ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 18 giugno 2021

#Notizieinpillole: le cronache d'arte della settimana dal 14 al 20 giugno 2021

«INCANTO E VISIONE: VERSO LA MODERNITÀ»: ALLA GAM DI VERONA UN NUOVO PERCORSO ESPOSITIVO
Si intitola «Incanto e visione: verso la modernità» il nuovo percorso espositivo della Galleria d’arte moderna «Achille Forti» di Verona, le cui sale si sono da poco arricchite di importanti novità provenienti dalla collezione dei Musei civici.
Il progetto, curato da Francesca Rossi e Patrizia Nuzzo, presenta i linguaggi di quegli artisti che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, hanno saputo affrancarsi, con coraggio e fiducia nel futuro, dai lacci accademici, inaugurando nuove pratiche e processi artistici.
L’esposizione, strutturata attraverso la formula della rotazione delle opere, ha lo scopo di far conoscere gran parte dei lavori custoditi nei depositi, mai esposti prima d’ora al pubblico.
Partendo dalla lezione dei Macchiaioli toscani, con le opere di Telemaco Signorini, e dalla scuola di Posillipo, con i lavori di Guglielmo Ciardi, la mostra giunge, poi, alle atmosfere simboliste fin de siècle con Alfredo Savini, Angelo Dall'Oca Bianca, Ruperto Banterle, Mario Salazzari e Vincenzo De Stefani.
I linguaggi secessionisti - documentati attraverso un corpus di opere di Felice Casorati, Angelo Zamboni e Gino Rossi - insieme ai lavori divisionisti di Baldassare Longoni e alla splendida «Maternità» di Gaetano Previati, eccezionale prestito dalle collezioni del Banco Bpm, segnano l’approdo a una modernità ormai ineludibile. Sono, questi, gli anni in cui gli artisti si avviano a esplorare nuovi territori del linguaggio, dove la pittura non può che raccontare se stessa, attraverso la magia del colore, la tensione delle forme, l’incanto della luce, la ricchezza della materia.
All'interno dell'allestimento trova posto anche un nuovo spazio appositamente dedicato alle donazioni, dal titolo «Thanks to». Si tratta di un progetto voluto dalla direzione Musei civici per evidenziare il contributo di collezionisti e artisti che, con la loro generosità e passione per l’arte, contribuiscono ad accrescere e valorizzare il patrimonio pubblico. Inaugura lo spazio il progetto per il Ponte della Vittoria (1925) di Albano Vitturi, donato da Cristina Fraccaroli Tantini nel 2021.
La mostra è il primo nuovo percorso espositivo realizzato con il rinnovato impianto di illuminazione. Un progetto completato lo scorso marzo, che permette di valorizzare gli spazi espositivi e le opere, rendendo più attrattivo il museo e allo stesso tempo di risparmiare sui consumi di energia.
Per maggiori informazioni: www.gam.comune.verona.it.

