ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 21 maggio 2013

Venezia, «Copertine» d'autore per il debutto della Marignana/arte

Saranno duecentotrenta «Copertine» di Stefano Arienti a tenere a battesimo, nella giornata di sabato 25 maggio, la galleria Marignana/arte.
In attesa che Venezia si animi per la vernice della cinquantacinquesima edizione della Biennale, intitolata «Il palazzo enciclopedico», il sestiere di Dorsoduro si arricchisce di un nuovo spazio espositivo: una finestra sulle più recenti ricerche, ma anche un archivio per la documentazione -attraverso libri, cataloghi e opere grafiche- di quanto accade nel circuito internazionale dell’arte contemporanea.
Dalla seconda guerra mondiale, con l’insediamento della collezione di Peggy Guggenheim a Palazzo Venier dei Leoni, questo angolo della città è stato considerato una vera e propria «officina del contemporaneo». Qui si sono confrontate le migliori espressioni delle avanguardie artistiche lagunari, che hanno avuto per protagonisti personaggi del calibro di Emilio Vedova, Armando Pizzinato, Tancredi Parmeggiani, Edmondo Bacci e Léon Gischia.
La recente apertura al pubblico degli spazi di Punta della Dogana e della Fondazione Vedova hanno completato l’identificazione di questi luoghi come un vero e proprio «cuneo» delle arti contemporanee rivolto verso i Giardini della Biennale.
Ora il sestiere di Dorsoduro ha un nuovo punto di riferimento per chi vuole approfondire la coeva ricerca artistica: la Marignana/arte, che per i primi quattro mesi di apertura proporrà al pubblico un percorso nell’opera di Stefano Arienti (Asola, 1961). La mostra raccoglie, nello specifico, alcuni lavori recenti dell’artista lombardo, che, nei giorni frenetici della vernice ‘biennalesca’, sarà possibile vedere anche a Ca’ Rezzonico, nella collettiva «A very light», dove porterà una piccola foresta di rami di platano, da cui pendono delle candele votive e dei fiori di cartapesta.
Quella alla Marignana/arte è, invece, un’installazione ambientale costituita da duecentotrenta fogli di carta traforata, che vanno a ricreare una collezione di immagini tese a rivelare graficamente, riattivandone geometrie e modalità percettive, le immagini dei volumi di una ideale ‘biblioteca’.
Allo stesso tempo, la mostra veneziana propone il lavoro di foratura su dischi di vinile e nuove esperienze dell’artista su formelle di terracotta -opere in bilico tra pittura, disegno, scultura– che invitano a scoprire, come in una quinta teatrale, i segreti, la complessità, la vitalità di semplici oggetti e immagini che circondano ognuno di noi quotidianamente.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Stefano Arienti, «Copertine», 2012. Argilla e traforatura su fotocopie, 230 fogli cm 42 x 29,7 cad. Foto di Niccolò Gandolfi; [fig. 2] gli spazi della Marignana/arte di Venezia. 

Informazioni utili
Stefano Arienti.  «Copertine». Galleria Marignana /arte, Dorsoduro 141 - 30123 Venezia. Orari: lunedì-sabato, ore 10.00-13.00 e ore 15.00-19.30. Ingresso libero. Informazioni: cell. 347.1828553 o info@marignanaarte.it. Sito internet: www.marignanaarte.it. Inaugurazione: sabato 25 maggio, ore 18.00. Da lunedì 27 maggio a  sabato 21 settembre 2013. 


lunedì 20 maggio 2013

La light art di Arthur Duff illumina la Biennale di Venezia

Ha ‘illuminato’, con le sue installazioni laser, il Macro di Roma, il Complesso monumentale di Santo Spirito in Sassia e il museo di Castelvecchio a Verona. Ora Arthur Duff (Wiesbaden - Germania, 1973) è pronto a incantare il pubblico della Biennale. Da martedì 28 maggio a martedì 4 giugno, nei giorni intensi della vernice della cinquantacinquesima Esposizione internazionale d'arte di Venezia, l’artista americano, che da anni vive tra Vicenza e Marghera, sarà, infatti, ospite di Palazzo Malipiero Barnabò con la sua opera «Precious Objects – Extraordinary Individuals».
Il progetto, promosso da Studio Oredaria di Roma e da Studio la Città di Verona, richiama, nel suo titolo, ai cliché critici tipici della produzione artistica, secondo i quali all'artista è richiesto di essere un individuo straordinario capace di creare oggetti preziosi, e nel contenuto, induce lo spettatore a confrontarsi con il concetto e la percezione di spazio.
Arthur Duff proietterà sul palazzo veneziano e nell'area del suo magnifico giardino interno i risultati dell'indagine che ha compiuto negli ultimi due mesi, quando ha chiesto via e-mail a decine di persone di raccontare nel modo che era loro più congeniale un oggetto prezioso e un individuo straordinario.
La parte descrittiva di queste risposte è stata estrapolata e trasformata in scritte laser, montate in un loop senza fine, visuale e concettuale, che si offrirà sempre differente allo sguardo di chi transiterà lungo il Canal Grande.
«L'osservatore potrà sperimentare un senso fisico e palpabile di relazione con l'immagine proiettata, creata da raggi laser verdi. Una penetrazione nel paesaggio urbano veneziano che è in contrasto con la facciata continua che il Canal Grande solitamente offre allo sguardo del visitatore – spiega l’artista – dal momento che il giardino di palazzo Malipiero crea una dimensione che è, al contempo, privata e pubblica, essendoci una separazione molto sottile tra i due spazi. Il lavoro, quindi, sottolinea proprio la membrana che unisce e separa le due dimensioni e vuole evidenziare la distanza tra il privilegio di accedere a uno spazio intimo, e quindi inaccessibile, e l'esaltazione pubblica del privilegio stesso».
Ancora una volta sarà, dunque, la luce a caratterizzare il lavoro di Arthur Duff, che tutte le sere, dalle 19.30 alle 24.00, proporrà sul Canal Grande le sue parole orbitanti attorno a un asse invisibile, le sue frasi sospese nell'aria. Un'installazione di pura emozione tra i tesori, spesso inaccessibili, di una delle città più belle del mondo: Venezia.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Arthur Duff, Studio per l’installazione <i>site-specific</i> «Precious Objects – Extraordinary Individuals», 2003. Venezia, Palazzo Malipiero Barnabò; [fig. 2] Arthur Duff, «Gas Light», 2012. Neon. Roma, Oredaria 

Informazioni utili
Precious Objects – Extraordinary Individuals. Installazione site specific di Arthur Duff. Palazzo Malipiero Barnabò e giardino interno, campo San Samuele – Venezia. Orari: ore 19.30-24.00. Informazioni: Studio la Città di Verona, tel 045.597549 oinfo@studiolacitta.it; Studio Oredaria di Roma, tel. 06.97601689 o info@oredaria.it. Sito web: http://arthurduffvenice.com/. Da martedì 28 maggio a martedì 4 giugno 2013. 

venerdì 17 maggio 2013

Polidoro da Caravaggio, in un libro di Gangemi il restauro delle decorazioni per il Casino del Bufalo

Sarà una pubblicazione curata da Isabella Colucci, Patrizia Masini e Patrizia Miracola per i tipi di Gangemi editore a documentare il restauro delle decorazioni «a monocromo» di Polidoro Caldarara da Caravaggio e di un suo collaboratore, il disegnatore Maturino Fiorentino, per la facciata del Casino del Bufalo, a Roma.
Il volume, intitolato «Dal Giardino al museo», ricostruisce le vicende storiche e conservative dei sei affreschi cinquecenteschi superstiti, oggi di proprietà delle collezioni del Museo di Roma in Palazzo Braschi, attraverso una quindicina di saggi e più di centoquaranta pagine, arricchite da numerose immagini a colori.
Si conclude così un viaggio iniziato nel 1997, quando l’Iscr - Istituto superiore per la conservazione e il restauro di Roma iniziò, sotto la supervisione di Patrizia Miracola, Anna Maria Marinelli e Barbara Provinciali, un accurato intervento di restyling teso a riportare all’antico splendore le opere realizzate nel 1525 da Polidoro Caldarara da Caravaggio, allievo di Raffaello, per la facciata esterna del perduto Casino del palazzo del marchese del Bufalo-Cancellieri, edificio situato tra via della Chiavica del Bufalo e via del Nazareno, nei pressi di Fontana di Trevi, e demolito nel giugno del 1885 per consentire il prolungamento dell’asse viario del Tritone, previsto dal piano regolatore del 1883.
L’iconografia del ciclo, restaurato grazie a un contributo economico della Fondazione Paola Droghetti (che ha sostenuto con oltre 19mila euro cinque borse di studio per giovani restauratori dell’Iscr), era basata sulle «Metamorfosi» di Ovidio, privilegiando il tema delle storie di Perseo e Andromeda, come documentò anche Giorgio Vasari nelle sue «Vite».
Gli affreschi di Polidoro da Caravaggio, ufficialmente presentati al pubblico nella giornata di venerdì 17 maggio, rappresentano uno dei rari e preziosi esempi di pittura urbana, testimonianza del gusto archeologizzante e scenografico che animava la città di Roma nel Cinquecento, e di cui la tecnica ad affresco, che consente l’imitazione della scultura e che crea straordinari effetti illusionistici, si afferma come vincente.
Opere come «Sacrificio e nozze di Andromeda», «Perseo pietrifica Fineo con i suoi soldati», «Le Muse», « Pegaso e i poeti», la «Fortuna» si dimostrano, pertanto, importanti per ricostruire una straordinaria stagione pittorica, quella che vide le pareti di molte case dell'Urbe affrescate con scene mitiche e storiche, allegorie, trofei, fregi, rendendo le strade della città un museo a cielo aperto.
I dipinti a Palazzo Braschi rappresenterebbero, inoltre, le uniche parti superstiti della più ampia e articolata decorazione di Polidoro da Caravaggio per il Casino-ninfeo. Risulterebbe, infatti, dispersa la sequenza decorativa eseguita dall’artista su un altro prospetto che le fonti ricordano ornato con «Danae nella torre riceve Giove come pioggia d’oro», «Il Giardino delle Esperidi», «Perseo che pietrifica Atlante». Ricerche recenti hanno consentito di verificare che dell’intera decorazione di Polidoro per il Casino furono asportate esclusivamente le opere del Museo di Roma con l’intervento di strappo realizzato tra il 10 e il 17 giugno 1885 da Pietro Cecconi Principi su incarico della commissione archeologica.
A causa delle demolizioni postunitarie, gli affreschi sono rimasti per sempre avulsi dal contesto per il quale erano stati immaginati e realizzati, con funzione architettonica primaria di suddividere e movimentare lo spazio della facciata. Di contro, si sono salvati dal deperimento toccato in sorte alla quasi totalità delle decorazioni simili, rimaste nei luoghi per i quali erano nate.
L’obiettivo del restauro è stato riavvicinare le pitture, che, dopo l’estrazione ottocentesca e le modifiche subite nel tempo, avevano acquisito l’aspetto di dipinti su tela, alla loro natura di opera murale, facendo riemergere brandianamente l’immagine rispetto alle lacune e agli affioramenti dell’impasto del supporto.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Copertina del  libro «Dal Giardino al Museo. Polidoro da Caravaggio nel Casino del Bufalo. Studi e restauro», pubblicato da Gangemi editore; [fig. 2] Polidoro da Caravaggio, «Perseo libera Andromeda», 1525. Affresco riportato su tela dal Casino del Bufalo, Roma; [fig. 3] Disegno della facciata del Casino del Bufalo, Roma. 

Informazioni utili 
Isabella Colucci, Patrizia Masini, Patrizia Miracola (a cura di), «Dal Giardino al Museo. Polidoro da Caravaggio nel Casino del Bufalo. Studi e restauro», Gangemi editore, Roma 2003. Collana: Arte, Disegno, Rilievo, Design. Formato: 21 x 29,7 cm. Legatura: Filorefe. ISBN13: 9788849226515 978-88-492-2651-5. ISBN10: 8849226519 88-492-2651-9. Pagine: 144. Prezzo: € 24,00: Prezzo E-book PDF: € 19,00. Informazioni: tel. 06.6872774.

martedì 14 maggio 2013

Svelato il primo nucleo della Terra Sancta Museum: il tesoro segreto di Gerusalemme è a Versailles

E’ un dono del sovrano Carlo di Borbone e della moglie Maria Amalia di Sassonia il pezzo più prezioso, almeno economicamente, della mostra «Trésor du Saint-Sépulcre. Presents des cours royales europeennes à Jérusalemm» («Tesoro del Santo Sepolcro. Doni dalle corti europee a Gerusalemme»), allestita fino a domenica 14 luglio alla Reggia di Versailles, tra gli incanti neo-gotici delle appena restaurate «Sale delle Crociate», e nella cittadina di Châtenay-Malabry, presso la Maison de Chateaubriand.
Il pregiato manufatto, giunto in Francia con una copertura assicurativa di cinque milioni di euro (la fonte della notizia è il «Corriere della Sera») e scelto come immagine guida per le locandine dell’evento espositivo parigino, rappresenta una punta d’eccellenza nella lavorazione orafa napoletana del Settecento. Persino il pittore e architetto Luigi Vanvitelli, solitamente poco incline ai complimenti, elogiò -ricorda Alvar González-Palacios sulle pagine del quotidiano «Il Sole 24 Ore», nell’inserto domenicale del 14 aprile- questo sontuoso baldacchino eucaristico in oro e pietre preziose, arricchito da un ostensorio gemmato e da una croce di lapislazzuli, che ritorna per la prima volta in Europa dopo la sua donazione, datata al 1754, insieme a molti altri «tesori» confluiti a Gerusalemme, presso la Basilica del Santo Sepolcro, nel corso dei secoli.
La mostra alla Reggia di Versailles, della quale rimarrà memoria in un catalogo bilingue in inglese e in francese edito dalla milanese Silvana editoriale, allinea, nello specifico, duecentocinquanta capolavori «sconosciuti», concessi in prestito, dopo quattro anni di trattative, dai frati francescani della Custodia di Terra Santa al Castello di Versailles e al Consiglio generale del dipartimento Hauts-de-Seine. Si tratta di croci, candelabri, pissidi, calici, lampade votive, paramenti liturgici, casule, vassoi e tessuti preziosi, di grande importanza artistica e di notevole valore economico, usciti dalle migliori botteghe artigiane europee e donati da influenti sovrani del Vecchio continente -in particolare del Sacro Romano Impero, della Repubblica di Genova, dei regni di Spagna, Francia e Portogallo-, in segno di devozione verso il Salvatore, ma anche per attestare la potenza della propria casata e del proprio Stato.
La spada di Goffredo di Buglione, un bastone pastorale in argento dorato e pietre preziose donato dal Re Sole, un imponente baldacchino eucaristico firmato da Francesco Natale Juvarra e regalato da Filippo IV di Spagna, un lume in oro massiccio offerto da Maria Teresa d’Asburgo e un prezioso piviale rosso cremisi inviato come omaggio da Luigi XIII sono solo alcune delle opere in mostra, selezionate dai curatori Bernard Degout e Jacques Charles-Gaffiot con l’intento di disegnare una pagina inedita e sconosciuta del pellegrinaggio in Terra Santa, quella che vide molti sovrani cattolici (ma anche anonimi donatori) inviare le proprie preziose offerte per la tomba di Gesù Cristo, al posto di partire alla volta di Gerusalemme e affrontare un viaggio, talvolta, troppo rischioso.
Non mancano nell’esposizione parigina una serie di oggetti di alto valore simbolico, come una delle due stauroteche seicentesche contenenti frammenti della croce, un prezioso modello del Santo Sepolcro in legno d’ulivo, con decori in madreperla, ebano e avorio, fabbricato nella seconda metà del XVII secolo, e una bacinella portoghese del medesimo periodo, con la quale il Custode di Terra Santa lavava i piedi dei pellegrini e che viene tuttora utilizzata durante le celebrazioni del giovedì santo.
Tra questi magnifici «doni al Re dei re», ci sono anche una quindicina di tele, esposte alla Maison de Chateaubriand, dopo un accurato intervento di restauro conservativo. Quasi tutte queste opere, fatta eccezione per un’«Adorazione dei pastori» e una «Decollazione di San Giovanni Battista» (entrambe datate al 1630), furono realizzate dal pittore napoletano Francesco De Mura intorno al 1730 e rappresentano episodi del Nuovo Testamento, quali l’«Annunciazione» o il «Compianto del Cristo morto».
Quello proposto a Parigi è solo un piccolo assaggio del futuro museo permanente sulle radici della cristianità e sulla conservazione dei «luoghi della Passione» che la Custodia di Terra Santa, sotto la guida di Pierbattista Pizzaballa e in concerto con lo Studium Biblicum Franciscanum diretto da Eugenio Alliata, sta approntando per il 2015 nel cuore della città vecchia di Gerusalemme, all’interno delle mura antiche fatte costruire da Solimano il Magnifico e nelle vicinanze delle principali mete di pellegrinaggio e di turismo della città (la Spianata delle Moschee, il Muro del Pianto e il Santo Sepolcro).
Il progetto espositivo della Terra Santa Museum, la cui metodologia espositiva porta la firma di Gabriele Allevi e il cui allestimento verrà realizzato dallo Studio GTRF Tortelli e Frassoni architetti associati di Brescia, prevede ben tre musei -archeologico, multimediale e storico- articolati su una superficie di 2.573 metri quadrati e distribuiti in due sedi già esistenti, distanti tra loro non più di 1.500 metri: il Convento della Flagellazione, sulla Via Dolorosa, e il Convento di San Salvatore, nei pressi di Porta Nuova, il punto di ingresso al quartiere cristiano.
In quest’ultimo spazio troverà posto il patrimonio artistico e storico raccolto dai frati francescani in otto secoli di permanenza a Gerusalemme (cioè a partire dall’incontro di San Francesco con il sultano Malik Al Kamil nel 1219) attraverso le donazioni di sovrani europei, duchi e granduchi delle Repubbliche marinare, papi e anonimi pellegrini.
Tra sculture, dipinti, oggetti d’oreficeria, codici miniati del Quattrocento e del Cinquecento, rari vasi da farmacia, armature, paramenti liturgici e preziosi documenti d’archivio, sarà possibile vedere anche la Bolla pontificale del 1342, con la quale Clemente VI riconosce la Custodia di Terra Santa, ufficializzando la presenza dei francescani iniziata a Gerusalemme una trentina di anni prima, e il primo documento mamelucco del 1347, che conferma questo riconoscimento, oltre a un rametto d’ulivo in oro portato in dono, nel 1964, da Paolo VI.
Al Convento della Flagellazione verrà, invece, ristrutturato e ampliato il già esistente museo archeologico, al cui interno sarà conservata una selezione dei reperti più significativi, provenienti da ritrovamenti e scavi condotti in Terra Santa negli ultimi 150 anni e riferibili cronologicamente a un periodo storico che parte dall’età cananea (II millennio) e arriva al Medioevo crociato (XI-XII secolo d.C.). Mentre accanto, nel Lapidarium dello Studium Biblicum Franciscanum, verrà allestito il museo multimediale, che illustrerà attraverso immagini, video e ricostruzioni in 3D la metamorfosi dell’antico cammino della croce, del Calvario e del Santo Sepolcro dai tempi di Cristo a oggi.
Il Terra Santa Museum si configura, dunque, come un luogo perfetto per accontentare i pellegrini sulle tracce di memorie bibliche, ma anche i visitatori laici in cerca di emozioni storiche e di bellezze artistiche, di opere ideate e donate nel corso dei secoli «ad maiorem Dei gloriam», «per la maggior gloria di Dio».

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Anonimo, Modello della Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, seconda metà del XVII secolo. Legno d'ulivo decorato con madreperla, avorio ed ebano. H: 45 cm; L.: 57,5 cm; P.: 62,5 cm. Gerusalemme, Museo della Custodia francescana di Terra Santa; [fig. 2] Francesco Natale Juvarra, Baldacchino eucaristico (dono di re Filippo IV di Spagna), 1666. Argento, bronzo dorato, pietre preziose. H: 165 cm, L: 90 cm. Gerusalemme, Museo della Custodia francescana di Terra Santa; [fig. 3] Claude Caignet, Grande bacinella (dono di Luigi XIII), 1625. Argento lavorato a sbalzo, cesellato e dorato. Diametro 38 cm. Gerusalemme, Museo della Custodia francescana di Terra Santa;  
[fig. 4] Spada che si dice essere appartenuta a Goffredo di Buglione, XV-XVI secolo. Ferro, ferro battuto, avorio, tracce di doratura. H: 100 cm. Gerusalemme, Museo della Custodia francescana di Terra Santa; [fig, 5] Francesco da Mura, Annunciazione (particolare), 1730. Gerusalemme, Museo della Custodia francescana di Terra Santa; [fig. 6] Tessuto ornamentale (dono della Repubblica di Genova), 1686. Gerusalemme, Museo della Custodia francescana di Terra Santa

Informazioni utili 
«Trésor du Saint-Sépulcre. Presents des cours royales europeennes à Jérusalemm». 
Château de Versailles, Place d'Armes - 78000 Versailles (Francia)  Orari: martedì-domenica, ore 9.00-18.30; chiuso il lunedì (la biglietteria chiude alle ore 18.00). Ingresso: Le Passeport (accesso a tutti i tour della Reggia) € 18,00; Château, intero € 15,00, ridotto € 6,00. Catalogo: Silvana editoriale, Cinisello Balsamo (Milano). Informazioni:+33.1.30837800. Sito web: www.chateauversailles.fr. Fino a domenica 14 luglio 2013. 
Maison de Chateaubriand,  87 Rue de Chateaubriand - 92290 Châtenay-Malabry (Francia). Orari: 
da martedì a sabato, ore 10.00-12.00 e ore 14.00-18.00;domenica, ore 11.00-18.00 (ultimo ingresso dei visitatori: ore 17.40). Ingresso: intero E 6,00, ridotto € 4,50. Informazioni: tel. +33.1.55521300. Sito web: maison-de-chateaubriand.hauts-de-seine.net. Fino a domenica 14 luglio 2013. 

Terra Sancta Museum: convento della Flagellazione - Museo archeologico (I luoghi evangelici in Palestina) e Museo multimediale (Gerusalemme e il Santo Sepolcro: da Erode ai giorni nostri); Convento di San Salvatore - Museo storico (La Custodia francescana in Terra Santa). Sito web: www.terrasanctamuseum.org. Aperto dal 2015.

sabato 11 maggio 2013

«Writing», a Milano una fiera sullo stationery design

Agende, quaderni, penne e colori, ma anche forbici, colle, chiavette usb e mouse: lo stationery design si mette in fiera. Succede a Milano con la prima edizione della mostra-mercato «Writing. Design on your desk».
La manifestazione, in cartellone da venerdì 24 a domenica 26 maggio, nasce da un’idea di Frigoriferi Milanesi, Viapiranesi, Bold, Pitis e Soup Studio, con il patrocinio del Comune di Milano, del Consiglio di Zona Quattro e dell’Aiap - Associazione italiana design della comunicazione visiva.
Per tre giorni, aziende, progettisti auto-produttori, graphic designer e illustratori potranno presentare e vendere le proprie creazioni: matite, pennelli, colle, scotch, forbici, stilografiche, inchiostri, tavolette grafiche, tablet e tutto quello che riguarda gli oggetti che ognuno di noi tiene sulla scrivania per disegnare, scrivere, comunicare e creare con strumenti e supporti analogici e digitali.
«I prodotti dello stationery design -raccontano gli organizzatori- sono strumenti con cui ciascuno quotidianamente interagisce, che tutti acquistano e utilizzano, a cui ci si affeziona, che hanno un tipo di utenza anagraficamente eterogenea e che spesso appagano, senza troppo onere, il desiderio di acquistare qualcosa di bello e di personale. Attorno a questi oggetti, oggi si esprime sempre più una raffinata ricerca visiva, formale, di materiali e di lavorazioni che va incontro a un’attenzione e un gusto esigente e formato».
Il settore, presieduto da grandi e importanti brand nazionali e internazionali, trova risposte interessanti e innovative anche nel lavoro e nelle piccole produzioni di grafici, illustratori e designer. Tutti questi prodotti sono, però, diffusi in pochi e specifici contesti, come i bookshop dei musei, negozi monomarca, trend store internazionali, alcuni shop on-line, librerie di design, grafica e architettura.
«Writing. Design on your desk», che animerà gli spazi dei Frigoriferi milanesi, offre, dunque, una nuova occasione per conoscere e acquistare questi oggetti, ma anche per scoprire i talenti del domani, attraverso una vetrina dedicata agli under 30 e alle migliori scuole e università di graphic design nazionali.
Al’interno del programma della fiera sono previsti anche dei workshop, tutti su prenotazione. In «Portfolio Parade», i più giovani potranno presentare gratuitamente il proprio portfolio e confrontarsi con alcuni dei principali professionisti italiani del settore, da Cristiano Bottino ad Andrea Braccaloni, passando per Ginette Caron, Francesco Franchi, David Moretti, Paolo Palma e Massimo Pitis. Sono previste tre sessioni di lavoro (24-25-26 maggio, dalle ore 11.00 alle ore 13.00), riservate a soli venticinque partecipanti per ciascun appuntamento.
Nel laboratorio «Desk-Top», realizzato da Thype! e Cartiera Paudice, ci si potrà, invece, cimentare con la cartotecnica, nella progettazione di veri e propri visual espositivi. Soggetti di questo workshop, in programma venerdì 24 maggio, dalle ore 12.00 alle 17.00, saranno la carta e le lettere che verranno utilizzate per creare una composizione tipografica, su una scrivania che si fa canvas a supporto dell'art work cartaceo. Il laboratorio, riservato a 16 persone, ha un costo di dieci euro cadauno.
 Chiude l’offerta formativa di «Writing. Design on your desk», il workshop «Fatti gli auguri» tuoi», ideato da Officina Nove Punti (sabato 25 maggio, ore 11.00-12.00 / 12.30-13.30 / 15.00 -16.00 / 16.30 – 17.30 / 18.00 - 19.00; euro 15,00 - quattro partecipanti per ciascun incontro), durante il quale sarà possibile realizzare e stampare delle fantasiose cartoline personalizzate.

Didascalie delle immagini
[Figg. 1 e 2] Immagine guida della prima edizione di «Writing. Design on your desk»; [fig. 3] Immagine guida del laboratorio  «Desk-Top», realizzato da Thype! e Cartiera Paudice; [fig. 4] Immagine guida del laboratorio «Fatti gli auguri» tuoi», ideato da Officina Nove Punti [Le immagini sono state fornite dall'ufficio stampa di Frigoriferi Milanesi]

Informazioni utili 
«Writing. Design on your desk».  Frigoriferi Milanesi, via Piranesi 10 – Milano. Orari: ore 10.00-20.00. Press preview: venerdì 24 maggio, dalle ore 11 alle ore 15. Inaugurazione: venerdì 24 maggio, ore 18.30. Informazioni: tel. 02.73983231. Sito web: www.writingonyourdesk.it. Da venerdì 24 a domenica 26 maggio 2013. 

mercoledì 8 maggio 2013

«Perché», quarant’anni d’arte attraverso gli occhi di Lucrezia De Domizio Durini

Operatrice culturale, giornalista, editrice, collezionista, scrittrice e mecenate. Sono tante le etichette usate per descrivere Lucrezia De Domizio Durini (Trento, 1936), testimone privilegiata di un’epoca che ha visto la nascita della Transavanguardia, dell’Arte povera e del Concettuale, il cui nome è particolarmente legato a quello di Joseph Beuys. Per chi volesse approfondire la vita di questa atipica protagonista del sistema dell’arte contemporanea è appena uscito in libreria, per i tipi di Mondadori Illustrati - Electa, il romanzo autobiografico «Perché. Le sfide di una donna oltre l’arte».
Il libro, scritto con uno stile diretto ed empatico, ripercorre la storia artistica, politica e sociale degli ultimi quarant’anni, svelandone protagonisti, incontri ed episodi inediti attraverso gli occhi dell’autrice.
Sullo sfondo della propria abitazione parigina o della Piantagione Paradise del borgo antico di Bolognano, dove per anni ha condiviso arte e pensieri con il marito Buby, Lucrezia De Domizio Durini regala al lettore un flusso di descrizioni e scorci di vita che ritraggono, anche nella loro quotidianità e umanità, grandi artisti come Alighiero Boetti, Pierpaolo Calzolari, Mario Ceroli e Gino De Dominicis, ma anche Jannis Kounellis, Mario e Marisa Merz, Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto. Non mancano tra le oltre trecento pagine di questo volume aneddoti su noti critici e curatori italiani, fra i quali Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Bruno Corà, Vittorio Sgarbi e Italo Tomassoni.
In un’affascinante conversation piece, la scrittrice parla, poi, anche della Biennale di Venezia, di Documenta di Kassel, di musei come il Guggenheim di New York, la Kunsthaus di Zurigo e il Mart di Rovereto. In un flusso di coscienza razionale ed emozionale al tempo stesso, senza soluzione di continuità tra passato e presente, il libro permette, inoltre, di rivivere i ricordi dell’autrice su galleristi e su protagonisti del mondo dello spettacolo e della musica come Lina Wertmüller, John Cage, Giorgio Gaslini ed Emanuel Pimenta.
Dalle pagine di «Perché», emerge la filosofia di vita di Lucrezia De Domizio Durini, una filosofia che sfugge alle ideologie politiche, alle fedi religiose, agli orientamenti culturali, ma che crede fermamente nel «coraggio» delle proprie idee e azioni, nell’«integrità» nel perseguirle e nella «generosità» nel condividerle con gli altri, a partire da coloro che sono stati i suoi punti di riferimento: il marito Buby Durini, prematuramente scomparso, Joseph Beuys, e i critici Harald Szeemann e Pierre Restany.
Nel libro, l’autrice si definisce «collezionista di rapporti umani» e la sua vita ne è l’esempio. Al centro di tutto vi è l’etica nei rapporti e, quindi, il valore fondamentale dell’amicizia e della conoscenza di se stessi, importante nella quotidianità quanto nell’arte. Emerge con forza la convinzione che, per comprendere l’opera, sia necessario prima di tutto conoscere l’artista nella sua autenticità. L’arte, dunque, deve avere soprattutto una funzione sociale, «deve portare a riflettere e non più a soddisfare l’occhio», deve aspirare a un cambiamento.
Per questo «Perché» rappresenta il coraggio di un sogno vissuto in maniera «radicale» e rivoluzionari». Un sogno che ha dovuto fare i conti con delusioni, dolori e sofferenze, ma che ha permesso a Lucrezia De Domizio Durini di coltivare quello che definisce «l’eros dell’arte e la sua seducente capacità di saper ricordare e donare ai posteri le verità vissute appassionatamente». Il romanzo di una vita diviene così, al tempo stesso, un j’accuse ricco di episodi e spunti critici sulle carenze del sistema culturale e politico italiano, troppo spesso incapace di valorizzare e sostenere il patrimonio impareggiabile di arte e talenti che il Paese può vantare. Lucrezia De Domizio Durini offre, però, al lettore anche un’intensa riflessione sull’esistenza, l’arte, la scienza, il destino, l’amore e la morte. Una riflessione che è stimolo per riflettere sui grandi valori e sui sentimenti che animano le scelte, spesso difficili, della nostra vita e dei suoi tanti perché.

Informazioni utili
Lucrezia De Domizio Durini, «Perché. Le sfide di una donna oltre l’arte», Mondadori Illustrati - Electa, Milano 2013. ISBN: 9788837094720. Formato: cm 14 x 21. Pagine: 320. Prezzo: € 15,00. Presentazione a Milano: lunedì 13 maggio 2013, alle ore 18.30, presso il Modadori Multicenter (piazza Duomo, 1).



lunedì 6 maggio 2013

«Il Rinascimento di Colle», spettacoli e rievocazioni storiche per un viaggio nel Cinquecento

Saltimbanchi, cantastorie e musici in piazza: Colle di Val d’Elsa, centro della provincia senese attraversato dalla via Francigena, aziona la macchina del tempo e ritorna al Cinquecento. Sabato 8 e domenica 9 giugno, la cittadina che ha dato i natali all’architetto Arnolfo di Cambio propone, infatti, «Il Rinascimento di Colle», suggestiva rievocazione storica e grande spettacolo a cielo aperto che, dalle 17 fino a mezzanotte, animerà le vie e le piazze del borgo antico.
La festa, giunta alla sua terza edizione e organizzata dalla direzione artistica del Cers - Consorzio europeo rievocazioni storiche, proporrà un vero e proprio tuffo nel passato della città: accanto ad artisti di strada, giullari, musici, giocolieri, saltimbanchi e cantastorie, ci sarà spazio per rivivere l’atmosfera rinascimentale passeggiando per le vie del borgo, incontrando figuranti in costume, visitando l’accampamento militare, assistendo ai duelli in piazza e agli spettacoli itineranti, riscoprendo i sapori tipici del territorio nelle taverne all’aperto, allestite per l’occasione.
Nella prima giornata, sabato 8 giugno, si terrà un ulteriore omaggio alla storia colligiana, con la sfilata di un suggestivo corteo storico che ricorderà quanto avvenne nel giugno del 1592, quando Colle di Val d’Elsa venne proclamata sede di una nuova diocesi -con bolla di papa Clemente VIII, datata 5 giugno- e acquisì il titolo di città. A sfilare saranno figuranti vestiti da nobili, popolani e rappresentanti delle istituzioni civili, militari e religiose di allora.
Lo scenario di rievocazione storica sarà arricchito da un presidio militare e da artigiani, antiche botteghe e mestieri medievali e rinascimentali che popoleranno le vie di Castello, accanto alla riproduzione di un mercato dell’epoca. L’età rinascimentale sarà protagonista anche a tavola, nelle taverne allestite nelle piazze e nei ristoranti del borgo, dove si potranno gustare, serviti da personale in costume, vino speziato e antiche ricette, accanto a piatti tipici della tradizione povera toscana. Non mancherà uno spazio per i bambini, che avranno l’occasione di sperimentare giochi rinascimentali e di partecipare a laboratori didattici.
«Il Rinascimento di Colle», manifestazione che fa parte anche del «Via Francigena Collective Project» di Civita, offrirà, poi, l'opportunità di conoscere il territorio e il suo patrimonio artistico, culturale ed enogastronomico. Nella città valgono senz’altro una visita il piccolo e suggestivo Teatro dei Varii, che nel corso della sua storia fu anche ospedale, il Baluardo, fortificazione medievale che domina Colle bassa, e il Bastione di Sapia, dedicato alla figura di Sapia Salvani, citata da Dante Alighieri nel XIII canto del «Purgatorio».
La manifestazione darà, poi, modo di scoprire i prodotti di eccellenza in campo artigianale che offre il territorio, a partire dal cristallo. Il borgo di Castello ospita, infatti, un laboratorio permanente nel vicolo della Misericordia, a due passi dal Duomo, dove sarà possibile assistere, anche nelle giornate sabato 8 e domenica 9 giugno, alla lavorazione dal vivo, a caldo e a freddo, con ingresso libero.
In attesa di vivere pienamente la festa, sarà possibile tenersi costantemente aggiornati sulla pagina Facebook dell’evento, dove saranno presentati il programma e i protagonisti della due giorni di rievocazione storica. Durante la manifestazione, poi, la pagina sarà aggiornata con video e foto dei protagonisti ‘catturate’ nelle strade e nelle piazze del borgo. La pagina del social network dedicata della Festa sarà, così, una finestra e una piazza aperte sull’evento, dove chiunque potrà curiosare e scoprire la sua magica atmosfera, chiedere informazioni, commentare i post e condividere foto e video.

Didascalie delle immagini
[Figg. 1, 2 e 3] Immagini delle precedenti edizioni della manifestazione «Il Rinascimento di Colle» [Le foto sono state fornite da Robespierre S.a.s.-ufficio stampa del Comune di Colle di Val D'Elsa]

Informazioni utili  
«Il Rinascimento di Colle». Centro storico - Colle di Val D'Elsa (Siena). Ingresso: intero € 9,00, ridotto € 6,00, gratuito per i bambini fino ai 12 anni. Informazioni: segreteria@cersonweb.org o tel. 345-7583298. Sito web:  www.ilrinascimentodicolle.org. Sabato 8 e domenica 9 giugno 2013, dalle ore 17.00 a mezzanotte. 

venerdì 3 maggio 2013

«Bookhouse», al Marca le mille forme del libro

E’ una Torre di Babele formata da più ottomila volumi, forniti dalla casa editrice Rubettino, ad aprire il percorso espositivo della mostra «Bookhouse. La forma del libro», organizzata dalla Provincia di Catanzaro, con il contributo economico della Regione Calabria, per i mesi primaverili ed estivi.
Da Claes Oldenburg a Jannis Kounellis, senza dimenticare Anselm Kiefer, William Kentridge, Candida Höfer, Dennis Oppenheim e Michelangelo Pistoletto: sono più di una cinquantina gli artisti della scena nazionale e internazionale invitati da Alberto Fiz, negli spazi del Marca – Museo d’arte di Catanzaro, a confrontarsi con la forma libro, attraverso differenti linguaggi artistici quali la scultura, la fotografia, la video-arte e la pittura. Non mancano una serie di installazioni site-specific realizzate per l’occasione, a partire dalla già citata «Idiom» dell’artista slovacco Matej Krén, una torre alta quattro metri e formata da ottomila libri, nella quale un gioco di specchi crea una spirale infinita di volumi in un labirinto di colori e forme profondamente intimista.
La spagnola Alicia Martín ha, invece, creato per Catanzaro una delle sue note cascate di tomi della serie «Biografias», opere sulle quali il pubblico può lasciare un segno della propria presenza attraverso la scrittura o portandosi a casa un tomo o una sua pagina. Mentre il coreano Kibong Rhee, ispirandosi al filosofo Ludwig Wittgenstein e al suo «Tractatus Logico-Philosphicus», ha ideato un libro danzante in una soluzione di 800 litri d’acqua, la cui forma cambia in un continuo ondeggiare tra materia e spirito, tra logica e reale accadimento.
Altamente scenografiche sono anche l’opera dello svizzero Peter Wüthrich, una camera da letto interamente formata da copertine e segnalibri, e l’installazione «Firma Terra Firma» dell’americano Richard Wentworth, che lascia penzolare i libri dal soffitto, come fossero strani uccelli costringendo lo spettatore ad osservarli con la testa all’insù.
Un senso di inquietudine anima anche la scultura «From The Entropic Library» di Claes Oldenburg e Coosje Van Bruggen, proveniente dal museo di Saint-Etienne, nella quale il maestro della pop art fa esplodere una libreria interrogandosi sul caos linguistico e culturale. Dennis Oppenhiem gioca, invece, con la forma libro attraverso «Upper cut» (2000), una grande struttura a forma di dentiera dove al posto dei denti è sistemata una serie di volumi. Un sorriso lo strappa anche Mark Dion con la sua ironica «Library for the birds», che colloca i libri all’interno di una gabbia per uccelli in cui albergano volatili vivi e vegetazione.
Lungo il percorso espositivo, articolato su tre piani e in costante dialogo con la collezione d’arte antica del museo, il visitatore troverà, poi, «What Dust Will Rise», installazione realizzata da Michael Rakowitz per Documenta 13, che riproduce con pietra proveniente dalle cave della regione di Bamiyan in Afghanistan, quella dove si trovavano i famosi Buddha distrutti dai talebani, una serie di manoscritti antichi collocati nella biblioteca del museo Fridericianum quando, nel 1943, la città di Kassel fu bombardata dagli alleati. Un’installazione della memoria è anche quella proposta da Anselm Kiefer, nella quale libri in piombo entrano in relazione con l’enigmatico poliedro che compare nell’opera di Albrecht Dürer. E sul passato riflette pure Paolo Canevari con un video nel quale cuoce, a fuoco lento, una copia del libro «Mein Kampf» di Aldolf Hitler; mentre Mimmo Paladino presenta un cavallo-libreria al cui interno sono conservati i volumi dell’«Ulysses» di James Joyce da lui illustrati.
In una rassegna sul libro d’arte non poteva, poi, mancare Emilio Isgrò con le sue «cancellature, che –ricorda Alberto Fiz nel catalogo pubblicato da Silvana editoriale- non sono una negazione di carattere nichilista, ma, semmai, un luogo rigenerativo della parola sopita, una messa in discussione dei dogmi». Il «Cristo cancellatore», un’installazione formata da trentotto libri, è fondamentalmente un Cristo che ha il compito di redimere e di preservare il linguaggio, allargando gli orizzonti in una fratellanza tra la mano che scrive e quella che cancella. Claudio Parmiggiani mette, invece, in mostra una libreria di fumo, sulla quale rimane solo l’eco della presenza dei volumi sugli scaffali.
Il libro è un territorio da esplorare anche per Stefano Arienti, che con il suo «Autoritratto Van Gogh» presenta una serie di tomi raffiguranti la medesima immagine del maestro olandese, o Maria Lai, l’artista novantatreenne recentemente scomparsa, alla quale Alberto Fiz rende omaggio con «Le parole imprigionate», un volume di stoffa del 1964 con i fili che pendono come capelli scarmigliati.
Candida Höfer porta, invece, il visitatore tra le stanze della Biblioteca nazionale di Napoli con una delle sue inconfondibili e silenti foto. E il silenzio è anche la cifra stilistica delle «Nature morte» di Pierpaolo Calzolari, con libri in rame e in piombo accostati a bottiglie.
La visita tra le pareti del Marca riserva, poi, tante altre piccole sorprese: dal volume bruciato di Robert Rauschenberg ai disegni cancellati di William Kentridge, dalla poltrona-libro di Art & Language ai quadri elettronici di Davide Coltro, modi differenti di raccontare la forma libro, quella «piega – scrisse Stéphane Mallarmé- di oscuro merletto che trattiene l’infinito».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Alicia Martin, «Singularidad», 2011-2012. Installazione site-specific, Santiago de Compostela, Ciudad de la Cultura; [fig. 2] Dennis Oppenheim, «Upper Cut», 1992. Legno, compensato, schiuma indurita, libri d’arte, 150x180x180 cm; [fig. 3] Claudio Parmiggiani, «Parla anche tu», 2005, libro e cuore di ferro

Informazioni utili
Bookhouse. La forma del libro. Marca,  via Alessandro Turco, 63 – Catanzaro. Orari: martedì-domenica, ore 9.30-13.00 e ore 16.00-20.30; chiuso il lunedì. Ingresso: € 3,00. Catalogo: Silvana editoriale, Cinisello Balsamo (Milano). Informazioni: tel. 0961.746797 o info@museomarca.com. Sito web: www.museomarca.info. Fino a domenica 6 ottobre 2013. [prorogata fino al 24 novembre 2013]

giovedì 2 maggio 2013

«Lights», Dan Flavin e le sue stanze di luce

La luce è quella di un qualsiasi tubo al neon prodotto su scala industriale e, dunque, reperibile in ogni luogo della nostra quotidianità, dalle strade alla cucina di casa. Ma le combinazioni che ne derivano, giocate su una ristretta gamma di colori (blu, verde, rosa, rosso, giallo e quattro sfumature di bianco), hanno lo scatto della poesia. Dan Flavin (New York, 1933-1996), uno degli artisti più importanti della compagine americana definita con il nome di Minimalismo, ha saputo diventare l'indiscusso maestro della luce artificiale, ridisegnando stanze spoglie con la più immateriale delle materie in natura e creando così ambienti dai mille bagliori capaci di parlare alla mente e al cuore di chi sappia abbandonare i propri pensieri per lasciarsi cullare dalle emozioni.
Dopo un periodo di iniziale snobbismo che fece dire a molti «se voglio un Flavin vado dall'elettricista, mi compro una lampada e me la metto in casa», le opere dell'artista americano, frutto di una perfetta fusione di semplici lampadine o di scarne «stecche di colore», hanno raggiunto oggi ragguardevoli quotazioni di mercato (si parla di cifre che si aggirano tra i 400.000 e gli 800.000 dollari ad installazione) e raccolgono sempre più di frequente la stima non solo della critica, ma anche del grande pubblico.
A Dan Flavin, compagno di avventura di Donald Judd e Carl Andre, dedica un’ampia retrospettiva, a cura di Roland Wäspe, il Kunstmuseum di San Gallo, nella Svizzera orientale. «Lights», questo il titolo della mostra, allinea una trentina di opere, già presentate lo scorso inverno al Mumok di Vienna, che sarebbero senz’altro piaciute al conte Giuseppe Panza di Biumo, il collezionista che per primo, sul finire degli anni Sessanta, diede credito all’artista newyorkese, commissionandogli, nel corso degli anni, numerose opere, tra le quali la nota e suggestiva installazione permanente «Varese Corridor» (1976), una sequenza di luci rosa, gialle e verdi per villa Panza, oggi residenza del Fai (Fondo per l’ambiente italiano).
Partendo dalla serie «Icons» (1961-1964), considerata l’iniziatrice del movimento minimalista con le sue sculture in legno, formica e masonite arricchite da economiche lampadine fluorescenti, l’esposizione permette di immergersi tra le emozioni cromatiche e luminose di lavori noti, anche di grandi dimensioni, come «Pink out of a corner (to Jasper Johns)» (1963), «A primary picture» (1964), «Untitled (To Henri Matisse)» (1964), «Untitled (To Jan and Ron Greenberg)» (1972-1973) e «The diagonal of May 25, 1963 (To Costantin Brancusi)», il primo tubo color giallo oro appoggiato dall’artista in diagonale a una parete.
Non mancano nella rassegna, la prima che la Svizzera dedica all'autore minimalista, alcuni moduli dell’omaggio al collega Donald Judd e una selezione di lavori del ciclo «Monuments for V. Tatlin» (1964-1990), dedicato al leader del movimento costruttivista russo.
L'impatto con l'arte asciutta e immediata di Dan Flavin, che si nutre dell'essenzialità del messaggio della luce e del colore e che si avvale di forme semplici e di materiali economici per creare mondi di pura poesia, ha portato molti critici a scrivere pagine e pagine interrogandosi sul rapporto dell'artista con il sacro. A questo tema ha guardato anche Angela Vettese, che nel catalogo della retrospettiva varesina organizzata nel 1994 per volere del conte Panza di Biumo, si è soffermata sulla religiosità dell’artista, «intesa non come una reverenza a una religione rivelata ma come tensione ideale». Forse la definizione non sarebbe piaciuta allo stesso autore minimalista, che a chi vedeva un significato mistico nelle sue installazioni rispondeva, severo e sempre arrabbiato, mai dimentico dei conflitti con il padre che gli aveva imposto gli studi in seminario: «I miei tubi non si sono mai infiammati nella ricerca di Dio».
Ma è innegabile che l’arte di Dan Flavin abbia alla base una, seppur inconfessata, ricerca di spiritualità. Lo stesso mezzo utilizzato per le opere, lampade al neon condannate ad esaurirsi dopo un certo numero di ore e ad essere sostituite con nuovi modelli, ci racconta il dramma dell'esaurimento della materia, l'impossibilità per l'uomo di eternare non solo la sua vita, ma anche la sua attività. La durata limitata delle installazioni luminose dell'artista americano, costrette a fare i conti con il tempo e con l'innovazione tecnologia, sembrano, dunque, alludere al timore del panta rei, al dramma della caducità umana.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Dan Flavin, «The diagonal of May 25, 1963 (to Constantin Brancusi)», 1963. The Estate Collection David Zwirner. Foto: Billy Jim, New York. Courtesy of David Zwirner, New York. © 2012 Stephen Flavin / Pro Litteris, Zürich; [Fig. 2] Dan Flavin, «Pink out of a corner (to Jasper Johns)», 1963. The Estate Collection David Zwirner. Foto: Billy Jim, New York. Courtesy of David Zwirner, New York. © 2012 Stephen Flavin / Pro Litteris, Zürich; [fig. 3]Dan Flavin, «Untitled (to Donald Judd, colorist)», 1,7,8,9,10 e 4, 1987. The Estate Collection David Zwirner. Installazione, Kunstmuseum St.Gallen. Foto: Stefan Rohner, St.Gallen. Courtesy of David Zwirner, New York. © 2012 Stephen Flavin / Pro Litteris, Zürich

Informazioni utili 
Dan Flavin - Lights. Kunstmuseum St.Gallen, Museumstrasse 32 – San Gallo (Svizzera). Orari: martedì-domenica, ore 10.00-17.00; mercoledì, ore 10.00-20.00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero ChF 10,00, ridotto ChF 8,00, bambini e adolescenti fino ai 16 anni € 4,00. Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: tel +41.712420671 o info@kunstmuseumsg.ch. Sito web: www. kunstmuseumsg.ch. Fino a domenica 18 agosto 2013.

martedì 30 aprile 2013

Ghitta Carell, quando il potere incontra il bianco e nero

«Fotografava solo 'il meglio': aristocratiche con figli e cani aristocratici, poeti, scrittrici, dive intellettuali, generali, gerarchi, membri di case regnanti. Fotografava solo gente bellissima […]: le sue donne sembravano sempre regine inavvicinabili eppure dolcissime, i suoi uomini forti intelligenti, dominatori». Così Natalia Aspesi descrive Ghitta Carell (1899-1972), celebre ritrattista e fotografa di moda ungherese di nascita e italiana d’adozione, alla quale la Fondazione Pastificio Cerere di Roma dedica un’ampia retrospettiva, a cura di Diego Mormorio, che si avvale della consulenza di un comitato scientifico composto da Ottavio Celestino, Flavio Misciattelli, Stefano Palumbo e Marcello Smarrelli.
Un gruppo di quindici fotografie originali e di centoquaranta immagini, quasi tutte stampate per l’occasione, restituiscono la storia di un’epoca, quella a cavallo tra gli anni Trenta e Cinquanta, attraverso i volti e gli sguardi di alcuni dei suoi protagonisti: da papa Eugenio Pacelli al disegnatore americano Walt Disney, passando per Benito Mussolini, Cesare Pavese, la principessa Margareth d’Inghilterra, Maria Josè di Savoia, Camilla Cederna, Giulio Andreotti e tanti altri nobili, ecclesiastici, uomini politici, imprenditori ed intellettuali del tempo.
Dopo un periodo di formazione a Budapest presso lo studio di Szekelu Aladair, Ghitta Carell approda, appena venticinquenne, nel nostro Paese, soggiornando prima a Firenze e poi a Milano. Due anni dopo, nel 1926, inizia la sua ascesa verso la notorietà: a lanciarla è la foto di un bambino vestito da Balilla, scelta per un manifesto di propaganda destinato a tappezzare i muri di tutta la nazione.
La fama, sancita anche da giudizi autorevoli come quello di Ugo Ojetti, dischiude ben presto alla giovane fotografa le porte di una committenza sempre più ampia ed esclusiva. Nasce così la decisione di trasferirsi, nel 1928, a Roma, vicino a piazza del Popolo. Il «bel mondo» capitolino si fa conquistare dal suo inconfondibile stile: Edda e Galeazzo Ciano, Benito Mussolini, Alberto Savino, Giovanni Papini, Alba De Céspedes, Pio XII, i Gonzaga, i Diaz, i Borghese, i Cicogna, i Visconti, i Colonna sono tra i suoi clienti. Nemmeno la promulgazione del leggi razziali nel 1938 contrasta il percorso di Ghitta Carrell, ebrea per parte di padre; le viene solo chiesto di non mettersi troppo in mostra.
Con la fine della guerra, tutto il gotha democristiano, da Alcide De Gasperi a Giovanni Gronchi, posa sotto le sue lampade. Lo stesso fanno scrittori come Cesare Pavese, attrici come Valentina Cortese, giornalisti come Camilla Cederna e personaggi come Walt Disney. Negli anni Sessanta, dopo aver ricevuto la cittadinanza italiana, l'artista decide di trasferirsi a vita privata in Israele (dove muore nel 1972), ma prima cede il proprio archivio alla Fondazione 3M di Segrate (Milano), ente che collabora alla mostra romana al Pastificio Cerere, voluta e sostenuta da Elsa Peretti e corredata da un catalogo trilingue (italiano, inglese e spagnolo) di Celestino editore.
«Ghitta Carell e il potere del ritratto», questo il titolo della rassegna, vuole contribuire a riconsiderare la figura di questa fotografa, spesso definita come l’interprete del mondo del potere, facendone conoscere il suo bianco e nero poetico e la sua perizia nell’arte del ritocco, una tecnica moderna che consisteva nel lavorare con delicatezza le lastre per togliere ombre, durezze, vuoti, restituendo così un’aria meno torva ai fascisti e una più seducente alle dame dell’alta società. Per quanto riguarda l'attrezzatura, l'artista italo-ungherese non si fece, invece, mai conquistare dall’avanzamento tecnologico che proveniva dall’America. Continuò a usare un banco ottico a lastre nel formato 18x24 e, più raramente, una Rolleiflex 6x6, strumenti che le consentivano un’attenzione meticolosa per la scenografia e una raffinata interpretazione psicologica dei soggetti ritratti. Lei stessa amava dire: «ogni persona ha due facce, l’uomo è frutto di luce e ombra, io cerco la luce», l’anima.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Ghitta Carrell, Walt Disney, 1935. Copyright Archivio storico Fondazione 3M; [fig. 2] Ghitta Carrell, La principessa Maria Josè, anni ’30. copyright Fondazione 3M; [fig. 3] Ghitta Carrell, Papap Pacelli, anni '40. copyright Fondazione 3M

Informazioni utili 
Ghitta Carell e il potere del ritratto. Fondazione Pastificio Cerere, via degli Ausoni, 7 – Roma. Orari: > Fondazione Pastificio Cerere, Spazio Cerere, Studio d’arte contemporanea Pino Casagrande >   lunedì-venerdì, ore 15.00-19.00;  Ristorante San Lorenzo > tutti i giorni, ore 19.00-02.00. Ingresso libero. Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: tel. 06.45422960 o info@pastificiocerere.it. Sito internet: www.pastificiocerere.it o www.fondazione3m.it. Fino a venerdì 17 maggio 2013.

lunedì 29 aprile 2013

«Gli altri volti», scatti dal terremoto emiliano

E’ la notte di domenica 20 maggio 2012 quando una forte scossa sismica di magnitudo 5.9 della scala Richter, con epicentro tra San Felice al Panaro e Finale Emilia, semina morte, distruzione e paura nei territori di Modena, Bologna e Ferrara, ma anche di Mantova e Rovigo. Una settimana dopo, martedì 29 maggio 2012, la pianura padana torna a tremare con forza, nell’area tra Mirandola e Medolla.
Stando ai dati riportati sul sito del Parlamento europeo, il bilancio finale è di 27 vittime, circa 300 feriti, 45mila sfollati, oltre 13miliardi di danni stimati ad attività produttive, infrastrutture, beni storico-artistici, edifici religiosi ed edilizia residenziale. Ciò che la fredda precisione dei numeri non può raccontare è, però, il sentimento di impotenza che si è impadronito di chi, in pochi istanti, ha visto cambiare la propria quotidianità, la forza della solidarietà che ha portato molte persone a mobilitarsi in aiuto dell’Emilia ferita, la voglia di tanti piccoli paesi di rimboccarsi le maniche e di guardare al domani. Sono questi gli aspetti su cui si sono concentrati i fotografi milanesi Andrea Armandola e Michela Benaglia con il loro progetto «Gli altri volti, identità di un Terremoto», un «reportage slow» realizzato in undici settimane, tra il giugno e l’ottobre 2012, con un mezzo ormai d’altri tempi come la Rollei 6x6 e lo scatto in pellicola, che documenta storie, sentimenti e sguardi di chi del sisma emiliano è stato protagonista, davanti e dietro le quinte. Ne sono nati centotrentanove ritratti di persone, soprattutto anziani ed extra-comunitari, che il terremoto ha sradicato dalle proprie abitudini e case, costringendole a vivere nelle tendopoli della Protezione civile o nei campi autonomi, costruiti nel giardino di qualche palazzo.
Sono immagini in bianco e nero, riunite ora in una mostra e in un catalogo, che raccontano cosa accade nei paesi colpiti dal sisma quando le telecamere si spengono e i giornalisti non hanno più l’affanno di cercare, tra le macerie, notizie da prima pagina.
Ecco così che Andrea Armandola e Michela Benaglia sono entrati in punta di piedi in una realtà totalmente sconquassata dalla forza della natura e l’hanno osservata con attenzione, sensibilità e rispetto, fissando sulla pellicola l’entusiasmo dei volontari venuti da tutta Italia per offrire il proprio sostegno, i giochi del bambini nei campi, le riunioni serali a base di lambrusco e parmigiano ‘terremotato’, la convivenza forzata tra persone di religioni ed etnie diverse, la voglia dei più giovani di guardare con speranza al futuro, studiando per un esame o catalogando, con la pazienza e la dedizione di un archeologo, pietre di vecchi palazzi rasi al suolo.
Il progetto, promosso dall’associazione «Make for Social Intent», ha trovato ospitalità, grazie all’interessamento dell’Auser di Rimini, nell'area Mastio del Castello Malatestiano, dove prossimamente (la data è in via di definizione) si terrà un’esposizione multisensoriale con foto, videoproiezioni e performance musicali per raccogliere fondi a favore delle popolazioni terremotate. Ma gli organizzatori hanno intenzione di rendere la mostra itinerante e per questo motivo hanno deciso di chiedere il sostegno della rete sulla pagina italiana di ulule.com, il primo sito europeo di crowdfunding, dove è possibile acquistare il catalogo o una delle foto (stampa fotografica manuale ai sali d'argento, su carta baritata o politenata) in edizione limitata e autografata dall'autore. Servono 15mila euro e c’è tempo fino al 15 maggio per realizzare un sogno d’arte e di solidarietà.

Vedi anche
«Ricreazioni», a Mirandola l'arte racconta il territorio

Didascalie delle immagini
[Figg.1,  2, 3 e 4] Una foto del progetto «Gli altri volti, identità di un Terremoto». Ph Michela Benaglia

 Informazioni utili 
«Gli altri volti, identità di un Terremoto». Raccolta fondi su: http://it.ulule.com/gli-altri-volti

mercoledì 24 aprile 2013

Ricicli d’arte: alla Peggy Guggenheim di Venezia arrivano le «Malefatte»

Riciclare è un’arte: lo sanno bene alla Cooperativa sociale «Rio Terà dei Pensieri», che dal 1994 gestisce attività di formazione professionale e lavorazioni artigianali all’interno delle carceri veneziane, preoccupandosi di dare un’impostazione eco-sostenibile ai propri prodotti. Tra le creazioni di questa vivace cooperativa lagunare, vi è, infatti, la linea «Malefatte», borse interamente realizzate con vecchi striscioni pubblicitari in polivinilcloruro o cloruro di polivinile (il più noto pvc), della cui lavorazione si occupano nei laboratori di serigrafia e pelletteria del penitenziario maschile di Santa Maria Maggiore.
L’idea di questo curioso progetto green e solidale, lanciato nella primavera del 2009, è di Fabrizio Olivetti, art director dell'Ufficio grafico del Comune di Venezia, che ha trovato in Francesca Codrino e nell'illustratore Lucio Schiavon i primi due compagni di una fortunata avventura, la cui realizzazione pratica è affidata da sempre a «Rio Terà dei Pensieri» e che, in poco meno di tre anni, è diventato un ricercato fenomeno di moda.
Un rifiuto difficilmente smaltibile, quale è uno striscione pubblicitario in materiale plastico, viene così trasformato in un oggetto fashion, in un pezzo unico, da collezione e molto resistente, che reca con sé memorie di mostre ed eventi cittadini. Le borse fatte dai detenuti del carcere di Santa Maria Maggiore sono, infatti, tutte create a mano, assemblando, decontestualizzando e ricucendo frammenti di grandi banner promozionali per dare vita a lavori, originali, non seriali, che coniugano intento artistico, sociale ed ecologico con un immancabile tocco di ironia.
Da mercoledì 24 aprile, le «Malefatte» saranno in vendita anche nei bookshop della Collezione Peggy Guggenheim, ad un costo variabile dai 27 ai 48 euro. Realizzate con i manifesti delle mostre organizzate a Palazzo Venier dei Leoni, le borse conterranno al proprio interno il catalogo di un'esposizione passata, diventando così un originale strumento per portare l’arte a viaggiare in tutto il mondo. Ma non è tutto:  chiunque acquisti una banner bag della serie «Malefatte» potrà farsi una foto in una galleria o in uno spazio espositivo e postarla direttamente sulla pagina Facebook del museo. Il tutto all’insegna dello slogan «Ricicla l’arte e falla viaggiare».

Didascalie delle immagini 
[Figg. 1, 2 e 3] Le borse «Malefatte» della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Ph Marta Vimercati

Informazioni utili 
 Rio Terà dei Pensieri Cooperativa sociale a r.l., S. Croce, Fond. S. Chiara 495/B - 30135 Venezia,tel/fax 041.2960658, e-mail: info@riotera-ve.it. Sito web: www.rioteradeipensieri.org.

martedì 23 aprile 2013

«Vitrine», in Piemonte l’arte è giovane

E’ un doppio appuntamento con «Vitrine», il progetto dedicato alla giovane ricerca artistica sviluppata in Piemonte dalla generazione nata tra gli anni Settanta e Ottanta, quello che va in scena in questo ultimo scorcio d’aprile alla Gam di Torino.
La seconda edizione dell’iniziativa espositiva, affidata alla curatela di Stefano Collicelli Cagol, presenta, da martedì 23 aprile (inaugurazione alle ore 18.00) a domenica 9 giugno, il lavoro di Ludovica Carbotta (Torino, 1982), vincitrice nel 2011 del Premio Ariane de Rothschild e borsa di studio presso Central Saint Martins Londra, con all’attivo il coordinamento del «Progetto Diogene» e mostre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, all’Hangar Bicocca di Milano e al Centro di cultura contemporanea di Firenze.
Dopo Paola Anziché (Milano, 1975), Helena Hladilova (Kroměříž, Repubblica Ceca, 1983) e Sara Enrico (Biella, 1979), tutte e tre residenti a Torino, la Gam, nell’angolo retto tra le due pareti che sta ospitando il ciclo «270°», porta, dunque, a conoscenza del visitatore una ricerca artistica caratterizzata da un’attenzione verso la spazio urbano, sempre esperito e riflettuto partendo dal proprio corpo. Dandosi una serie di regole che limitano la propria libertà di operare nello spazio, Ludovica Carbotta realizza, infatti, sculture, video, disegni o installazioni, che hanno nella capacità del fare il loro punto in comune e che pongono l’attenzione su ambiti del quotidiano spesso sfuggenti alla nostra percezione. Ne è esempio una recente serie di fotografie, nelle quali l’artista si antepone tra la macchina fotografica e il profilo di un’architettura in costruzione, oscurandone con la sua presenza il profilo. Viene così testimoniato un attimo irripetibile nella vita del panorama cittadino: una volta terminata la costruzione non rimarrà, infatti, più traccia dello scheletro dell’edificio a lungo visibile e parte dell’esperienza del centro abitato.
Per il ciclo «270°», Ludovica Carbotta si è confrontata con la vasta collezione della Gam, pensando all’opportunità di vedere il proprio lavoro accostato a opere di maestri del passato come Medardo Rosso e Umberto Boccioni, ma anche a quelle di artisti contemporanei in una sorta di museo immaginario. L’artista, tramite una serie di disegni, si è, quindi, interrogata su come tutte le opere che ha visto, studiato o di cui ha sentito parlare sono entrate a fare parte della propria memoria e hanno influenzato il suo modo di pensare e la sua ricerca artistica.
In questi giorni, la giovane torinese è anche tra le protagoniste della rassegna «Alle radici della democrazia», realizzata in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile dal Consiglio regionale del Piemonte, con la Gam di Torino. La sua opera, negli spazi della stessa Gam, dialoga con i lavori di altre quattro artiste, selezionate da Stefano Collicelli Cagol: Sara Enrico, Helena Hladilova, Paola Anziché e Dafne Boggeri, in mostra rispettivamente a Torino, negli spazi di Palazzo Lascaris e del Museo diffuso della Resistenza (da giovedì 25 aprile, alle ore 11), a Cuneo, presso il Centro di documentazione territoriale (da mercoledì 24 aprile, alle ore 17.30), e a Verbania, nella sede dell’associazione Casa della Resistenza (da giovedì 25 aprile, alle ore 16.00). Le loro opere, visibili fino a domenica 9 giugno, intendono proporre una riflessione sui temi della memoria, della Liberazione e della Costituzione.
Alla Gam di Torino, negli spazi della Videoteca, è, inoltre, in mostra, da martedì 23 aprile e fino a sabato 8 giugno, il video «Abraham Abraham» di Nira Pereg (Tel Aviv, 1969), acquisito dalla Fondazione Crt per l’arte moderna e contemporanea nell’ultima edizione di «Artissima». L’opera, girata in Israele, è la registrazione di un evento ciclico, un particolare dischiudersi delle frontiere tra ebrei e arabi che ha luogo in una caverna di Hebron, spartita in spazi dedicati a una moschea e a una sinagoga. Il luogo è sacro per entrambe le religioni. Per dieci volte l’anno, in occasione di alcune particolari festività, gli ebrei ripongono la Torah e i loro oggetti rituali all’interno di armadi. Una ronda di soldati armati passano in rassegna gli spazi deserti e lasciano il campo ai musulmani che, in pochi minuti, entrano a riempire il vuoto appena formatosi srotolando sul pavimento i loro tappeti e trasformando per ventiquattrore la sinagoga in moschea. Il silenzio che domina il luogo per i brevissimi istanti che seguono all’andarsene dei soldati, prima dell’arrivo dei nuovi diversi fedeli, è lo spazio vuoto della possibilità: il respiro di un Israele surreale come un sogno.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Ludovica Carbotta, disegno per il progetto «Vitrine.270°» alla Gam di Torino, 2013; [fig. 2] Sara Enrico, «Segnavia#1», 2013. Olio su pietra di granito, 162x100x3 cm. Torino, Palazzo Lascaris; [fig. 3] Paola Anziché, «Rainbow», 2013. Stoffa, 20 mtq. Immagine dell'allestimento. Cuneo, Centro di documentazione territoriale; [fig. 4] Nira Pereg, «Abraham Abraham», 2012. Video

Informazioni utili
«Vitrine». Gam, via Magenta, 31 - Torino. Orari: martedì - domenica, ore 10.00-18.00 (la biglietteria chiude un'ora prima); chiuso lunedì. Ingresso libero. Informazioni: centralino, tel. 011.4429518, segreteria, tel. 011.4429595, e-mail gam@fondazionetorinomusei.it. Fino a domenica 9 giugno 2013. 

«Abraham Abraham» di Nira Pereg. Videoteca Gam, via Magenta, 31 - Torino. Orari: martedì-sabato, ore 10.00-18.00; aperto la prima domenica del mese.Informazioni: tel. 011.4429597, email videotecagam@fondazionetorinomusei.it. Fino a sabato 8 giugno 2013.