ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 12 maggio 2017

Veneto, cento anni di moda italiana in mostra a Villa Pisani

Cento anni di stile italiano in trecento fotografie: si potrebbe riassumere così la mostra «Gli Italiani e la moda. 1860-1960», allestita fino al 1° novembre al Museo nazionale di Villa Pisani a Stra, a pochi chilometri di distanza da Venezia. Pur non dimenticando lo sfarzo dell’alta moda, i personaggi famosi che facevano «tendenza», l’esposizione si concentra sui modi di abbigliarsi e di acconciarsi di tutti i giorni, mostrando uomini, donne e bambini che affollavano strade e piazze, uffici e giardini pubblici.
Dalla redingote (abito maschile elegante) alla giacca, dai corsetti alle linee morbide dei tailleur femminili, dal cilindro alla bombetta: il visitatore si ritrova a confronto con i tanti modi italiani dell’abbigliamento nel periodo a cavallo dall’alba dell’Unità nazionale al primo decennio della Repubblica.
Se è vero che l’alta moda detta i canoni dell’estetica dell’abbigliamento, a cui la «buona società» fa riferimento, è altrettanto vero che la moda di tutti i ceti sociali, della quotidianità, ha contraddistinto l’aspetto degli italiani. Nel mondo de «la moda di tutti i giorni», gli abiti e le acconciature discendono o si rifanno ai tipi della «moda alta», imitandola, semplificandola e, spesso, conservando gli elementi della tradizione del costume, a cui soprattutto le generazioni d’età maggiore stentano a rinunciare.
Le fotografie dell’Ottocento raccontano e descrivono un’età ormai perduta nelle cui immagini ritorna la serietà e i modelli dei ruoli sociali e del buon gusto d’allora. Signori in abito elegante e cilindro, con i pantaloni rigorosamente non stirati, sono ripresi dal fotografo nel loro più consono aspetto quanto mai dignitoso. Questi si accostano a signore e signorine chiuse in abiti con uno stretto corsetto, dalle ampie gonne sorrette da apposite strutture, ornato da fiocchi e merletti fatti a mano in casa. re Vittorio Emanuele II prima e Umberto I dopo, mentre la pettinatura delle signore raccoglie in morbidi chignon i lunghi capelli o si ispira alle acconciature ricercate della principessa Sissi.
Le popolane si avvolgono in grandi scialli e le loro lunghe gonne scendono diritte a terra. I lavoratori, invece, indossano per il fotografo l’abito della festa e magari si tolgono la bombetta che durerà loro per una vita. Anche le acconciature si ispirano ai modelli delle classi sociali maggiori, che nell’Ottocento hanno il loro prototipo nella figura del sovrano. Così nei ritratti fotografici, la foggia dei capelli, dei baffi lunghi, folti e arricciati, come del taglio delle barbe, fanno eco a quelli del
Poi, con il Novecento, tutto muta, e mentre gli abiti maschili riscoprono i colori tenui per le stagioni più calde, le donne abbandonano gli ampi e invadenti vestiti per fogge più semplici nel taglio e nel profilo, dall’orlo che svela le caviglie, mentre anche le belle chiome si offrono alle forbici del parrucchiere. Le fotografie registrano ogni cambiamento dell’aspetto e dell’abbigliamento, poiché la fotografia segue e insegue il mondo e la sua realtà umana e sociale.
Così si arriva alle mode degli anni del regime fascista, dove modelli di apparente proto femminismo della buona società si confrontano con la praticità degli abiti maschili, mentre perdura negli uomini l’uso di portare il cappello che per le donne è ancora un elegante vezzo. È con gli anni del secondo Dopoguerra che l’abbigliamento maschile e femminile dividono le loro strade e se gli uomini ancora non abbandonano, nell’impresa della ricostruzione, giacca e cravatta, le donne indossano abiti sempre più pratici e accorciati, individuando nel tailleur il modello e segno della crescente richiesta del riconoscimento di una completa pari dignità con l’altro sesso. A ispirare la gente comune non sono più (solo) re e principesse, ma i divi del cinema: Tyron Power, Amedeo Nazzari, Alida Valli e Rossano Brazzi.
Contemporaneamente a Villa Pisani sarà visibile, fino al 23 luglio, anche la mostra «Lancerotto. Il ritorno di un protagonista», a cura di Monica Pregnolato e Camillo Tonini, prima esposizione dedicata all’artista noalese nel centenario della sua morte. Attraverso trentaquattro dipinti provenienti dalla collezione civica di Noale, da musei pubblici e da collezioni private si evidenzia il ruolo di primaria rilevanza che Lancerotto, prima vicino al realismo pittorico, poi al simbolismo ha ricoperto nella straordinaria stagione pittorica veneta tra Otto e Novecento.

