ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 20 aprile 2022

A Venezia il rosso e il nero di Anish Kapoor

Presenza e assenza, vuoto e pieno, visibile e invisibile, concavo e convesso, luce e oscurità, maschile e femminile: da sempre la pratica creativa di Anish Kapoor (Bombay, 12 marzo 1954), artista tra i più apprezzati e innovativi della scena contemporanea, noto per le sue sculture lucenti e misteriose dalle forme semi-organiche, indaga la dialettica degli opposti, metafora della contraddittorietà dell’esistenza umana.
Centrale nel lavoro del maestro anglo-indiano, che ha rappresentato la Gran Bretagna alla quarantaquattresima Biennale di Venezia nel 1990 e che è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti internazionali tra cui il Praemium Imperiale nel 2011 e il Padma Bhushan nel 2012, è anche la ricerca sui pigmenti. Ecco così il giallo delle prime sculture, il blu laguna della spiritualità orientale, colore che ci parla di infinito e trascendente, il rosso della carnalità, della violenza e del sangue - una vera e propria ossessione per l’artista - e, recentemente, il nero, ma non un nero qualunque, bensì «il nero più nero che esiste» (o quasi). Si tratta del Vantablack S-VIS, materiale in nanotubi di carbonio, capace di assorbire il 99,965 % delle radiazioni luminose, prodotto nel 2014 dalla società di ricerca scientifica britannica «Surrey NanoSystem» per scopi aerospaziali e militari, di cui l’artista ha acquisito i diritti in esclusiva nel 2016 e ne ha fatto uno spray dando vita al Kapoor Black.
Le prime opere realizzate con questo colore innovativo che fa sparire la terza dimensione, e il cui effetto si avvicina al buco nero cosmico, vengono presentate da Anish Kapoor a Venezia, nei giorni della cinquantanovesima Biennale d’arte, in una retrospettiva alle Gallerie dell’Accademia e nello storico Palazzo Manfrin, recentemente acquisito dallo stesso artista anglo-indiano (che da qualche anno ha anche una casa in Laguna, a Sant’Aponal) per farne un polo artistico e museale «vibrante e vitale», diretto da Mario Codognato.
L’edificio gotico nel sestiere di Cannaregio, oggetto in questi mesi di un radicale progetto di restauro guidato dall’architetto Giulia Foscari di UNA studio e sviluppato in collaborazione con FWR associati, ha una storia che lo lega simbolicamente alle Gallerie dell’Accademia. Sede, sul finire del Settecento, di una prestigiosa collezione di dipinti, sculture e stampe, segnalata nelle guide cittadine almeno dal 1815 e visitata, tra gli altri, da Antonio Canova, Lord Byron, John Ruskin e Edouard Manet, Palazzo Manfrin (già Priuli-Venier) vide disperdere il suo patrimonio nel secondo scorcio dell’Ottocento, dopo la morte dell’«imprenditore visionario» Girolamo Manfrin (1801), commerciante di tabacco con la passione per l’arte, e dei figli Pietro (1833) e Giulia Angela Giovanna (1848). 
Su interessamento di Pietro Selvatico, ventuno di questi dipinti entrarono nel patrimonio delle Gallerie dell’Accademia. Tra di loro c’erano «La Tempesta» e «La Vecchia» di Giorgione, il «San Giorgio» di Andrea Mantegna e il «Ritratto di giovane uomo» di Hans Memling, opere emblematiche di quella che Anish Kapoor definisce «una delle più belle collezioni di pittura classica di tutto il mondo». Ma c'erano anche la «Madonna in trono con il Bambino e un devoto» di Nicolò di Pietro, «I Santi Paolo e Antonio eremiti» di Girolamo Savoldo, «San Pietro e San Giovani Battista» di Alessandro Bonvicino, detto il Moretto.
