Quattro anni di cantieri, un palazzo mai chiuso
L'intervento di riqualificazione, protrattisi per quattro anni, ha interessato circa cinquemila metri quadrati del complesso, introducendo adeguamenti strutturali all'avanguardia: dalla messa a norma degli impianti elettrici e antincendio, fino all'implementazione di un sofisticato sistema di monitoraggio microclimatico e di una nuova illuminazione.
Il percorso si è sviluppato per lotti successivi, ciascuno restituito al pubblico senza mai chiudere integralmente il palazzo. Il 18 aprile 2024 ha riaperto l'Appartamento della Jole, che ospita la «Flagellazione» di Piero della Francesca; il 31 ottobre dello stesso anno è toccato all'Appartamento degli ospiti, dove si trova la «Madonna di Senigallia», sempre di Piero della Francesca. Il 30 maggio 2025 si è concluso il terzo lotto, dedicato all'Appartamento del Duca, con il celebre Studiolo e il riallestimento de «La Città Ideale»; mentre il 18 dicembre 2025 ha riaperto l'Appartamento della Duchessa, con le opere di Giovanni Santi e di
Raffaello e il focus sugli stucchi di Federico Brandani. Il restauro del Salone del Trono e delle Sale meridionali (dette «dei Melaranci»), affacciate sul cortile del Pasquino, completa così la rifunzionalizzazione dell'intero piano nobile.
Il progetto di riqualificazione non ha interessato solo l’architettura di Palazzo Ducale, ma anche il suo contenuto: le collezioni permanenti. A tal proposito Luigi Gallo, direttore della Galleria nazionale delle Marche, ha dichiarato: «i fondi straordinari del Pnrr hanno permesso una totale revisione museografica, resasi ormai necessaria dopo oltre quarant'anni dal riordino del soprintendente Paolo Dal Poggetto e per l’incremento delle collezioni». In questi anni, è stata condotta anche «una sistematica campagna di interventi conservativi sulle opere», con trattamenti di anossia estensiva su pale, porte istoriate, soffitti e sullo Studiolo, finalizzati alla disinfestazione e alla stabilizzazione dei materiali.
Il Salone del Trono: l'architettura di Laurana e gli arazzi di Raffaello
L'ultimo cantiere chiuso ha restituito l'antico splendore ad ambienti di straordinario fascino, a cominciare dal Salone del Trono, chiamato anche Sala delle Feste: trentacinque metri di lunghezza, quindici di larghezza, diciassette d'altezza al culmine della volta che ne fanno l'ambiente più imponente del palazzo e una delle più alte espressioni dell'architettura di Luciano Laurana, l'ingegnere dalmata chiamato da Federico da Montefeltro a dirigere i lavori a partire dal 1464. Nella volta, punteggiata di rosoni con le iniziali «FC» («Federico conte»), e nei camini e nei peducci, dove si celebra il titolo ducale («FE DVX»), resta inciso il segno della sua perizia ingegneristica. Verso il 1474 l'architetto senese Francesco di Giorgio e lo scultore milanese Ambrogio Barocci aggiornarono le decorazioni scultoree della sala con motivi classici che anticipavano il pieno Rinascimento.
Il restauro ha restituito alla sala una luminosità più diffusa attraverso due interventi puntuali. Si è innanzitutto provveduto alla riapertura delle cinque finestre sul lato del Cortile d'onore, ancora apprezzabili nella loro profondità negli anni di direzione di Luigi Serra e tamponate durante i lavori di riqualificazione firmati da Guglielmo Pacchioni nel 1938, così da ripristinare la doppia esposizione della sala insieme ai tre grandi finestroni sulla facciata ad Ali. È, quindi, stato studiato un nuovo sistema illuminotecnico, pensato anche per valorizzare gli arazzi che la sala custodisce: il ciclo degli «Atti degli Apostoli», tessuto su cartoni di Raffaello Sanzio commissionati da papa Leone X de' Medici nel 1515-16 per la Cappella Sistina.