Informazioni utili
Gli italiani e la moda. 1860-1960. Museo Nazionale di Villa Pisani, via Doge Pisani 7 - Stra (Venezia). Orari: fino al 30 settembre, dalle ore 9.00 alle ore 20.00; dal 1° al 29 ottobre, dalle ore 9.00 alle ore 18.00; dal 29 ottobre al 1° novembre, dalle ore 9.00 alle ore 17.00; chiuso il lunedì. Ingresso: villa, parco e mostra - intero € 10,00, ridotto € 7,50 (cittadini UE tra i 18 e i 25 anni); parco e mostra - intero € 7,50, ridotto € 5,00 (cittadini UE tra i 18 e i 25 anni), gratuito per cittadini UE fino ai 18 anni, biglietto unico residenti Riviera del Brenta (Comuni di Campagna Lupia, Campolongo Maggiore, Camponogara, Dolo, Fiesso d’Artico, Fossò, Mira, Noventa Padovana, Stra, Vigonovo) € 5,00. Informazioni: tel. 049.502270. Sito internet: www.villapisani.beniculturali.it o www.munus.com Fino al 1° novembre 2017.

giovedì 11 maggio 2017

«Viva Vivaldi», a Venezia la musica si vede e si respira

Videomapping, ambienti immersivi, audio multi-direzionale ed effetti olfattivi: offre una narrazione in chiave spettacolare della storia e della vita del grande musicista veneziano Antonio Vivaldi (Venezia 1678-Vienna 1741) il format artistico progettato dall’azienda bolognese Emotional Experience per il Complesso di Sant’Apollonia a Venezia.
«Viva Vivaldi», questo il titolo del progetto, aprirà le sue porte al pubblico il prossimo 13 maggio, nei giorni della Biennale, all’interno degli spazi del Museo diocesano, a pochi passi da San Marco, alle spalle del ponte dei Sospiri.
Il format artistico dedicato al maestro delle «Quattro Stagioni» rappresenta per la città, e non solo, una vera e propria primavera espositiva, un modo completamente nuovo di proporre la conoscenza dell’arte e della storia della musica attraverso un allestimento polimediale capace di immergere il visitatore in un’esperienza di straordinario impatto emotivo.
Grandi proiezioni in hd, multi-directional sound, effetti olfattivi vanno componendo un affresco di nome e colori simili a una partitura musicale, che porta alla scoperta di tutto lo scibile del «prete rosso», grande virtuoso del violino, il più importante ed originale esponente del tardo barocco.
Il percorso immersivo si svolge in più sale ed è fruibile anche anche da parte di un pubblico poco avvezzo alla musica classica o ai musei.
Vivaldi rivive nell’interpretazione del poeta Davide Rondoni, che è stata affiancato da un cast che vede la direzione di produzione artistica e tecnica di Jean Francois Touillaud, la capacità immaginifica e artistica del creativo Gilles Ledos, la consulenza musicale del compositore Cristian Carrara, la consulenza del critico cinematografico Gianni Canova.
«L’unicità artistica di Venezia – afferma Gianpiero Perri - merita un format capace di esprimere tutte le potenzialità di un nuovo modo di avvicinarsi all’arte, più vicino alla sensibilità del nostro tempo. Con «Viva Vivaldi» si intende offrire una modalità nuova per valorizzare i capolavori che appartengono alla storia di Venezia e a quella universale, e permetterne il godimento di tutti. È  la prima volta in Italia che le nuove tecnologie dell’immagine e del suono vengono utilizzate per raccontare di un musicista: la musica si trasformerà in colori e profumi e prenderà vita con modalità del tutto nuove, coinvolgenti ed emozionanti, per un’indimenticabile esperienza sensoriale».