Confrontarsi con questa storia, far dialogare il passato con il presente, è «la sfida meravigliosa e stupefacente» che l’artista anglo-indiano ha accettato di vivere, portando l’arte contemporanea in uno dei musei che meglio rappresenta lo spirito della Serenissima (anche grazie alle tele di grandi maestri del Rinascimento veneto come Tintoretto, Tiziano, Veronese e Bellini) e scrivendo una nuova pagina della storia che, nelle precedenti edizioni della Biennale d’arte, ha visto esporre alle Gallerie dell’Accademia Mario Merz (2015), Philip Guston (2017) e Georg Baselitz (2019).
Sessanta opere ricostruiscono i momenti chiave della carriera di Anish Kapoor in un percorso insieme imponente e intimo, archetipico e destabilizzante, tra opere storiche e lavori inediti creati negli ultimi tre anni, che si avvale della curatela di Taco Dibbits (Amsterdam, 7 settembre 1968), direttore del Rijksmuseum di Amsterdam, tra i massimi esperti mondiali di Rembrandt e della pittura fiamminga del XVII secolo.
Una materialità palpabile e magmatica, che esonda nello spazio circostante come «una reliquia laica dell’umanità sofferente» (l’espressione è di Mario Codognato) e che ci invita a riflettere sul mistero della vita e sul dramma della morte, caratterizza le imponenti installazioni nei toni del nero e del rosso che abitano gli spazi delle Gallerie dell’Accademia. In queste sale trovano posto anche i «1000 Names» degli esordi e le opere dipinte con il Kapoor Black, lavori che si realizzano pienamente nell’istante in cui il visitatore le sperimenta: dalle forme nere su fondo bianco apparentemente piatte emerge, al minimo spostamento, una terza dimensione appena percettibile, che subito scompare in un gioco dicotomico tra presenza e assenza, visibile e invisibile. Destabilizza anche l’installazione «Shooting into corner» (2008-2009), con i suoi grandi proiettili di cera rosso sangue, sparati da un cannone; mentre in «Pregnant White Within Me» (2022) l'architettura delle Gallerie dell’Accademia si dilata, suggerendo una ridefinizione dei confini tra corpo, edificio ed essere.
A Palazzo Manfrin, tra le pareti non ancora restaurate e i soffitti affrescati, il pubblico è, invece, accolto dalla nuova monumentale opera «Mount Moriah at the Gate of the Ghetto» (2022), una massa grondante di silicone e vernice che sembra squarciare il soffitto dell’androne. Ci sono, poi, lungo il percorso espositivo opere iconiche come il trittico «Internal Objects in Three Parts» (2013–2015) o «White Sand Red Millet Many Flowers» (1982), ma anche i lavori specchianti, le acque vorticose e rosse di «Turning Water Into Mirror, Blood Into Sky» (2003) e «Destierro» (2017), in cui un caterpillar interamente blu trasporta tonnellate di terra rossa «in un’epica azione di sovvertimento». Tutti i percorsi portano alla spettacolare «Symphony for a beloved sun» (2013), un’installazione con un sole che tramonta (o sorge) su una massa di cera, prodotta a ciclo continuo da una sorta di infernale creazione leonardesca, che tinge l’edificio di rosso sangue, «il colore dell’origine» e della fine, della vita e della morte, che – racconta Anish Kapoor – «ha una presenza fisica e un’oscurità intrinseca, più scura del nero».

