ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 10 maggio 2011

«Noi credevamo», il Risorgimento secondo Mario Martone

A fine giugno sarà premiato, nello splendido scenario del Teatro antico di Taormina, con il «Nastro d’argento dell’anno». Nei giorni scorsi si è aggiudicato ben sette delle tredici statuette alle quali era candidato ai «David di Donatello», portando a casa premi per il miglior film e la miglior sceneggiatura, ma anche per la fotografia, la scenografia, i costumi, il trucco e il parrucco. Stiamo parlando di «Noi credevamo», la pellicola diretta dal regista napoletano Mario Martone, presentata in anteprima alla 67° Mostra del cinema di Venezia, dove ha conquistato la critica che non ha esitato a parlarne come di un progetto «poderoso, emozionante, bellissimo» («Il Messaggero), «magnifico» («La Repubblica»), «corale e potente» («Il Giornale»).
Il film, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Anna Banti e sceneggiato dallo stesso Mario Martone con Giancarlo De Cataldo, sarà in programmazione al cinema teatro Sociale di Busto Arsizio nella giornata di giovedì 12 maggio, alle ore 14.30, a chiusura della rassegna «Per i centocinquanta anni dell’unità d’Italia: il cinema racconta», ideata da Agiscuola e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e in programma anche in un’altra ventina di città italiane.
Dopo le proiezioni delle pellicole «Le cinque giornate» di Dario Argento, «Correva l’anno di grazia 1870» di Alfredo Giannetti e «Uomini contro» di Francesco Rosi, tenutesi tra febbraio e aprile, la sala di piazza Plebiscito continua, dunque, il suo viaggio tra le pieghe della storia del Risorgimento, tra i fatti e le persone che hanno «fatto» l’Italia, focalizzando l’attenzione su alcune pagine poco note del tormentato processo unitario, come i moti savoiardi del 1834 o l’attentato di Felice Orsini a Napoleone III.
«Noi credevamo» è stato definito dalla critica come una sorta di «meglio gioventù» dell’Ottocento. Protagonisti sono tre ragazzi del Cilento, due nobili e un «figlio del popolo», che nel 1928, davanti alle teste mozzate dei leggendari banditi Capozzoli, promotori di una rivolta repressa nel sangue dall’esercito borbonico, giurano di consacrare la propria vita alla causa della libertà e dell’indipendenza dell’Italia. Attraverso i loro occhi, Mario Martone racconta poco più di tre decenni di storia, arrivando fino al 1862, l’anno della sfortunata impresa garibaldina in Aspromonte, e concludendo il suo racconto tra i seggi del primo Parlamento italiano, quello al palazzo Carignano di Torino.
Abbandonato il natio Sud, Domenico, Salvatore e Angelo -questi i nomi dei tre giovani protagonisti- si affilieranno alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, viaggeranno per l’Europa in nome di un sogno che vale la vita, quello di un Paese unito sotto una sola bandiera, pronti ad armarsi per uccidere i tiranni, a ordine congiure, a sventare traditori, a patire il carcere. A Parigi i tre ragazzi incontreranno l’affascinante principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso, fervente patriota, ma anche paladina dei diritti delle donne e dell’istruzione del popolo. Una figura, questa, che sembra disegnata da Mario Martone a partire dal ritratto di Francesco Hayez, il pittore de «Il bacio» che, negli anni Trenta dell’Ottocento, immortalò a futura memoria questa donna affascinante e coraggiosa, ingiustamente dimenticata dalla storiografica, dipingendola in tutta la sua aristocratica bellezza, sensuale e insieme algida: abito nero, mani lunghe e affusolate, spalle nude dall’abbagliante candore, sguardo fiero e seducente.
