, realizzò negli anni Ottanta del Novecento alcune installazioni monumentali per le «Orestiadi», come le scenografie per la già citata «Orestea» del 1983 e le macchine sceniche per «La tragedia di Didone, regia di Cartagine» del 1986.
A Dario Fo saranno dedicate tre serate, dal 3 al 5 luglio. Si inizierà con la messa in scena di «Francesco lu Santo Jullare» (3 luglio), per la regia di Giorgio Gallione e con Ugo Dighero: una fabulazione sulla vita del santo di Assisi, del quale ricorrono quest'anno gli ottocento anni dalla morte, che, con il virtuosistico e «teatralissimo» linguaggio del grammelot, racconterà il messaggio rivoluzionario di pace, povertà e armonia con la natura dell'autore del «Cantico delle creature».
Si proseguirà con «Libere» (4 luglio), una produzione inedita tratta dai monologhi scritti dal drammaturgo lombardo a quattro mani con Franca Rame, che vedrà in scena Silvia Ajelli, Gaia Insenga ed Eletta Del Castillo, impegnate nel racconto di tre storie al femminile tratte dalla raccolta «Tutta casa letto e chiesa» – «Una donna sola», «La mamma fricchettona» e «Medea» -, a cui faranno da colonna sonora le musiche originali di Giulia Mei.
L’omaggio a Dario Fo prevede anche un laboratorio narrativo a cura di Marco Baliani intorno a «Mistero Buffo», che si chiuderà con lo spettacolo «Lazzaro affabulato» (5 luglio).
A Armaldo Pomodoro sarà, invece, dedicato, nella serata del 18 luglio, «Danzando l’arte: le forme del mito», un progetto site specific che attraverso il gesto mette in scena i personaggi dell’«Orestea» di Eschilo in dialogo con le sculture sceniche dell'artista, a partire da testi ispirati al «Pilade» di Pier Paolo Pasolini, con la voce recitante di Isabella Ragonese, le coreografie di Federica Aloisio e Federica Marullo, le musiche composte ed eseguite dal vivo da Simona Norato.
Nella stessa serata il festival celebrerà anche la figura del sindaco-intellettuale Ludovico Corrao e la sua utopia realizzata con passione e non senza difficoltà, attraverso «Raccontando l’arte: una storia chiamata Gibellina», con testi scritti per l'occasione dal giornalista e scrittore Eduardo Cicelyn. Al Museo delle trame mediterraneo rivivranno, grazie a una visita guidata speciale, le storie degli artisti Carla Accardi, Alberto Burri, Alighiero Boetti, Pietro Consagra, Emilio Isgrò, Mimmo Paladino e Mario Schifano che, insieme ad Arnaldo Pomodoro, parteciparono alla «folle idea» di ricostruire la cittadina siciliana attraverso l’arte.
Un capitolo a parte sarà riservato a un altro amico del festival siciliano, il regista e sceneggiatore palermitano Roberto Andò, che negli anni Novanta, agli inizi della sua carriera, fu direttore artistico delle «Orestiadi»: l’11 luglio verrà presentata l’installazione «Qui la vita non è altrove», ideata con Mimmo Paladino e accompagnata dalla voce di Toni Servillo, a partire da una selezione di pagine di Leonardo Sciascia e Luigi Pirandello. Il percorso prevede anche la presentazione di un «Autoritratto», a cura di Vincenzo Trione, e la lettura del testo «Diario senza date», il primo libro di Roberto Andò, con Moni Ovadia e con le musiche dal vivo eseguite da Marco Betta e Gianni Gebbia.
Le «Orestiadi» omaggeranno anche un altro siciliano illustre, il cui anniversario della morte cade proprio nei giorni del festival: Paolo Borsellino, uno dei magistrati italiani che lottò contro la mafia. Il 19 luglio andrà in scena «Felicissima», con Federica D’Amore e per la regia di Claudio Zappalà, uno spettacolo che ricorda la figura di Felicia Bartolotta Impastato, la madre di Peppino morto nel 1978 per mano di «Cosa nostra».
Mentre tra i ritorni più attesi a Gibellina, si segnalano quelli di Antonio Rezza con «Metadietro» (24 luglio), che indaga ed esplora con comicità e surreale ironia l’essenza stessa della nostra umanità, e Marco Paolini con «Antenati - The Grave party» (25 luglio), sull’evoluzione dell’homo sapiens.
In cartellone, prima della tre giorni finale al «Grande Cretto», ci saranno anche, sempre al Baglio di Stefano, «Una festa per la capitale» con musica dal vivo (4 luglio), «Cappuccetto rozzo» con cantastorie e «burattini in baracca» (10 luglio), «Fool Moon» (25 luglio) con i ragazzi che hanno seguito un laboratorio teatrale condotto da Claudia Puglisi, e «Cimbellino» (26 luglio), un'opera di Giacomo Cuiticchio con i pupi siciliani, tratta da William Shakespeare.