PAVIA, ALDO CAZZULLO E PIERO PELÙ INAUGURANO «PROGETTO DANTE». AL CASTELLO VISCONTEO UNA MOSTRA PER RACCONTARE IL SUCCESSO LETTERARIO DEL SOMMO POETA
È un appuntamento in esclusiva lombarda quello che la città di Pavia ha scelto per inaugurare «Progetto Dante», cartellone di recital, conferenze, appuntamenti musicali promosso in occasione dei settecento anni dalla morte del Sommo poeta.  
Venerdì 18 giugno, alle ore 21:30, la splendida cornice del Castello Visconteo farà da scenario allo spettacolo «A riveder le stelle. Dante, il poeta che inventò l'Italia», per la regia di Angelo Generali e con Aldo Cazzullo e Piero Pelù.
Il recital - inserito anche nel cartellone estivo «La città come palcoscenico», che ha avuto e avrà per protagonisti artisti e intellettuali del calibro di Coma Cose, Noa, Gino Paoli, Yuja Wang, Peppe Servillo e Vittorio Sgarbi -  prende spunto dal libro che Aldo Cazzullo ha da poco pubblicato per Mondadori, ricostruendo, parola per parola, il viaggio di Dante nell’«Inferno» e raccontandone gli incontri più noti, da Ulisse al conte Ugolino, con frequenti incursioni nella storia e nell’attualità. Accompagnato da musiche e immagini a testimonianza di quanto sia importante e ancora attuale l’eredità dell’Alighieri, il racconto del giornalista piemontese, firma di spicco del quotidiano «Il Corriere della Sera», sarà affiancato dalle suggestioni di un lettore speciale, che riporterà la lingua del poeta e la musicalità dei suoi versi: il fiorentino Piero Pelù.
Sempre il 18 giugno aprirà le porte, alla Biblioteca del Castello Visconteo, una mostra per raccontare Dante e la sua opera attraverso rari documenti provenienti dalla Biblioteca Bonetta, dai Musei civici e dal Collegio Ghislieri. Tra questi lavori sono esposti due preziosissimi fogli di pergamena, tratti da uno dei più antichi manoscritti della «Divina Commedia», entrambi recentemente riscoperti e assurti all'onore delle cronache nazionali, oltre alla prima edizione illustrata del poema, voluta da Lorenzo il Magnifico nel 1481 con incisioni tratte da disegni di Sandro Botticelli, e a un’aldina, curata da Pietro Bembo e stampata a Venezia nel 1502. Completa il percorso espositivo un’opera di video art di Rino Stefano Tagliafierro (nella foto),  in cui, attraverso la tecnica dell’animazione digitale, alcuni importanti dipinti classici prendono vita in una rappresentazione evocativa ed emozionale delle tre cantiche del capolavoro dantesco.
Infine un interessante ciclo di incontri, organizzato con la consulenza scientifica del Comitato di Pavia della prestigiosa Società Dante Alighieri, aiuterà il pubblico ad approfondire la figura del Sommo poeta e a scoprire le ragioni del suo successo, ancora immutato dopo 700 anni. Il 22 luglio Giuseppe Antonelli, professore ordinario di Linguistica italiana all’Università di Pavia, terrà la conferenza «Dante. Un'epopea pop». Il 9 settembre l’arpista Vincenzo Zitello e l’attore Davide Ferrari saranno protagonisti di «DivinaArmonia»; mentre il 22 ottobre si terrà l’incontro «Dal peccato alla virtù: l'amore in tre canti della Commedia», con Mirko Volpi, ricercatore  di Linguistica italiana all’Università di Pavia, e l’attore Davide Ferrari.
Il programma completo è consultabile on-line sul sito www.vivipavia.it/site/home/eventi/progetto-dante.html.

