ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 5 marzo 2013

Light art per illuminare il Vajont. Cinquant’anni dopo

9 ottobre 1963, ore 22,39: una frana gigantesca, una massa rocciosa di circa 270milioni di metri cubi, comincia a scivolare lungo il versante settentrionale del monte Toc. In pochi minuti, macigni e detriti cadono nel neo-bacino elettrico artificiale sottostante, formato da una diga, sollevando una massa d’acqua di circa 50milioni di metri cubi, alta oltre 100 metri. La vallata del Vajont, tra le province di Belluno e Udine, diventa tristemente famosa: i paesi di Longarone, Erto, Casso e Castellavazzo vengono rasi al suolo dalla forza della natura; i morti sono 1917, di ogni età, dai ventuno giorni di vita di Claudio Martinelli ai 93 anni di Amalia Pancot. Mera fatalità, calamità naturale o tragedia prevedibile? Nel 2008, alla presentazione del «Anno internazionale del pianeta terra», l'Onu ha definito il Vajont come il «peggior disastro ambientale mai accaduto, nel mondo, provocato dall'uomo».
La storia non si scrive certamente con i se e con i ma. Eppure se non ci fossero state troppe sottovalutazioni tecniche in nome del profitto, se si fosse dato ascolto alle continue denuncie della giornalista Tina Merlin, la vicenda di quella terra di confine tra Veneto e Friuli sarebbe stata diversa.
Da quella catastrofe, accomunata ad espressioni come la «diga del disonore» o «tragedia annunciata», sono passati cinquant’anni e il mondo dell’arte ricorda a colpi di laser. Martedì 5 marzo, al crepuscolo e per circa un’ora e mezza, un potente fascio di luce, lungo quindici chilometri, verrà proiettato sopra la diga del Vajont, in direzione Longarone. Base operativa del progetto, proposto da «Dolomiti contemporanee – laboratorio d’arti visive in ambiente», sarà il nuovo Spazio di Casso, l’ex scuola del paese friulano, che fronteggia la ferita del monte Toc, restaurata e riaperta al pubblico dallo scorso settembre come spazio espositivo e centro per la cultura contemporanea.
A firmare la performance, intitolata «La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)», sarà Stefano Cagol, uno dei pionieri della public art in Italia e non solo (la sua «Flu Power Flu» è stata in permanenza sulla facciata del Beursschouwburg Art Center a Bruxelles dal 2007 al 2012), con all'attivo un progetto per la facciata mediale di Museion a Bolzano (2012) e una personale presso la Chiesa di San Gallo all’interno della cinquantaquattresima Biennale di Venezia (2011).
Accendere nuovi riflettori su quell’immane e annunciata strage, a lungo dimenticata e riscoperta da molti attraverso l’«orazione civile» che Marco Paolini ha portato in tanti teatri italiani dal 1997, è lo scopo di questo progetto artistico per il Vajont, che si propone –spiega Gianluca D’Incà Levis, curatore di DC- di «andare oltre il confine emotivo della tragedia, verso una nuova memoria e una nuova rinascita». Ma «La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)» non animerà solo la diga del Vajont. Il giorno successivo, mercoledì 6 marzo, il raggio sarà, infatti, proiettato a Cortina d'Ampezzo, sulla parete sud della Tofana di Rozes, un'icona montana del patrimonio Unesco. L’artista trentino, con studi all’Accademia delle Belle arti di Brera e alla Ryerson University di Toronto, partirà, poi, alla volta della Biennale di Barents, in Norvegia, e i suoi fasci di luce attraverseranno l'Europa, illuminando sette nazioni, dall’Austria alla Finlandia, per toccare anche il Circolo Polare Artico, 5mila chilometri più a nord. Il viaggio, in programma fino al prossimo 12 aprile, traccerà nel cielo linee evocative di luce capaci di attraversare i confini, «la fine e il fine delle frontiere –si legge nel concept del progetto- da sud a nord d’Europa, dal limite della cultura mediterranea al limite della cultura europea, dalle Alpi fino al di là del Circolo Polare Artico, da un paesaggio verticale ad uno orizzontale, dalla presenza umana alla sua assenza».


Per saperne di più
www.dolomiticontemporanee.net
www.endofborder.com
www.stefanocagol.com

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] «La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)». Progetto di Stefano Cagol. Flyer dell'evento alla Diga del Vajont; [fig. 2] «La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)». Progetto di Stefano Cagol. Flyer dell'evento alla Tofana di Rozes (Cortina d'Ampezzo; [fig. 3] Stefano Cagol, «Dissoluzione di luce», 2008; [fig. 4] Ritratto di Stefano Cagol

Informazioni utili
«La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)». Luogo: Diga del Vajont/Nuovo Spazio di Casso (Casso, Pordenone); Tofana di Rozes (Cortina d'Ampezzo,Belluno). Data: martedì 5 e mercoledì 6 marzo 2013, ore 18.30. Ingresso gratuito. Informazioni: info@dolomiticontemporanee.net o tel. 0437.30685 e tel. 0427.666068



venerdì 1 marzo 2013

Bari, riflettori puntati sulla collezione di Douglas Andrews

E’ un piccolo assaggio della ricca raccolta di Douglas Andrews quello che propone la mostra «Uno sguardo sul mondo: opere da una collezione privata», in programma fino a mercoledì 1° maggio nella cittadina di Polignano al Mare (Bari), presso la nuova sede della Fondazione museo Pino Pascali.
Trentuno opere, selezionate tra le circa trecento di proprietà del collezionista americano di nascita e italiano d’adozione, compongono il percorso espositivo, a cura di Guido Orsini e Mary Angela Schroth. Si tratta di pitture, sculture, installazioni, video e fotografie realizzate da quindici artisti internazionali della generazione compresa tra i 49 e i 59 anni (la stessa di Douglas Andrews), tra i quali Jeff Koons, William Kentridge, Olafur Eliasson, Jessica Carroll, Paolo Canevari e Giuseppe Gabellone.
A fare da filo rosso tra i lavori esposti, per la maggior parte inediti nel nostro Paese, sono tematiche care al linguaggio espressivo di Pino Pascali, importante esponente dell’Arte povera, quali la multimedialità, la dissacrazione della realtà, il gioco, la natura, l’uso di materiali semplici e oggetti usati.
Fondamentale per la nascita di questa collezione, lontana dalle logiche della speculazione e prossima alla soddisfazione del gusto personale, è l’incontro, sul finire degli anni Ottanta, tra Douglas Andrews e Lucio Amelio. Seguono i contatti con alcune delle principali gallerie internazionali, da Luhring Augustine ad Anthony Meier, passando per Alessandra e Valentina Bonomo, Giò Marconi, Stefania Miscetti, Franco Noero, Gian Enzo Sperone e molti altri ancora.
Nell’ottobre 2012, dopo una visita al museo di Polignano al Mare, il collezionista americano esprime la volontà di esporre, per la prima volta in Italia, una parte significativa della propria vasta raccolta, offrendo così al pubblico l’occasione di ripercorrere l’evolversi del linguaggio dell’arte contemporanea dell’ultimo trentennio, ma anche di scoprire quanto sia ancora attuale la poetica espressiva di Pino Pascali.
A uno degli aspetti più rilevanti della ricerca artistica del maestro poverista, ossia il tema della natura, guardano, per esempio, le due fotografie di Giuseppe Gabellone presenti in mostra («Senza titolo», 2002), nelle quale sono ritratte delle campanelle blu di grandi dimensioni, artificiali e molto teatrali. Un’immagine di fiori è anche quella che propone Jeff Koons con il suo ironico e pop «Giant Inflatable Balloon Flower (yellow)» (1997), messo a confronto con un altro suo lavoro, «Bread with Egg, PL3», una copia di un pane pasquale italiano che rievoca alla mente «Gruppo di personaggi» (1964), ironica natura morta pascaliana raffigurante una realtà quotidiana sempre più ossessionata dalla pubblicità.
Sembra, invece, strizzare l’occhio a «9mq di pozzanghere» (1967), ultima acquisizione del museo pugliese, «Que Sepan Todos» (2007) di Arturo Herrera, un’opera di grandi dimensioni composta da due feltri neri ritagliati e posizionati direttamente sul muro.
Al tema della natura guarda anche una delle due opere di Olafur Eliasson selezionate per la mostra pugliese. Accanto a «Homage to P. Schatz» (2012), piccolo ma significativo elemento luminoso, è, infatti, possibile ammirare uno dei primi lavori dell’artista danese: il ciclo «Path Series» (1999), ventiquattro fotografie tese a documentare un tragitto a piedi per tutta la sua durata, concentrandosi sul rapporto diretto con il suolo ed escludendo riferimenti precisi a luoghi reali.
Analizzano, invece, un altro tema fondante del linguaggio espressivo di Pino Pascali, quello del riuso dell’oggetto, opere come «Powerless Structures Fig. 131» (2001) di Michael Elmgreen e Ingar Dragset, un assemblaggio di vecchie porte, «Telephone Book» (1996) di Tom Sachs, un vero elenco telefonico impacchettato con nastro adesivo, e «Desempoladeira» (2003-2006) del brasiliano Marepe, pialle da muratore dipinte con colori vivaci.
Gioco e provocazione, altro argomento caro alla poetica pascaliana, sono, invece, le componenti principali dei due lavori in mostra firmati da Sarah Lucas, «la cattiva ragazza» del cosiddetto YBAs (Young British Artist): «The Old In Out» (1998), calco di un water in poliuretano, e «Coco» ( 2005), un cagnolino di porcellana sulla cui superficie sono incollate centinaia di sigarette. Mentre Jessica Carroll presenta, con la sua scultura «Osso» (1990), un omaggio all’interesse dell’artista pugliese per l’antropologia e la mitologia. Merita, infine, una segnalazione la video-scultura «Sleeping on Glass» (1999) di William Kentridge, uno dei suoi primi film di animazione che, attraverso la cassettiera, comunica un’intima sensazione di privacy. Una mostra, dunque, interessante quella di Polignano a Mare per comprendere come una collezione d’arte sia un organismo vivente, una chiave per leggere e capire la ricerca e la storia individuale di un collezionista, la sua complicità con artisti, galleristi, critici e appassionati di arte.