Curiosamente, durante i lavori sono emerse tracce di alloggiamenti per strutture effimere, forse legate alle feste del tempo di Federico da Montefeltro o alla messa in scena della commedia «Calandria» del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena, allestita nel salone nel 1513, quando il salone fu trasformato in un vero e proprio teatro antico, celebratissimo nelle fonti dell’epoca.
Nel salone, in cui al tempo dei Duchi d’Urbino, e in occasione di grandi eventi, si esponevano undici arazzi monumentali - oggi perduti - che raffiguravano «Storie della caduta della città di Troia», dopo le normali operazioni di manutenzione conservativa, oggi tornano i sette arazzi raffaelleschi (opere non dipinte dal maestro, ma tessute su suoi cartoni), dalla storia collezionistica avventurosa. Appartenuti al cardinale Giulio Mazzarino, che ne acquistò tre dal governo repubblicano di Oliver Cromwell tra il 1651 e il 1653 e ne commissionò altri quattro all'arazziere Jean Lefebvre, che aveva il suo laboratorio al Louvre, questi lavori passarono per eredità ai familiari fino a quando vennero acquistati nel 1750 dal conte Gian Luca Pallavicini, governatore della Lombardia per conto dell’Austria, per arredare la propria residenza di Milano, il Regio Ducal Palazzo (poi Palazzo Reale). Nel 1753 il nobile vendette per 80mila fiorini tutti gli arazzi alla corte viennese per la sede diplomatica milanese. Le opere rimasero in questa cornice espositiva fino al 1922, quando furono trasferite a Urbino, perché la città natale di Raffaello, allora priva di lavori del suo più celebre figlio, potesse finalmente esporre uno dei cicli più conosciuti e replicati della storia dell'arte europea.
Le Sale dei Melaranci, tra primitivi e pavimenti albertiani
Di eguale importanza è il restauro delle Sale meridionali, storicamente dette «dei Melaranci» per l'abitudine dei duchi della Rovere di esporvi piante di arance dolci nel Cinquecento. Le tre stanze, affacciate sul cortile del Pasquino, hanno avuto funzioni diverse nel corso dei secoli: tribunale e appartamento del legato apostolico durante la Legazione (1631-1860), poi cucina e camere del Sottoprefetto dopo l'Unità d'Italia, prima di entrare a far parte del museo nel 1916, sotto la direzione di Luigi Serra. Si ipotizza che in origine, dopo il matrimonio di Federico da Montefeltro con Battista Sforza nel 1460, l'appartamento fosse destinato alla giovane duchessa e alla sua corte. Dai documenti d’archivio si ricava che alla fine del Quattrocento abitavano qui importanti cortigiani tra cui l’astrologo Paolo da Middelburg, che aveva la sua camera proprio accanto all’appartamento di Ottaviano Ubaldini.
Il restauro delle superfici pavimentali ha riportato alla luce un dettaglio finora poco valorizzato: quattro diverse varianti geometriche di pavimentazione a quadrelli ed esagonette, un caso unico nel palazzo e, più in generale, nell'Italia di metà Quattrocento. Gli studiosi vi leggono un possibile suggerimento di Leon Battista Alberti, amico e consigliere di Federico da Montefeltro, che nel decimo libro del «De re aedificatoria» raccomandava di occupare l'intero pavimento delle case signorili con motivi geometrici, capaci di «esercitare di continuo la mente all'osservazione e alla meditazione».
Il nuovo allestimento, che riconferma in parte l'impostazione voluta dal soprintendente Paolo Dal Poggetto, dedica questi ambienti alla pittura dei cosiddetti «primitivi»: opere di Pietro e Francesco da Rimini, di Giovanni Baronzio, del Maestro dell'«Incoronazione» di Urbino, di Allegretto Nuzi e di Puccio di Simone, testimoni della permeabilità delle Marche alle novità pittoriche dell'Italia centrale di metà Trecento, debitrici della lezione di Giotto. Una sala è interamente dedicata ai crocifissi lignei monumentali, elemento liturgico cardine delle chiese medievali, destinati a essere visti dall'intera navata; un'altra agli stendardi processionali, tipologia in cui Urbino vanta un patrimonio raro per ricchezza, con opere firmate da Giovanni Santi, Luca Signorelli e Tiziano.