Didascalie delle immagini
Le fotografie sono di Attilio Maranzanol 

Informazioni utili 
Anish Kapoor
Gallerie dell’Accademia e Palazzo Manfrin, Venezia 
20 aprile – 10 ottobre 2022   
# Gallerie dell’Accademia  
Campo della Carità, Dorsoduro 1050 - 30123, Venezia  
Vaporetto stop: Accademia - linea 1   
Orari di apertura:  lunedì, 8:15–14, la vendita dei biglietti termina alle ore 13;  da martedì a domenica, 8:15–19:15, la vendita dei biglietti termina alle ore 18:15   
# Palazzo Manfrin  Fondamenta Venier, Cannaregio 342, 30121, Venezia  
Vaporetto stop: San Marcuola o Ferrovia - linea 1; Guglie - linea 4.1, 4.2, 5.1, 5.2   
Orari di apertura:  luned,: 10–14; da martedì a domenica, 10–19:15  
# Biglietti:  intero € 12, ridotto (giovani 18–25 anni) € 2, gratuito per i minori di 18 anni  
# Informazioni: www.gallerieaccademia.it   

martedì 19 aprile 2022

Venezia, Anselm Kiefer dialoga con la storia di Palazzo Ducale

È uno dei luoghi che meglio rappresenta Venezia e la sua storia - grandiosa e millenaria - di Repubblica Serenissima, crocevia di mondi diversi e modello politico basato sulla pacifica convivenza sociale, nonché importante centro di commerci con l’Oriente lungo le vie della seta e delle spezie. Stiamo parlando di Palazzo Ducale, capolavoro dell’arte gotica, nell’area monumentale di piazza San Marco, che è stato, fino al 1797, la residenza dei Dogi e la sede delle magistrature statali, le cui stanze hanno visto all’opera generazioni di artisti tra i quali Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Tiziano, Veronese, Tintoretto e molti altri.
In occasione della cinquantanovesima edizione della Biennale d’arte, una delle sale più simboliche di questo edificio antico e pieno di storia, quella dello Scrutinio, ovvero la sede designata all’elezione del Doge, apre per la prima volta le proprie porte all’arte contemporanea.
Su invito della Fondazione Musei civici di Venezia, Anselm Kiefer (Donaueschingen, 1945), artista tedesco che nel corso della sua carriera si è confrontato con i temi della storia e della memoria, presenta, per la curatela di Gabriella Belli e Janne Sirén, il progetto site specific «Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce».
Il titolo della mostra, aperta fino al 29 ottobre, è mutuato dalle parole del filosofo veneto Andrea Emo (Battaglia Terme - Padova, 1901-Roma, 1983), pensatore solitario e quasi dimenticato, che ha visto pubblicata la sua prima raccolta, «Il Dio negativo. Scritti teorici 1925-1981», solo nel 1989, postuma, grazie all’interessamento di Massimo Cacciari e della casa editrice Marsilio.
In un gioco di stratificazioni, che sovrappone storia a storia e che ci ricorda che «niente è eterno sotto il sole», le sfolgoranti cromie del «Giudizio Universale» (1594-1595) di Jacopo Negretti detto Palma il Giovane e l’affollata e spettacolare tela «La battaglia di Lepanto» (1595-1605) di Andrea Michieli detto il Vicentino, che in una visione simultanea narra le ore lunghe e terribili dello scontro navale fra le flotte musulmane dell'Impero ottomano e quelle cristiane della Lega Santa durante la guerra di Cipro (7 ottobre 1571), lasciano temporaneamente spazio ai monumentali pannelli terra-cielo del progetto espositivo di Anselm Kiefer con cui si chiudono le celebrazioni per i 1600 anni dalla fondazione della città di Venezia.
Per comprendere appieno la nuova opera dell’artista tedesco vale la pena ricordare che l’attuale decorazione della Sala dello Scrutinio, un tempo chiamata Sala della Libreria perché conservava al suo interno i preziosi manoscritti lasciati da Francesco Petrarca e dal cardinal Bessarione alla Repubblica, è frutto di un restauro degli anni Ottanta e Novanta del Cinquecento, che ha coperto con nuove tele, una sorta di «Libro d’oro» dedicato alla grandezza della Serenissima, quelle bruciate durante un devastante incendio che colpì Palazzo Ducale nel 1577.
Anselm Kiefer nasconde queste tele con il suo lavoro, «accumulo – scrive Gabriella Belli in catalogo - di strati quasi geologici di materia, magma da cui emergono figure che sembrano alludere ad alcuni episodi della vita della Repubblica e non solo: una bara vuota a ricordare San Marco, una scala per evocare quella di Giacobbe». Ci sono, poi, sommergibili e uniformi di soldati, metafora della forza bellica dei veneziani, una lunga fila di carrelli, macchie d’oro e d’argento, segni di combustione. Mentre le barene ghiacciate di piombo fuso hanno a che vedere con le teorie di Wegener sulla deriva dei continenti. Paradossi e metafore si alternano così davanti allo sguardo del visitatore come in una istantanea fotografica, che fa propria la convinzione di Andrea Emo secondo cui – racconta Anselm Kiefer - «la storia è una catena di azioni illogiche, astoriche, avvenimenti che non hanno nulla a che fare con causa ed effetto. Ogni evento è un passo avanti contro la legge della necessità».
Questi dipinti nascono, dunque, dalla negazione, dalla cancellazione di altri cui si sovrappongono, in un certo senso sono l’esito del fuoco che ha bruciato l’intera decorazione della sala nel 1577, ma anch’essi sono destinati a morire quando si allontaneranno da Palazzo Ducale.
Nell’installazione, che occupa anche la Sala della Quarantia Civil Nova, l’artista tedesco riflette, inoltre, sulla posizione unica di Venezia posta tra il Nord e il Sud e sulla sua interazione tra Oriente ed Occidente trovando connessioni altrettanto significative tra queste differenti culture, la storia della città e il testo dell'opera tragica di Goethe, «Faust: Seconda parte» (1832).
La mostra, che si inserisce nel progetto «Muve contemporaneo», è coraggiosa. «Quanti – si interroga Gabriella Belli, che dirige i Musei civici di Venezia - saranno i visitatori che lamenteranno di non aver potuto ammirare il sangue di Lepanto o di Zara, di non aver potuto portare fiori sulla tomba della storia, costretti a guardare in faccia questo tragico tempo presente? Quanti lasceranno con disappunto la sala e quanti si immergeranno invece in queste rovine contemporanee e prenderanno coscienza di come l’arte possa ancora essere un terreno fertile per coltivare domande e quesiti, anche se apre ai nostri occhi verità inaccessibili, anche se ci mostra il buio, la luce e il buio ancora di questo secolo da poco iniziato ma gravido di dolori e di oscuri presagi? I pellegrini dell’arte sopporteranno tutto questo?». Anselm Kiefer, intanto, fa parlare a Palazzo Ducale il linguaggio del contemporaneo. Rende presente e vivo il passato.