Il progetto propone, dunque, un nuovo modo di ascoltare la musica di Antonio Vivaldi grazie a un percorso musicale originale, con «zone di cesura inedite» appositamente composte da Cristian Carrara. Le tre sale su cui è imperniato «VivaVivaldi» sono un tutt'uno, musicalmente parlando: il visitatore incontra quindici-venti frammenti di brani vivaldiani – per circa trentacinque minuti di ascolto - che sono però collegati fra loro come fossero un unico lavoro, un'unica musica.
Lo scopo della mostra non è solo quello di fare conoscere la produzione musicale, ma di connetterla con la persona di Vivaldi. «La cosa interessante –spiega Carrara– è stata perciò individuare le pagine musicali che meglio si adattassero alle situazioni umane sottolineate dallo storyboard scritto dal poeta Davide Rondoni. Questa è anche la novità di questa proposta veneziana, per cui chi viene alla mostra non entra in un museo vivaldiano, ma vive l'interpretazione che abbiamo dato della musica di Vivaldi, collegata al suo essere uomo. La musica, insomma, parla di Vivaldi stesso».
Tutto ciò per conoscere Vivaldi in profondità, ma anche con modalità attraenti per tutti, per cui saranno proposti ambienti immersivi e soluzioni tecnologiche altamente innovative, tra cui il primo video – mapping di interni. Per un’esperienza unica che arricchirà i giorni, già ricchi, della Biennale di Venezia.

Informazioni utili
«Viva Vivaldi». Museo Diocesano, San Marco - VeneziaOrari: da maggio a ottobre – dal martedì alla domenica, dalle ore 10.00 alle ore 22.00; da novembre ad aprile, dalle ore 10.00 alle ore 20.00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 15,00, ridotto € 12,00 (bambini 6-12 anni, studenti, over 65), scuole € 6,00, ingresso gratuito per bambini sotto i 6 anni accompagnati da un adulto. Informazioni: www.vivavivaldivenezia.com. Dal 13 maggio 2017.

mercoledì 10 maggio 2017

«Viva Arte Viva»: una Biennale dall’«esprit francese»

È un drappo colorato, morbido e giocoso di Sam Gilliam (Tupelo - Missisipi, 1933), uno degli esponenti più celebri del movimento artistico Color Field, che dagli anni Quaranta utilizza grandi tele coperte interamente da estensioni invariate di colore, escludendo qualsiasi interesse per il valore della forma, del segno o della materia, ad aprire il percorso espositivo della cinquantasettesima Esposizione internazionale d’arte di Venezia.
L’opera, dedicata a Yves Klein, ravviva con le sue pennellate blu il razionale colonnato di ingresso del Padiglione centrale, agghindando a festa una Biennale che fa dell’espressione «Viva arte viva», tre parole cariche di energia positiva e prospettica, il suo mantra.
Si apre così un viaggio tra le opere di centoventi artisti internazionali, provenienti da cinquantuno Paesi e in gran parte al loro debutto sulla scena lagunare, che la curatrice Christine Macel, chief curator del Center Pompidou, ha suddiviso in nove Trans-padiglioni tesi a raccontare la varietà delle pratiche creative e la molteplicità delle posizioni artistiche di fronte alla complessità del mondo.