Didascalie delle immagini
[fig. 1] Giuseppe Gabellone,«Senza titolo», 2002. 2 stampe fotografiche a colori, 210 x 150 ognuna;  [fig. 2] Jeff Koons, «Inflatable Balloon Flower (Yellow»), 1997. PVC, 128 x 148 x 180 cm (edition); [fig. 3] Sarah Lucas, «Coco», 2005.Cane di ceramica, sigarette, colla. 28 x 18 x 24 cm; [fig. 4]William Kentridge, «Sleeping on Glass», 1999. Disco laser, cassettiera e specchio, pannello di legno; d
imensioni variabili; [fig. 5] 
Jessica Carrol, «Osso», anni Novanta. Marmo. Vetrine: bronzo e vetro, 50 x 40 x 120 cm

Informazioni utili
«Uno sguardo sul mondo: opere da una collezione privata». Fondazione Museo Pino Pascali, via Parco del Lauro, 119 – Polignano a Mare (Bari). Orari: martedì-domenica, ore 11.00-13.00 e 17.00-21.00, lunedì chiuso. Ingresso: € 1,00. Informazioni: tel. 080.424.9534 o  segreteria@museopinopascali.it. Sito web: www.museopinopascali.it. Inaugurazione: sabato 2 marzo 2013, ore 19.00. Fino al 1° maggio  2013

giovedì 28 febbraio 2013

Due giorni per scoprire i Musei ecclesiastici italiani

Se ne contano, su tutto il territorio nazionale, novecentonovantaquattro, dei quali ottocentosettantotto di proprietà ecclesiastica. Hanno un patrimonio artistico che non ha nulla da invidiare a Brera e agli Uffizi, ricco di paramenti liturgici, codici miniati, opere d’oreficeria, raccolte etnografiche e naturalistiche, sculture e pregevoli dipinti. Sono ospitati all’interno di complessi monumentali di grande valore storico-architettonico come chiese, palazzi episcopali, monasteri, chiostri, sacrestie e seminari. Eppure sono quasi del tutto sconosciuti al grande pubblico. Stiamo parlando dei musei ecclesiastici, luoghi soffocati da un’erronea immagine di polverosità e di noia che li ha resi le «Cenerentole» del patrimonio culturale italiano.
Scarsamente segnalati dalle guide turistiche delle grandi città, questi scrigni d’arte sacra, indissolubilmente legati al patrimonio immateriale di spiritualità che essi evocano, sono stati recensiti dalle studiose Erminia Giacomini Miari e Paola Mariani e riuniti nel 2005 in una pubblicazione, realizzata con il contributo della Cei (Conferenza episcopale italiana) ed edita dal Touring club. Risale, invece, al 1996 la fondazione dell’Amei (Associazione musei ecclesiastici italiani), attualmente presieduta da monsignor Giancarlo Santi, che ha scelto il 2013, anno della fede e anniversario dell’Editto di Costantino, per gettare nuova luce sulle tante realtà museali testimoni e custodi della storia religiosa del nostro Paese, con l’intento di farle uscire da quella sorta di isolamento che le ha rese, per così dire, «invisibili» al proprio potenziale pubblico.
Il primo appuntamento in cartellone sono le Giornate dei musei ecclesiastici, in programma sabato 2 e domenica 3 marzo: una fitta due giorni di visite guidate, laboratori artistici, incontri a tema, concerti e spettacoli teatrali, durante la quale verranno aperte gratuitamente le porte di oltre duecento musei aderenti all’Amei.
Sarà un’ottima occasione, questa, per varcare la soglia del Museo diocesano di Udine, con i suoi meravigliosi affreschi di Giambattista Tiepolo per lo Scalone d’onore e la Sala rossa, o quella del Muma di Assisi, nel quale è possibile viaggiare virtualmente tra le missioni dei frati cappuccini in Amazzonia, o ancora quella del Museo diocesano di Cortona, dove è da poco ritornata «L’Annunciazione» del Beato Angelico, recentemente esposta alla Galleria Borghese di Roma, in apertura del progetto «L’arte della fede».
Il visitatore curioso, capace di vincere il pregiudizio che vuole questi luoghi quasi come il prolungamento di un’aula di catechesi, si troverà di fronte a realtà attive, capaci di proporre mostre e percorsi museali interessanti, come quello sul crocifisso alla Galleria d’arte contemporanea della Pro Civitate Christiana di Assisi, o quello sui colori dell’Africa cristiana al Museo diocesano di Vicenza, o, ancora, quello sul mistero dell’Incarnazione nell’opera del Beato Angelico al Museo della basilica di santa Maria delle Grazie di San Giovanni Valdarno, nell’Aretino.
Chi si troverà nel Varesotto potrà prendere parte alla conferenza «L’Annunciazione nell’arte: storia e iconografia dell’inizio», promossa dal Museo Baroffio e del santuario del Sacro Monte sopra Varese (domenica 3 marzo, ore 15.30). Mentre chi sarà in Toscana potrà partecipare alla relazione sui cimiteri etrusco-romani, organizzata del Museo della cattedrale di Chiusi, o allo spettacolo «Ghirlandaio: una bottega, una dinastia» (sabato e domenica, ore 18.30 – € 12,00), a cura del Museo d’arte sacra di san Donnino. In Campania, al Museo diocesano di Ariano Irpino, si darà, invece, spazio alla musica con un concerto di flauto traverso.
Questi sono solo alcuni dei tanti appuntamenti inseriti nel ricco cartellone delle Giornate dei musei ecclesiastici, piccolo tassello di un articolato calendario di iniziative messo in cantiere da Amei per il 2013. L’associazione sta, infatti, lavorando a un progetto di rete sull’Editto di Costantino e sulle sue conseguenze per la storia del cristianesimo, anche in relazione alla contemporaneità, che invita i musei ad analizzare tematiche quali il signum crucis e le sue declinazioni, la tolleranza e il dialogo interculturale e interreligioso, sant’Elena e le reliquie della vera croce e altro ancora. Sono già una cinquantina le realtà museali che hanno approntato esposizioni dossier di una o più opere collegate al tema costantiniano, particolari percorsi di visita a beni ecclesiastici del territorio legati alla nascita del cristianesimo, attivazioni di postazioni multimediali per favorire l'interpretazione del patrimonio materiale e immateriale delle proprie collezioni, ma anche produzione di opere d'arte contemporanea e conferenze. Al Museo diocesano di Napoli è, per esempio, in corso la mostra «Icone dalla Serbia», che intende ricordare la terra dove ha trovato i propri natali l’imperatore Costantino attraverso l’esposizione di alcune opere, appartenenti alla collezione permanente del Museo nazionale di Belgrado. Mentre il Museo diocesano di Milano collabora all’esposizione «Costantino 313 d.C.», che allinea, nelle sale di Palazzo Reale, duecentocinquanta opere provenienti da istituzioni internazionali quali il British Museum, la Bibliothèque Nationale di Parigi e il National Gallery di Washington, tese a documentare il passaggio, avvenuto nel corso del IV secolo, del cristianesimo da devozione lecita privata a una dimensione pubblica e ufficiale e, infine, a unica religione dell’Impero.
A Brescia è prevista, dal prossimo autunno, una mostra di reliquiari e di bozzetti che mette a confronto due pale raffiguranti il «Battesimo di Costantino», realizzate da Gian Battista Tiepolo e Carlo Innocenzo Carloni. Mentre la Sicilia sta lavorando a una rassegna itinerante sul significato della croce nel cristianesimo, che coinvolgerà dodici musei e numerosi artisti contemporanei.
Decine di iniziative diverse, spesso molto originali, attendono, dunque, i musei ecclesiastici italiani nei prossimi mesi, per far scoprire opere e monumenti dei primordi della Chiesa, con la volontà di coinvolgere tutti, credenti o non credenti, cristiani e non.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Beato Angelio, «Annunciazione», 1430 ca. Tempera su tavola, cm 175 x 180. Cortona, Museo diocesano; [fig. 2] Gian Battista Tiepolo, «Il sacrificio di Isacco», 1726-1729. Affresco, 400 x 500 cm. Udine, Museo diocesano; [fig. 3] Veduta esterna del Museo diocesano di Brescia; [fig. 4] Robert Morris, «Quattro per Donatello», 2001. Prato, Museo dell’Opera; [fig. 5] Veduta di una sala del Museo diocesano di Cortona.