CINQUE ANTEPRIME INTERNAZIONALI PER L’ASIAN FILM FESTIVAL DI ROMA
Giappone
, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam e Singapore saranno undici i Paesi coinvolti nella diciottesima edizione dell'Asian Film Festival, la manifestazione organizzata da Cineforum Robert Bresson e diretta da Antonio Termenini, in programma dal 17 al 23 giugno al Farnese Arthouse di Roma (piazza Campo de' Fiori 56).
Il ricco calendario, che prevede quattro proiezioni quotidiane, comprende ventotto lungometraggi e due cortometraggi con cinque anteprime internazionali, sei anteprime europee e numerose anteprime italiane.
La manifestazione prevede, nella giornata del 19 giugno, un focus speciale sul cinema sudcoreano, il Korean Day, nel quale verranno presentati quattro lungometraggi e un cortometraggio, in collaborazione con l’Istituto di cultura coreano di Roma. Ad aprire la giornata sarà «Everglow» di So Joon-moon, un racconto agrodolce sulle «haenyeo», letteralmente «donne di mare», una comunità di tuffatrici e pescatrici dell’isola di Jeju, diventata patrimonio immateriale dell’umanità Unesco nel 2016. Seguiranno le proiezioni della commedia sentimentale «Our Joyful Summer Days» di Lee Yu-bin e il noir al femminile «Go Back» della regista indipendente Seo Eun-young. A chiudere la giornata sarà lo sguardo impertinente e autoriale di Hong Sang-soo, premio per la miglior regia al festival di Berlino, che porterà a Roma il film «The Woman Who Ran», uno spaccato di vita tutto al femminile.
Altro evento speciale, realizzato in collaborazione con l’Ambasciata del Vietnam in Italia, sarà il Vietnam Day, che nella giornata del 22 giugno vedrà la presentazione di quattro lungometraggi in anteprima assoluta: si spazierà dagli straordinari successi, ancora nelle sale in Vietnam, di «Dad I’m Sorry», commedia generazionale, e di «Blood Moon Party», nuovo inaspettato remake di «Perfetti sconosciuti», all’affascinante «Rom» e all’horror «Home Sweet Home».
I difficili e complessi rapporti familiari, il senso di perdita dovuto a problemi economici, lo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici sono alcuni dei temi al centro del festival, che si aprirà con «Wife of a Spy» di Kiyoshi Kurosawa, già vincitore del Leone d’argento all’ultimo Festival di Venezia, film che mette a nudo quanto si è disposti a rischiare per difendere i propri valori nel Giappone militarista degli anni ’40. Tra i progetti in cartellone c’è anche l’anteprima europea dell’hongkonghese «Stoma» di Kit Hung, film quasi-biografico sul fotografo e regista prematuramente scomparso Julian Lee.
Per informazioni https://www.asianfilmfestival.info.

UNA VISITA GUIDATA ON-LINE ALLA PEGGY GUGGENHEIM DI VENEZIA
Vuoi scoprire i tesori della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia stando comodamente a casa? Ti piacerebbe passeggiare virtualmente tra i capolavori di Pablo Picasso, Giorgio de Chirico e Jackson Pollock, custoditi a Palazzo Venier dei Leoni, in compagnia di una guida? Martedì 22 giugno, alle ore 18.15, il museo lagunare propone una visita in live streaming, in inglese, con un focus su alcuni dei più iconici capolavori collezionati nell’arco di oltre trent’anni dalla lungimirante mecenate americana Peggy Guggenheim.
La visita ha una durata di circa 45 minuti, si svolge sulla piattaforma Zoom, e prevede una quota di iscrizione di 5,00 euro, comprensiva del diritto di prevendita. I partecipanti riceveranno il link per il collegamento via e-mail e avranno la possibilità, a fine tour, di poter interagire con la guida per domande ed eventuali curiosità.
Non è tutto. Il museo offre anche la possibilità di organizzare visite guidate sempre in streaming, a pagamento, per gruppi di più persone, che, in compagnia dei propri famigliari e con gli amici, possono così vivere un’esperienza unica che consentirà loro di immergersi in un percorso di visita appassionante e coinvolgente, anche se a distanza, tra le sale del museo. Le visite, della durata di un’ora, possono essere organizzate tutti i giorni dalle ore 18.30 alle ore 20.30, e il martedì dalle ore 10 alle ore 16. In questo caso, la prenotazione deve essere effettuata almeno 7 giorni lavorativi prima della data della visita ed è possibile prenotare in diverse lingue, a seconda della disponibilità delle guide.
Per maggiori informazioni, è possibile consultare il sito del museo al link https://www.guggenheim-venice.it/it/visita/visita-al-museo/visite-virtuali/visite-virtuali-aperte/.

giovedì 17 giugno 2021

«A Line Made by Walking»: un viaggio tra i castelli della Val di Non con Fulton, Girardi, Griffin, Long