Padiglione centrale: «l’ozio è il padre»…della creatività
La prima tappa del percorso espositivo, al Padiglione centrale dei Giardini, pone l’accento sui concetti di otium e negotium, ozio e azione, spiegando come l’inoperosità, il vagabondaggio mentale e il tempo libero possano essere sorgenti di creatività. C’è così chi dorme disteso sul letto come Yelena Vorobyeva (Balkanabat, 1959) e Viktor Vorobyev (Pavlodar, 1959) nell’installazione-performance «The Artist is asleep» (1996) o chi fa all’uncinetto come le filippine Katherine Nuñez (Manila, 1992) e And Issay Rodriguez (Manila, 1991) nell’opera «In Beetween The Lines». C’è chi si rilassa su un divano come Frances Starks (Newport Beach, 1967) in «Behold Man!» o chi fa meditazione come Søren Engsted (Ringsted, 1974) nella video-performance «Levitation».
Una fonte di ispirazione per gli artisti è anche la lettura, metaforicamente presente nel Padiglione centrale grazie ai volumi imbevuti di inchiostro e pittura di Geng Jianyi (Zhengzhou – Repubblica Popolare Cinese, 1962), alle enciclopedie bruciate di John Latham (Livingstone, 1921 – Londra, 2006), alle copertine in miniatura di Liu Ye (Pechino, 1964) e, ancora, ai libri venduti come merce di Hassan Sharif (Dubai, 1951) e ai codici criptici contenuti nei «Diaries» dell’arabo Abdullah al Saadi (Khorfakkan, 1967).
All'otium ideativo è affiancato in mostra il negotium come pratica di lavoro con finalità collettive. È il caso del progetto «Green light – An artistic workshop» di Olafur Eliasson (Copenhagen, 1967), piattaforma che invita ad assemblare e fabbricare dei moduli di lampadine utilizzando componenti ideati dall’artista e messi a disposizione dei visitatori, al quale stanno lavorando in questi giorni studenti, migranti e giovani rifugiati. Anche Dawn Kasper (Fairfax, 1977) ha deciso di installare il proprio studio ai Giardini, nella Sala Chini: qui lavora, suona e scrive, mettendosi a nudo e non rifiutandosi mai di rispondere alle domande dei curiosi.
Un viaggio nello spazio intimo degli artisti, nell’universo delle emozioni e delle contraddizioni del quotidiano, lo propone anche il Padiglione delle gioie e delle paure, nel quale domina la grande sala dedicata a Kiki Smith (Norimberga, 1954) con una serie di quadri in vetro dipinto a fuoco e foglie d’argento con protagoniste donne, rappresentate a grandezza naturale, con le loro storie di fragilità. Rachel Rose (New York, 1986) ci restituisce, invece, una visione onirica e fantasiosa con la videoinstallazione «Lake View», realizzata con la tecnica del cel animation e compositing, nella quale è protagonista un animale ibrido, metà coniglio e metà volpe, che si muove in una serie di scene costruite tramite l’assemblaggio di texture estratte da libri per bambini del XIX secolo. Una visione tra realtà e fiction è anche quella che offre Sebastián Díaz Morales (Comodoro Rivadavia, 1975) con il video «Suspension», nel quale una densa nuvola di vapore bianco, dissolvendosi, lascia vedere la figura di un uomo sospeso a mezz’aria, metafora della nostra condizione esistenziale nella postmodernità.