Domenico, Salvatore e Angelo parteciperanno, quindi, ai moti savoiardi del 1834, ma anche al tentativo di assassinare re Carlo Alberto. Il fallimento di entrambe le missioni marcherà una profonda crisi nei tre giovani patrioti, acuendo le differenze di classe. Il popolano Salvatore, accusato di tradimento, sarà ucciso da Angelo, approdato a una visione demoniaca della rivoluzione come teatro di pura violenza (una visione che lo porterà alla morte sul patibolo, con Felice Orsini). Domenico continuerà, invece, la sua attività cospiratoria e, negli anni immediatamente successivi alla caduta della Repubblica romana, finirà in carcere, dove si confronterà con le acute frizioni ideologiche tra monarchici e repubblicani. Nemmeno la conseguita Unità riuscirà a placare il suo animo: ritornato nel Cilento, parteciperà al tentativo di conquistare militarmente Roma, in contrasto con le decisioni del neonato Parlamento italiano, e vedrà morire, per mano dell’esercito piemontese, il figlio dell’amico Salvatore: il giovane Saverio.
«Noi credevamo» è, dunque, un potente affresco in costume sui sentimenti e sugli avvenimenti che portarono alla nascita della nostra nazione. Un affresco frutto di una lunga ricerca storica e del lavoro, accurato, di un cast di ottima qualità: i tre giovani protagonisti sono portati in scena da Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco e Luigi Pisani. Toni Servillo veste i panni di Giuseppe Mazzini; Luca Zingaretti è Francesco Crispi. Luca Barbareschi e Guido Caprino interpretano rispettivamente Antonio Gallenga e Felice Orsini. Cristina Trivulzio di Belgiojoso, la regina dei salotti aristocratici e la musa ispiratrice dei carbonari, ha il doppio volto di Francesca Inaudi, in gioventù, e di Anna Bonaiuto, in età matura.
Interessante è anche la scelta musicale, che propone brani d’opera di Rossini, Verdi e Bellini, eseguiti dall’Orchestra sinfonica della Rai di Torino, diretta da Roberto Abbado.
La proiezione bustese, rivolta al triennio delle scuole secondarie di secondo grado, vedrà la partecipazione di quattro scuole cittadine: l’Itc «Enrico Tosi», che ha firmato una convenzione con Agiscuola nell’ambito del progetto nazionale «Carta Io Studio», e l’Ipc «Pietro Verri», l’Itis «Cipriano Facchinetti» e il liceo scientifico «Arturo Tosi». La presentazione della pellicola è a cura di Delia Cajelli, direttore artistico del teatro Sociale di Busto Arsizio.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Una scena del film «Noi credevamo» di Mario Martone. Nell'immagine: Guido Caprino (Felice Orsini); [fig. 2]Una scena del film «Noi credevamo» di Mario Martone. Al centro Francesca Inaudi (Cristina di Belgiojoso giovane) tra Andrea Bosca (Angelo giovane, a sinistra) ed Edoardo Natoli (Domenico giovane, a destra); [fig. 3] Una scena del film «Noi credevamo» di Mario Martone. Lo sbarco garibaldino sulle coste calabre; [fig. 4] Una scena del film «Noi credevamo» di Mario Martone. Nell'immagine:Francesca Inaudi (Cristina di Belgiojoso giovane).