Didascalie delle immagini
Anselm Kiefer,  «Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce (Andrea Emo)», 2022, installation view. © Anselm Kiefer. Photo: Georges Poncet. Courtesy Gagosian and Fondazione Musei Civici Venezia

Informazioni utili 
Anselm Kiefer,  «Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce (Andrea Emo)». Palazzo Ducale, Sala dello Scrutinio -Venezia. Orario: tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 18.00; ultimo ingresso alle ore 17.00. Ingresso: https://muve.vivaticket.it/it/tour/palazzo-ducale/2478. Informazioni: https://palazzoducale.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/anselm-kiefer/2022/02/22299/anselm-kiefer. Fino al 29 ottobre 2022 


#MUVEContemporaneo2022 #AnselmKiefer

venerdì 15 aprile 2022

#notizieinpillole, cronache d'arte della settimana dall'11 al 17 aprile 2022

«Présence», a Venezia l'anteprima mondiale della video-installazione di Wim Wenders sul lavoro di Claudine Drai
Si terrà a Venezia, nei giorni del pre-opening della Biennale d’arte, la prima mondiale di «Présence», nuova installazione video firmata da uno dei più grandi maestri del cinema contemporaneo, Wim Wenders (Düsseldorf, 1945),il cui lavoro è stato premiato, negli anni, da una serie di importanti riconoscimenti internazionali come il Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia per «Der Stand der Dinge» («Lo stato delle cose»), la Palma d'oro al Festival di Cannes per «Paris, Texas» e l'Orso d'argento al Festival di Berlino per «The Million dollar hotel». A presentare l’evento, in programma nel pomeriggio di venerdì 22 e sabato 23 aprile al Cinema multisala «Rossini», sarà la Pinault Collection, con cui il regista tedesco aveva collaborato nel 2020 partecipando alla curatela di un importante progetto espositivo dedicato a Henri Cartier-Bresson.
L’opera, presentata in due session distinte di 38 minuti ciascuna (entrambe in programma alle ore 17), esplora l’universo espressivo di Claudine Drai (Parigi, 1951), la cui produzione più recente è contestualmente visibile a Venezia, negli spazi di Palazzo Franchetti, dal 21 aprile al 15 maggio.
La leggerezza e la fragilità che caratterizzano la produzione dell’artista francese, quasi del tutto condotta su carta bianca, e la dimensione spirituale che avvolge la sua pratica hanno affascinato e quasi commosso Wim Wenders.
Il regista tedesco ha dato così vita, con la complicità di Claudine Drai, a un racconto visivo che è allo stesso modo un’opera senza precedenti. Girata in 3D tra il 2020 e il 2021, «Présence» restituisce, infatti, una narrazione estremamente evocativa della pratica dell’artista, senza seguire un flusso narrativo lineare.
Il film non è soltanto la visualizzazione di come lo sguardo di un artista si posa sul lavoro di un altro, ma una creazione comune che rifugge qualunque classificazione e si distanzia da qualsiasi regola preesistente. Un controcanto ideale per comprendere l’esposizione parallelamente in corso a Palazzo Franchetti, in grado di offrire al pubblico molteplici strumenti per apprezzare il lavoro di Claudine Drai che, negli anni, ha inventato mondi e spazi in cui la sensazione della materia - carta, bronzo, profumo, parole e luci - risveglia tutti i nostri sensi.
L'ingresso alle proiezioni, alla presenza dei due artisti, è gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili. Per maggiori informazioni: www.palazzograssi.it.