È un viaggio tra i castelli più belli della Val di Non, ma anche tra le opere d’arte di una delle più significative raccolte contemporanee, la Panza Collection di Biumo, quello che propone la mostra diffusa «A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali in Fulton, Girardi, Griffin, Long», a cura di Jessica Bianchera, Pietro Caccia Dominioni e Gabriele Lorenzoni.
Il percorso espositivo, visitabile fino al prossimo 30 ottobre, si snoda in quattro strutture trentine - i castelli Belasi, Coredo, Castel Nanno e Valer – e mette in mostra una selezione di opere, per lo più inedite, alle quali fa da filo conduttore il tema del camminare quale esercizio estetico.
Le ricerche di Richard Long, Hamish Fulton, Ron Griffin e Daniele Girardi – quattro artisti scelti per la mostra - si fondano, infatti, sul concetto di esperienza dello spazio attraversato e sulla volontà di recuperare una relazione più autentica non solo con la natura e il paesaggio, ma anche con il fare arte, andando a misurarsi con una dimensione ancestrale alla base della quale stanno il rapporto tra uomo e natura, ma anche un’idea di lavoro artistico come processo, di cui l’oggetto-opera non è che un residuo, una traccia dell’esperienza vissuta. Il risultato finale di questi progetti artistici è cioè un atto che non ha come fine ultimo la modificazione fisica di un territorio, ma che insiste sulla sua frequentazione, che non ha bisogno di lasciare tracce permanenti e arriva al primigenio rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale.
Il titolo scelto dai curatori per questo progetto deriva da una celebre opera di Richard Long del 1967, «A Line Made by Walking», una linea disegnata calpestando l’erba di un campo. «Il risultato di questa azione – raccontano i curatori - è un segno che rimarrà impresso solo nella pellicola fotografica e che scomparirà al rialzarsi dell’erba. Per la sua assoluta radicalità e semplicità formale quest’opera è considerata un passaggio fondamentale dell’arte contemporanea: da questo momento il camminare si trasforma in forma d'arte autonoma. In particolare, si tratta di un’opera germinale per il tipo di lavoro e di ricerca che conducono i quattro artisti in mostra».
Fulcro dell’esposizione, nato da un’idea dell’Apt Val di Non e dell’associazione culturale Urbs Picta, è lo spazio tardo duecentesco di Castel Belasi, legato alla famiglia Khuen e riccamente decorato con affreschi del Cinquecento che richiamano il modello decorativo del refettorio del castello del Buonconsiglio di Trento. Il maniero è stato sottoposto a recente restauro, grazie al quale sono state portate alla luce importanti decorazioni intorno alle porte dei saloni ed è stata svelata una facciata affrescata di notevole fattura.
In questa sede è esposta una selezione di ventuno lavori, quindici dei quali sono completamente inediti, mentre sei hanno fatto parte della Collezione Guggenheim New York dal 1996 al 2003. Tra le opere esposte c’è una serie di lavori di Daniele Girardi, tra cui un’installazione site-specific che rimanda al concetto di inaccessibilità dei territori esplorati, la cui ricerca dialoga in maniera particolarmente profonda con i maestri storici, riuscendo a portarne avanti i presupposti secondo nuove linee di pensiero ed elaborazione formale.
Castel Valer, abitato da più di seicento anni dai conti Spaur di Flavon e Valer, ospita nelle ex scuderie (ora parte integrante del nucleo abitativo) una serie di opere di Ron Griffin, che vede nell’incontro con le vastità desertiche del Nord America e nella loro esplorazione in solitaria un aspetto fondamentale della propria poetica alla ricerca di residui di umanità, frammenti di storie. L’inserimento delle opere in un contesto familiare, all’interno di questo complesso castellare ancora abitato, suggerisce una relazione profonda tra gli spazi dell’abitare e le opere d’arte qui inserite, tipica del collezionismo di Giuseppe Panza di Biumo.
Il percorso prosegue a Castel Nanno, che si presenta oggi, dopo un recente recupero, come un’elegante residenza cinquecentesca, manifestando con chiarezza alterne fasi di uso e abbandono, che vanno dalla sua edificazione come villa fortificata, a riparo in campagna della famiglia Madruzzo, per poi essere usato come caserma austro ungarica, ricovero coatto delle truppe italiane durante la Grande guerra e riparo per i tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, fino all’uso come deposito utile al lavoro nei campi. Il castello accoglierà un’installazione site-specific di Daniele Girardi: un intervento realizzato in loco con materiali del territorio e in stretto dialogo con la residenza in Val di Non esperita dall'artista nel 2020, secondo una prassi tipica del suo operare che prevede lunghi periodi di permanenza in situ.
Il percorso si conclude a Castel Coredo, austero palazzo documentato per la prima volta nel 1291, che oggi ha l’aspetto di una dimora signorile settecentesca in cui sono ben visibili le stratificazioni del tempo e che ospita, tra le altre ricchezze, un ritratto di bambina del pittore trentino Bartolomeo Bezzi e la prima edizione del celebre «Dioscoride», un trattato miniato di botanica stampato a Venezia nel 1565 del medico Pietro Andrea Mattioli, che soggiornò a lungo a Trento e in Val di Non. Questo castello è dedicato all’esposizione di tre libri d’artista di Hamish Fulton, Richard Long e Daniele Girardi, a cui si aggiunge un oggetto scultoreo di Ron Griffin in un dialogo serrato tra l’oggettistica raccolta nel tempo e la passione biblioteconomica della famiglia.