Mentre le tre serate-evento di chiusura vedranno in scena: i jazzisti Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura (31 luglio); Marco Baliani con il suo storico «Kohlhaas», un monologo incentrato sulla giustizia e sulla dignità umana (1° agosto); e Antonio Dimartino, in un assolo per chitarra e voce dal titolo «L’improbabile piena dell’Oreto» (2 agosto). Si chiude così quella che il direttore Alfio Scudieri ha definito una «grande festa tra passato e futuro, tra storia e innovazione».

Le grandi mostre in agenda questa estate: tra ferite migratorie e interventi di arte pubblica
Accanto al teatro e alla musica delle «Orestiadi», l’estate di Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea offre un articolato programma espositivo, che si confronta con temi cruciali per il nostro presente.
Nel fine settimana, al Mac - Museo d'arte contemporanea «Ludovico Corrao», che già ospita una tappa della rassegna diffusa «Prisenti» sui grandi drappi processuali per la festa patronale di San Rocco (allestita anche in altri spazi cittadini), apre la collettiva «Domestic Displacement», a cura di Giulia Ingarao e Antonio Leone, che ruota attorno al tema dello spostamento e dello sradicamento - il «displacement», appunto - come condizione strutturale del nostro presente sempre più fragile e incerto, indagando le dinamiche della migrazione, della diaspora, delle eredità coloniali, dell’erosione dei confini culturali e geografici, per comporre «una mappa instabile dell'abitare contemporaneo», in cui «la casa diventa un luogo di transito, vulnerabilità, resistenza e reiscrizione di sé».
La mostra acquisisce a Gibellina il valore di un «meta-racconto» profondo: la città che «ha vissuto lo sradicamento e ha interpretato la rinascita attraverso l'arte e gli artisti» – spiega il direttore artistico Andrea Cusmano - diviene lo specchio teorico entro cui riflettere sulle ferite migratorie del nostro mondo.
L’esposizione, aperta dal 26 giugno al 27 settembre, riunisce in tre sezioni - «Geografie instabili», «Abitare la dislocazione» e «Forme fragili della coesistenza» - i lavori di quindici tra le voci più autorevoli della scena artistica globale, ovvero Anya Gallaccio, Regina José Galindo, Mona Hatoum, Paolo Icaro, William Kentridge, Anna Maria Maiolino, Shirin Neshat, Olu Oguibe, Mária Magdalena Campos-Pons, Amalia Pica, Mustafa Sabbagh, Santiago Sierra, Holly Stevenson, Zehra Doğan e Akram Zaatari.
Sempre al Mac - Museo d'arte contemporanea «Ludovico Corrao» è stata da poco inaugurata, per rimanere aperta fino al 27 settembre, l'esposizione «Il Cretto è casa mia», a cura di Nicolò Stabile, con le immagini di Giuseppe Ippolito e le testimonianze raccolte da Giovanna Giordano. Avviato nel 2023 e destinato a diventare un archivio fotografico sugli ultimi abitanti di «Gibellina vecchia», ritratti nei luoghi che un tempo furono le loro case, il progetto è realizzato in collaborazione con il Frankfurter Kunstverein, dove il reportage, oggi arricchito di nuove immagini, era stato presentato nel 2024 nell’ambito della mostra «The Presence of Absence». I ritratti inediti e la mostra costituiranno anche l’occasione per riattivare un ciclo di incontri pubblici, momenti di confronto e dibattiti dedicati al «Grande Cretto», indagato nel suo duplice significato: da un lato straordinaria opera di arte pubblica, dall’altro luogo in cui si sedimentano la memoria del trauma, il lutto e la storia condivisa di un’intera comunità.
In questo ultimo scorcio di giugno (a partire da martedì 23) si tiene anche la residenza artistica di Flavio Favelli (Firenze, 1967), che si concluderà il 4 luglio con la presentazione al pubblico di «500», un grande murale realizzato su un edificio comunale che si affaccia su piazza 15 gennaio, uno dei luoghi simbolicamente più densi della città il cui nome ricorda la data del terremoto belìcino del 1968.
L’opera prevede l'ingrandimento in scala monumentale e la giustapposizione visiva di due banconote che hanno segnato la storia monetaria italiana ed europea, raffigurandone sia il recto che il verso: le 500mila lire dedicate a Raffaello Sanzio, con «La Scuola di Atene» e l'autoritratto dell'artista ripreso da un dettaglio del «Trionfo di Galatea», e i 500 euro, taglio ormai destinato a uscire di circolazione, con immagini di architetture inesistenti, un complesso contemporaneo sul recto, un ponte strallato che evoca quello di Messina sul verso.