Informazioni utili
Le giornate dei musei ecclesiastici. Un evento a cura di Amei (Associazione musei ecclesiastici italiani). Italia, sedi varie. Il programma: www.amei.biz/notizie/le-giornate-dei-musei-ecclesiastici.Informazioni: tel. 02.89421797 o info@amei.info. Sito web: www.amei.biz.  Sabato 2 e domenica 3 marzo 2013.

lunedì 25 febbraio 2013

Roma, farfalle in città con l’arte ecologica di Ettore Favini

E’ una riflessione sul tema dell’ecologia e sul rapporto dell’uomo con la natura e lo scorrere del tempo quella che l’artista cremonese Ettore Favini, classe 1974, presenta a Roma, negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere, con i progetti «Verdecuratoda…voi» e «Le farfalle volano sulla città pulita».
I due appuntamenti espositivi, in programma da martedì 26 febbraio a venerdì 5 aprile, sono a cura di Marcello Smarrelli e coinvolgono il visitatore in un «gioco» che lo impegna a un atto responsabile verso se stesso, i suoi simili e l’ambiente circostante.
«Verdecuratoda…voi» rientra in un progetto iniziato nel 2005, con l’intento di attuare una vera e propria metamorfosi dell’ambiente. Oltre all’obiettivo di avviare la forestazione urbana di specie verdi, la mostra si propone di riportare le farfalle in città, restituendo alle aree urbane questo importante indicatore dello stato di salute dell'aria.
All’interno dello spazio espositivo verrà realizzato un allestimento con varie specie arboree e sarà posizionata una scultura-distributore, dalla quale si potranno prelevare, con una moneta da un euro, sfere contenenti semi di piante, di cespugli e di fiori utili alla vita, alla riproduzione e all'alimentazione delle farfalle. Il fruitore potrà, attraverso le istruzioni contenute all'interno, piantare i semi diventando parte attiva dell’operazione, anche grazie al proprio supporto economico. L’obiettivo di questo intervento, il numero zero di una serie successiva di eventi simili da riproporre su scala internazionale, è di realizzare la più grande scultura vegetale del mondo.
In contemporanea, nell’ex silos del Pastificio sarà proiettata «La verde utopia», una conversazione di Ettore Favini, con Alessandra Sandrolini a Gilles Clément, giardiniere e sostenitore della biodiversità.
Il progetto prevede anche la realizzazione di un sito (www.verdecuratoda.com), sul quale il pubblico potrà indicare il punto esatto della propria semina e inviare le immagini delle piantine germinate, contribuendo così a realizzare la mappa della scultura vegetale. Il portale conterrà anche l’elenco dei luoghi dove, nel tempo, verranno collocati i distributori di semi e permetterà, inoltre, di contribuire alla realizzazione del progetto per mezzo di una donazione presso Banca etica, in cambio della quale si riceverà un oggetto in edizione limitata realizzato dall’artista con Canedicoda.
La mostra avrà un suo ideale proseguimento nel manifesto «Le farfalle volano sulla città pulita», ideato per la terza edizione di «Postcard from…», progetto volto a diffondere l’arte contemporanea nel contesto urbano, invitando, annualmente, artisti italiani e internazionali a ideare un’immagine per un manifesto di grandi dimensioni (400x300 cm), da affiggere nel cortile della Fondazione Pastificio Cerere e in vari impianti pubblicitari romani. Sul cartellone di Ettore Favini compariranno immagini di farfalle italiane per la maggior parte scomparse dalle nostre città, con l’intenzione di ripopolare idealmente i luoghi in cui verranno affissi durante il periodo della mostra.

Didascalie delle immagini
[figg. 1 e 2] Ettore Favini, «Verdecuratoda…voi», progetto per la Fondazione Pastificio Cerere di Roma, 2013

Informazioni utili 
Verdecuratoda…voi» - «Postcard from… Ettore Favini». Fondazione Pastificio Cerere, via degli Ausoni, 7 – Roma. Orari: lunedì-venerdì, ore 15.00-19.00. Ingresso libero. Informazioni: tel. 06.45422960 o info@pastificiocerere.it. Sito internet: www.pastificiocerere.it o www.verdecuratoda.com. Dal 26 febbraio al 5 aprile 2013.

sabato 23 febbraio 2013

«Loropernoi», i musei di Reggio Emilia negli scatti di Pizzigoni

Che cosa è, oggi, un museo? E’ l’insieme deli oggetti e delle testimonianze che conserva? E’ un luogo di integrazione sociale? O, ancora, è un catalizzatore di emozioni? A queste domande prova a rispondere la mostra «Loropernoi», a cura di Cristiana Colli, che presenta a Reggio Emilia, negli spazi dei musei civici di Palazzo San Francesco e della galleria Parmeggiani, un progetto site-specific dedicato alle collezioni reggiane e a figure di spicco della sua storia collezionistica: Gaetano Chierici, Lazzaro Spallanzani e Luigi Parmeggiani.
Protagonista dell’esposizione, in programma fino a domenica 17 marzo, è Davide Pizzigoni (Milano, 1955), artista che vanta collaborazioni prestigiose con il Teatro dell’Opera di Zurigo e lo Staatsoper di Vienna, la cui ricerca espressiva degli ultimi cinque anni si è focalizzata sui custodi dei musei, personaggi apparentemente invisibili, ma essenziali per la sicurezza del patrimonio e per le relazioni con le opere e con i visitatori, ritratti in oltre settanta luoghi, tra Francia, Inghilterra, Russia, Brasile, Stati Uniti e Italia.
Attraverso questo insolito punto di vista fotografico, Davide Pizzigoni ha attraversato le sedi dei musei reggiani, realizzando una carrellata di ritratti, vedute e spaesamenti, in una sequenza che raffigura queste invisibili sentinelle del nostro patrimonio culturale sul loro luogo di lavoro e della conoscenza, tra opere d’arte, animali impagliati, interni decorati, quadri ottocenteschi.
La mostra ospitata a Palazzo San Francesco, sede di importanti collezioni archeologiche, naturalistiche, etnografiche e artistiche, sviluppa, nello spazio vincolante delle vetrine, il rapporto tra storia umana ed esperienza di collezionismo. In queste sale, oggetto di prossimi interventi di restauro e di adeguamento funzionale, firmati dall’architetto Italo Rota, le fotografie (10x15cm) citano il format e l’iconografia della cartolina come reperto di viaggio, messaggio intimo e segreto di luoghi lontani, metafora del transito di storie e geografie, omaggio alla forza fragile delle relazioni epistolari, rimando agli infiniti paesaggi custoditi nelle vetrine. Così imprevedibilmente le fotografie di Davide Pizzigoni si incastrano, quasi a confondersi, tra le collezioni in una relazione poetica e concettuale tra le pietre paesine, i pesci palla, i polpi in formalina, le selci appenniniche, le balene e lo sguardo dei guardiani del museo. Gli scatti si pongono come richiami visivi, in un gioco sorprendente di rimandi di prospettive e punti di vista, dove il dato di contemporaneità si intreccia con indizi di immanenza. A volte nei ritratti emergono, poi, veri e propri casi di mimetismo nei quali prevale una dimensione di gioco tra figurante e oggetto d’arte (come ad esempio l’immagine che raffigura la custode di fronte a un pesce palla gigante), se non addirittura di camaleontismo.
Nell’altra sede, la galleria Parmeggiani, già casa d’artista e interessantissimo caso di collezionismo ottocentesco tra il vero e il falso, assistiamo a un salto di scala e di senso. Le venti fotografie in mostra, catturando insoliti effetti di luce e trame di colore, approdano a una riflessione sugli esseri umani e sulla loro corporeità. Immagini di grande formato raffigurano il museo vissuto e abitato nella prolungata consuetudine del quotidiano, in una dimensione dilatata, in un tempo lungo e silenzioso quale è quello di chi trascorre la sua vita accanto alle opere d’arte. Pizzigoni rende protagonisti coloro che lavorano dietro alle quinte grazie all’uso sapiente dell’elemento della cornice che caratterizza tutte le microstorie della Parmeggiani per la capacità di porsi come porta del tempo e della memoria, limite fisico tra chi è deputato a custodire lo sguardo e il corpo del museo.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Davide Pizzigoni, «Loropernoi», 2013 - installazione <i>site-specific</i> alla Galleria Parmeggiani; [fig. 2] Davide Pizzigoni, «Loropernoi», 2013;  installazione <i>site-specific</i> nella Collezione  Spallanzani dei Musei civici di Reggio Emilia; [fig. 3] Davide Pizzigoni, «Loropernoi», 2013 - installazione <i>site-specific</i> nella Collezione  Chierici dei Musei civici di Reggio Emilia;  [fig. 3] Davide Pizzigoni, «Loropernoi» – installazione <i>site-specific</i> a Varese, nella collezione Panza 