Informazioni utili
«Noi credevamo» di Mario Martone. Cinema teatro Sociale, piazza Plebiscito, 8 - Busto Arsizio (Varese). Quando: giovedì 12 maggio 2011, ore 14.30. Ingresso libero, previa prenotazione del posto. Informazioni e prenotazioni: tel. 0331.679000.

lunedì 9 maggio 2011

A spasso tra i dieci parchi più belli d’Italia

Qual è il parco più bello d’Italia? Per avere una risposta bisogna aspettare la fine di questa estate, quando verrà designato il vincitore della nona edizione del concorso ideato dall’architetto Leandro Mastria per premiare le eccellenze del nostro patrimonio paesaggistico e architettonico. Non avete tempo di aspettare? Allora non vi resta che mettervi in viaggio, su e giù per il nostro «Bel Paese», alla scoperta dei dieci giardini e oasi naturali scelti da alcuni dei più riconosciuti esperti del settore, tra i quali Marcello Fagiolo (presidente del Comitato nazionale per lo studio e la conservazione dei giardini storici) e la giornalista Rossella Sleiter (collaboratrice per anni di «Linea Verde» e responsabile della rubrica dedicata ai giardini de «Il Venerdì di Repubblica»), quali parchi più belli d’Italia.
La nostra «passeggiata delle meraviglie» ha inizio da Ventimiglia, nella provincia di Imperia e a pochi chilometri dal confine francese, dove troviamo i Giardini botanici Hanbury, gestiti dall’Università degli sudi di Genova e realizzati grazie alla passione del viaggiatore inglese Sir Thomas Hanbury -e del fratello Daniel- che, acquistato il promontorio nel 1862, trasformò un terreno incolto in un bellissimo giardino con piante provenienti da ogni parte del mondo. L’aspetto di questo parco, che occupa una superficie di diciotto ettari tra giardino vero e proprio e vegetazione spontanea, è tipicamente all’inglese: l’esotico è intimamente connesso con la flora mediterranea e con le coltivazioni tradizionali, con vialetti irregolari e romantici rustici, pergolati e patii e una suggestiva vista del mare.
Sempre in Liguria, sul lungomare di Genova-Pegli, troviamo lo splendido Giardino di Villa Durazzo Pallavicini, uno dei più suggestivi parchi romantici ottocenteschi. Il visitatore, qui, si muove fra sentieri con architetture classicheggianti, rustiche, cinesi e fra una vegetazione costituita da palme, piante esotiche, lecci, allori e numerosi esemplari assai rari. Il tutto compone un racconto visivo che si sviluppa con un prologo e tre atti di quattro scene ciascuno, opera del pittore-scenografo Michele Canzio, con una successione di quadri paesaggistici voluti dal marchese Ignazio Pallavicini.
Una certa teatralità si respira anche al Vittoriale degli Italiani, la «cittadella» che fu dimora del poeta Gabriele d’Annunzio: un complesso di edifici, vie, piazze, teatri, giardini e corsi d’acqua eretto a memoria della vita del poeta e delle imprese eroiche degli Italiani durante la Grande guerra. Il parco, affacciato sul lago di Garda, occupa un terreno di nove ettari e si snoda lungo un percorso scandito da cimeli storici, ma ciò che colpisce maggiormente l’attenzione del visitatore sono le vaste aree boschive delle Vallette dell’Acqua Pazza e dell’Acqua Savia, attraversate da due ruscelli che confluiscono in un laghetto a forma di violino.
Lasciata la Lombardia, il viaggio tra i parchi più belli d’Italia prosegue in Toscana con i Giardini della Villa Medicea di Castello, oggi sede dell’Accademia della Crusca. Disposta su tre terrazze digradanti racchiuse entro alte mura perimetrali, questa oasi naturale, fatta costruire da Cosimo I nel 1538, ospita una vasta collezione di agrumi, un boschetto di lecci, due limonaie e la suggestiva «Grotta degli Animali», uno degli ambienti architettonici più rilevanti della cultura manierista, la cui ideazione è del Tribolo e che, forse, venne portato a termine dal Vasari, con l’aiuto del Giambologna.
Sempre a Firenze è possibile visitare il meraviglioso giardino di Villa Gamberaia, adagiato sulle colline di Settignano. Libera circolazione d’aria e di sole, abbondanza d’acqua, facile accesso a zone densamente ombreggiate, passeggiate con differenti visuali e una varietà di effetti prodotti dall’ingegnoso uso dei dislivelli sono gli elementi che rendono questo parco, probabilmente fatto costruire nel Settecento e ridisegnato nel 1895 dalla principessa Ghyka, uno dei migliori esempi di giardino all’Italiana.