Didascalie delle immagini
1. Castel Nanno. Foto di Massimo Ripani; 2 e 3. Castel Valer. Foto di Massimo Ripani; 4. Richard Long, River Avon Mud Drawing, Edizione 14 di 40, 1995, Panza Collection, Mendrisio, ph. Alessandro Zambianchi, Milano; 5. Ron Griffin, Untitled (RGP 529-99), 1999, Panza Collection, Mendrisio, Hauser&Wirth, ph. Alessandro Zambianchi, Milano; 6. Ron Griffin, Untitled (Long Trailer) (RGP 355-95), 1995, Panza Collection, Mendrisio, Hauser&Wirth, ph. Alessandro Zambianchi, Milano

Informazioni utili 

mercoledì 16 giugno 2021

Il «segno inciso» di Giorgio Morandi in mostra a Bologna

«Che cos’è un’acquaforte?»
: prende spunto da questa domanda il terzo focus di «Re-Collecting», il programma di mostre ideato da Lorenzo Balbi per approfondire temi legati alle collezioni permanenti di arte moderna e contemporanea dell’Istituzione Bologna Musei, indagandone aspetti particolari e valorizzandone opere solitamente non visibili o non più esposte da tempo, per offrire prospettive inusuali e proporre nuovi percorsi di senso.
La nuova esposizione, in programma fino al 29 agosto, è allestita al Museo Morandi ed è curata da Lorenzo Selleri; centrale è il tema dell’incisione, della quale Giorgio Morandi fu maestro in senso stretto, dal momento che dal 1930 diventa docente di Tecnica dell'Incisione all'Accademia di Belle arti di Bologna, ma anche in senso lato, dati il suo rigore e la sua straordinaria capacità tecnica.
L’artista si dedicò alla grafica, e in particolare all’acquaforte, con impegno pari a quello dedicato alla pittura («dipingo e incido paesaggi e nature morte», dichiarò egli stesso nel 1937), tanto che ne divenne un interprete straordinario, tra i più significativi di tutto il panorama europeo del suo tempo.
La sua maestria è paragonabile a quella dei grandi incisori del passato, Rembrandt in primis, che studiava con assiduità e fermezza. Le riproduzioni su volumi in folio, così come le stampe originali che teneva esposte nella casa-studio di via Fondazza, e nella sua aula in Accademia, erano funzionali alla sua necessità di poterne carpire la tecnica perfetta. Così avvenne la sua formazione (non esistendo all’epoca in Accademia un corso di studi per questa disciplina specifica) e quella dei numerosi allievi che frequentarono la sua aula durante i ventisei anni del suo insegnamento. In quel periodo Morandi descrive così il tipo di addestramento impartito ai suoi studenti: «faccio eseguire qualche copia da incisori antichi e limito l’insegnamento all’acquaforte eseguita a puro segno».
Durante il suo magistero si alternarono nella sua aula studenti dai nomi noti, che acquisirono come suggeriva lo stesso maestro bolognese un «proprio timbro», come Luciano Minguzzi, Pompilio Mandelli, Quinto Ghermandi, Luciano Bertacchini, Leone Pancaldi, ma anche Vasco Bendini, Pirro Cuniberti, Dino Boschi, Luciano De Vita e Paolo Manaresi.