Questo complesso di interventi si inserisce in una visione più ampia del museo contemporaneo, inteso non solo come custode del patrimonio, ma come spazio dinamico di ricerca, educazione e partecipazione. In tale prospettiva, la Galleria nazionale delle Marche si propone, oggi, come un modello di integrazione tra tutela e innovazione, capace di dialogare con le esigenze del presente senza tradire la memoria del passato.
Un'estate di aperture straordinarie e di grandi ritorni
A corollario della ritrovata magnificenza del piano nobile, Palazzo Ducale ha inaugurato un ricco calendario di iniziative estive, a partire dall'apertura eccezionale del lunedì pomeriggio, dalle 15 alle 19 (ultimo ingresso alle 18), in vigore fino al 14 settembre. Mentre fino all'11 ottobre sarà possibile visitare il Giardino pensile, con il suo impianto botanico ispirato ai giardini di corte rinascimentali. Contestualmente, al piano terra del palazzo, si terrà la proiezione del docufilm «Le opere, i giorni. Un diario dal Palazzo Ducale di Urbino» di Mauro Santini, che offre uno sguardo intimo sui lavori appena conclusi.
Ma l'evento più atteso dell'estate è fissato per il 9 luglio, quando faranno ritorno a casa tre capolavori inestimabili del museo: il «Ritratto di gentildonna», noto come «La Muta», e la piccola «Santa Caterina d'Alessandria» di Raffaello, insieme alla «Santa Martire» di Giovanni Santi.
Le tre opere, custodite nel Salotto della Duchessa, sono partite in primavera alla volta del Metropolitan Museum of Art di New York, dove fino al 28 giugno sono tra i protagonisti di «Raphael: Sublime Poetry», la prima grande retrospettiva dedicata a Raffaello mai realizzata negli Stati Uniti.
Curata da Carmen Bambach, la mostra newyorkese riunisce oltre duecento opere, tra cui più di centosettanta disegni, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, per ripercorrere l'intera parabola dell'artista: dagli esordi a Urbino agli anni fiorentini, quando Raffaello si misura con Leonardo e Michelangelo, fino all'ultimo decennio alla corte papale di Roma. Tra le opere più significative esposte figurano la «Madonna Alba» della National Gallery of Art di Washington e il «Ritratto di Baldassarre Castiglione» del Louvre. In questo contesto internazionale, il prestito della Galleria nazionale delle Marche — insieme a quelli della Galleria Borghese, di Palazzo Barberini e di altri musei italiani — ha permesso al pubblico americano di accostare, per la prima volta in una mostra di questa portata, capolavori di Raffaello.
Dipinta intorno al 1507-1508, «La Muta» ritrae una nobildonna non identificata su uno sfondo quasi nero, in un linguaggio pittorico che lascia trasparire l'assimilazione, da parte del giovane Raffaello, della lezione di Leonardo. È insieme alla piccola «Santa Caterina d'Alessandria», anta superstite di un trittico per la devozione privata, una delle due sole opere autografe dell’artista conservate in pianta stabile nella città che gli diede i natali: un nucleo piccolo per numero ma di rilievo assoluto, che il riallestimento dell'Appartamento della Duchessa ha posto in dialogo con le opere di Timoteo Viti e Girolamo Genga, artisti che con il maestro urbinate condivisero la formazione.
Quando, il 9 luglio, la «Muta» rientrerà nel Salotto della Duchessa, ritroverà, dunque, un palazzo diverso da quello che aveva lasciato: più luminoso, più leggibile, in parte ancora memore dei costumi e delle stanze che più di cinque secoli fa videro la presenza anche del suo autore, Raffaello. Lo sguardo enigmatico della gentildonna senza nome tornerà a posarsi su una corte che il restauro ha cercato di restituire il più possibile alla sua dimensione originaria e il visitatore che la incontrerà, in questa lunga estate di aperture straordinarie, si ritroverà non solo a tu per tu con due occhi fieri che ancora oggi non hanno un nome, ma anche con un’architettura che rappresenta appieno la bellezza e la magniloquenza del Rinascimento, tanto che lo scrittore e diplomatico Baldassare Castiglione la definì, nel suo trattato «Il cortigiano», «una città in forma di palazzo».