Due sono i «parchi più belli» che si possono visitare anche nel vicino Lazio. In provincia di Viterbo, si trova Villa Lante a Bagnaia, una delle maggiori realizzazioni del Cinquecento italiano, il cui giardino fu voluto dal cardinale Gambara e fu realizzato dal Vignola, in nome della supremazia dell’uomo sulla natura. Chiusa in un rigoroso dedalo geometrico, la villa è attraversata longitudinalmente da un asse acquatico che sgorga in alto dalla roccia e segue il pendio del terreno, sfruttandone i dislivelli fino a placarsi nel parterre d’acqua con al centro la fontana dei Mori.
Un complesso gioco d’acque caratterizza anche il Giardino di Ninfa a Latina, tra i più bei parchi al mondo per il fascino particolare e misterioso esercitato dalle rovine presenti sul posto: una città abbandonata per la malaria e i saccheggi e rinata, a partire dal 1921, con Gelasio Caetani che, nel corso delle bonifiche delle paludi, intravide sotto quei ruderi l’anima di un suggestivo paesaggio sepolto da secoli. È universalmente riconosciuta la genialità insita nella creazione del giardino di Ninfa: un sito pervaso dal generale senso dell’abbandono, con i suoi ruderi monumentali ricoperti da una fitta coltre di vegetazione e, come già ricordato, con un complesso sistema delle acque. Il giardino presenta un gusto tipicamente anglosassone, compendio di botanica e di rovinismo, sul quale si cimentarono oltre al fratello di Gelasio, Roffredo, anche alcune figure femminili come la moglie di quest’ultimo, Marguerite Chopin, e la figlia donna Lelia Caetani Howard.
Il nostro itinerario prosegue in Campania con due perle del paesaggio mediterraneo: i giardini di Villa Rufolo, a Ravello, e di Villa San Michele, nell’isola di Capri.
Il primo è conosciuto anche come il «giardino dell’anima». La sua realizzazione si lega, nell’Ottocento romantico, alla scoperta del paesaggio mediterraneo e della costiera amalfitana in particolare. A questo richiamo non poteva sfuggire lo scozzese Nevil Reid, che acquistò la villa nel 1853 e che fece costruire un giardino su due livelli. Le antiche mura, appena nascoste dai cipressi e dai tigli, ci guidano discretamente fino al chiostro moresco e, dopo una breve pausa in cui le nobili architetture si prestano nude allo sguardo, una piccola scala ci introduce al primo livello del giardino. L’atmosfera è avvolgente e non a caso Wagner ne rimase folgorato al punto da esclamare: «Ho trovato il secondo atto del Parsifal!».
Avvolgente è anche la vista che offre il belvedere della Sfinge, punto panoramico di Villa San Michele. Il giardino di questa residenza, affacciata sul Golfo di Napoli, fu fatto costruire dal medico e scrittore svedese Axel Munthe, giunto in Italia per motivi di salute e approdato a Capri nel 1876. Sospeso fra cielo e mare, questo parco, ricco di angoli raccolti, ideali per la meditazione, ospita suggestive fioriture della flora mediterranea nel corso di tutto l’anno.
Tappa conclusiva del nostro percorso tra i giardini e parchi più belli d’Italia è il Giardino della Kolymbetra, nella valle dei Templi di Agrigento. Il parco, tornato all’antico splendore dopo decenni di abbandono grazie all’intervento del Fondo per l’ambiente italiano, si estende su cinque ettari. Nelle zone più scoscese si trovano lembi intatti di macchia mediterranea, nel torrente che solca il fondovalle ci sono pioppi, salici e tamerici, sugli ampi terrazzamenti, compresi tra suggestive e alte pareti di calcarenite, un antico agrumeto ricco di tante specie e varietà ormai rare, coltivato secondo antiche tecniche della tradizione araba.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Giardino della Kolymbetra – Agrigento (Agrigento - Sicilia); [fig. 2] Villa San Michele – Anacapri (Napoli – Campania); [fig. 3] Villa Rufolo – Ravello (Salerno – Campania); [fig. 4]
Giardini botanici Hanbury - Ventimiglia (Imperia - Liguria); [fig. 5]

