ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 31 luglio 2020

A Conegliano «Il racconto della montagna nella pittura tra Ottocento e Novecento»

È il 1864 quando due viaggiatori britannici, Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill, danno alle stampe il libro «The Dolomite Mountains». Il primo è un artista, abile con il disegno e l’acquarello; l’altro è uno scienziato, naturalista e botanico, con il block notes e il raccoglitore di erbe sempre sotto il braccio. Tra il 1861 e il 1863, con le mogli al seguito, che li aiutano a relazionarsi con le introverse popolazioni locali, avendo così «accesso a molte case e cuori contadini», i due turisti esplorano il territorio, allora piuttosto sconosciuto, delle montagne che incorniciano il nord-est italiano, andando alla scoperta di una valle dietro l’altra, dal Tirolo alle Alpi venete.
Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill, con le loro amate consorti S. e A., rimangono incantati da quei luoghi con le rupi «come absidi di enormi cattedrali» e i crinali simili a «muri di abbazie in rovina». Con l’intento di «colmare un vuoto nella letteratura alpina», raccontano quel territorio in un libro pubblicato per i tipi di Longman.
Al momento di dare alle stampe il volume hanno anche l’idea di dare un nuovo nome a quell’arco alpino e per farlo si ispirano alle rocce dolomie, ovvero alla scoperta del geologo Déodat de Dolomieu, che per primo aveva scritto, all’epoca della Rivoluzione francese, sulla particolarità che avevano le guglie delle montagne nel nord-est italiano, le cui pietre calcaree, trattate con acido cloridrico, non davano luogo a effervescenza.
È l’inizio della fama per le Dolomiti, che diventano, lentamente, di moda oltre Manica come meta del Grand Tour, il «viaggio per imparare a vivere» che l’élite nord europea, soprattutto britannica, compie tra il XVIII e il XIX secolo. Quella fama è destinata ad aumentare, nei decenni successivi, con l'apertura di ardite strade carrozzabili, di nuovi alberghi e con il soggiorno dell'imperatrice Sissi al Grand Hotel Karezza nell'agosto del 1897.
Il libro di Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill è stato scelto per aprire il percorso espositivo della mostra «Il racconto della montagna nella pittura tra Ottocento e Novecento», per la curatela di Giandomenico Romanelli e Franca Lugato, allestita negli spazi di Palazzo Sarcinelli a Conegliano Veneto, città di grande fascino al centro delle colline del prosecco e sentinella delle Dolomiti.
Accanto a questo volume viene presentato anche un altro testo importante per la storia di quest’angolo d’Italia, patrimonio mondiale dell’umanità di Unesco. Si tratta del «Bel Paese», pubblicato nel 1876 dall’abate rosminiano Antonio Stoppani, docente di geologia a Pavia e a Milano. Il volume, destinato a costituire la magna carta della geografia dello Stivale, adotta l’espediente della conversazione borghese in salotto, davanti al camino, con i nipotini, per raccontare la bellezza del nostro Paese; e il racconto parte proprio dal territorio dolomitico compreso tra Belluno e Agordo.
Da questi due volumi si dipana un’importante riflessione sul paesaggio montano tra Ottocento e Novecento, che allinea libri, stampe, carte geografiche e opere di celebri autori italiani e stranieri che hanno frequentato le Dolomiti, da Ciardi a Compton, da Sartorelli a Pellis, da Wolf Ferrari a Chitarin.
Se Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill fanno diventare le Dolomiti una meta turistica, al veneziano Guglielmo Ciardi si deve, invece, l’invenzione della cosiddetta «pittura di montagna», fatta en plein air, nella natura e con l’inebriante luce alpina come compagna. L'artista porta il cavalletto e la tavolozza di colori dal Grappa all’Altipiano di Asiago, dalle Dolomiti alle Alpi Carniche. Le vette rocciose dai colori rosati, i piani innevati, il ghiacciaio della Marmolada, gli alpeggi in quota entrano così nel suo bagaglio figurativo, ma anche in quello dei figli Emma e Beppe e dell’allievo Giovanni Salviati.