Da Maria Lai a Sheila Hicks: tra le opere dell’Arsenale seguendo il filo di un gomitolo
I Giardini cedono così il testimone all’Arsenale, dove si respira ancora una vena intimista tra padiglioni dedicati al tempo, alle tradizioni, ai colori, al sessualità e al piacere, alle battaglie in difesa dell’ambiente e alle utopie ecologiste, all’arte come strumento terapeutico, veicolo di spiritualità o, ancora, come legame con la propria terra e la propria comunità. Lo documenta bene il lavoro di Maria Lai (Ulassai, 1919-Cardedu, 2013) con i suoi pani delle feste e i suoi fili di telaio, che portano con sé il bagaglio culturale dell’amata Sardegna. Quattro grandi teli bianchi inchiostrati di parole pendono dall’alto aprendo, insieme con i grandi cubi colorati del pakistano Rasheed Araeen (Karachi, 1935) per il progetto «Chaar Yaar. Zero to Infinity», il viaggio nel Padiglione dello spazio comune. Fili e nastri sono la trama e l’ordito dell’omaggio che Christine Macel fa a Maria Lai presentando alcuni dei suoi lavori più noti realizzati tra il 1981 e il 2008, dai «Libri cuciti» alle mappe della serie «Geografie», da «Enciclopedia pane» al video della performance «Legarsi alla montagna», realizzata nel 1981 a partire da una fiaba locale nella quale si racconta la storia di una bambina che salvò la propria comunità dal crollo di una montagna inseguendo un nastro azzurro.
All’arte tessile guarda anche il lavoro di Lee Mingwei (Taichung, 1964), «The Mending Project», con rocchetti di filo appesi alla parete e un grande tavolo da lavoro sul quale l’artista-sarto rattoppa vestiti e articoli tessili, portati dai visitatori, che poi dispone in una pila insieme agli altri già sistemati, con le estremità dei fili ancora attaccati a simboleggiare la rete di rapporti che si viene a creare durante l’arte del rammendo.
Ma fili e nastri, trame e orditi, ago e filo scandiscono l’intero percorso espositivo ideato per l’Arsenale dalla curatrice francese, quarta direttrice donna nella storia della Biennale dopo Rosa Martinez e Maria de Corral nel 2005 e Bice Curiger nel 2011. L’arte tessile è centrale, per esempio, nella ricerca di David Medalla (Manila, 1938), in mostra con l’installazione «Stitch in Time», un progetto itinerante, iniziato nel 1968, basato sul ricamo in gruppo come atto creativo: i visitatori sono invitati a lavorare su un grande tessuto appeso alla parete, contribuendo così alla creazione dell’opera.
Riconoscono nel cucito un mezzo di espressione innovativo anche Franz Erhard Walther (Fulda, 1939), con i suoi tessuti per le installazioni «Wall Formation», e Petrit Halilaj (Kostërrc, 1986), con le sue monumentali sculture di farfalle notturne, realizzate con tessuti tradizionali kosovari.
Seguendo come la mitologica Arianna il filo di un gomitolo si giunge, poi, al diario in tessuto del viaggio di Abdoulaye Konaté (Diré, 1953) in Brasile, ai barretti di lana marocchina applicati su lampade rotonde collocate al suolo dell’installazione «Taqiya-Nor» di Younès Rahmoun (Tétouan, 1975) e alla vivace installazione di Sheila Hicks (Hastings - Nebraska, 1934), erede della teoria dei colori di Josef Albers, che sembra invitare il visitatore al riposo o alla scoperta tattile.