In mostra a Siena i «Capricci» di Tano Pisano
«Goya diceva che il sonno della ragione genera mostri. Io mi sono ispirato ai ‘capricci’ di Goya, perché secondo me oggi la ragione è morta e quindi c’è bisogno dell’astrazione, della poesia per tornare a vivere, per non creare mostri, che ce ne sono anche troppi in questi giorni». È racchiusa in questa frase l’idea di «Capricci», la nuova impresa di Tano Pisano - artista di origini siciliane, ma ormai toscano d’adozione – che fino al 5 giugno espone negli spazi dei Magazzini del Sale al Palazzo pubblico di Siena.
La rassegna, che segna il ritorno dell’artista nella città del Palio dopo la mostra «Il gioco del cavallo», temutasi nell’autunno del 2020, allinea centocinquanta opere realizzate per l’occasione, suddivise tra pitture a olio su tela e su carta, acquarelli, carboncini, incisioni, e poi sculture, ceramiche, vasi, meccani e mobiles (sculture in legno che si muovono).
L’esposizione, che sarà visitabile anche nei giorni di Pasqua e Pasquetta, riprende e completa il fil rouge artistico dedicato al cavallo, animale simbolo della celebre disfida senese, omaggiando anche dieci delle diciassette contrade senesi: il Drago, la Giraffa, il Leocorno, la Lupa, l’Oca, la Pantera, la Selva, la Tartuca, la Torre e il Valdimontone. Le altre dieci - l’Aquila, il Bruco, la Civetta, il Nicchio, la Chiocciola, l’Onda e l’Istrice – erano state, invece, al centro della mostra «Il gioco del cavallo». Tano Pisano spiega che, questa volta, l’omaggio sarà differente: «Nella mostra di due anni fa, c’era sempre il cavallo come soggetto principale e poi il simbolo della contrada accanto. Stavolta, invece, l’Oca, la Lupa e le altre che mancavano all’appello le ho dipinte a modo mio, sempre con una pittura figurativa, popolare».
Questa seconda esperienza senese è arricchita dai cosiddetti «Capricci» - ovvero creazioni fantastiche che hanno sempre accompagnato e scandito la lunga carriera dell’artista. Si tratta di draghi, di creature ai confini della realtà e della fantasia, ma anche di invenzioni pure o di satira artistica, tutti stilemi tipici di Tano Pisano, proposti per la prima volta al pubblico italiano.
Per maggiori informazioni: www.tanopisano.com.

Nelle fotografie: 1. Cavallo, acquerello su carta, 102x153cm 2020; 2. Uomo mela, Acquerello su carta, 18x26cm, 2014