Dal realismo si passa alla stagione simbolista con pittori come Francesco Sartorelli (1856- 1939), Traiano Chitarin(1864-1935), Teodoro Wolf Ferrari, (1878-1945), Carlo Costantino Tagliabue (1880-1960), Millo Bortoluzzi (1905-1995), Marco Davanzo (1872-1955), Giovanni Napoleone Pellis (1888-1962). Nelle loro opere le atmosfere si caricano di suggestioni cromatiche rosate, crepuscolari, indefinite. Le forme si sfaldano nei riflessi dell’alba o del tramonto così da far rivivere l’intera tradizione di miti e favole legate alla montagna, ora considerata sede degli dei ora trono di Giove e cuscino per i suoi piedi.
Un discorso a parte merita il triestino Ugo Flumiani (1876-1938), che vanta al suo attivo una splendida e poco conosciuta produzione di paesaggi montani dalla ricca e pastosa pennellata e dall’originale taglio compositivo come si può ben apprezzare nella piccola e preziosa tela «Da Tarvisio. I nuovi confini della patria». L'artista friulano ci ha lasciato anche una serie di opere dedicate all’interpretazione delle «viscere» della montagna con alcune inedite visioni del Carso, o meglio delle Grotte di San Canziano, di cui coglie fiumi sotterranei, stalattiti, profonde acque increspate.
Un effetto di silenziosa sospensione trapela, invece, dalle tele del bosnìaco-erzegòvino Gabril Jurkić (1886-1974), che attribuisce nuovi valori simbolici e mistici al paesaggio alpino oltre il confine italiano. «Dalla neve, dal luccicare delle distese bianche e dal contrasto con l’azzurro del cielo e i colori vivacissimi delle vesti della gente di montagna, -raccontano i curatori- l'artista ha tratto l’essenziale per una pittura modernista e sintetista».
Una selezione di manifesti dei primi decenni del Novecento provenienti dalla collezione Salce di Treviso arricchisce il racconto con la pubblicità degli sport invernali, in particolare grazie ai lavori dell’austro-italiano Franz Lenhart incentrati sulle Dolomiti e Cortina. «Perfetti nel taglio modernista, nella tipizzazione dei personaggi, nella essenzialità decorativa dei paesaggi, nell’anti naturalismo e nella vivacissima gamma cromatica, -raccontano i curatori della mostra- questi manifesti ci raccontano una montagna giovane, felice e dinamica con uno stile che richiama la grande tradizione cartellonistica italiana e francese del primo Novecento e un accenno al sintetismo elegante tipico delle riviste americane».
La mostra offre anche degli interessanti focus su alcune figure, dalla storia affascinante, legate alla montagna. Si parla, per esempio, di resistenza e di coraggio con la vicenda della trevigiana Irene Pigatti (1859-1937), pioniera dell’alpinismo dolomitico e «collezionista» di cime, a partire dall’ascensione al monte Cristallo, sulle Dolomiti ampezzane, nel 1886 e del Cimon del Froppa, la maggiore montagna del gruppo delle Marmarole nelle Dolomiti Cadorine, nel 1888.
Altra figura interessante è quella del triestino Napoleone Cozzi, uno dei primi interpreti dell'alpinismo senza guida nelle Dolomiti e precursore dell'arrampicata sportiva con il gruppo «Squadra volante». In mostra sono esposti tre suoi taccuini, conservati nell’Archivio della Società alpina delle Giulie di Trieste e noti quasi esclusivamente agli addetti ai lavori, che raccontano, attraverso una serie di acquerelli e didascalie ironiche e spassose, le sue imprese sulle Prealpi Giulie nel 1898 e sulle Prealpi Clautane, le attuale Dolomiti friulane, nel 1902.
Nell’ultimo album c’è una dedica al trevigiano Giuseppe Mazzotti (1907-1981), direttore dell'Ente provinciale per il turismo e autore di numerosi lavori per la promozione del territorio, altra figura interessante che la mostra di Conegliano permette di conoscere.