Informazioni utili 
«Loropernoi». Fotografie di Davide Pizzigoni. Musei civici - Palazzo San Francesco, via L. Spallanzani, 1  e Galleria Parmeggiani, corso Cairoli, 1 – Reggio Emilia.Orari: martedì-venerdi, ore 9.00 - 12.00; sabato e domenica, ore 10.00-13.00 e ore 16.00-19.00; chiuso il lunedì. Ingresso libero. Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: tel. 0522.456477 e casella.musei@municipio.re.it. Sito web:  www.musei.re.it. Fino al 17 marzo 2013

venerdì 22 febbraio 2013

Un nuovo Gabinetto disegni e stampe per i centocinquanta anni della Gam di Torino

Torino festeggia i primi centocinquant’anni della sua Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, dotandola di uno spazio destinato alla conservazione, al deposito e alla consultazione dell’ampia raccolta grafica: il nuovo Gabinetto disegni e stampe.
La struttura, realizzata grazie al sostegno della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino , sarà ubicata al piano interrato del museo, secondo il progetto formulato da Virginia Bertone, conservatore e responsabile delle collezioni Gam, in stretta collaborazione con gli architetti Diego Giachello e Marco Gini, che ne hanno curato il progetto tecnico, e con l’ingegnere Giuseppe Bonfante, che ne ha seguito la parte impiantistica per l’adeguamento della climatizzazione e della sicurezza.
L’apertura su appuntamento del nuovo spazio, garantito grazie al contributo della Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris, rappresenta un traguardo importante per il museo torinese, che potrà così rispondere alla domanda sempre più è crescente di accesso al proprio proveniente da studenti, ricercatori e docenti delle facoltà universitarie legate agli studi storico-artistici e architettonici e dai funzionari degli uffici di tutela, in particolare nell’ambito del restauro di edifici storici.
Il patrimonio grafico della Gam, che annovera oltre trentanovemila esemplari tra fogli sciolti e album, rappresenta una delle più importanti raccolte pubbliche italiane su carta, otto e novecentesca, integralmente inventariata e informatizzata grazie a un impegnativo lavoro di schedatura avviato nel 2000.
L’arco cronologico dei materiali presenti si estende dagli ultimi decenni del Settecento fino a tutto il Novecento e annovera artisti italiani di primo piano, come Giovanni Fattori, Felice Casorati, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi, Renato Guttuso, Lucio Fontana e Fausto Melotti, insieme ad alcune presenze straniere, tra le quali Bob Rauschenberg e Andy Warhol.
Oltre a fogli di grande bellezza, come nel caso dei grandi paesaggi acquerellati di Giovanni Battista De Gubernatis, vi sono documenti esemplari per la storia dell’arte italiana, come il primo studio per «La città che sale» di Umberto Boccioni o la serie delle «Compenetrazioni iridescenti» di Giacomo Balla. Mentre tra le opere più antiche conservate va ricordato il dagherrotipo di Enrico Jest, vero e proprio incunabolo per la storia della fotografia in Italia.
In occasione dell’inaugurazione del Gabinetto disegni e stampe, in programma nella giornata di mercoledì 6 marzo, il museo torinese presenta al pubblico la mostra «La seduzione del disegno. Cartoni, acquerelli e dipinti dalle raccolte della Gam», a cura di Virginia Bertone, che concentra l’attenzione sulla parte più antica della raccolta, quella che dagli ultimi decenni del Settecento giunge ai primi del Novecento. A guidare il percorso, visibile fino al prossimo 5 maggio, è il filo rosso della formazione di questo patrimonio, una storia che precede di alcuni decenni l’istituzione vera e propria del Museo civico (1863), contribuendo a determinarne la nascita. Il susseguirsi degli acquisti e delle donazioni offre lo spunto per presentare circa centottanta tra i fogli più rappresentativi della collezione: dai disegni a penna di Pietro Giacomo Palmieri agli acquerelli di Giuseppe Pietro Bagetti, dai taccuini di Massimo d’Azeglio ai grandi carboncini di Antonio Fontanesi, sino ai fogli di Alfredo d’Andrade, Domenico Morelli e Leonardo Bistolfi.
Ad arricchire il percorso espositivo sono gli spunti sulle diverse funzioni assolte dal disegno, sulle caratteristiche di materiali e tecniche, sulla storia del gusto e sul collezionismo torinese: un intrecciarsi di temi che ha per sfondo lo svolgersi dei primi decenni di vita della Pinacoteca moderna, l’antica denominazione dell’attuale Gam.
Sempre occasione dell’inaugurazione del Gabinetto disegni e stampe, in Wunderkammer, lo spazio al secondo piano del museo che presenta ciclicamente al pubblico disegni, acquerelli, grafiche e incisioni dell’Ottocento e del Novecento, si terrà la rassegna «Giovanni Migliara. Acquerelli e preziosi fixé», a cura di Monica Tomiato. Stimato da d’Azeglio come da Hayez, l'artista alessandrino fu il sapiente artefice di vedute e ambientazioni che sorprendevano per la verità ottica e la ricercata cura dei dettagli, qualità che egli seppe declinare anche in una chiave notturna e gotica in cui già riverbera una sensibilità romantica.

Didascalie delle immagini
[Figg. 1 e 2] Veduta del Gabinetto disegni e stampe della Gam di Torino; [fig. 3] Antonio Fontanesi, «Nudo femminile nel bosco», 1862-1868. Matita, matita nera su carta lucida ocra, cm 13.5 x 17.8. Torino, Gam; [fig. 4] Domenico Morelli, «Studio per 'L’Odalisca'», 1876 ca.. Penna a inchiostro bruno e inchiostro bruno acquarellato su carta avorio, cm 24.1 x 26.5. Torino, Gam

Informazioni utili
Gabinetto disegni e stampe. Gam - Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, via Magenta, 31 – Torino. Informazioni: centralino, tel. 011.4429518; segreteria, tel. 011.4429595, e-mail gam@fondazionetorinomusei.it. Sito web: www.gamtorino.it. Apertura al pubblico: dal 7 marzo 2013.