Un intreccio di tessuti in poliammide compone anche la grande tenda a ragnatela del brasiliano Ernesto Neto, all’inizio del Padiglione degli sciamani, che ripropone la forma della cupixawa, un luogo di socializzazione, incontri politici e cerimonie spirituali degli indios Huni Kuin, che vivono nella foresta amazzonica, al confine con il Perù. All’interno di questa struttura, dentro la quale i visitatori si possono sedere, l’artista ha ricreato un ambiente naturale, disponendo a terra, sabbia, libri e vasi di ceramica e circondando il tutto con piante. È, questa, una delle opere più scenografiche di «Viva l’arte viva» insieme con il video di Charles Atlas (Saint Louis, 1949) con un flusso costante di tramonti, le piante nelle scarpe di Michel Blazy (Monaco, 1966), la distesa di musicassette di Maha Malluh (Riad, 1959), le grandi sfere di Mariechen Danz (Dublino, 1980) e Alicja Kwade (Katowice, 1979) all’esterno dell’Arsenale, il cerchio di scope in saggina di Michel Blazy (Monaco, 1966) che, idealmente, chiude, al Giardino delle vergini, il percorso della mostra ufficiale.
Ma la Biennale offre al visitatore la possibilità di confrontarsi con l’arte di tutto il mondo anche attraverso l’offerta espositiva di ottantasei Padiglioni nazionali e di ventitré eventi collaterali, come la mostra dedicata a Michelangelo Pistoletto all’isola di San Giorgio o quella di Shirin Neshat al Museo Correr. Una kermesse, dunque, ricca quella veneziana che permette di scoprire la vivacità della scena artistica contemporanea, «luogo -per usare le parole di Christine Macel- di riflessione e di salvaguardia dell’umanesimo di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Ernesto Neto, Um sagrado lugar, 2017; cotone lavorato a uncinetto, ovatta, voile, tela, juta, nodi di voile, legno, compensato, filtro d’acqua, terra, sabbia, strumenti, vasi di ceramica, piante, fotografia, disegno Huni Kuin, tessuti, canti, libro Una Isi Kayawa, libro in tessuto; dimensioni variabili; 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva; [fig. 2] Due libri cuciti di Maria Lai. Foto: Italo Rondinella; [fig. 3] Katherine Nuñez e Issay Rodriguez, In between the lines 2.0, 2015-2017; lavoro a uncinetto, ricamo, lavoro di cucito; 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva; [Fgi. 4] Lee Mingwei, The mending project, 2009/2017; installazione; 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva; [fig.5] Olafur Eliasson, Green light – An artistic workshop, 2017; 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva; [fig. 6] Sam Gilliam, Yves Klein Blue, 2016; acrilico su nylon, 3 x 18.2 m; 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva; [fig. 7] Mariechen Danz and Alicja Kwade, Clouded in Veins: A Subjective Geography, 2017; 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia, Viva Arte Viva