Curata da Carmen Bambach, la mostra newyorkese riunisce oltre duecento opere, tra cui più di centosettanta disegni, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, per ripercorrere l'intera parabola dell'artista: dagli esordi a Urbino agli anni fiorentini, quando Raffaello si misura con Leonardo e Michelangelo, fino all'ultimo decennio alla corte papale di Roma. Tra le opere più significative esposte figurano la «Madonna Alba» della National Gallery of Art di Washington e il «Ritratto di Baldassarre Castiglione» del Louvre. In questo contesto internazionale, il prestito della Galleria nazionale delle Marche — insieme a quelli della Galleria Borghese, di Palazzo Barberini e di altri musei italiani — ha permesso al pubblico americano di accostare, per la prima volta in una mostra di questa portata, capolavori di Raffaello.
Dipinta intorno al 1507-1508, «La Muta» ritrae una nobildonna non identificata su uno sfondo quasi nero, in un linguaggio pittorico che lascia trasparire l'assimilazione, da parte del giovane Raffaello, della lezione di Leonardo. È insieme alla piccola «Santa Caterina d'Alessandria», anta superstite di un trittico per la devozione privata, una delle due sole opere autografe dell’artista conservate in pianta stabile nella città che gli diede i natali: un nucleo piccolo per numero ma di rilievo assoluto, che il riallestimento dell'Appartamento della Duchessa ha posto in dialogo con le opere di Timoteo Viti e Girolamo Genga, artisti che con il maestro urbinate condivisero la formazione.
Quando, il 9 luglio, la «Muta» rientrerà nel Salotto della Duchessa, ritroverà, dunque, un palazzo diverso da quello che aveva lasciato: più luminoso, più leggibile, in parte ancora memore dei costumi e delle stanze che più di cinque secoli fa videro la presenza anche del suo autore, Raffaello. Lo sguardo enigmatico della gentildonna senza nome tornerà a posarsi su una corte che il restauro ha cercato di restituire il più possibile alla sua dimensione originaria e il visitatore che la incontrerà, in questa lunga estate di aperture straordinarie, si ritroverà non solo a tu per tu con due occhi fieri che ancora oggi non hanno un nome, ma anche con un’architettura che rappresenta appieno la bellezza e la magniloquenza del Rinascimento, tanto che lo scrittore e diplomatico Baldassare Castiglione la definì, nel suo trattato «Il cortigiano», «una città in forma di palazzo».
Didascalie di immagini
1. Palazzo Ducale di Urbino, esterno; 2, 3, 4. Sala del Trono. Palazzo Ducale di Urbino; 5.,6., 7., 8. Sale meridionali, storicamente dette «dei Melaranci». Palazzo Ducale di Urbino; 9. Raffaello Sanzio, Ritratto di gentildonna - La muta, 1505-1509. Olio su tela, cm 64x48. Urbino, Galleria nazionale delle Marche
Informazioni utili
Galleria Nazionale delle Marche - Palazzo Ducale di Urbino, Piazza Rinascimento 13, 61029 Urbino (PU).Orari: da martedì a domenica: dalle ore 8:30 alle ore 19:15 (chiusura biglietteria ore 18:15); fino al 14 settembre 2026 il museo sarà aperto in via straordinaria anche il lunedì pomeriggio (usuale giorno di chiusura) dalle ore 15 alle ore 19 (ultimo ingresso alle ore 18). Ingresso: € 12 intero; € 2 ridotto. Biglietto integrato
Galleria nazionale Delle Marche + Rocca Demaniale Di Gradara. (Validità 5 giorni dalla data di emissione): intero € 16,00, ridotto € 4,00. Informazioni: https://www.gallerianazionalemarche.it.








,%20Galleria%20Nazionale%20delle%20Marche%20RID.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento