ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 2 maggio 2019

Brescia Photo Festival: la fotografia è donna

Da Man Ray a Robert Mapplethorpe, da Vanessa Beecroft a Francesca Woodman, da Julia Margaret Cameron a Mihaela Noroc ed Elisabetta Catalano: sono sguardi differenti di grandi artisti che dall’Ottocento a oggi hanno lasciato il proprio nome nel grande libro della storia mondiale della fotografia quelli che vanno in scena a Brescia in occasione della terza edizione del Brescia Photo Festival.
Da giovedì 2 a domenica 5 maggio dieci sedi espositive cittadine -per un totale di 4mila metri quadrati- ospiteranno diciannove esposizioni tra mostre tematiche, monografiche e one-off, in gran parte produzioni originali, oltre a talk con artisti, workshop, concerti, proiezioni cinematografiche e visite guidate.
Filo conduttore di questa edizione del festival, le cui rassegne temporanee proseguiranno in gran parte fino a settembre inoltrato, è la complessità dell’universo femminile nella società contemporanea: la donna davanti all'obiettivo come fonte di ispirazione creativa e la donna dietro l'obiettivo, come realizzatrice di opere fotografiche, sono, infatti, una costante importantissima e imprescindibile nel panorama internazionale.
La manifestazione, che si inaugurerà con un concerto per pianoforte del veneziano Alessandro Taverna (giovedì 2 maggio, alle ore 18), sarà anche un’importante occasione per valorizzare il patrimonio museale di Brescia, a partire dal Complesso di Santa Giulia, antico monastero femminile di origine longobarda, al cui interno saranno ospitate ben nove mostre del festival.
Il percorso può idealmente partire con la rassegna «Davanti l’obiettivo», a cura di Mario Trevisan, che racconta il nudo femminile attraverso un centinaio di scatti di artisti di fama internazionale, in un viaggio che va dagli albori della fotografia a oggi, passando dagli anni ’20 e dalla Parigi del periodo surrealista all'America Latina degli inizi del ‘900, senza dimenticare il Giappone e la sua cultura.
Al Museo di Santa Giulia viene proposta anche un’esposizione sulle più importanti fotografie italiane, «Dietro l’obiettivo», con oltre cento scatti provenienti dalla collezione di Donata Pizzi. Attraverso le opere in mostra –da quelle di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali– affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzato la fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio, dal 1965 al 2018.
Sempre alle donne fotografe è dedicata l’installazione «Parlando con voi», ideata da Giovanni Gastel, con trenta schermi su cui scorrono interviste esclusive e sequenze di opere e pubblicazioni di una trentina di artiste.
Chiude idealmente il trittico sul ritratto dal XIX al XXI secolo, ammiccando anche alla cultura del selfie, la rassegna «Autoritratto al femminile», a cura di Donata Pizzi e Mario Trevisan, con cinquanta opere che non si fermano alla semplice e formale produzione del ritratto, ma sono caratterizzate da una forte ricerca nella rappresentazione intimista del soggetto/oggetto.
Sempre al Museo di Santa Giulia sono allestite due monografiche, a cura della collezione Massimo Minini, con altrettante artiste alla loro prima volta in Italia: Julia Margaret Cameron, la più importante ritrattista di epoca vittoriana, ed Elisabetta Catalano, testimone della storia d’Italia dagli anni Settanta ai giorni nostri, di cui sono esposti trenta ritratti di grandi personaggi del Novecento.
Un’altra eccezionale prima per il nostro Paese è la mostra «Mihaela Noroc. The Atlas of Beauty», a cura di Roberta D'Adda e Katharina Mouratidi, che allinea quarantaquattro scatti tratti dal progetto sul mondo femminile e sul concetto di bellezza multiculturale, iniziato nel 2013 dalla fotografa romena e che ora conta oltre 2mila ritratti da più di cinquanta Paesi.
A completare questo percorso artistico-culturale al Complesso di Santa Giulia sono due progetti speciali, con altrettante opere uniche poste in dialogo immateriale con il patrimonio museale e i suoi modelli senza tempo.
L’esposizione «Dea. La Vittoria alata dalle immagini d’archivio a Galimberti» è dedicata alla straordinaria statua di bronzo, simbolo della città di Brescia, temporaneamente in restauro. Nella sezione romana del museo a immagini dell’Archivio fotografico dei Musei civici, che ripercorrono la storia della Vittoria alata, si affiancano tre opere inedite di Maurizio Galimberti, realizzate con la tecnica del fotocollage.
In «VBSS.002», esposta nella Basilica di San Salvatore (dal 2011 Patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco), Vanessa Beecroft ritrae se stessa come una Madonna che allatta due gemelli neri anziché un bambino bianco.
Un ulteriore progetto one-off, allestito nella Pinacoteca Tosio Martinengo, da poco riaperta dopo un lungo restauro, è «Ma-donne». Un meraviglioso scatto di Tazio Secchiaroli con Sophia Loren nell’inedita veste di una Madonna, icona per eccellenza della femminilità, si inserisce in un dialogo senza tempo con le opere della collezione permanente di pittura raffiguranti la Madonna, in un percorso trasversale a epoche e stili. Ai dipinti del percorso museale si aggiunge, in occasione della mostra, la «Vergine consolatrice» di Francesco Hayez, opera dipinta negli anni 1851-1853 su commissione del Comune di Brescia e ispirata alla grande tradizione del Rinascimento.
Un’altra location coinvolta nel festival è Ma.co.f. – Centro della fotografia italiana, situato nel barocco Palazzo Martinengo Colleoni. Qui quattro mostre indagano il ruolo della donna nella società e nel mondo del lavoro negli ultimi 70 anni, in Italia e all’estero.
«Happy Years. Sorrisi e malizie nel mito di Betty Page e nel mondo delle pin up», a cura di Renato Corsini e Francesco Fredi, espone una trentina di fotografie vintage degli anni ’50: immagini di Betty Page scattate da Paula Claw, insieme a un inedito reportage realizzato da Nicola Sansone sull'America di quel periodo e pubblicazioni e documenti originali d'epoca che parlano dell’affermazione dei diritti femminili e del ruolo della donna nell’America postbellica.
«Una, nessuna, centomila», a cura del Collettivo donne fotoreporter, racconta l’esperienza di dieci fotografe italiane, tra cui Kitti Bolognesi, Marcella Campagnano e Giovanna Calvenzi, che nel 1976 indagarono la relazione fra donna e fotografia, giocando con ruoli e stereotipi propri dell’immaginario femminile e ironizzando sui luoghi comuni legati al mestiere di fotografo.
«La rivoluzione silenziosa. Donne e lavoro nell’Italia che cambia», a cura di Tatiana Agliani, è un racconto fotografico corale della storia del lavoro delle donne in Italia e dei cambiamenti che ha portato nella condizione femminile, in un paese in trasformazione. Un centinaio di immagini, dai maestri del neorealismo agli autori contemporanei come Paola Agosti, Federico Garolla, Uliano Lucas, Giorgio Lotti, Paola Mattioli, Nino Migliori, Carlo Orsi e Ferdinando Scianna delineano aspirazioni e desideri che mutano, limiti e condizionamenti sociali, concezioni di sé e del proprio ruolo nella società, nuove possibilità, orizzonti culturali e prospettive di vita di quattro generazioni di donne.
A chiusura la proposta del Ma.co.f. è una monografica, a cura di Carolina Zani, che omaggia il fotografo bresciano Gian Butturini: trentacinque fotografie in bianco e nero raccolte tra quelle dei suoi numerosi reportage, raccontano la sua visione dell’universo femminile. Le protagoniste di questa mostra sono donne rappresentate dall'artista nella loro tenerezza e sensibilità, forza e passione, senza pose o rigorosi canoni estetici, ma attraverso semplici gesti e sguardi.
Il Brescia Photo Festival, quest’anno, uscirà anche fuori dai confini cittadini. A Montichiari sarà possibile vedere, dal 10 maggio, la mostra «Hollywood versus Cinecittà», a cura di Renato Corsini e Margherita Magnino, che mette a confronto le fotografie dei paparazzi della Roma della «Dolce Vita» con quelle della stampa hollywoodiana dell’America degli anni ’30. Mentre a Desenzano del Garda sarà ospitata, dall’11 maggio, «Miss Italia. Miti e leggende dell’era delle Miss», a cura di Renato Corsini, che racconta i miti e le leggende del celebre concorso, oltre all’evoluzione dell’estetica femminile, attraverso gli scatti di due grandi maestri della fotografia italiana, Federico Patellani e Gianni Berengo Gardin. La rappresentazione fotografica del concorso è sempre stata quella ufficiale, con gli scatti in posa destinati ai rotocalchi o alle dirette televisive, questa mostra vuole invece indagare dietro le quinte scoprendo i retroscena del concorso.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Vanessa Beecroft, VBSS.002, 2006-2008Digital C-Printcm. 230,8x177,8Collezione San Patrignano–Work in progress; [fig. 2] Hollywood versus Cinecittà. Sophia Loren. Foto: G.Palmas. Brescia Photo Festival 2019; [fig. 3] M. Noroc, The Atlas of Beauty - Milan, Italy, 2017; [fig. 4] Foto di Rudolf Koppitz per Donne davanti l’obiettivo; [fig. 5] Dietro l'obiettivo. Dalla collezione di Donata Pizzi. Courtesy of Letizia Battaglia, La bambina e il buio, Baucina, 1980; [fig. 6] Betty Page fotografata da Bunny Yeager

Informazioni utili 
www.bresciaphotofestival.it

venerdì 19 aprile 2019

Tullio Pericoli, le Marche e i suoi paesaggi dell’anima

Sono passati tre anni da quando un drammatico terremoto devastò il centro Italia. Un sisma, soprattutto quando porta con sé lutti e distruzione, diventa quasi sempre occasione per ripensare alla fragilità di un territorio come quello italiano, ma soprattutto per riflettere sull’«anima dei luoghi», ovvero su quei legami complessi e mutevoli che si instaurano tra i suoi abitanti e che vanno a comporre la memoria, individuale e collettiva, di una comunità.
Da quell’agosto del 2016, la città di Ascoli Piceno ha visto ridisegnato il volto del territorio che la circonda: oltre alle gravi lesioni subite dai campanili cittadini delle chiese della Madonna del Ponte e di Sant’Angelo Magno, è il panorama intorno, quell’insieme di verdi colline e dolci declivi che si avvicendano fino al mare, simbolo e orgoglio della terra marchigiana, a non essere più lo stesso.
Ripensare a quell’ambiente, ma anche alla frattura fisica ed emotiva che lo ha colpito, è l’obiettivo della mostra-evento «Tullio Pericoli. Forme del paesaggio. 1970-2018», allestita per oltre un anno, fino al 2 maggio 2020, al Palazzo dei Capitani, edificio medioevale dalla caratteristica torre merlata, affacciato sul «salotto buono» di piazza del Popolo.
Ascoli Piceno ha, dunque, invitato uno dei suoi figli più illustri, Tullio Pericoli (Colli del Tronto - Ascoli Piceno, 1936), a raccontare le radici del suo vissuto attraverso la pittura, o meglio la pittura di paesaggio, un genere che lo ha visto per oltre cinquant’anni dare, con il suo tratto leggero ed elegante, forma e colore a luoghi reali e del cuore, dalle Laghe al Piceno, regalandoci un diario per immagini «fitto -per usare le parole di Giorgio Manganelli- di segni, di tracce e di appunti».
Ne è nato un percorso antologico, per la curatela di Claudio Cerritelli, con una scelta di centosessantacinque opere, commisurata alle caratteristiche ambientali del Palazzo dei Capitani, un luogo simbolo per Tullio Pericoli che oltre sessant’anni fa, nel 1958, tenne qui la sua prima mostra, tappa iniziale di un percorso che, oltre a dipingere, lo ha visto disegnare per importanti testate giornalistiche come il «Corriere della Sera», «L’Espresso», «Linus», «La Repubblica», «The Guardian» ed «El País», nonchè lavorare per il teatro in qualità di scenografo e costumista, illustrare storie e scrivere libri.
«Le «forme del paesaggio» -raccontano a Palazzo dei Capitani- sono proposte, sala per sala, come un viaggio a ritroso nei quasi cinquanta anni di ricerca che l’artista ha dedicato a questo tema: a partire dalle opere più recenti si risale alle radici della pittura di Tullio Pericoli, tramite un susseguirsi di momenti analitici ed emozionali che esplorano il volto mutevole della nostra terra a partire dalla sua natura più profonda».
Si tratta di momenti differenti di un unico viaggio caratterizzato da un segno rigoroso, pur quando emotivo, fatto da «una mano che pensa», una mano che ha avuto modo di riflettere a lungo su quel paesaggio che ha trovato tra i suoi più illustri cantori Lorenzo Lotto. Quei luoghi -racconta lo stesso artista- «ho potuto guardarmeli e fissarmeli nella memoria da tanti punti di vista, alti, bassi e obliqui, sognarli, pensarli e tradurli nella lingua che so parlare meglio».
Il periodo iniziale di questa ricerca si identifica nel ciclo delle «Geologie», realizzato tra il 1970 e il 1973, che vede sulla tela immagini stratificate, sezioni materiche, strutture sismiche.
La fase successiva, che va dal 1976 al 1983, pone in evidenza un diverso trattamento del tema paesaggistico. Il visitatore si ritrova a tu per tu con vedute luminose e lievi - acquerelli, chine e matite su carta-, che l’artista concepisce come «orizzonti immaginari, memorie di alfabeti, tracce di antiche scritture».
L’esplorazione di nuove morfologie paesaggistiche si avverte in un consistente gruppo di opere, realizzate tra il 1998 e il 2009, che, dopo aver rappresentato lo scenario dei colli marchigiani, va progressivamente esplorando i dettagli della natura, i segni e i solchi delle terre.
 «Il paesaggio, dipinto per frammenti, è -raccontano gli organizzatori- una mappa costruita con equilibri diversificati, rapporti instabili che l’artista coglie nella trama di stratificazioni materiche».
L’esposizione documenta, infine, in modo ampio e articolato la stagione più recente, quella iniziata nel 2010, in cui Tullio Pericoli ha individuato nuove profondità del paesaggio, con continui rinnovamenti dell’esperienza pittorica. Queste opere, che traggono origine anche dagli sconvolgimenti paesaggistici dovuti agli eventi sismici, si trovano nella prima sala e accolgono il visitatore in mostra.
Forme dissestate, movimenti tellurici del segno e del colore ci restituiscono la drammatica fragilità del territorio marchigiano e di tutto il patrimonio paesaggistico italiano, segnato più che dagli eventi della «natura madre e matrigna» -per usare un’espressione cara a un altro marchigiano illuste, Giacomo Leopardi- dall’incuria dell’uomo e dalla sua incapacità di uno sguardo volto alla tutela.
Questi paesaggi -scrive Salvatore Settis nel catalogo pubblicato dalle Edizioni Quodlibet- «sono altamente soggettivizzati»; sono come «segmenti rivelatori di un volto». Qui -spiega ancora lo storico e archeologo calabrese- «la ricerca di nuove convenzioni rappresentative, di matrice geologica, archeologica o cartografica, si sposa a una marcata intensità emotiva, che attraverso il gesto del pittore evoca tutta una grammatica del vivere, il modo d’intendere il paesaggio di chi lo andò lentamente forgiando per secoli». È così che in Tullio Pericoli la pittura di paesaggio si fa, magicamente, storia e sentimento, racconto reale eppure immaginario di un luogo.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Tullio Pericoli, «Scena», 1999. Acquerello e inchiostro su carta, cm 57,5x76,5; [fig. 2] Tullio Pericoli, «Paesaggio instabile», 1998. Acquerello e inchiostro su carta, cm 51x72; [fig. 3] Tullio Pericoli, «Vita fra le rocce», 2000. Olio su tela, cm 60x80; [fig. 4] Tullio Pericoli, «Pittore e paesaggio», 1999. Acquerello su china e carta, cm 76x57; [fig. 5] Tullio Pericoli, «Paesaggio», 1979. Acquerello e china su carta, cm 57x76; [fig. 6] Tullio Pericoli, «Triassico», 1971. Acrilici e tecnica mista su tela, cm 120x120 