«kakemono», in mostra a Torino cinque secoli di pittura
«Cosa dipinta»: è questo il significato, in lingua italiana, di kakemono ((掛物), termine giapponese che indica un rotolo prezioso di tessuto o di carta, dipinto o calligrafato, pensato per essere appeso durante occasioni speciali o utilizzato come decorazione in accordo alle stagioni dell’anno. A questi manufatti di indescrivibile bellezza è dedicata una mostra allestita fino al 25 aprile al Mao – Museo d’arte orientale di Torino, per la curatela di Matthi Forrer, professore di Cultura materiale del Giappone pre-moderno all’Università di Leida, che focalizza l’attenzione sulla collezione del piemontese Claudio Perino. Centoventicinque kakemono, suddivisi in cinque sezioni tematiche (fiori e uccelli, animali, figure, paesaggi, piante e fiori), ma anche ventagli dipinti e lacche decorate compongono il percorso dell’esposizione, la prima in Italia focalizzata su questa forma d’arte, realizzata in collaborazione con il Musec-Museo delle Culture di Lugano.
«Kakemono. Cinque secoli di pittura giapponese. La collezione Perino»
, questo il titolo della mostra torinese, conduce il visitatore attraverso «un mondo ricchissimo, in cui – spiegano gli organizzatori - rappresentazioni minuziose e naturalistiche, punteggiate di dettagli sottili, si affiancano a immagini estremamente essenziali e rarefatte, dove la forma perde i suoi contorni, si disgrega progressivamente per diventare segno evocatore di potenti suggestioni, in un estremo esercizio di sintesi e raffinatezza, quasi un astrattismo ante litteram». In Oriente i pittori dipingevano, infatti, in maniera «impressionistica», «espressionistica» e «astratta» secoli prima che analoghe forme espressive cominciassero ad apparire in Occidente.
I kakemono rappresentano il corrispettivo del «quadro» occidentale, ma, a differenza delle nostre tele o tavole, caratterizzate da una struttura rigida, i rotoli dipinti presentano una struttura relativamente morbida e sono pensati per una fruizione limitata nel tempo. Esposti nel tokonoma (alcova) delle case giapponesi o lasciati per qualche ora soltanto ad oscillare nella brezza di un giardino, queste opere d'arte partecipano del tempo e del movimento, alludono all’impermanenza e alla mutazione quali elementi ineludibili (e positivi) dell’esistenza.
Fra i kakemono esposti al Mao figurano alcune opere dei maggiori artisti giapponesi, tra cui Yamamoto Baiitsu, Tani Buncho, Kishi Ganku e Ogata Korin.
Per informazioni: www.maotorino.it.

Didascalie delle immagini: 1. Kaburagi Kiyokata (1878-1972), Una geisha con parasole, 1920-39. Dipinto a inchiostro e colori su seta, 45,7 x 50,9 cm; 2. Mori Kansai (1814-1894), Iris oscillano al vento, Dipinto a inchiostro e colori su carta, 29,5 x 39,9 cm; 3.  Tani Bunchō (Edo, 1763-1841), Autoritratto dell’artista, 1832. Dipinto a inchiostro su carta, 27 x 49,2 cm

Una speciale etichetta di Amarone per la mostra multimediale «Il mio Inferno. Dante profeta di speranza»