Informazioni utili 
«Viva Arte Viva». 57. Esposizione internazionale d'Arte. Giardini e Arsenale - Venezia.Orari: 10.00-18.00; chiuso il lunedì, escluso lunedì 15 maggio, lunedì 14 agosto, lunedì 4 settembre, lunedì 30 ottobre e e lunedì 20 novembre 2017; ore 10.00-20.00 all’Arsenale tutti i venerdì e i sabato fino al 30 settembre 2017. Ingresso: intero € 25,00, ridotto € 22,00 o € 20,00, studenti/under 26 € 15,00, family formula € 42,00 (2 adulti + 2 under 14), altre agevolazioni sono consultabili sul sito ufficiale dell’evento. Catalogo ufficiale, catalogo breve e guida: Marsilio editore, Mestre. Informazioni: tel. 041.5218828. Sito internet: www.labiennale.org. Dal 13 maggio al 26 novembre 2017.

martedì 9 maggio 2017

Ettore Sottsass e il vetro, una lunga storia d’amore in mostra a Venezia

«Il vetro è un materiale pazzesco, molto misterioso trasparente, fragile […], come la ceramica del resto, ha una qualità strana: entra nel fuoco e non si sa cosa va dentro. Poi di colpo esce un oggetto puro perché bruciato dal fuoco, un oggetto di una purezza totale, di una intangibilità fisica totale. Come una visione. Si è veramente coinvolti in questo processo del vetro. Il vetro è uno spettacolo». Così Ettore Sottsass junior (1917-2007) nel 2007, in occasione di una delle ultime uscite pubbliche, parlava del suo amore per la produzione vetraria e dell’aspetto magico che si cela dietro questo. A questa attività dell’architetto nativo di Innsbruck, a cui si deve anche l’invenzione della prima macchina da scrivere portatile di Olivetti, la «Valentine», è dedicata la mostra allestita fino al prossimo 3 luglio sull’isola di San Giorgio a Venezia per iniziative de «Le stanze del vetro».
L’esposizione, curata da Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini, presenta oltre duecento pezzi, in gran parte provenienti dalla collezione di Ernest Mourmans e molti dei quali mai esposti al pubblico, secondo un allestimento innovativo disegnato da Annabelle Selldorf. Si tratta di una novità assoluta: È, infatti, la prima volta che viene realizzata una mostra interamente dedicata alla produzione di Ettore Sottsass junior nel campo dei vetri e dei cristalli e per l’occasione è stato pubblicato da Skira anche il primo compendio delle le sue opere in vetro, con saggi dello stesso Luca Massimo Barbero, di Cristina Beltrami, Françoise Guichon e Marino Barovier, con vastissimo apparato iconografico che include anche molti disegni e un regesto che darà conto di cinquant’anni di produzione vetraria.
Pittore per inclinazione ma consigliato agli studi d’architettura dal padre, l’artista si trasferisce a Milano nel 1946, dopo aver completato il suo percorso formativo al Politecnico di Torino, e qui inizia a collaborare con la Triennale, occupandosi degli allestimenti della sezione dell’artigianato. È in quest’occasione che ha le sue prime esperienze con il vetro, materiale che dal 1947 -anno in cui realizza il suo primo oggetto- continua a utilizzare per tutta la sua vita artistica.
Sebbene in contatto con Murano almeno dagli anni Quaranta, Sottsass si misura veramente con le molteplici soluzioni offerte dal vetro solo a partire dagli anni Settanta, con la prima serie realizzata per la vetreria Vistosi. In seguito, dopo la fondazione del gruppo Memphis (1981), disegna vere e proprie sculture affidate ai maestri della vetreria Toso vetri d’arte: oggetti di vetro con un proprio carattere, che esaltano il colore e la trasparenza del materiale, non più solo dei contenitori. È nell’ambito di questa collaborazione che introduce l’impiego della colla chimica, sfidando la secolare tradizione del vetro muranese e introducendovi dei disincanti. L’artista lavorerà poi anche per la Venini, sia disegnando splendide lampade che oggetti distanti da finalità d’uso, senza mai perdere di vista le sofisticate combinazioni cromatiche create dalle sovrapposizioni dei piani in vetro.
Dalla fine degli anni Ottanta, Ettore Sottsass Junior sperimenta anche tecniche differenti da quelle muranesi con aziende a vocazione industriale come Alessi, Baccarat, Egizia, Fontana Arte, Serafino Zani e Swarovski che lo portano a confrontarsi sia con la precisione del taglio, sia con la secolare tradizione del cristallo.
La mostra darà conto anche della collaborazione col Cirva di Marsiglia, centro di sperimentazione del vetro, dove dal 2004 Sottsass realizza la serie delle «Kachinas», ispirata alle omonime bambole votive indiane.
A esemplificare la forza, la curiosità e l’originalità creativa dell’artista nei confronti del vetro, c’è, infine, anche una sala interamente dedicata a un ciclo di sculture inedite, realizzate nel 1999 su richiesta dello sceicco del Qatar, Saud Al Thani, per la sua Millenium House. Si tratta di ventuno sculture in vetro, di diverse dimensioni, talune oltre il metro, realizzate presso la Cenedese di Murano e che vengono qui presentate al pubblico per la prima volta.
L’intera mostra permette così di riflettere sull’attualità del vetro. A tal proposito Luca Massimo Barbero, curatore della mostra, afferma: «I vetri di Sottsass sono organismi complessi, disegnati come se fossero dei personaggi. L’architetto-artista spezza i confini tecnici degli oggetti con l’intrusione di materiali come vetro, plastica, Corian, vivificandoli. Sono delle presenze composte da più elementi che ruotano comunque attorno al vetro, elemento puro e misterioso, che nasce da un’alchimia di elementi naturali trasformati dal fuoco».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Ettore Sottsass, Kachina 05, 2009-11. Cirva. © Ph Jean Bernard; [fig. 2] Ettore Sottsass, Allodola, 2003. Vetreria Etrusca. © Ph Riccardo Bianchi; [fig. 3] Ettore Sottsass, Upupa, 2003. Vetreria Etrusca. © Ph Riccardo Bianchi