Informazioni utili
«Tullio Pericoli. Forme del paesaggio. 1970-2018». Palazzo dei Capitani, piazza del Popolo – Ascoli Piceno. Orari: martedì, mercoledì, giovedì e venerdì, ore 10.00-13.00 e ore 16.00-19.00; sabato, domenica, festivi e prefestivi, ore 10.00-20.00. Ingresso: intero € 6,00, ridotto € 4,00. Sito internet: www.formedelpaesaggio.it. Fino al 2 maggio 2020.

giovedì 18 aprile 2019

Bosch, Brueghel e Arcimboldo: il Cinquecento incontra il virtuale e diventa «spettacolo»

L’arte del Cinquecento incontra la tecnologia digitale. Il risultato è uno spettacolo di trenta minuti, con oltre duemila immagini in scala 1:1500, proiettate su mille metri quadrati, e una colonna sonora che spazia dalle «Quattro stagioni» di Antonio Vivaldi a «Stairway to Heaven» dei Led Zeppelin, senza dimenticare i «Carmina Burana» di Carl Orff e Modest Petrovič Mussorsky con i suoi «Quadri di un’Esposizione».
Il tutto permetterà al visitatore di immergersi in un’atmosfera lirica e poetica, popolata da creature fantastiche e allegoriche dai colori vivi e cangianti, in cui lo stile fiammingo delle opere di Hieronymus Bosch e della dinastia Brueghel si incontra con l’arte burlesca e metaforica di Arcimboldo.
Ad ospitare questo progetto espositivo, che nasce sulla scia di tanti altri eventi artistici immersivi e di realtà virtuale in cantiere negli ultimi anni, pur innovandone lo stile, sono gli Arsenali Repubblicani di Pisa.
La regia della mostra-spettacolo, ideata in Francia da Culturespaces a Carrières de Lumières e giunta in Italia grazie ad Arthemisia e Sensorial Art Experience, porta la firma di Gianfranco Iannuzzi, Renato Gatto e Massimiliano Siccardi. Mentre la colonna sonora è stata curata da Luca Longobardi, autore anche della composizione originale per soprano, archi ed elettronica che apre la mostra-spettacolo.
Le atmosfere magiche e sognanti di Bosch, Brueghel e Arcimboldo, autori di opere per lo più inamovibili dalla loro sede e quindi di non facile fruizione, rivivono in mostra grazie a cinquantaquattro proiettori che trasformano in tele e schermi le superfici del suggestivo complesso trecentesco della darsena pisana, dalle vetrate al piano pavimentale.
Alchimia, religione, astrologia, vanità, tentazioni e vizi: tutti i temi che hanno reso grandi i tre artisti cinquecenteschi scorrono davanti agli occhi del visitatore che, grazie alla tecnologia, potrà scrutare nei minimi dettagli le opere, trovandosi a pochi millimetri dalla realtà ritratte, come solo uno studioso con la sua lente di ingrandimento.
Lo spettacolo, diviso in tre parti, inizia con un viaggio nel mondo idealizzato da Bosch: «Il giardino delle delizie», con il suo universo mistico e folle, introduce il visitatore alla mostra, mettendolo, poi, a confronto con personaggi mistici e grotteschi, allegorie di luoghi demoniaci fatti di tentazioni e visioni armoniose di una realtà precedente al peccato originale.
Tra le altre opere di Bosch che il visitatore può ammirare durante la mostra-spettacolo ci sono «Ascesa all’Empireo» (1500), «Tavola dei sette peccati capitali e delle quattro cose ultime» e «Il Giudizio universale», mentre dei Brughel scorrono lungo le pareti «Il giardino dell’Eden e la caduta dell’uomo» (1615 ca., con Pieter Paul Rubens), «Paesaggio fluviale», «Allegoria della Musica» e «Torre di Babele» (1563).
La rappresentazione della vita quotidiana e del paesaggio fiammingo con le sue feste delle stagioni, le danze e i banchetti proiettano così il pubblico, con questi lavori, in momenti di autentica allegria popolare.
Il percorso si chiude con Arcimboldo e le sue celebri nature morte che si ricompongono in ritratti antropomorfi, eccelsi esempi di fantasia e maestria tecnica. Ecco così «Terra» (1570 ca.), «Quattro stagioni in una testa» (1590 ca.), «Primavera» e «Autunno», tratte dalla serie «Quattro stagioni», eseguita per l’imperatore Massimiliano II.
Con l'epilogo della mostra si torna al «Giardino delle delizie», già visto nel prologo, ora in una visione contemporanea: un finale fuori dal tempo e dallo spazio, con la possibilità per il pubblico di muoversi in un giardino incantato popolato da creature straordinarie.
L’arte del Cinquecento si fa così pop e didattica, coinvolgendo anche un pubblico di non esperti. Lo provano i 650mila spettatori della tappa francese, affascinati da Bosch, Brueghel e Arcimboldo, dai loro mondo incantati che, per trenta minuti, diventano luoghi da toccare e in cui camminare per vivere un’esperienza immersiva che stimola la fantasia e l’emotività.

Informazioni utili
Bosch, Brueghel e Arcimboldo. Una mostra spettacolare. Arsenali Repubblicani, via Bonanno Pisano, 2 – Pisa. Orari: tutti i giorni, ore 9.30 – 19.30; la biglietteria chiude un'ora prima. Biglietti: intero € 13,00, ridotto da € 11,00 a € 6,00. Informazioni e prenotazioni: tel. +39.050806841. Sito internet: www.mostraspettacolare.it/Pisa. Fino al 30 giugno 2019.