Informazioni utili
«Il parco più bello» – edizione 2011. I finalisti: Giardini botanici Hanbury (www.giardinihanbury.com), corso Montecarlo 46 - Ventimiglia (Imperia); Villa Durazzo Pallavicini (www.villapallavicini.info), via Pallavicini 11 - Genova Pegli (Genova); Vittorale degli Italiani (www.vittoriale.it), via Vittoriale 12, Gardone Riviera (BS); Villa medicea di castello (www.polomuseale.firenze.it), via di Castello 47 – Firenze; Villa Gamberaia (www.villagamberaia.com), via del Rossellino 72 - Settignano (Firenze); Villa Lante (www.villalante.it), via Jacopo Barozzi 71 - Bagnaia (Viterbo); Giardino di Ninfa (www.fondazionecaetani.org), via Ninfina 68 - Cisterna di Latina (Latina); Villa Rufolo (www.villarufolo.it), piazza Duomo 1 - Ravello (Salerno); Villa San Michele (www.villasanmichele.eu), viale Azel Munthe 34, Anacapri (Napoli); Giardino della Kolymbetra (www.fondoambiente.it), Valle dei Templi - Agrigento. Informazioni: Segreteria organizzativa del concorso «Il parco più bello» - Pitagora Comunicazione, via Monterumici 8/7 – Treviso, tel. 0422.582112, fax 0422.545241. Sito web: www.ilparcopiubello.it.