giovedì 21 febbraio 2013

Un Carpaccio inedito nel nuovo numero del Bollettino dei Musei civici veneziani

È l’annuncio della straordinaria scoperta, nei depositi del museo Correr, di una «Pietà», riconosciuta e restituita a Vittore Carpaccio da Giorgio Fossaluzza, la notizia di spicco del settimo numero del Bollettino dei Musei civici veneziani, importante resoconto di studi e contributi scientifici del settore, a cura di Camillo Tonini e Cristina Crisafulli.
La pubblicazione, edita da Skira e dalla stessa istituzione veneta (136 pagine, 80 illustrazioni, 22 a colori), propone una serie di interventi scientifici su tematiche storico-artistiche connesse alle collezioni lagunari, fonte inesauribile di nuove conoscenze e continuo oggetto di studio e indagine. Tre le sezioni nelle quali si articola il volume: «Collezioni», «Studi e Contributi» e «Attività».
Ad aprire il bollettino è uno scritto di Andrea Daninos sulle problematiche connesse allo sviluppo della ceroplastica a Venezia, accompagnato da un contributo di Camillo Tonini e Diana Cristante sulla formazione e sulle peculiarità della preziosa raccolta conservata presso i Musei civici veneziani (con schede di catalogo di diversi studiosi per ciascuna opera).
Mentre alla notizia legata a Vittore Carpaccio, alla cui mano venne ricondotta anche una «Madonna con il Bambino», rinvenuta sempre nelle collezioni di Teodoro Correr, sono dedicati i testi scientifici della seconda parte della pubblicazione.
L’assegnazione della «Pietà n. 1088» dei depositi del Correr al corpus del grande artista veneziano, autore delle storie di Sant’Orsola, risulta di assoluto rilievo, aprendo prospettive inedite sulla fase giovanile della sua pittura, così rara di esempi nonostante i recenti recuperi. Collocabile sul finire degli anni Ottanta, la tavola di nuova attribuzione (cm 60,1x82,2) sarebbe, infatti, preceduta unicamente dalla già citata «Madonna con il Bambino», la cui attribuzione avvenne nel 2011, dopo che il restauro -lo illustra Andrea Bellieni, nell’attuale bollettino- aveva permesso di leggere la firma «Vethor Scharpaco». Originalissima sarebbe, poi, la scelta del tema per il quale Carpaccio, pur ancora legato al magistero belliniano, sembra rifarsi a modelli devozionali di matrice nordica e soprattutto alle posture e gestualità di qualche gruppo plastico.
Sempre nella sezione «Studi e Contributi», si rivela interessante la proposta di Ettore Merkel che ravvisa in una grande tavola lignea a fondo oro, fresca di un lungo e difficile restauro, l’ancòna che Francesco Amadi avrebbe commissionato a Gentile da Fabriano, citata nei documenti, ma ritenuta perduta, e per molti anni collocata probabilmente in un’edicola votiva nella calle dove si trovava il palazzo della famiglia mercantile.
La cauta pulitura delle ridipinture non originali e la prudente velatura delle ferite inferte dal tempo e dagli uomini hanno permesso di recuperare la struttura lignea cuspidata che definisce la tavola proprio come un’ancòna o tabernacolo votivo di carattere privato, nonché la particolare raffinatezza di molti tratti meno danneggiati del dipinto. Se si trattasse davvero dell’ancòna per Francesco Amadi, «una delle pochissime opere d’arte eseguite a Venezia dall’artista» -scrive Merkel- essa potrebbe testimoniare «con la sua data precoce e il suo stile ancora tardo-giottesco, quale fu l’incipit del Gotico Internazionale per Venezia».
Seguono nella pubblicazione altri quattro saggi che offrono ricchi spunti per l’approfondimento e la comprensione di opere conservate nelle diverse sedi dei Musei civici di Venezia e collocabili tutte tra XVIII-XIX secolo. Si tratta dei disegni di Antonio Gaspari relativi a tre ville venete, analizzati da Massimo Favilla e Ruggero Rugolo, di due ritratti di Bartolomeo Nazari, studiati da Paolo Delorenzi, del libro il «Forestiere Illuminato», del quale Juergen Schulz ha scoperto altre due edizioni prima non segnalate, e di un curioso manoscritto, con una versione in inglese di due canzoni del poeta ottocentesco Pietro Buratti, illustrato da Giuliano Averna.
Nella sezione «Attività» è, invece, reperibile un contributo di Giorgio Fossaluzza, contenente i risultati più recenti della ricerca sulla grande vetrata colorata della chiesa veneziana di san Giovanni e Paolo. Si succedono, quindi, una serie di interventi che rendono conto del lavoro effettuato sulle collezioni e sui fondi conservati presso i Musei civici veneziani.
Conclude l’opera, come di consueto, l’elenco di tutta l’attività del 2011, redatto da Monica da Cortà Fumei e Claudia Calabresi.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Vittore Carpaccio, «Pietà» , Venezia, Museo Correr; [fig. 2] Gentile da Fabriano (attr.), «Madonna con il Bambino» , Venezia, Museo Correr; [fig. 3] Ceroplasta sconosciuto, «Battaglia di cavalieri romani» , seconda metà del XVII secolo; [fig. 4] Ceroplasta sconosciuto, «Manichino a grandezza naturale: bambina», 1790-1795 circa

Informazioni utili 
AA.VV., Bollettino dei Musei civici veneziani, III serie – 7.2012 (Le cere nelle collezioni dei Musei Civici Veneziani). Skira /Musei civici veneziani, Milano-Venezia 2012.

martedì 19 febbraio 2013

L’arte al servizio della vita: un concorso Unesco per fotografi ed artisti

«Create un’immagine, illustrate amore, compassione e cura». È questo l’invito che lancia la seconda edizione del «Concorso di bioetica e arte», promosso dalla cattedra Unesco in Bioetica e diritti umani, istituita presso il Pontificio ateneo Regina apostolorum e l’Università europea di Roma.
Tre le categorie previste dalla competizione: artisti professionisti, fotografi e giovani (dai 13 ai 17 anni). Per realizzare la propria opera i partecipanti dovranno ispirarsi a un passaggio della Dichiarazione universale di bioetica e diritti umani dell’Unesco, nella quale si sottolinea il «rispetto per tutte le culture e le religioni» e «l’impatto delle scienze della vita per le generazioni presenti e future».
La data ultima di consegna degli elaborati per fotografi e artisti professionisti è fissata al 1° aprile 2013; mentre quella per i giovani al 1° luglio.
Le opere saranno, quindi, valutate da una commissione internazionale che, a fine settembre, eleggerà cinque finalisti per ogni categoria. Tra di essi verranno scelti i tre vincitori; tutte e quindici i lavori selezionati, oltre a ricevere un premio in denaro, saranno esposti in una mostra, che toccherà le città di New York, Honk Kong e Roma.
«Lo scopo dell’iniziativa –spiega il professor Alberto Garcia, direttore della cattedra Unesco di Bioetica e diritti umani e membro dello staff degli organizzatori – è diffondere la cultura e il rispetto della vita in ogni sua forma. La novità di quest’anno è l’apertura del bando di concorso alle giovani generazioni alle quali speriamo di trasmettere in modo durevole il senso del valore della vita. L’arte può avvicinare la società a certi temi in modo molto più efficace che convegni e generiche campagne di sensibilizzazione».

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Andrea Mariconti, «Una repubblica democratica fondata sul lavoro», tecnica mista (opera vincitrice della prima edizione del «Concorso di bioetica e arte»)

Informazioni utili
«Concorso di bioetica e arte». Data ultima di consegna: 1° aprile 2013 per artisti professionisti e fotografi, 1° luglio 2013 per giovani. Informazioni e consegna materiali: www.bioethicsart.org.
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venerdì 15 febbraio 2013