Nel suo fortunato «La montagna presa in giro», il critico d’arte e saggista preannuncia il timore di un turismo sfrenato e non di qualità, osservando i nuovi costumi e le recenti liturgie attorno alla montagna e denunciando con ironia le «smanie» di villeggiatura che «inquinano» la bellezza: dalle attrezzature sportive ai segnali colorati per indicare i sentieri, dagli elegantoni alle femmes fatales, dai beoni alle automobili. Quella sezione del libro si intitola «Ferragosto ed altri guai» e lì c'è tutto il guizzo profetico di chi conosce gli uomini, con i loro vizi e virtù, ma soprattutto ha un rapporto privilegiato con la montagna perché l’ha studiata, percorsa, scalata, corteggiata, blandita, difesa. Amata, senza se e senza ma.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Sandro Bidasio Degli Imberti, detto Sabi, Dolomiti provincia di Belluno, 1950 ca, riproduzione fotomeccanica, 35 x 25 cm, inv. 07805 162D Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, Polo Museale del Veneto, su concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; [fig. 2] Franz Lenhart, Cortina, 1947 ca, riproduzione fotomeccanica, 102,1 x 70 cm, inv. 10942 Treviso, Museo nazionale Collezione Salce, Polo Museale del Veneto, su concessione del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; [fig. 3] Giovanni Salviati, Cime di Lavaredo Padova, Courtesy Galleria Nuova Arcadia di L. Franchi; [fig. 4] Carlo Costantino Tagliabue, Cortina Padova, Courtesy Galleria Nuova Arcadia di L. Franchi; [fig. 5] Giovanni Napoleone Pellis, Il viatico in montagna, 1921-22 olio su tela, 178 x 336 cm Udine, Casa Cavazzini – Museo di Arte Moderna e Contemporanea 

Informazioni utili 
«Il racconto della montagna nella pittura tra Ottocento e Novecento». Palazzo Sarcinelli, via XX settembre 132 – Conegliano Veneto. Orari: dal giovedì alla domenica, dalle 11 alle 19. Ingresso: intero € 11, ridotto € 8,50 (per studenti, adulti over 65 anni, convenzioni, residenti nel Comune di Conegliano nei giorni feriali), biglietto speciale € 7,00 per tutti i membri CAI e speciali convenzioni; gratuità e altri biglietti sono consultabili sul sito della mostra. Informazioni e prenotazioni: call center, 0438.1932123. Fino all’8 dicembre 2020.

giovedì 30 luglio 2020

Raffaello500, due musei virtuali per conoscere il «Divin pittore»

È difficile immaginare lo stupore, la commozione e la tristezza dei romani la sera di venerdì 6 aprile 1520, nei giorni del triduo pasquale, quando nella Città eterna si diffuse la notizia della prematura morte di Raffaello Sanzio.
Le cronache del tempo raccontano addirittura che mentre il pittore spirava nella sua casa capitolina, dopo quindici giorni di «febbre continua e acuta», un terremoto scosse i palazzi vaticani e il cielo si riempì di nuvole scure, come se fosse scomparsa una divinità.
Il racconto, che ha del leggendario, è un leit motiv nella narrazione di tanti intellettuali coevi all’artista, da Marcantonio Michiel a Giovan Paolo Lomazzo, che consideravano Raffaello tanto «divino» da paragonarlo a una reincarnazione di Cristo: come il Signore, il pittore era morto di Venerdì santo e come lui era di una bellezza gentile, con la barba e i capelli lunghi e lisci, scriminati al centro.
A contribuire alla costruzione del mito fu anche l’epitaffio funebre, che orna la tomba al Pantheon, posta sotto l’edicola della Madonna del sasso di Lorenzetto, il cui testo fu per lungo tempo attribuito a Pietro Bembo e ora sembra essere opera di Tebaldeo: «Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci rerum magna parens et moriente mori», ovvero «Qui giace quel Raffaello, da cui, vivo, Madre Natura temette di essere vinta e quando morì, [temette] di morire [con lui]».
Al coro delle lodi si unì, infine, Giorgio Vasari che, nel suo libro «Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri» (1568), offrì un ritratto indimenticabile dell’artista: «Raffaello […] fu dalla natura dotato di tutta quella modestia e bontà che suole alcuna volta vedersi in coloro che più degl’altri hanno a una certa umanità di natura gentile aggiunto un ornamento bellissimo d’una graziata affabilità, che sempre suol mostrarsi dolce e piacevole con ogni sorte di persone et in qualunche maniera di cose».