L'artista fiorentino si propone così di far riflettere la collettività sul valore ambiguo, problematico ed enigmatico della carta moneta e dei flussi economici, utilizzando come supporto creativo un muro esposto allo sguardo quotidiano dei cittadini.
Nello stesso fine settimana, quello del 4 e 5 luglio, prenderà il via anche il «Gibellina Photoroad», il festival open air e site-specific che, dal 2016, trasforma la città in un museo a cielo aperto, creando un dialogo tra arte contemporanea e spazio urbano. Tra gli appuntamenti in agenda per questa decima edizione, promossa dall’associazione «On Image» e in cartellone fino al 6 settembre, si segnalano: la monumentale installazione inedita «Ruins of Renewal» dell’artista olandese Erik Kessels (realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato generale del Regno dei Paesi Bassi e di Mondriaan Fonds); il progetto itinerante «Roundtrip» di Alice Grassi, che parlerà di migrazioni dal Sud utilizzando come spazio espositivo le finestre delle case; e la videoinstallazione «Between» di Jacopo Di Cera al «Grande Cretto» di Alberto Burri.
Tra le mostre visitabili nei giorni delle «Orestiadi» c’è anche «Dal mare», aperta al teatro Pietro Consagra fino al 19 luglio, con opere di Adrian Paci e del duo Masbedo dedicate al Mediterraneo come orizzonte politico ed esistenziale. Mentre, negli spazi dell'EpiCentro della memoria viva, vengono proposti, fino al 31 dicembre, due percorsi intimi che, da prospettive opposte, indagano il rapporto fra arte e ricordo.
«Luce residua» di Rossana Taormina (Partanna, 1972), curata da Giuseppe Maiorana e Vito Chiaramonte, è un'installazione si sviluppa nell'ambiente ipogeo (sotterraneo) del museo. Tre neon a luce rossa ridisegnano lo spazio come fosse una via di mezzo tra una camera oscura e una rovina archeologica. Il titolo dell'opera richiama l'idea di un bagliore che permane anche quando la fonte che lo ha generato si è spenta. Si tratta di una metafora perfetta della memoria belìcina: un bagliore fragile ma ostinato, che resiste al tempo e ai tentativi di cancellazione.
«Mummie» di Philippe Berson
(Parigi, 1963 – Palermo, 2025), personale per la curatela di Gaetano Costa, celebra, invece, il trentennale percorso dell'artista parigino, recentemente scomparso, che fu gioielliere per Christian Lacroix negli anni Ottanta, e che, negli ultimi venticinque anni, aveva scelto la Sicilia come patria d'adozione. Le sue sculture antropomorfe, realizzate unendo metallo, terra e bitume, con saldature minute simili a ricami, si configurano come dei memento mori ironici e disarmanti, congelati fuori dal tempo in una perenne dialettica fra fragilità e resistenza. La rassegna, realizzata in collaborazione con il Riso - Museo regionale d'arte moderna e contemporanea, ruota attorno all'installazione «Cappuccini mon amour», ispirata alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo: una corte di figure contorte, disposte in pose di intensa forza espressiva, in bilico tra teatralità e ritualità.

Verso l'autunno, e oltre 
Il calendario di Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026 non si ferma, ovviamente, qui. 
Accanto alle residenze che nei prossimi mesi vedranno arrivare nella cittadina siciliana artisti come Sislej Xhafa e Giorgio Andreotta Calò, tra settembre e ottobre sono previste altre inaugurazioni, che porteranno l'arte contemporanea negli spazi della Fondazione Orestiadi – Museo delle trame mediterranee, della Chiesa Madre, del Giardino Segreto, intrecciando ancora una volta linguaggi diversi - dall'Art brut alla fotografia - con il paesaggio e la memoria del territorio. Si tratta, nello specifico, di: «Terra matta», con opere di Salvatore Bonura (Sabo) e Giovanni Bosco; di «Fawohodie», progetto del fotografo Francesco Bellina che mette in relazione la trasformazione urbana del territorio ghanese con le pratiche artistiche pubbliche e la rigenerazione delle città; di «Legami invisibili», a cura di Federica Fruttero, con interventi site-specific della scultrice Suzy Lelièvre, del fotografo Mathieu Oui e della performer e coreografa Mila Sarti; e di «Dialoghi di una vita. Omaggio a Peppe Morra», preziosa rassegna che coinvolgerà anche le città di Alcamo e Salemi presentando, tra l’altro, i «relitti» di Hermann Nitsch, le opere Joseph Beuys e Marina Abramović, il gruppo giapponese Gutai, le esperienze del movimento d’avanguardia Fluxus e i lavori di John Cage, Gina Pane e Julian Beck per il Living Theatre.