«I luoghi del cuore», un milione di voti per l’Italia

«Migliaia di luoghi, un milione di voti, un solo cuore, l’Italia»: così il Fai (Fondo per l'ambiente italiano) ha presentato, nella giornata di San Valentino, i risultati della sesta edizione del censimento «I luoghi del cuore», promosso dal Fai (Fondo per l'ambiente italiano), in collaborazione con Intesa San Paolo e sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica, al fine di far conoscere e proteggere siti importanti non solo per la geografia e la storia del nostro Paese, ma anche per la memoria e la sfera emotiva dei propri abitanti.
La consultazione, lanciata lo scorso maggio e rimasta aperta fino alla fine di novembre, ha visto attestarsi al primo posto, con 53.953 segnalazioni, la Cittadella di Alessandria, costruita per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia tra il 1726 e il 1728, e considerata, per i suoi settantaquattro ettari di superficie, uno dei più grandiosi esempi di fortificazione settecentesca in Europa. Il complesso piemontese, che durante il Risorgimento fu luogo simbolo dei moti rivoluzionari per la Costituzione (qui sventolò per la prima volta il tricolore a opera di Santorre di Santarosa) è, oggi, consumato dalla vegetazione per la proliferazione dell’ailanto, pianta infestante fortemente invasiva, che cresce sui tetti, sui bastioni, sulle rampe. Necessita, quindi, di interventi di manutenzione urgenti che possano far ritornare l’intera struttura, tra le cui mura soggiornarono, tra gli altri, l’imperatore d’Austria Giuseppe II, Giuseppe Garibaldi e Giovanni Guareschi, all’antico splendore.
Al secondo posto si è, invece, classificata la Chiesa di San Nicola a San Paolo di Civitate, in provincia di Foggia, chiusa al culto dal 1999, in seguito ai danni subiti dal susseguirsi di fenomeni tellurici che hanno interessato il territorio pugliese. Sempre in provincia di Foggia, a Mattinata sul Gargano, si trova il terzo bene classificato: l’Abbazia Benedettina della SS. Trinità di Monte Sacro. Mentre ad aggiudicarsi il quarto posto è stato il Rione Santità-Museo di Totò a Napoli, che sogna di inaugurare un percorso o un edificio museale in ricordo del principe Antonio De Curtis.
Restando in Campania, non bisogna viaggiare molto per incontrare il bene in quinta posizione: il Real Sito di Carditello a San Tammaro, in provincia di Caserta, gioiello dell’architettura settecentesca, oggi vittima dell’abbandono ed esposta ad azioni vandaliche, al punto che ignoti ne hanno portato via gradini, parti della balaustre, degli affreschi, persino delle mattonelle. Nessuna sorveglianza permette di tutelare quella che sarebbe una reggia di invidiabile bellezza, oppressa da una discarica di immondizie collocata a meno di un chilometro di distanza. Nelle prime posizioni, si trovano, poi, il Faro del Monte della Guardia a Ponza, il borgo di Finale Emilia, devastato dal terremoto, l’ottocentesca Villa Taranto di Verbania, il cui giardino è stato funestato la scorsa estate da una violenta tromba d’aria, il Colle dell’Infinito a Recanati, il Castello di Miramare e la stupenda Cattolica di Stilo, chiesa bizantina tanto importante, anche se poco conosciuta, da comparire nella filigrana del passaporto italiano.
I luoghi segnalati sono in tutto 10.451. Puglia (straordinario il risultato della provincia di Foggia che ha raccolto oltre 173.000 voti), Campania, Piemonte, Lombardia e Toscana sono state le regioni più sensibili al censimento. I votanti, di età media intorno ai 45 anni, sono stati al 52,8% donne al 47,2% uomini. La tipologia dei beni più votati è quella delle chiese, seguita da abbazie e ville. Le risposte sono arrivate da 123 Paesi: dal Canada all’Olanda, dal Malawi alla Cina, dalle Isole Cook agli Stati Uniti, a dimostrazione che i nostri beni e il nostro paesaggio che stanno negli occhi e nella memoria di tutto il mondo.
Tra i «luoghi del cuore» segnalati alla sesta edizione del censimento, si procederà, nei prossimi mesi, a un monitoraggio, in modo da poter intervenire concretamente per il salvataggio di alcuni; a giugno, in accordo con le Direzioni regionali del Ministero per i beni e le attività culturali, è previsto l’annuncio degli interventi che verranno effettuati. Il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) promette, inoltre, di farsi portavoce delle segnalazioni ricevute da italiani e stranieri e di sollecitare, anche attraverso l’azione capillare delle sue oltre cento delegazioni provinciali, le istituzioni preposte affinché tengano in considerazione i luoghi più amati dai cittadini, sensibilizzando sindaci, soprintendenze e presidenti di regione. Nell’attesa, si può continuare a seguire il censimento sul blog «Italia del Cuore»: un’occasione, questa, per conoscere tanti luoghi, da ripristinare o da riscoprire, che compongono la geografia di un amore, sempre più forte, per il nostro patrimonio culturale.


Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Cittadella di Alessandria, © Archivio CAST, Università del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro; [fig.2] Cattolica di Stilo, Stilo, Reggio Calabria; [fig. 3] Verbania,Villa Taranto e Giardini © Ente Giardini Botanici Villa Taranto

Informazioni utili
www.iluoghidelcuore.it 
www.italiadelcuore.it

mercoledì 13 febbraio 2013

L’arte del bottone, un viaggio tra storia e moda

«Il dettaglio è importante quanto l'essenziale. Quando è infelice distrugge tutto l'insieme». Così lo stilista francese Christian Dior, responsabile del rilancio internazionale della moda parigina nel secondo dopoguerra, sottolineava l’importanza del bottone per determinare lo stile di un abito.
A questo piccolo oggetto del nostro vivere quotidiano, che la maison Prada ha recentemente scelto come vezzoso accessorio per scarpe e borsette e che il couturier spagnolo Cristobal Balenciaga riteneva perfetto solo se più piccolo dell’occhio femminile, guarda la nuova mostra dei Musei Mazzucchelli di Ciliverghe di Mazzano, nel Bresciano. Fino al prossimo 20 aprile, le sale espositive gestite dalla Fondazione Giacomini Meo Fiorotti accolgono, infatti, la rassegna «Il bottone. Arte e moda», curata dal collezionista Franco Jacassi e promossa grazie al sostegno di Bomisa, Gritti Group, Sandra B. e Secondo Stefano Pavese.
Dalle raffinate e romantiche miniature in avorio o underglass del Settecento alle creazioni surrealiste di Elsa Schiaparelli e a quelle fantasiose di Moschino, oltre diecimila bottoni, prodotti tra il XVIII secolo e gli anni Novanta del Novecento, focalizzano l’attenzione sulla ricca collezione dello stesso Franco Jacassi, signore del vintage, che, dopo esperienze come gallerista d’arte e bibliofilo, ha aperto, in un suggestivo cortile della vecchia Milano, uno showroom di capi, tessuti e ricami d’alta moda datati tra l'Ottocento e gli anni Ottanta, ai quali si aggiungono abiti anni Venti e Trenta firmati da Vionnet e Chanel, indumenti anni Cinquanta e Sessanta targati Emilio Pucci, Christian Dior, Pierre Cardin e Balenciaga, ma anche borse d'antan di Roberta di Camerino, Gucci ed Hermès.
Tra raffinatezze e preziosità, nella mostra bresciana il bottone smette gli abiti di semplice oggetto del vivere quotidiano e diventa, come è giusto che sia, un piccolo pezzo d'arte, nonché un mezzo per leggere la storia e i mutamenti della cultura attraverso l’evoluzione della moda. Il visitatore potrà così farsi incantare dalla preziosità dei materiali e dalla ricercatezza del design di pezzi, molti dei quali mai esposti prima, come preziose lavorazioni cut steel, picture buttons vittoriani in metallo stampato, madreperle finemente cesellate, smalti francesi dell’Ottocento e del periodo Liberty. Tra le scatole e i campionari esposti, si nascondono, poi, pezzi unici di Eva Sabbatini, le storiche palline da golf dorate di Hermés, le tartarughe di Valentino, i bottoni logati di Lanvin e di Ken Scott e, per finire, quelli intrecciati con fili di seta colorata, oro e argento da Paul Poiret nei primi del Novecento. Tante piccole meraviglie in smalto, madreperla, avorio, oro e cristallo, raffiguranti fiori, animali, paesaggi e ritratti, che raccontano come un particolare possa fare la differenza.

Didascalie delle immagini 
[fig.1 ] Bottone della maison Moschino; [fig. 2] Henry Hamm, bottone in galalite del 1930; [fig. 3] Hermes, bottone in madreperla e corozo inciso a laser

Informazioni utili
«Il Bottone. Arte e moda». Musei Mazzucchelli, via Mazzucchelli, 2 - Ciliverghe di Mazzano (Brescia). Orari: lunedì-venerdì, ore 9.00-18.00; sabato e domenica 10.00-18.30. Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 6,00; scolaresche € 3,50. Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: tel. 030.212421. Sito web: www.museimazzucchelli.it. Fino al 20 aprile 2013.

venerdì 8 febbraio 2013

Biennale di Venezia: quattordici artisti e un progetto di crowdfunding per il Padiglione Italia