Non è difficile capire il motivo di tanta stima. Alla morte prematura, a soli trentasette anni, l’artista era al culmine della sua fama e della sua fortuna. Era conteso da papi e da principi. Vantava l’amicizia di poeti e letterati. Era amato da donne bellissime e lui ne amava una più di tutte, Margherita Luti, la Fornarina, che ritrasse in un dipinto, esempio magistrale della fusione tra dolcezza e sensualità. Stava per realizzare una delle massime aspirazioni intellettuali del suo tempo, quel Rinascimento che guardava all’antichità come un’epoca di perfezione. Con papa Leone X, come documenta una lettera del 1519 conservata all’Archivio di Stato di Mantova (e attualmente in mostra alla Scuderie del Quirinale), Raffaello stava, infatti, lavorando a un grande progetto di ricostruzione grafica della Roma antica, purtroppo rimasto incompiuto.
Ma l’artista era anche il pittore «divino», il «principe delle arti», che dipingeva ritratti delicati e pieni di grazia, dalla composizione armonica ed equilibrata, dove il ritmo e la misura traevano ispirazione dalla classicità. Con la sua arte aveva messo in scena un mondo che sembrava non esistere se non in una dimensione platonica, metafisica. Le sue donne, ma anche e soprattutto le sue Madonne, erano, infatti, -per usare un’espressione del pittore tedesco Anton Raphael Mengs nel Settecento- «bellezze della ragione e non degli occhi», tanto erano perfette, così idealizzate da non apparire umane o da sembrare impossibile che avessero un modello reale di riferimento. Si pensi allo «Sposalizio della Vergine» (1504), alla «Madonna del cardellino» (1505-1506), alla «Belle Jardinière» (1507), alla «Madonna del diadema blu» (1511), alla «Sacra famiglia sotto la quercia» (1518) o alla «Madonna della seggiola» (1513-1514), solo per fare qualche esempio.
Gli uomini ritratti -papi, cardinali, nobili del tempo-, invece, erano più simili a loro stessi sulla tela che non nella realtà e questo era frutto di una raffinata capacità introspettiva dell’artista, in grado di cogliere i sentimenti, l’anima di chi aveva di fronte. Ne è prova, tra i tanti, il ritratto di papa Giulio II, databile al 1511, del quale colpisce la melanconica pensosità.
Cinquecento anni dopo il mito di Raffaello rivive alle Scuderie del Quirinale, dove fino al 30 agosto sono state riunite centoventi delle sue opere, tra cui quadri simbolo come la «Fornarina» (1520 circa), la «Velata» (1516 circa), la «Madonna del Granduca» (1504 circa), il «Ritratto di Leone X» (1518), il «Ritratto di Baldassare Castiglione» (1514-1515), l’«Estasi di Santa Cecilia» (1514 circa) della Pinacoteca di Bologna e la «Madonna della Rosa» (1518 circa) del Prado.
Ma, in questi mesi di distanziamento sociale e di contingentamento degli ingressi nei musei, l’artista viene celebrato anche on-line non solo dal museo romano con il progetto «Raffaello - Oltre la mostra», ma anche da Musement, piattaforma digitale per la prenotazione di attività turistiche e di biglietti per attrazioni ed eventi, che ha voluto festeggiare l’anniversario raffaellesco con la creazione di un museo virtuale.
Comodamente seduti davanti al proprio laptop, tablet o smartphone si potrà viaggiare tra undici Paesi e trenta città alla scoperta di un centinaio di opere di Raffaello, tra capolavori e gemme poco conosciute al grande pubblico, compresi gli affreschi, dalla «Madonna di casa Santi» alla «Scuola di Atene», nella Stanza della Segnatura in Vaticano.
Per partire non serve allacciare la cintura di sicurezza o acquistare un biglietto aereo, basta, infatti, un semplice clic per ritrovarsi ai Musei vaticani di Roma, al Louvre di Parigi, alla Galleria degli Uffizi di Firenze, al Prado di Madrid o al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.
Il museo virtuale permette di ingrandire le opere, ma anche di scoprirne le dimensioni o il periodo di realizzazione, così da confrontarle con lavori coevi.
Anche sulla piattaforma BricksLab, che ospita contenuti editoriali per la didattica, è presente un progetto virtuale dedicato al «Divin pittore»: Raffaello VR, che focalizza l’attenzione su ventidue opere dell’artista e ne racconta la vita offrendo informazioni, guide e approfondimenti utili.