venerdì 6 maggio 2011

«Non le solite balle», omaggio ironico ad Alessandro Manzoni

Era il terzo decennio dell’Ottocento quando Alessandro Manzoni chiedeva all’amico Francesco Hayez, allora il più grande pittore attivo a Milano, di realizzare le illustrazioni per la seconda edizione della sua opera più celebre: «I Promessi Sposi». Di quell’impresa rimangono, oggi, solo alcuni rapidi schizzi, tutti conservati presso l’Accademia di Brera. Lo scrittore lombardo, probabilmente insoddisfatto dai disegni preparatori, si rivolse, infatti, a Francesco Gonin, pittore storico di buona fama ma soprattutto abilissimo vignettista, al quale si deve la prima edizione illustrata del romanzo, quella pubblicata nel 1840.
Nei decenni successivi, furono numerosi gli artisti di fama mondiale che si vollero cimentare con la travagliata vicenda d’amore di Renzo e Lucia. Da Gaetano Previati a Giorgio De Chirico, da Renato Guttuso ad Aligi Sassu, in molti rimasero affascinati dalla storia di quel matrimonio che «non s’ha da fare», ambientato sulle sponde del «ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi».
Ora, in occasione dei 150 anni dell’Italia unita, il capolavoro manzoniano incontra uno dei linguaggi pittorici più moderni, senz’altro il più amato dai giovani: l’aerosol art. Succede a Lecco, presso il Centro Meridiana, dove, da sabato 7 maggio a mercoledì 8 giugno, va in scena l'evento artistico-culturale «Non le solite balle. I Promessi Sposi come non li avete mai visti», ideato da Mario Casiraghi, Fabrizio Pirovano e Paola Grossi.
Nascosto dietro il titolo ironico e provocatorio si cela un progetto solidale e green, cioè attento all’ambiente. L’iniziativa sarà, infatti, legata a un’asta benefica, i cui proventi verranno donati al Sistema museale urbano lecchese, e ad essere dipinte, con bombolette spray ecologiche, saranno delle grandissime (roto)balle di fieno, coperte di materiale plastico. All’opera sarà possibile vedere, nel week-end di sabato 7 e domenica 8 maggio, i giovanissimi membri della crew di «Dipingimi le balle», movimento nato tra le colline della Brianza con l’obiettivo di estrarre il graffito dal contesto associato al degrado urbano e di trasformarlo in un mezzo di comunicazione capace di parlare soprattutto ai più giovani. Non è un caso, dunque, che la manifestazione «Non le solite balle» si rivolga anche alle scuole della provincia di Lecco ad indirizzo artistico e grafico, affinché i ragazzi non si limitino a leggere passivamente il testo manzoniano, ma partecipino attivamente e “costruiscano” anche loro la storia di Renzo e Lucia. «La mia speranza -dichiara Paola Grossi, una delle creatrice del progetto- è che, chiamando giovani artisti a interagire in maniera innovativa e moderna con il romanzo, cambi anche l’approccio degli studenti e nascano curiosità ed interesse nei confronti di un’opera letteraria dal valore unico».
«Non le solite balle» parte sabato 7 maggio con un evento live, che vedrà in azione alcuni tra i più abili e talentuosi writers in circolazione, chiamati a rappresentare su quindici balle di fieno altrettante scene tratte da «I Promessi Sposi». Le (roto)balle dipinte rimarranno esposte al pubblico per tutto il mese di maggio presso il Centro Meridiana di Lecco, dove i visitatori avranno la possibilità di votare la loro opera preferita, ma anche di presentare un loro bozzetto ispirato al capolavoro manzoniano (l’opera vincitrice verrà realizzato da un writer professionista; i lavori vanno consegnati entro il 25 maggio).
La premiazione delle (roto)balle d’autore si terrà nella giornata di mercoledì 8 giugno; il giorno successivo è, invece, prevista, presso Palazzo Falk, l’asta benefica, i cui proventi verranno donati al Sistema museale urbano lecchese per il restauro dell’opera «La mia famiglia» di Orlando Sora (1933, olio su tela cm 161 x 120) e per l’acquisto della tela «Ritratto di Lucia Stoppani Pecoroni» di Giovanni Battista Todeschini (1889, olio su tela, cm 170 x 65 senza cornice, cm 141 x 100 con cornice).