Una mostra multimediale su Dante Alighieri e i suoi gironi danteschi, la creatività di Gabriele Dell’Otto, fumettista che ha lavorato anche per la Marvel, e un vino certificato Docg: a suggellare questo incontro d’arte e di sensi, presentato alla fiera Vinitaly, è stata l’azienda Se-condo Marco, nata a Fumane (Verona) nel 2008 per volontà di Marco Speri.
A fregiarsi dell’etichetta illustrata, che sarà utilizzata per un numero limitato di bottiglie, è un Amarone del 2013, un vino, di colore rosso rubino con riflessi granati, che porta al naso sen-tori di amarena, prugna e spezie. «Al palato – assicurano della cantina veronese - è complesso, avvolgente e asciutto; armonico ed elegante».
L’etichetta raffigura Dante, sperduto in una «selva oscura» («Inferno», Canto I), che cerca di uscirne risalendo le pendici di un colle, mentre gli si fanno incontro tre belve che lo ricacciano in-dietro. A questo punto il «Sommo poeta» incontra Virgilio che, dopo essersi presentato e aver ascoltato la sua richiesta, gli propone di uscire dalla selva per un’altra via, attraversando tutto l’aldilà.
La mostra per cui è stata realizzata l’etichetta da collezione è «Il mio Inferno. Dante profeta di speranza», allestita fino al 29 maggio a Verona, negli spazi scenografici del Bastione delle Maddalene, per iniziativa dell’associazione Rivela e della casa editrice Centocanti, con il Comune e la Diocesi di Verona.
Tunnel e cunicoli accolgono le trentacinque tappe della rassegna, che raccontano il le-game tra Dante Alighieri e Verona, una delle città che accolse lo scrittore durante il suo esilio (prima dal 1303 al 1304, poi dal 1313 al 1318), il vagare del poeta per la «selva oscura», gli incon-tri con la guida Virgilio, con Lucifero e con i dannati Paolo e Francesca, Cerbero e Farinata Degli Uberti.
Immagini, video, suoni, riflessioni del saggista e pedagogista Franco Nembrini e illustra-zioni di Gabriele Dell’Otto conducono i visitatori, soprattutto i più giovani, alla scoperta del «Sommo poeta» e alle sue domande esistenziali, alla ricerca di un senso pieno per la vita.
Il percorso della mostra, che ha per guida d’eccezione il robot umanoide Nao, parte, infat-ti, da un’intuizione: il significato profondo della prima cantica della «Divina Commedia» è conte-nuto nella «Vita Nova», l’opera scritta da Dante circa dieci anni prima, nella quale l’incontro con Beatrice è visto come promessa di felicità. La morte della donna provoca nel cuore del poeta un profondo dolore e la percezione della contraddizione dell’esperienza umana: l’uomo vive per l’infinito, ma si scontra con la finitezza di tutti i suoi tentativi e di tutte le sue scelte. Da questa ri-flessione nasce la «Divina Commedia», che – spiegano gli organizzatori - «non rappresenta una raffinata fuga nell’aldilà, ma un faticoso cammino per guardare al mondo terreno dall’aldilà, per cogliere la pienezza della felicità, del bene, della verità». Il «Sommo poeta» diventa così «profeta di speranza»: «interlocutore credibile e contemporaneo, capace con le sue parole e i suoi esempi concreti di porre chi osserva di fronte al desiderio di felicità, per affrontare con speranza e coraggio il proprio inferno».
Per maggiori informazioni: www.danteprofetadisperanza.it.

«La prima Cosa bella», a Bologna un evento artistico per la Giornata mondiale della Terra
«The rooom»
, spazio culturale bolognese che ha sede a Palazzo Aldrovandi Montanari, festeggia la Giornata mondiale della terra. Il 22 aprile, dalle 18 alle 22, Gianluca Chiodi (Edolo – Brescia, 1966), fotografo e artista che vive sul lago di Como in una cornice naturale che gli ha permesso di affinare la propria sensibilità verso le problematiche legate all’ecosostenibilità e alla salvaguardia ambientale, presenta «La prima Cosa bella».
La mostra è un’anticipazione del più ampio progetto espositivo «Hearth», articolato in cinque «stazioni visive», il frutto della lunga ricerca dell’artista sul rapporto che lega l’uomo al pianeta e che vuole porsi come momento di riflessione e presa di coscienza delle responsabilità di ogni essere umano nei confronti dell’ambiente in cui vive e delle future generazioni.
L’evento bolognese presenta due stazioni del progetto: «Orbite» e «Nel nome della madre». La prima sezione espositiva è costituita da una serie di fotografie che mostrano l’essere umano nella sua essenziale nudità, mentre ruota attorno alla Terra, perno essenziale della sua vita. «Nel nome della madre» espone, invece, un emozionante video at-traverso il quale l’artista, in un dialogo personale con il pianeta Terra e la sua coscienza riflette sulle responsabilità che sente in prima persona in quanto «essere umano».
La mostra sarà integrata, in occasione di «ArteFiera», con le altre tre stazioni del progetto, «I am», «Risvegli, 100% Biodegra-dabile» e «Fragile», che saranno visibili dall’11 maggio al 30 giugno.
L’esposizione, patrocinata da Plastic Free Odv Onlus, si inserisce all’interno del percorso culturale e artistico attraverso cui «the rooom» crea collaborazioni con i migliori talenti creativi, nell’intento comune di valorizzare e promuovere quei principi di sostenibilità e inclusione che prendono vita nella creazione di progetti di comunicazione.
La partecipazione è a numero limitato e solo su prenotazione. Per le prenota-zioni è necessario scrivere a press@therooom.it. Per maggiori informazioni: www.therooom.it.