I contenuti creati da Skylab Studios e che si possono trovare all’interno del museo virtuale sono di vario tipo, pensati sia per gli adulti ma anche per i più piccoli: attraverso la tecnica del morphing, i protagonisti dei quadri diventano cartoni animati che raccontano la loro storia. Non solo interattività, quindi, ma anche inclusività: all’interno di Raffaello VR è prevista, infatti, anche una sezione dedicata ai non udenti con delle videoguide LIS. Ciascun contenuto del museo, grazie all’integrazione con BricksLab, può essere utilizzato per costruire la propria didattica e realizzare lezioni e percorsi.
Un’occasione, dunque, interessante quella offerta da Musement e da BricksLab per approfondire la propria conoscenza del pittore urbinate, della cui arte Giorgio Vasari scriveva: «pare che spiri veramente un fiato di divinità nella bellezza delle figure e nella nobiltà di quella pittura, la quale fa maravigliare chi intensissimamente la considera come possa un ingegno umano, con l’imperfezione di semplici colori, ridurre con l’eccellenzia del disegno le cose di pittura a parere vive».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, 1509-1511 circa. Affresco, cm 500 x 770. Città del Vaticano, Musei vaticani; [fig. 2] Raffaello Sanzio, Madonna di Casa Santi, 1498. Affresco, 97x 67 cm. Urbino, casa natale di Raffaello; [fig. 3] Raffaello, Ritratto di Alessandro Farnese, 1511. Olio su tela, 132 x 86 cm. Napoli, Museo nazionale di Capodimonte; [fig. 4] Raffaello, Angelo (frammento della Pala Baronci), 1500-1501. Olio su tavola trasportata su tela, 55 x 77 cm. Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo; [fig. 5] Raffaello, Profeta Isaia, 1511-1512. Affresco, 250 x 155 cm. Roma, Sant'Agostino

Informazioni utili
www.musement.com/it/museo-virtuale-raffaello
www.scuderiequirinale.it/pagine/raffaello-oltre-la-mostra

mercoledì 29 luglio 2020

Georges de la Tour, il «Caravaggio francese» che dipingeva la luce e la realtà

La luce esile e tremolante di una candela illumina lo sguardo e i lineamenti di una donna persa nei suoi pensieri. È seduta a uno scrittoio, forse un mobile da toeletta, visto che sul fondo si intravede una spazzola appoggiata all’interno di un contenitore. I capelli lunghi, lisci e scuri sono sciolti disordinatamente sulle spalle e i vestiti appaiono sgualciti, quasi a suggerire l’intimità della scena. Sembra che la giovane stia tracciando un bilancio di ciò che è stato. Stia riflettendo su un passato di cui si pente. La sua mano sinistra è poggiata su un teschio posto sopra un grande libro, forse la Bibbia. I suoi occhi guardano verso uno specchio, che riflette l’immagine del cranio, simbolo del tempo che passa inesorabilmente. Quel lume che lentamente si consuma, lasciando la stanza in penombra, sottolinea anch’esso la fragilità e la natura effimera della nostra vita terrena.
È questa immagine, di potente e suggestiva intensità emotiva, ad aprire il percorso espositivo della mostra «Georges de La Tour: l’Europa della luce», allestita fino al prossimo 27 settembre a Milano, negli spazi di Palazzo Reale, per la curatela di Francesca Cappelletti e Thomas Clement Salomon, e con un comitato scientifico composto da Pierre Rosenberg (già direttore del Louvre), Gail Feigenbaum (direttrice del Getty Research Institute) e Annick Lemoine (direttrice del Musée Cognacq‐Jay). L’opera in questione è la «Maddalena penitente» (1635-1640) della National Gallery of Art di Washington, il cui soggetto raffigurato è una costante non solo nella pittura della prima metà dei Seicento, ma anche nella produzione di Georges de la Tour (Vic-sur-Seille, 1593 ‒ Lunéville, 1652), tanto è vero che della Maddalena esistono almeno altre tre versioni sue, conservate rispettivamente al Louvre di Parigi, al Metropolitan Museum of Art di New York e al Los Angeles County Museum of Art.