Didascalie utili
[fig. 1, fig. 2 e fig. 3] Interventi del movimento «Dipingimi le balle»
[Le immagini sono state messe a disposizione da Sandra Marchetti di Tramite R.P. & Comunicazione]

Informazioni utili
«Non le solite balle. I Promessi Sposi come non li avete mai visti». Centro Meridiana, largo Caleotto – Lecco. Orari: lunedì-venerdì, 9.30-20.30; sabato 8.30-20.30; domenica 9.00-20.30. Ingresso libero. Fasi del progetto: realizzazione opere - sabato 7 maggio 2011 – domenica 8 maggio 2011; esposizione - domenica 8 maggio 2011 – mercoledì 8 giugno 2011; asta benefica giovedì 9 giugno 2011 (c/o Palazzo Falk, piazza Garibaldi, 4 – Lecco). Informazioni: www.dipingimileballe.com. Fino all’8 giugno 2011.

A Bergamo i segreti del rosso di Fra’ Galgario

Quale era il segreto del rosso vinoso e brillante di Vittore Ghislandi, detto Fra’ Galgario? E’ questa la domanda alla quale si propone di rispondere la prima edizione del progetto «La Camera delle Meraviglie», promosso dalle Assicurazioni Generali di Bergamo e ideato da Barbara Mazzoleni con l’intento di offrire al pubblico un appuntamento fisso, a cadenza annuale, con aspetti del meraviglioso artistico, finora poco o per nulla indagati. La rassegna, che per questo suo debutto si intitola «Fra’ Galgario e il segreto della lacca», è allestita fino a domenica 19 maggio presso lo Spazio Viterbi della Provincia di Bergamo.
Conosciuto come uno dei più grandi e originali ritrattisti del Settecento italiano, Vittore Ghislandi (Bergamo, 1655-1743) ha sempre affascinato artisti, critici e pubblico per le tonalità rosse dei suoi quadri, uniche e inconfondibili nella storia dell’arte. Il pittore bergamasco, infatti, era famoso già nel suo tempo per quelle luminosissime lacche, «forti come sangue raggrumato», da lui personalmente prodotte e stese nei ritratti su rossi opachi come il cinabro, o anche da sole, per velare gli incarnati e far brillare i tessuti sfarzosi indossati da nobili e dame. È così che celebri artisti del suo tempo, come Sebastiano Ricci, erano disposti a fare carte false e a scomodare -come testimoniano i carteggi- le loro illustri amicizie a Bergamo, perché il pittore concedesse loro una libbra di quella lacca finissima e ineguagliabile.
La ricetta di Fra’ Galgario è rimasta fino ad oggi un mistero, ma recenti scoperte nelle fonti e i risultati di indagini scientifiche condotte sui dipinti con le più moderne tecnologie diagnostiche, hanno finalmente consentito di svelarne i segreti. La ricerca incrociata di storici dell’arte e scienziati conferma come l’esperienza del pittore nella preparazione di lacche e di pigmenti fosse in parte debitrice della grande tradizione veneziana e bergamasca dei tintori della seta, dai quali il pittore prendeva in prestito materiali e residui della colorazione delle stoffe, per poi confezionare per i suoi dipinti rossi rimasti unici e inconfondibili in tutta la storia della ritrattistica settecentesca.
La rassegna allo Spazio Viterbi di Bergamo, che fa seguito alla grande retrospettiva che la città lombarda dedicò all’artista nel 2004, permette di ammirare una selezione di queste raffinate opere, accese da lacche rosse e blu e da una strabiliante resa ottica e materica delle stoffe. Ecco così i ritratti di Elisabetta Piavani Ghidotti, del conte Giovan Battista Vailetti, di Claudia Erba Odescalchi Visconti e del conte Giovanni Secco Suardo col servo “dialogare” con preziosi tessuti coevi: damaschi, broccati in filo d’oro e d’argento e tessuti bizarre provenienti principalmente da Gandino, centro della Val Seriana, conosciuto, dal XV al XVIII secolo, per la produzione di pannilana e la raccolta di tessuti di alto pregio provenienti da tutta Europa.
L’esposizione, alla quale fanno da colonna sonora brani sacri e profani diffusi in area veneziana e bergamasca nel Settecento, ha, inoltre, consentito la riscoperta di un «Ritratto di giovane», del tutto sconosciuto in Italia e mai visto dal 1928, e di un affascinante ciclo di tre dipinti, finora poco indagati, raffiguranti l’Allegoria dei Sensi, nei quali la mano di Fra’ Galgario si intreccia a quella dei suoi allievi, con i quali aveva probabilmente condiviso quei “segreti” che noi riusciamo solo oggi, almeno in parte, a dipanare. Due ritratti femminili, di autore ignoto ma coevo a Fra’ Galgario, chiudono il percorso espositivo, documentando il magistero esercitato dal Ghislandi, anche nella resa di tessuti e merletti.
I percorsi nel colore proposti dalla mostra ci riportano, quindi, ad un’epoca precedente all’invenzione dei colori “in tubetto”, quando Fra’ Galgario, pittore-alchimista, sperimentava personalmente la preparazione dei propri colori, a partire da sostanze di origine animale, vegetale e minerale. A conclusione del percorso espositivo i visitatori potranno idealmente entrare nel “laboratorio” del pittore, per conoscere gli ingredienti dei suoi colori, tra polveri preziose di cocciniglia, carminio e lapislazzuli, ma anche un antico manichino, simile a quello che il pittore utilizzava come “modello” da abbigliare di tessuti preziosi.
Arte, moda, musica, scienza e pigmenti misteriosi si intrecciano, dunque, nella mostra di Bergamo, proponendo un’immersione nell’arte di Fra’ Galgario, un’arte capace con i suoi tratti di scandagliare e di restituire sulla tela, in modo sottile ma talvolta tagliente, vizi e virtù della società del suo tempo. Un’arte che è anche un magico gioco di alchimie, con quei rossi inediti, quelle «lacche fini, di una estrema bellezza», che incantarono anche il Longhi e Testori.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Vittore Ghislandi, detto Fra’ Galgario, «Ritratto del conte Giovan Battista Vailetti», 1720 circa. Olio su tela, cm 226 x 137. Venezia, Gallerie dell'Accademia; [fig. 2] Vittore Ghislandi, detto Fra’ Galgario, «Ritratto di Elisabetta Piavani Ghidotti», 1725 circa. Olio su tela, cm 146 x 110. Bergamo, Accademia Carrara, Deposito Ospedali Riuniti di Bergamo; [fig. 3] Vittore Ghislandi, detto Fra’ Galgario, «Autoritratto», 1732. Olio su tela, cm 73 x 58. Bergamo, Accademia Carrara