«La guida bugiarda», una curiosa visita guidata al Museo Popoli e culture di Milano
Vero o falso? Sarà questa la domanda alla quale dovranno rispondere gli utenti della particolare visita guidata che il Museo Popoli e Culture, allestito all’interno del Centro Pime di Milano (via Monte Rosa, 81), ha ideato per la giornata di sabato 23 aprile, dalle ore 15 alle ore 16:30.
«La guida bugiarda», questo il titolo dell’iniziativa, invita i visitatori a indovinare l’autenticità delle informazioni ricevute, mettendo alla prova le proprie conoscenze geografiche e antropologiche, alla scoperta di culture e tradizioni legate agli oggetti della collezione esposti in museo.
Dalla danza della Tucandeira, il rito di passaggio dei Saterè Mawè dell’Amazzonia brasiliana, alla storia di Laozi, autore del Tao Te Ching, il testo fondamentale del taoismo, a guida museale fornirà ai visitatori informazioni miste a bugie, che verranno successivamente disvelate ripercorrendo le tappe della visita guidata nelle sale del museo, attraverso uno stimolante scambio e confronto di gruppo che permetterà di conoscere tante storie legate a usi e tradizioni di Africa, Asia, Oceania e America.
Per partecipare occorre iscriversi al link: urly.it/3n0_0.
Per informazioni: tel. 02.43822379 o museo@pimemilano.com. La pagina web di riferimento è https://centropime.org/eventi/la-guida-bugiarda-copy/.

«Carne blu», debutta al Piccolo di Milano la «fiaba nera» di Federica Rosellini
È la primavera del 2020. Chiusa in casa, come tutti noi, per il lockdown, Federica Rosellini, una delle più talentuose e promettenti interpreti della scena contemporanea, disegna e scrive, scrive e disegna. Nasce così «Carne blu», un romanzo pubblicato nel 2021 da Giulio Perrone editore, che la stessa attrice trasforma, poi, in uno spettacolo teatrale, il cui debutto si è tenuto mercoledì 13 aprile, in prima nazionale, al Teatro Studio Melato di Milano.
Per la regia della stessa Federica Rossellini, alla sua prima creazione per la scena, «Carne blu» si avvale di un’architettura scenica di grande suggestione, creata da Paola Villani e abitata dalle realizzazioni scultoree di Daniele Franzella. Visual designer è Massimo Racozzi. I costumi sono firmati da Simona D’Amico; le luci da Luigi Biondi. Mentre il suono, ogni sera dal vivo, è a cura di Gup Alcaro.
Prodotto dal Piccolo Teatro di Milano e co-diretto da Fiona Sansone, esperta di didattica e di teatro dell’infanzia, lo «spettacolo per voce sola», nel quale riecheggia la letteratura di Ludovico Ariosto e Virginia Woolf, racconta la storia di un viaggio, quello di Orlando, un bambino nato sulla Luna. «A differenza degli altri bambini, - si legge nella presentazione - Orlando non ha un cuore di carne protetto dalla cassa toracica, ma una piccola tasca di stoffa ricolma d’acqua, sulla sinistra del petto, dove nuota un pesciolino tutto d’oro, di nome Sunny. Quando Orlando lascia il proprio cuore libero di nuotare, la metamorfosi inizia e il corpo cambia, attraversando specie e generi diversi: è maschio e femmina, è uccello e insetto. Nato sulla Luna, in una dimensione altra, fuori dal tempo ordinario, Orlando è un personaggio metamorfico, fatto di potenziali moltitudini, libere dalle classificazioni, capace di portare sul palcoscenico le questioni dell’identità e del doppio».
Lo spettacolo, una vera e propria «fiaba nera» dalle tinte gotiche, rimarrà in cartellone a Milano fino a fine mese e sarà corredato da un incontro con l’autrice in programma venerdì 22, alle ore 17, al Chiostro di via Rovello.
Per maggiori informazioni: www.piccoloteatro.org.

Foto di Masiar Pasquali