Il dubbio è d’obbligo. L’artista originario della Lorena, che per il suo studio sulla luce è stato ribattezzato dalla critica con il titolo di «Caravaggio francese», è, infatti, stato riscoperto solo nel secolo scorso, nel 1915, dallo storico dell’arte tedesco Hermann Voss, che grazie ad alcuni documenti scoperti nell’Ottocento attribuì a un certo Georges Dumesnil de La Tour il dipinto «Il neonato» del Musée des Beaux-Arts di Rennes.
Stimato dai suoi contemporanei, tanto da essere chiamato tra il 1639 e il 1641 alla corte parigina come pittore di Luigi XIII, il re francese che conservava nella sua stanza privata, spogliata di ogni altro quadro, un «San Sebastiano curato da Irene» dell’artista, Georges de la Tour viene presto dimenticato. Le sue tracce, in quella terra di frontiera caratterizzata da guerre e carestie, si perdono già nel XVIII secolo. Alcuni suoi dipinti finiscono nel catalogo di altri pittori, da Velázquez ai fratelli Le Nain, ad anonimi olandesi o fiamminghi.
Le notizie che abbiamo oggi sono ancora poche, lacunose. Sulla sua biografia esistono scarsi documenti. Si sa solo che ebbe undici figli e un gran numero di cani, che comprò e vendette varie proprietà e che aveva un carattere piuttosto burrascoso, arrogante e avido. Mediocri sono anche le notizie sui suoi committenti e sui pagamenti dei suoi lavori. Nulla si sa sulla sua formazione. Qualcuno parla di un tour di iniziazione in Olanda; qualche altro di un viaggio di istruzione in Italia, dove sarebbe venuto in contatto con la lezione caravaggesca. Ma sono solo ipotesi. All’inizio del Novecento, poi, si conoscono solo tre sue opere datate: «Il denaro versato» di Leopoli (1625-1627?) e «La negazione di Pietro» di Nates (1650), entrambi in mostra a Milano, e il «San Pietro e il gallo» di Cleveland (1645). Tutto rimane sfuggente e misterioso. Ma oggi -dopo decenni di ricerche per scovare quadri, disegni preparatori e documenti in tutto il mondo- il catalogo di Georges de la Tour conta quaranta opere e ha ben ragione lo storico Jacques Thuillier a dire che la vicenda dell’artista «rappresenta il trionfo della storia dell’arte, perché non esisterebbe senza la storia dell’arte».
Di questi lavori quindici (più uno attribuito) sono in mostra a Milano, nella prima esposizione che l’Italia dedica al pittore: un evento destinato a rimanere nei libri di storia visto che nel nostro Paese, come lamentava Roberto Longhi nel 1935, «non abbiamo nulla di suo», e che i musei difficilmente fanno uscire dalle proprie sale questi capolavori.
Per agevolare una nuova riflessione sulla pittura dal naturale e sulle sperimentazioni luministiche, i capolavori del maestro sono affiancati da una ventina di splendide opere di artisti coevi come Paulus Bor, Jan Lievens, Throphime Bigot, Frans Hals, Jan van Bijlert, Gerrit Van Honthorst, (conosciuto in Italia come Gherardo delle Notti), Adam de Coster e Carlo Saraceni.
«La pittura di Georges de la Tour -raccontano gli organizzatori- è caratterizzata da un profondo contrasto tra i temi «diurni», crudamente realistici, che mostrano un’esistenza senza filtri, con volti segnati dalla povertà e dall’inesorabile trascorrere del tempo, e i temi «notturni» con splendide figure illuminate dalla luce di una candela: modelli assorti, silenziosi, commoventi». È il caso della magnifica «Educazione della Vergine» (New York, Frick Collection, 1650 circa), dove una Maria bambina dal viso di porcellana si avvicina alla madre, con il suo lume in mano, per leggere le preghiere della sera, ma anche del raffinato «Giovane che soffia un tizzone» (Digione, Musée des Beaux‐Arts, 1640 circa), in cui emerge dall’oscurità una figura che gonfia le gote per soffiare, parzialmente illuminata da un bagliore rossastro. Una luce fioca illumina anche il quadro «Giobbe deriso dalla moglie» (Epinal, Musée départemental d’Art ancien e contemporain, 1650 circa), dove una donna maestosa ed elegante si rivolge con un gesto interrogativo al marito, nudo e con gli occhi lucidi di pianto, chiedendogli perché abbia ancora fede in Dio, con tutti i mali che sta patendo. Di argomento religioso è anche «La negazione di Pietro» (Nantes, Musée des Beaux‐Arts,1650), in cui Georges de la Tour fonde il racconto del tradimento dell'apostolo con la scena profana di una partita a dadi tra le guardie.