Quattordici artisti per sette stanze, distribuiti su una superficie di circa milleottocento metri quadrati: sono questi i numeri di «vice versa», il progetto espositivo che Bartolomeo Pietromarchi ha ideato per il Padiglione Italia, promosso dal Ministero per i beni e le attività culturali, attraverso la Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee, nell’ambito della cinquantacinquesima Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
Dal 1° giugno al 24 novembre, alle Tese delle Vergini, all’Arsenale, sarà possibile compiere un viaggio ideale nell’arte italiana di ieri e di oggi, nel quale maestri riconosciuti, come Giulio Paolini e Luigi Ghirri, dialogheranno con artisti delle generazioni successive, da Elisabetta Benassi a Piero Golia, per raccontare la complessità e le contraddizioni del nostro Paese.
A fare da filo rosso tra le opere esposte, il 90% delle quali inedite, sarà il tema del doppio, uno degli aspetti più profondamente caratterizzanti l’arte contemporanea italiana come provano le ricerche di Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Luigi Ontani e Gino De Dominicis, basate su figure dicotomiche quali ordine e disordine, immagine e riflesso, visibile e invisibile, realtà e finzione, originale e copia.
«Vice versa» racconterà, dunque, la natura antitetica della nostra arte contemporanea, trovando spunto ideativo nel volume «Categorie italiane. Studi di poetica» (1996) del filosofo Giorgio Agamben, nel quale si sostiene che per interpretare la cultura italiana sia necessario individuare «una serie di concetti polarmente coniugati», capaci di descriverne le caratteristiche di fondo.
Installazioni, sculture, dipinti, performance, interventi sonori e ambientali, all’interno e all’esterno del Padiglione Italia (la rassegna occuperà anche i mille metri quadrati del giardino che circonda le Tese delle Vergini), porteranno, dunque, il pubblico a riflettere su binomi quali tragedia e commedia o suono e silenzio. Ecco così che il paesaggio, tra visione e memoria, sarà al centro del dialogo tra Luigi Ghirri (1943-1992) e Luca Vitone (1964). Il rapporto sofferto e contraddittorio con la storia, declinato tra dimensione personale e collettiva, si manifesterà nei lavori di Fabio Mauri (1926-2009) e Francesco Arena (1978). Il gioco dialettico tra tragedia e commedia metterà, invece, in relazione Piero Golia (1974) e Sislej Xhafa (1970). Mentre Marcello Maloberti (1966) e Flavio Favelli (1967) si occuperanno degli sconfinamenti tra autobiografia e immaginario collettivo, attraverso riferimenti alla cultura e alle tradizioni popolari. E ancora, l’arte come illusione e sguardo prospettico vedrà confrontarsi Giulio Paolini (1940) e Marco Tirelli (1956); la contrapposizione tra suono e silenzio, tra libertà di parola e censura, sarà affrontata da Massimo Bartolini (1962) e Francesca Grilli (1978). A Gianfranco Baruchello (1924) ed Elisabetta Benassi (1966) toccherà, infine, raccontare -spiega Bartolomeo Pietromarchi- «la tensione tra frammento e sistema, in cui l’umana ambizione ad archiviare e a classificare si scontra con l’impossibilità e il fallimento».
L’ideazione e l’elaborazione delle opere esposte sarà documentata da un catalogo bilingue, in italiano e in inglese, a cura di Mousse Agency, agenzia che si occuperà anche dell’immagine coordinata della mostra, dal logo alla campagna di comunicazione, dagli inviti alla pannellistica.
Ma a quattro mesi dall’apertura della Biennale, e in tempi di crisi economica (è di solo seicento mila euro il finanziamento pubblico), a far parlare la stampa, in questi giorni, è soprattutto la scelta di Bartolomeo Pietromarchi di puntare sul crowdfunding per sostenere la mostra «vice versa» e tutte le iniziative correlate, dalla produzione degli artisti a un grande convegno sullo stato della cultura italiana. La raccolta fondi, che inizierà martedì 12 febbraio e che avrà la durata di novanta giorni, prevede eventi a Roma, Milano, Londra e New York, per poi proseguire sul web, sul sito ufficiale del padiglione. L’obiettivo è di raccogliere cinquantamila euro attraverso un finanziamento privato basato sul contributo diffuso, anche di piccola entità, simbolico. Un’idea, questa, figlia dei tempi come documentano le iniziative «Tous Mécènes» del Louvre di Parigi e, per restare nel nostro Paese, «Acquista con noi un pezzo di storia» del torinese Palazzo Madama.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Ritratto di Bartolomeo Pietromarchi, curatore del Padiglione Italia alla 55. Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia; [fig. 2] Ritratto di Giulio Paolini, uno degli artisti del Padiglione Italia alla 55. Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia;  [fig. 3] Ritratto di Fabio Mauri, uno degli artisti del Padiglione Italia alla 55. Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia.

Informazioni utili
«vice versa» . Padiglione Italia alla 55. Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia. Curatore: Bartolomeo Pietromarchi. Commissario: Maddalena Ragni. Arsenale – Tese delle Vergini, Calle della Tana, 2169/S - Venezia. Sito web: www.viceversa2013.org. Dal 1° giugno al 24 novembre 2013. Inaugurazione: giovedì 30 maggio 2013, ore 11.30. 

giovedì 7 febbraio 2013

Torino, Palazzo Madama punta sul crowdfunding per riportare a casa il servizio da tè di Massimo d’Azeglio

«Acquista con noi un pezzo di storia»: Palazzo Madama chiama a raccolta la cittadinanza di Torino e lancia una sottoscrizione pubblica per acquistare un importante servizio di porcellana di Meissen, appartenuto alla famiglia Taparelli d'Azeglio. Sul modello di alcuni dei più rinomati musei internazionali, dalla National Gallery di Londra al Louvre di Parigi, l’istituzione museale piemontese punta, dunque, per la prima volta nella sua storia, e con il sostegno della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali di Torino, sul crowdfunding (da crowd, folla e funding, finanziamento) per arricchire la propria collezione.
La cifra da raccogliere entro la fine di marzo, necessaria per acquisire il prezioso servizio di porcellana di Meissen della famiglia Tapparelli d’Azeglio ed evitare così che questo venga battuto all’asta il prossimo maggio dalla londinese Bonhams, è pari a 66.000 sterline (80mila euro circa). Le donazioni dei cittadini e dei turisti in occasione della mostra natalizia su Pisanello, oltre alla grande generosità di Franco Coppo, che ha lasciato a Palazzo Madama parte dei suoi beni in eredità, hanno già permesso di raccogliere il 40% dei fondi necessari. Mancano ancora circa 50mila euro. La palla passa, dunque, in mano ai torinesi e non solo, che possono diventare mecenati e autori di questo progetto di restauro della memoria facendo una donazione nelle urne disponibili in museo, sul sito www.palazzomadamatorino/crowdfunding o attraverso bonifico bancario (CC Fondazione Torino Musei, Banca Unicredit, filiale via Garibaldi, 14 – Torino; codice IBAN IT27F0200801152000008716483).
La storia del servizio di porcellana appartenuto famiglia Tapparelli d’Azeglio, realizzato nel 1730 e composto da una quarantina di elementi che si sono conservati integralmente fino ad oggi, ha il sapore della favola.
E’ il primo decennio del Settecento quando a Dresda, alla corte di Augusto II il Forte, re di Polonia ed elettore di Sassonia, nasce, grazie al genio del chimico Johann Friederich Bottger, la prima porcellana di Meissen. L’«oro bianco» diventa il dono diplomatico per eccellenza: costoso, raffinato, prestigioso. Gli uomini della corte e gli ambasciatori stranieri fanno a gara per ricevere un servizio da caffè, vettovaglie varie o anche una semplice statuina. Nel museo di Palazzo Madama si conservano, per esempio, alcuni preziosi esemplari, frammenti di più grandi servizi dispersi in vari musei del mondo: una tazzina con piattino dipinti da Johann Gregorius Hoerold, con stemma e cifre di Vittorio Amedeo II di Savoia; un piatto con l'arme del marchese d'Ormea, Carlo Francesco Ferrero, ministro di Carlo Emanuele III di Savoia; un piatto dello straordinario servizio creato per l'imperatrice Elisabetta di Russia.
Al culmine del successo personale, Pietro Roberto Taparelli, conte di Lagnasco 1659-1732), generale di cavalleria, cavaliere dell'Aquila bianca, ambasciatore all'Aia, a Roma e a Vienna, fidato ministro nella corte sassone, riceve dal re (o ottiene di far produrre a Meissen) uno specialissimo servizio da tè e da cioccolata. Il decoro è semplice ma potente: un bordo con i colori araldici blu, rosso e oro (unico per Meissen), fiori in stile kakiemon, sparsi a piccoli mazzi o singoli e, su tutto, dominante, lo stemma dei Taparelli (partito, controfasciato d'argento e di rosso).
Alla morte di Pietro Roberto, avvenuta in Slesia, il servizio passa nelle mani del nipote Carlo Francesco, ecclesiastico, anch'egli ministro plenipotenziario per il re sassone presso il papa a Roma. Nel palazzo in piazza San Carlo ai Catinari, un antico inventario rivela che le porcellane sono custodite in una credenza del guardaroba (43 pezzi, non uno in più di oggi). Nel 1779, alla sua morte, Carlo Francesco lascia in eredità al nipote Carlo Roberto i quadri di famiglia e le porcellane sassoni con lo stemma dei Taparelli. Le casse partono per Torino, e le porcellane vengono sistemante nel palazzo di famiglia in contrada d'Angennes (ora sede della Fondazione Einaudi), nella celebre «camera gialla», quella della marchesa madre, dove nascerà, anni dopo,
Massimo d'Azeglio.
Nell'aprile del 1843, Massimo, su consiglio della cognata Costanza Alfieri di Sostegno, ritrae una delle tazzine da cioccolata in un suo delizioso quadretto di fiori, ora conservato alla Galleria d’arte moderna di Torino. Dentro la tazzina, un tulipano, che suggerisce il nome dell'ultimo protagonista di questa storia: Emanuele d'Azeglio. Il fiore era, infatti, nato da un bulbo che dall'Olanda egli aveva spedito alla madre. Emanuele è diplomatico del Regno di Sardegna, poi ministro plenipotenziario del Regno d'Italia a Londra, è un collezionista, un amatore d'arte, e ha la passione per la storia. Ricostruisce negli anni le vicende della famiglia Taparelli e riconduce le porcellane all'avo divenuto sassone d'elezione. Il suo destino si incrocia e si sovrappone a quello del museo civico torinese, di cui diventa direttore negli ultimi dieci anni della sua vita e a cui dona le sue straordinarie raccolte di ceramiche e di vetri dipinti e dorati. Non donerà al museo le porcellane con l'arme dei Taparelli, che lascerà all'erede designato, Salvatore di Villamarina, ma l'idea di mantenere in seno alla famiglia quei cimeli si rivelerà perdente, perché il patrimonio sarà in realtà dismesso.
Il filo che lega i Taparelli d'Azeglio e Torino al servizio si spezza nel 1903 quando il marchese di Villamarina lo mette in vendita. Da quel momento se ne perdono le tracce. Del servizio di Maissen appartenuto alla famiglia Taparelli d'Azeglio, oggi nella collezione di Said e Roswitha Marouf, si torna a parlare recentemente, nel 2003. Nel frattempo, Palazzo Madama svela l’errata attribuzione dello stemma che, a partire dalla scritta sulla custodia di reimpiego, aveva assegnato il prezioso servizio alla famiglia ligure degli Spinola e non ai Taparelli.
Consapevole dell’importanza di questo servizio come testimone di un passato glorioso e illustre, il museo torinese si impegna, ora, nella difficile impresa di acquistarlo e di riportarlo nella città che ha visto la famiglia d'Azeglio farsi protagonista dell'età risorgimentale. Un gesto, questo, che impegna ciascuno di noi nei confronti della storia.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] [fig. 1] Servizio con armi Taparelli, Meissen, 1730 circa. © Christie's Images Limited; [fig. 2] Teiera del servizio Taparelli, 1730 circa. © Christie's Images Limited; [fig. 3] Servizio Taparelli, particolare del beccuccio della caffettiera, 1730 circa. © Bonhams; [fig. 4] Massimo d'Azeglio, Natura morta con fiori e oggetti (fiori e vasetto), 1843 ca. Torino, Galleria civica d’arte moderna e contemporanea.