Se, alla fine di questo percorso a parole tra eventi e mostre, si torna con la mente tra le bianche quinte di cemento del «Grande Cretto» di Alberto Burri si comprende meglio il filo che lega tutti questi appuntamenti. Le luci rosse di Rossana Taormina, le figure di ferro di Philippe Berson, le mappe instabili del Mac, le banconote dipinte sul muro di piazza 15 gennaio, le voci dell'«Orestea» sulle macerie delle «Città vecchia» sono altrettanti modi di abitare le stesse domande, quelle che Gibellina si pone da più di mezzo secolo: come si trasforma una ferita in un linguaggio capace di dare speranza? Come si dà un futuro a delle rovine? Come si convertono delle macerie in un dispositivo critico e poetico capace di dare voce alla memoria? Il sindaco-intellettuale Ludovico Corrao, con la sua visionaria utopia diventata realtà, ci ha dato una risposta: la ricostruzione non deve essere mai solo un atto di mera ingegneria civile, ma un prolungato e ostinato esercizio di antropologia lirica.
La nomina di Gibellina a Capitale italiana dell'arte contemporanea restituisce alla comunità internazionale questa certezza: i resti di una città terremotata, laddove fecondati dallo sguardo dell'arte, smettono di essere il perimetro monumentale del dolore per farsi cantiere aperto, spazio pubblico e, infine, costellazione di futuri possibili, dove le crepe del passato si aprono a nuove possibilità di visione. Ed è proprio questa capacità di modificare un luogo di distruzione in uno spazio di elaborazione collettiva e di nuova immaginazione che rende, oggi, Gibellina uno dei racconti più forti e più distintivi della Sicilia.

Didascalie delle immagini
1. Gibellina. «Grande Cretto» di Alberto Burri. Archivio Regione Siciliana. Foto di Just Maria; 2. Gibellina. «Grande Cretto» di Alberto Burri. Archivio Regione Siciliana. Foto di Just Maria; 3. Mimmo Paladino, Montagna di Sale, 1992. Gibellina, Trapani. Siae 2025; 4.  Una scena di «Francesco lu Santo Jullare», per la regia di Giorgio Gallione e con Ugo Dighero, in scena il 3 luglio 2026 a Gibellina nell'ambito del Festival delle Orestiadi; 5. Immagine promozionale de «L'Orestea di Gibellina» di Emilio Isgrò, in scena dal 27 al 29 giugno 2026, al«Grande Cretto» di Alberto Burri; 6. Arnaldo Pomodoro, «Aratro di Didone», 1986. Gibellina, Trapani; 7. Vista del Museo delle trame mediterranee della Fondazione Orestiadi; 8. Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, in scena il 31 luglio 2026 al Festival delle Orestiadi; 9. Marco Baliani in «Kohlhaas», in scena il 1° agosto 2026 al Festival delle Orestiadi; 10. Akram Zaatari, «L YM BSM. Ancient World New Age», 2026. Signed, dated, titled recto ink and acrylic on mulberry paper, 63.5 x 91.5 cm. 25X36in. © Akram Zaatari. Courtesy the artist, Sfeir-Semler Gallery and Thomas Dane Gallery. Opera esposta nella mostra collettiva «Domestic Displacement»; 11. William Kentridge, «Three Citizens», 2024 Courtesy Galleria Lia Rumma Milano_Napoli. Opera esposta nella mostra collettiva «Domestic Displacement»; 12. Ignazia Fontana. Foto di Giuseppe Ippolito. Opera esposta al Mac - Museo d'arte contemporanea «Ludovico Corrao» di Gibellina, nell'esposizione «Il Cretto è casa mia»; 13. Anna Maria Maiolino, «Sem Título (Untitled)», serie Leonardo «Engenho-Fotopoemação», 2007, Fotografia a colori, stampa digitale, cm 110x79. Courtesy the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milano - Albisola. Opera esposta nella mostra collettiva «Domestic Displacement»; 14-Flavio Favelli, Cinquecentomila, 2025, smalto su tela trovata, 54x65cm; 15. Vista della mostra «Dal mare, dialoghi con la città frontale». Masbedo, Adrian Paci, Teatro di Pietro Consagra,Gibellina, 2026. Foto di Gaia Giardina; 16. «Luce residua» di Rossana Taormina. Installazione. Archivio di Belìce - EpiCentro della Memoria Viva 2025. Foto: Giuseppe Maiorana; 17. Philippe Berson, Cappuccini (dettaglio). Foto di Gaetano Costa. Opera esposta nella mostra «Mummie» di Philippe Berson; 18. Salvatore Cuschera, «Scultura sdraiata», 1992. Gibellina, Trapani; 19. Giuseppe Spagnulo, «Scultura senza titolo», 1974. Gibellina, Trapani

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