Da osservare con attenzione lungo il percorso espositivo sono anche «La rissa tra musici mendicanti» (J. Paul Getty Museum, 1625‐1630 circa), con il suo crudo e drammatico realismo, e «Suonatore di Ghironda col cane» (Musée du Mont‐de‐Piété di Bergues, 1622‐ 1625), il dipinto più grande a noi pervenuto di Georges de la Tour, con la sua violenta carica innovativa nella resa dei soggetti popolari, irrintracciabile nella pittura francese del tempo.
A chiudere il percorso espositivo è un altro quadro che ci parla, come la Maddalena dell’incipit, di luce e di solitudine: il «San Giovanni Battista nel deserto» di Vic‐sur-Seille, il paese natale di de la Tour, con il volto chino a guardare l’agnello che sta ai suoi piedi, con la testa colma di dubbi e di domande alle quali non sa dare risposta. È un quadro denso di silenzio in cui la luce assume connotazioni sacre. È fiaccola che accompagna i nostri passi, è chiarore che ci rassicura anche quando pensiamo che tutto sia perso.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Georges de La Tour, Maddalena penitente, 1635 - 1640. Olio su tela, 113 x 92,7 cm. National; [fig. 2] Georges de La Tour (studio), Educazione della Vergine, 1650 ca. Olio su tela, 83,8 x 100,3 cm. The Frick Collection, New York, Stati Uniti; [fig. 3] Georges de La Tour, Giovane che soffia su un tizzone, 1640 ca. Olio su tela, 61 × 51 cm. Musée des Beaux-Arts Digione, Francia; [fig. 4] Georges de La Tour, Giobbe deriso dalla moglie, 1650 ca.Olio su tela, 145 x 97 cm. Musée départemental d'Art ancien et contemporain
Epinal, Francia; [fig. 5] Georges de La Tour

San Giovanni Battista nel deserto, 1649 ca. Olio su tela, 81 × 101 cm. Musée départemental Vic-sur-Seille, Francia; [fig. 6]  Georges de La Tour, La negazione di Pietro, 1650. Olio su tela, 120 x 161 cm. Musée d'arts de Nantes, Francia

Informazioni utili
Georges de La Tour: l’Europa della luce.Palazzo Reale, piazza Duomo, 12 - Milano. Orari: dal giovedì alla domenica, dalle 11.00 alle 19.30 con apertura serale il giovedì sino alle 22.30 (ultimo ingresso un’ora prima). Ingresso: intero € 14,00, ridotto da € 12,00 a € 6,00. Informazioni: palazzorealemilano.it | latourmilano.it (sito ufficiale della mostra). Note: la prenotazione è obbligatoria - anche per le categorie gratuite -   presso Vivaticket tel. 02 92897755 o sul sito https://mondomostreskira.vivaticket.it/ È possibile prenotarsi anche poco prima della visita, purché sia rispettata la capienza consentita in ciascuna fascia oraria. Al momento non è possibile prenotare visite per gruppi o scolaresche | Per chi è già in possesso di prenotazione va richiesto il voucher al sito https://shop.vivaticket.com/ita/voucher. | L’audioguida è inclusa nel biglietto in forma di app da scaricare negli store Apple e Google inserendo il titolo della mostra. Modalità di accesso: la prenotazione è obbligatoria ed è necessario il preacquisto (la biglietteria in sede è chiusa) | Presentarsi a Palazzo Reale all’orario prenotato, sono consentiti non più di 5 minuti d’anticipo | È necessario indossare la mascherina e sanificare le mani con le soluzioni igienizzanti presenti, per accedere ad ogni area del Palazzo. | All'ingresso verrà rilevata la temperatura corporea. Se il valore è pari o superiore a 37,5 gradi non sarà consentito l’accesso. Fino al 27 settembre 2020