Informazioni utili
«Acquista con noi un pezzo di storia». Campagna crowdfunding di Palazzo Madama, Torino. Informazioni: www.palazzomadamatorino.it/crowdfunding/index.html

mercoledì 6 febbraio 2013

Una città per un’opera d’arte: ritorna a Bergamo un quadro di Antonio Maria Marini

Bergamo arricchisce la propria pinacoteca di una nuova opera d’arte. Grazie a più di mille sottoscrittori, approda all’Accademia di Carrara il «Paesaggio con cavalieri e soldati», dipinto inedito del paesaggista veneto Antonio Maria Marini (Venezia, 1668-1725).
La segnalazione della disponibilità del dipinto sul mercato antiquariale era arrivata al museo tre anni fa da una voce autorevole del collezionismo privato lombardo, che aveva a sua volta raccolto l’informazione in Francia. La notizia si rivelò subito di interesse per l’istituzione bergamasca, che, all’interno della propria raccolta, conservava già una tela di Marini: il «Paesaggio roccioso con soldati», una veduta di paese bagnata dalla luce rosa del tramonto e sospesa in un’atmosfera quasi misteriosa che, per la presenza della firma dell’autore, è stato il perno intorno al quale, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, è ruotata la progressiva ricostruzione della figura dell’artista, specialista di successo nei generi del paesaggio e della battaglia.
I promotori della sottoscrizione, l’associazione «Amici dell’Accademia Carrara», speravano che quel quadro ricomparso sul mercato antiquariale fosse lo stesso andato disperso, insieme a molti altri, nel 1835, dopo che una significativa parte della raccolta di Giacomo Carrara, fondatore della pinacoteca cittadina, era stata messa all’asta. Questa ipotesi è, oggi, oggetto di attenta valutazione da parte degli specialisti.
La tela appena acquisita si rivela, comunque, preziosa anche per ricostruire la storia ancora poco conosciuta di Marini,del quale molti lavori furono acquisiti da lord Edward Irwin (1686–1717), proprietario della Temple Newsman House, sita nello Yorkshire, dove ancora si conservano diciotto delle ventotto tele di paesaggi e battaglie (di cui venti con certezza di mano dell’autore veneto), che il nobile inglese acquistò durante i suoi due soggiorni a Venezia.
Il «Paesaggio con cavalieri e soldati», firmato dal suo autore, rivela anche il luogo in cui fu dipinto: Bergamo, appunto, confermando l’ipotesi di un soggiorno dell’artista nella città orobica, che gli studi condotti in questa occasione collocherebbero intorno al 1710.
La tela è, inoltre, caratterizzata da una sicurezza della concezione spaziale, da un timbro chiaro e luminoso generato da pennellate vaporose, a testimonianza delle brillanti capacità dell’artista veneto, apprezzato da un collezionismo attento ed esigente.
La presentazione pubblica della nuova acquisizione, grazie anche al qualificato contributo di Maria Silvia Proni, cui si deve la monografia di riferimento sul pittore, diviene occasione di approfondimento sulle collezioni del museo, con particolare riferimento al genere della pittura di battaglia, e sul panorama della cultura d’arte della città.
La mostra, in programma dall’8 febbraio al 7 aprile, farà dialogare l’opera appena ritrovata e il «Paesaggio roccioso con soldati» che già faceva parte delle collezioni della Carrara, mentre la tesi di un’attività dell’artista di stanza a Bergamo, suggerita dall’iscrizione sul dipinto acquisito, viene confermata dal ritrovamento di due inedite battaglie firmate in una collezione privata bergamasca e dalla proposta di guadagnare al catalogo di Marini altre due tele custodite all’Accademia Carrara: «Battaglia di cavalieri e armigeri» e «Sosta dopo la battaglia».
Dalle raccolte grafiche del museo proviene anche il «Paesaggio con rupi, figure e case sullo sfondo», un disegno a penna e inchiostro seppia per il quale si conferma l’autografia di Marini e che costituisce il tassello iniziale di quell’opera di riscoperta e ricostruzione della produzione grafica dell’artista che attende ancora di essere avviata. Accompagnerà la mostra un quaderno di studio, pubblicato da Lubrina Editore, con contributi di Giorgio Pandini, presidente dell'associazione Amici dell'Accademia Carrara e delle studiose Maria Cristina Rodeschini e Maria Silvia Proni.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Antonio Maria Marini, «Paesaggio con cavalieri e soldati»,1710 circa, olio su tela, cm 90,7 x 113,7. Nuova acquisizione Accademia Carrara, Bergamo; [fig. 2] Antonio Maria Marini, «Paesaggio roccioso con soldati», 1710 circa. Olio su tela, cm 91 x 115. Bergamo, Accademia Carrara

Informazioni utili
Una città per un’opera d’arte. Il ritorno a Bergamo del «Paesaggio con cavalieri e soldati» di Antonio Maria Marini. Accademia Carrara - sede temporanea di Palazzo della Ragione, piazza Vecchia - Bergamo Alta. Orari di apertura: martedì – venerdì, ore 9.30-17.30; sabato e domenica, ore 10.00-18.00. Ingresso: intero € 6,00, ridotto e gruppi € 4,00, giovani e family card € 1,50. Informazioni: tel. 035.399677. Prenotazioni gruppi e visite guidate: tel. 035.218041 (lunedì – venerdì, ore 9.00-18.00). Sito web: www.accademiacarrara.bergamo.it. Inaugurazione: 7 febbraio 2013, ore 18.00. Dall’8 febbraio al 7 aprile 2013.