Vedi anche
«Vincere il tempo», una mostra sui collezionisti della Carrara di Bergamo


Informazioni utili
«Fra’ Galgario e il segreto della lacca». Palazzo della Provincia di Bergamo - Spazio Viterbi, via Torquato Tasso, 8 – Bergamo. Orari: martedì-venerdì 16.00-19.00; sabato, domenica e festivi 10.00-12.00 e 16.00-19.00; chiuso il lunedì. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. 035.358411 e info@lacameradellemeraviglie.it. Catalogo: numero speciale de «La rivista di Bergamo» (edizioni Grafica&Arte). Fino al 19 giugno 2011.

Torino, quattro nuovi percorsi tra le collezioni della Gam

Era l'autunno del 2009 quando la Gam di Torino rivoluzionava completamente la disposizione delle sue collezioni, abbandonando l’ordine cronologico a favore di un criterio tematico. «Genere, Veduta, Infanzia e Specularità» furono gli argomenti scelti per quel primo allestimento, che suscitò consensi e discussioni tra il pubblico e la critica.
Nel marzo 2011, lo spazio espositivo torinese si è modificato nuovamente, esponendo nelle sale del primo e del secondo piano più di 160 opere, alcune delle quali frutto di recenti acquisizioni. A fare da fil rouge tra questi lavori sono quattro nuovi temi, scelti da altrettanti docenti universitari: «Anima, Informazione, Malinconia e Linguaggio».
Vito Mancuso, professore ordinario di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, ha inteso soffermarsi -si legge nella nota stampa- «sulle difficoltà contemporanee nel riconoscere l’anima come entità persino all’interno degli organi ecclesiastici, e sulla necessità, quindi, di rielaborarne il senso sulla scorta del nuovo contesto scientifico e filosofico». Nel suo percorso al primo piano, si passa così dalla religiosità cristiana delle opere ottocentesche di Andrea Gastaldi e Innocenzo Spinazzi ai paesaggi d'anima di Antonio Fontanesi, fino alla concezione di anima come spiritualità assoluta, partecipazione al mondo, che si fa letteraria in Gino De Dominicis, rituale in Hermann Nitsch o poetica in Anselm Kiefer, di cui si presenta il capolavoro «Einschüsse», grande opera recentemente acquisita dalla Gam.
Di tutt’altro tenore il tema dell’informazione, sempre al primo piano, scelto da Mario Rasetti, professore ordinario di fisica teorica, modelli e metodi matematici al Politecnico di Torino.
«L’informazione, nel campo della fisica, è intesa -precisano gli organizzatori- come una grandezza paragonabile a massa, energia, velocità. Si riferisce alla capacità delle molecole di essere portatrici di simboli, codici e segnali, di operare cioè come un messaggio necessario alla propagazione della vita». La concezione dell’uomo e della natura è per questo motivo analizzata confrontando diverse interpretazioni: la ciclicità delle stagioni nella serie di Luigi Baldassarre Reviglio, i segni biomorfi di Carla Accardi, la visione analitica dello spazio di Dadamaino e l’elemento naturale che trova una ridefinizione nelle ricerche dell’Arte povera, con le energie cosmiche di Giovanni Anselmo, l’aspetto alchemico di Gilberto Zorio e la crescita naturale di Giuseppe Penone.
Al secondo piano del museo incontriamo la «Malinconia», tema scelto da Eugenio Borgna, primario emerito di psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Milano. La malinconia è intesa qui come condizione umana e mentale, come ben raccontano il tragico «Asfissia!» di Angelo Morbelli, le nature morte di Giorgio de Chirico e Filippo De Pisis, i paesaggi sospesi di Carlo Carrà.
Sempre al secondo piano della Gam è possibile confrontarsi con le scelte di Sebastiano Maffettone, professore ordinario di Filosofia politica presso la Facoltà di Scienze politiche della Luiss «Guido Carli». A fare da filo conduttore è il tema del linguaggio. Dopo un prologo che evidenzia il rapporto dell’arte con la letteratura nelle opere ottocentesche di Antonio Canova, Massimo D’Azeglio, Carlo Arienti, il percorso si sofferma sulla nascita ed evoluzione dei linguaggi artistici, dalle diverse avanguardie di Giacomo Balla e Lucio Fontana, al neorealismo pop italiano di Tano Festa e Mario Schifano in dialogo con quello internazionale di Andy Warhol e Mark Dion, per chiudersi con il ritorno alla letteratura nell’utilizzo del carattere tipografico di Nanni Balestrini.
Alcune novità differenziano questo allestimento dal precedente. In alcuni casi si è trattato di scelte curatoriali, come la decisione di identificare ogni artista con un solo percorso, ponendone in evidenza l’intera poetica invece che ogni singola opera, in altre una normale evoluzione di avvicinamento al pubblico, per cui si è deciso di fornire ad ogni visitatore una brevissima guida che spieghi le motivazioni che hanno condotto alla definizione dei percorsi.
La Gam di Torino, in questi giorni, si è, inoltre, arricchita di una nuova opera: «In limine» di Giuseppe Penone, una scultura monumentale, composta di marmo di Carrara, bronzo, tiglio ed edera, posta all'ingresso dell'edificio per iniziativa Fondazione De Fornaris in occasione dei 150 anni dell'Italia unita.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Anselm Kiefer, «Einschüsse», 2010. Olio, emulsioni, acrilico e tecnica mista su tela, cm 380(h) x 380(b). Acquisto da White Cube, Londra, 2010 [fig. 2] Atanasio Soldati, «Composizione», 1940. Olio su tela, 55(h) x 55(b). Acquisto presso la IV Mostra pittori d'oggi Francia-Italia, 1955, Torino; [fig. 3] Angelo Morbelli, «Asfissia»,1884. Olio su tela, cm199 x 159.; [fig. 4] Lucio Fontana, «Attese», 1968. Smalto opaco su tela con cornice laccata, 73 x 89 x 6.5 cm. Dono del prof. Eugenio Battisti, Genova, 1966; [fig. 5] Giuseppe Penone, «In limine, matita, inchiostro, pittura acrilica, vernice dorata su carta giapponese, 33 x 48 cm. Disegni preparatori all’opera In Limine alla Gam di Torino. Foto © Archivio Penone

Informazioni utili
«Anima, Informazione, Malinconia e Linguaggio». Gam – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, via Magenta, 31 - Torino. Orari: martedì-domenica, 10.00-18.00, chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso: intero € 7,50, ridotto € 6,00. Informazioni per il pubblico: tel. 011.4429518. Sito Internet: www.gamtorino.it.