Nello sviluppo della sua tecnica Morandi puntò sul segno per andare oltre il bianco e il nero; attraverso il tratteggio, infatti, tradusse i rapporti tonali, o meglio chiaroscurali, giungendo a valersi di quelli che Brandi argutamente definì «colori sottintesi». Del resto la sua attività pittorica procedeva di pari passo. L’acquaforte, come pure la pittura, comportò per lui una fruizione lenta del mondo di cose che aveva sotto gli occhi, quasi una meticolosa distillazione. Ma è appunto in questa meditata operazione che riuscì a percepire la qualità di ciò che aveva di fronte, e quindi ad impadronirsene attraverso un’abilità tecnica straordinaria, che non divenne mai virtuosismo fine a se stesso.
Il percorso espositivo della mostra si apre con una natura morta cubo-futurista, tratta dalla prima e unica lastra incisa all’acquaforte nel 1915 (V.inc.3), e si conclude con un esemplare dell’ultima e unica natura morta che Morandi realizzò nel 1961 (V.inc.131).
Sette delle quattordici acqueforti esposte entrarono a far parte del patrimonio del Comune di Bologna nel 1961, quando Morandi le donò, conservando l’anonimato, in occasione del riordino delle raccolte della Galleria d’arte oderna allora ubicata presso Villa delle Rose.
Alcuni fogli appartenenti a collezioni private completano l’esposizione. Si tratta di opere concesse in comodato gratuito al museo in tempi più o meno recenti, come ad esempio «I Pioppi e la Grande natura morta con la lampada a petrolio» del 1930 (V.inc.76 e 75) e la già citata natura morta del 1961, appartenuta a Luciano Pavarotti. A queste si aggiunge la stampa della sola lastra, ad oggi nota, che Morandi incise con la tecnica della ceramolle.
Alcune vetrine permettono al pubblico di avere accesso a documenti che gettano luce sulla dedizione di Morandi verso la tecnica oggetto del focus espositivo e sui suoi lunghi anni di insegnamento. Tra questi spiccano le lettere dell’artista all’amico Mino Maccari e quelle di Carlo Alberto Petrucci, direttore della Calcografia nazionale di Roma a Morandi, oppure i registri, le note di qualifica e le relazioni provenienti dall’Archivio storico Accademia di Belle arti di Bologna.

Didascalie delle immagini
1. Morandi nella sua aula all'Accademia di Belle Arti di Bologna, Istituzione Bologna Musei | Casa Morandi; 2. Grande natura morta scura, 1934. Acquaforte su rame, Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi; 3. Giorgio Morandi, Paesaggio del Poggio, 1927. Acquaforte su rame. Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi; 4. Punte e bulini utilizzati da Giorgio Morandi per incidere. Istituzione Bologna Musei | Casa Morandi  

Informazioni utili 
«Morandi racconta. Il segno inciso: tratteggi e chiaroscuri». MAMbo – Museo d’arte moderna di Bologna - Museo Morandi, via Don Minzoni, 14 – Bologna. Orari di apertura: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, ore 16.00 – 20.00; sabato, domenica e festivi ore 10.00 – 20.00; chiuso lunedì. Ingresso: intero 6,00, ridotto 4,00. Informazioni: tel. +39.051.6496611. Sito internet: www.mambo-bologna.org. Facebook: MAMboMuseoArteModernaBologna | Instagram: @mambobologna| Twitter: @MAMboBologna | YouTube: MAMbo channel. Fino al 29 agosto 2021.