Informazioni utili
Ettore Sottsass: il vetro. Le stanze del vetro - Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia. Orari: tutti i giorni, ore 10.00– 19.00, chiuso il mercoledì. Ingresso libero. Catalogo: Skira, Milano. Informazioni: info@lestanzedelvetro.org o info@cini.it. Sito internet: www.lestanzedelvetro.org o www.cini.it. Fino al 30 luglio 2017.

lunedì 8 maggio 2017

Venezia, Vik Muniz e i maestri della Fondazione Cini

Ha da poco riaperto i battenti a Venezia la Galleria di Palazzo Cini a San Vio. A inaugurare la nuova stagione espositiva è, negli spazi del secondo piano, la mostra «Vik Muniz Afterglow: Pictures of Ruins», a cura di Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini.
L’esposizione, aperta fino al 24 luglio, raccoglie una serie di fotografie inedite dell’artista brasiliano ispirate ai grandi maestri della tradizione italiana esposti nella galleria veneziana, da Francesco Guardi a Dosso Dossi e Canaletto.
Il progetto è nato nel 2016 in seguito alla visione della mostra «Capolavori ritrovati della collezione di Vittorio Cini» e a una serie di conversazioni con Luca Massimo Barbero.
Muniz, affascinato dal capriccio italiano e dalla tradizione veneziana, presenta al pubblico sia fotografie inedite tratte dalla recente serie «Repro», sia lavori realizzati ex novo in una scala cromatica straordinariamente vivida, attingendo ai dipinti della collezione di Vittorio Cini e ponendosi così in un dialogo ideale con le opere esposte in galleria.
La tradizione del capriccio architettonico, che unisce edifici reali e immaginari, rovine archeologiche e una varietà di altri elementi architettonici combinati in modo creativo e fantasioso, divenne un vero e proprio fenomeno nella pittura italiana del XVII e XVIII secolo che fu molto apprezzato, condiviso e stimato. Muniz rivisita questo tema in chiave contemporanea, simulando le pennellate di questi quadri con ritagli di dipinti riprodotti in volumi di storia dell’arte attentamente selezionati non solo per i loro valori cromatici ma anche per le immagini che contengono, che incollati insieme richiamano una superficie tattile, a impasto. Proseguendo la tradizione degli artisti del XVII e XVIII secolo, Muniz ricombina in modo creativo questi elementi ricostruendo nuove immagini che, attraverso un gioco di rimandi e citazioni, incuriosiscono lo spettatore.
In mostra è esposta anche un’originale scultura in vetro, in omaggio alla città lagunare, che riproduce in grandi dimensioni un bicchiere della tradizione veneziana del Settecento. L’opera è stata realizzata a Murano nel 1989 (Berengo Studio) ed è frutto di diverse tecniche di lavorazione del vetro; il colore prevalente è rosso rubino, ed è stata utilizzata anche la foglia d’oro.
La mostra di Vik Muniz inaugura la stagione 2017 della Galleria di Palazzo Cini a San Vio, «luogo straordinario, nascosto in evidenza» – come ama affermare Luca Massimo Barbero. Riaperto nel 2014 e situato tra le Gallerie dell'Accademia, la Collezione Peggy Guggenheim e Punta della Dogana, il museo conserva al suo interno capolavori di Giotto, Guariento, Botticelli, Filippo Lippi, Piero di Cosimo e Dosso Dossi, ai quali verrà dedicato quest’anno un catalogo la cui presentazione è in agenda per il prossimo 29 maggio.

Informazioni utili 
 «Vik Muniz Afterglow: Pictures of Ruins». Palazzo Cini, San Vio, Dorsoduro 864 – Venezia. Orari: ore 11.00-19.00; chiuso il martedì – ultimo ingresso alle ore 18.15. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00. Informazioni: palazzocini@cini.it. Sito Web: www.palazzocini.it. Fino al 24 luglio 2017.